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Politica

Dare peso alle parole (e pagarle care): l’esempio dell’eurodeputato polacco sessista

Sì, lo so, che mettere in un titolo “l’esempio dell’Europa” di questi tempi provoca gastriti e rischi di sincopi sgomente ma la sanzione comminata ieri a Janusz Korwin-Mikke (eurodeputato, ahinoi, famoso per le provocazioni razziste che l’hanno reso “macchietta” buona per il percolato degli intolleranti) da parte del Parlamento Europeo ci riporta a un senso della misura (e delle regole, anche verbali) che da noi appare ancora piuttosto lontano.

Nel corso di un dibattito sulla disuguaglianza salariale qualche settimana fa Korwin-Mikke aveva dichiarato testualmente: «Giusto che le donne guadagnino meno, perché sono più deboli, più piccole e meno intelligenti» citando come esempio probante della sua squinternata tesi il fatto che «tra i primi cento giocatori di scacchi non c’è nemmeno una donna.»

Provate a immaginare la scena qui: da una parte ci sarebbe stato il darsi di gomito divertito sottovoce di qualcuno che avrebbe sminuito il tutto parlando di una provocazione, dall’altra ci sarebbe stato il coro d’indignazione e nel mezzo quelli del “diritto di opinione”. Un gran chiasso in televisione, pance solleticate e qualche nota di censura.

 

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Caro Pd, Pasolini leggilo, prima di evocarlo (e di macchiettare bandiera rossa)

Il piazzista ha perso la verve e così la chiusura al Lingotto della Leopolda in bagna cauda non riserva nemmeno una delle scoppiettanti bugie per meritarsi un mezzo titolo sdraiato su giornali degli amici. Qualcuno scrive che Renzi non sia più lui e invece forse è proprio in stato di stress e usura che esce la sua natura: senza ridondanti storie da raccontare l’ex Presidente del Consiglio si sgonfia. Gli manca il lievito, poiché non ha un’idea di politica che non passi per forza dalla gestione (sua) del potere.

Il suo discorso di ieri è stata l’ennesima barbosissima (e biliosa) difesa del lavoro fatto (e quindi l’ennesimo rifiuto di riconnettersi con chi gli ha votato contro nel referendum del 4 dicembre scorso) e tutto un panegirico sul garantismo e sull’occupazione.

Il garantismo, innanzitutto, sembra la nuova ossessione renziana e fa niente che non ci sia nessuno di meno credibile come portabandiera dell’ipergarantismo di chi si ritrova sommerso (tra Lotti e babbo Renzi) proprio nel bel mezzo di un’inchiesta che lo travolge: il nuovo corso del Pd ricalca le orme dei berluscones (e non è una novità) condendoli con un po’ di cortesia istituzionale verso la magistratura. In mezzo alla retorica però arrivano due segnali più che preoccupanti: si fa avanti l’idea di decretare gli avvisi di garanzia per non “ledere” i diritti dell’indagato (chissà se Renzi, Migliore o Guerini sarebbero felici di iscrivere i propri figli in un asilo in cui c’è un maestro sospettato di pedofilia, senza saperlo) e si insiste nel volere che le indagini siano comunicate ai superiori (fino al Viminale) per, dicono loro, esigenze di coordinamento. In pratica si straccia il segreto investigativo in favore della politica e si istituisce il segreto di presunta colpevolezza in favore dell’indagato. Fate voi.

Poi, il lavoro. E sul lavoro, niente, Renzi non riesce proprio a non estrarre il feticcio di Marchionne, come ai bei tempi in cui qualcuno pensava che fosse solo un po’ di sano bullismo. E invece Marchionne è proprio la sua idea di lavoro, tanti che anche Pisapia non riesce a starsene zitto e interviene per dire che così non va.

Per carità, Renzi ha tutto il diritto di sostenere e divulgare le proprie idee. Un diritto però non può arrogarselo: quello di pronunciare con andatura canzonatoria il suo sarcasmo sulla sinistra, sulle macchiette e su “bandiera rossa”. Un mediocre democristiano (seppure travestito da futurista) non può banalizzare a proprio uso e consumo una storia di diritti e lotte distanti anni luce dalle beghe di questi scout in gita nei palazzi del potere. Questo no.

 

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«Secretare l’avviso di garanzia? Solo una scorciatoia»: parla Gratteri

“Intervenire sull’avviso di garanzia, secretandolo, è una scorciatoia: per evitare la gogna mediatica, ci sono altre modifiche da fare. La prima riguarda la stesura delle ordinanze di custodia cautelare e le informative, che non devono contenere nulla che non sia strettamente legato col reato e nulla che abbia a che fare con la vita privata delle persone”. E’ l’opinione di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, in merito all’appello lanciato da Stefano Graziano, ex parlamentare Pd, che dal Lingotto, dove è in corso la convention di Renzi, ha chiesto una legge che imponga di mantenere segreto l’avviso di garanzia fino al rinvio a giudizio. Graziando fu indagato per concorso esterno alla camorra e poi le accuse furono archiviate.

“Si devono evitare – aggiunge Gratteri, che tra l’altro fu indicato come possibile ministro della Giustizia, nella fase di formazione del governo Renzi, a elaborato una sua proposta in materia di giustizia – provvedimenti che intervengono solo su singoli punti, per cui ogni volta che c’è un problema si cambia la norma: quando c’è un problema con l’avviso di garanzia si chiede un intervento su questo aspetto, quando si prescrive un processo importante si chiede a gran voce di modificare la prescrizione. Così non va. Alla giustizia, quando la politica avrà la voglia e la libertà di farlo, serve invece, e innanzitutto, un intervento complessivo e strutturale che informatizzi i passaggi e abbatta tempi e costi”.

Dove trovare i soldi? Da una carbon tax arrivano almeno 8 miliardi di euro.

(ne scrive Luca Alterini per Greenreport)

Lo stato insulare di Singapore è piccolo (neanche il triplo dell’isola d’Elba) ma economicamente assai agguerrito. Rappresenta uno dei principali snodi commerciali al mondo e una piazza finanziaria di livello globale, ma è anche sede di una florida attività di raffinazione petrolifera. Sono ben tre gli impianti presenti, tra i quali – oltre a quello della Singapore refining company – si annoverano le più grandi raffinerie possedute da Shell (500mila barili il giorno) ed ExxonMobil (600mila barili).

Una presenza ingombrante che non ha impedito al governo della città-stato di annunciare l’introduzione di una carbon tax a partire dal 2019 per ridurre l’impatto dei grandi emettitori di gas serra, come le centrali elettriche e le raffinerie. I margini di profitto delle multinazionali petrolifere presenti a Singapore, già pressate da una crescente concorrenza, saranno limati: i costi a barile si stima saliranno di 3,5-7 dollari, ma ridurre le emissioni di COeq viene ritenuto più importante. Singapore mira a ridurre del 36% rispetto al 2005 le proprie emissioni di gas serra entro il 2030, con l’obiettivo di raggiungere il picco in quell’anno. La carbon tax rappresenta l’asso nella manica calato dal governo, e verrà fissata attorno ai 7-14 dollari per tonnellata di CO2. Non molto, ma è un inizio.

Possiamo imparare qualcosa da quest’iniziativa? Il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, è appena rientrato da un duro confronto con la Commissione Ue, che impone al Paese un ulteriore manovra finanziaria pari allo 0,2% del Pil, circa 3,4 miliardi di euro, pena l’attivazione della procedura d’infrazione. Dove trovare i soldi? Il ritocco all’insù delle accise sui carburanti – sui quali ancora grava il tributo per la guerra d’Abissinia – è inviso alla maggioranza di governo, contraria per il pessimo appeal che una simile decisione avrebbe sull’elettorato.

Una scelta più lungimirante sarebbe quella di guardare ad esempi come quello di Singapore, non certo il primo a introdurre una carbon tax: secondo la Banca mondiale sono ormai 40 i paesi e 20 tra città e province ad aver introdotto una tassazione sul carbonio.

Sulle pagine di Possibile è Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto club a sottolineare che «questa sarebbe l’occasione giusta per una revisione della fiscalità che coinvolga tutti i combustibili fossili utilizzati nel Paese, includendo anche la generazione elettrica, favorendo quindi gli interventi di efficienza delle rinnovabili e, indirettamente, del metano. Considerando infatti che il prezzo della CO2 nell’ambito dell’ETS (European Emission Trading Scheme, ndr) è sceso a 5 €/t, è evidente che questo strumento non è assolutamente in grado di fornire segnali di mercato, con una decisa penalizzazione degli efficientissimi impianti a gas a ciclo combinato rispetto alle centrali a carbone».

Secondo Silvestrini, ipotizzando una carbon tax in Italia pari a «20 €/t, le entrate sarebbero dell’ordine di 8 miliardi, una cifra che consentirebbe di far fronte agli impegni europei, di tagliare del 10% le bollette elettriche grazie ad un alleggerimento della componente A3 e di ridurre il costo del lavoro». Un intervento, dunque, che al rispetto degli aridi meccanismi di austerità europei aggiungerebbe almeno una rilevante componente di politica industriale, utile per affrontare anche la spinosa partita della globalizzazione: «Per quanto riguarda le industrie energivore – aggiunge infatti Silvestrini – va appoggiata la richiesta inviata da più parti a Bruxelles (ultima quella del produttore di acciaio ArcelorMittal) di introdurre una tassa sui beni importati in Europa in relazione al contenuto di carbonio. Una Border Tax di questo tipo, contenuta anche nella citata proposta degli ex ministri del Tesoro Usa, andrebbe mantenuta fino all’introduzione di una carbon tax a livello mondiale».

In attesa che la comunità internazionale si impegni a muoversi nella direzione giusta, già a livello nazionale è possibile fare molto. Una revisione ad ampio raggio della fiscalità italiana, che vada oltre l’introduzione di una carbon tax per incentivare un impiego più efficiente delle risorse naturali (ad esempio con un credito di imposta sugli acquisti di prodotti realizzati in materiale riciclato), offrirebbe nuovo slancio alla competitività economica del Paese insieme alla possibilità di ridurre le imposte sul lavoro: come già mostrato da autorevoli economisti, il potenziale delle tasse verdi in Italia ammonta almeno a 25 miliardi di euro. Peccato che nessun governo abbia finora spinto per attivarle.

L’unità solo professata e l’alibi della complessità

Non so se ne rendano conto, là a sinistra di quel che resta del Partito Democratico, di come appaia qui fuori il can can del movimento apparente di queste ultime settimane. Non so soprattutto se qualche sprovveduto possa sinceramente sperare che il Paese reale, quello che prende di rincorsa la coincidenza pendolare ogni mattina, abbia il tempo e la voglia di studiare ogni posizionamento tattico di ciò che avviene nel quadro politico del Paese.

In un’Italia storicamente bipolare scissa tra i filo governativi e quegli altri (e, ultimamente con l’aggiunta di quelli “contro tutti”, poi volendo essere ottimisti ancora tra destra e sinistra) il frastagliamento partitico e parlamentare ingenera una confusione pericolosamente funzionale. A sinistra, per esempio, i fuoriusciti da PD (sotto l’immediata sigla di “Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista”) ci tengono a dirci che sono contrari alle politiche renziane (che hanno tutti votato), di ritenere il PD un partito irredimibile (altrimenti ovviamente se la sarebbero giocata al congresso, verrebbe da dire) ma di volere sostenere il governo Gentiloni (che di Renzi è la naturale prosecuzione) dimenticandosi di dirci esattamente cosa farebbero loro e come. E, che a loro piaccia o no, la sensazione è che si siano seduti in un angolo in attesa della caduta dell’ex presidente del consiglio in posizione di concorso esterno congressoso.

Ieri Giuliano Pisapia (capo putativo di un movimento putativo come ‘Campo Progressista’) ci ha tenuto a dirci ancora una volta che il suo non sarà un partito (secondo la solita formula dell’antipolitica ma in salsa raffinata e borghese) ma che la sua missione sarà “federare”. Chi con chi, oltre a se stesso, rimane un mistero.

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Dovremmo essere tutti femministi

(Terrorizzato dall’idea di essere oggi l’ennesimo uomo che si infila nella retorica dell’8 marzo lascio lo spazio del mio buongiorno alle parole che la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie pronunciò nel 2013 durante una TED Talk. Molto meglio lei, credetemi.)

 

Dovremmo essere tutti femministi.

Dunque, mi piacerebbe iniziare parlandovi di uno dei miei più grandi amici, Okuloma Mmaduewesi. Okuloma viveva nella mia strada e si prendeva cura di me come un fratello maggiore. Se mi piaceva un ragazzo, chiedevo l’opinione di Okuloma. Okuloma è morto nel tristemente noto incidente aereo di Sosoliso, in Nigeria, nel dicembre del 2005. Esattamente quasi sette anni fa. Okuloma era una persona con cui potevo discutere, ridere e parlare apertamente. È stata anche la prima persona a chiamarmi femminista. Avevo circa quattordici anni, eravamo in casa sua, discutevamo. Entrambi infervorati con informazioni a metà prese dai libri che avevamo letto. Non mi ricordo su cosa vertesse questa discussione in particolare, ma ricordo che mentre continuavo ad argomentare, Okuloma mi guardò e disse: “Sai, tu sei una femminista.” Non era un complimento. Potevo capirlo dal suo tono, lo stesso tono che si usa per dire cose del tipo “Sei una sostenitrice del terrorismo.” Non sapevo esattamente cosa questa parola “femminista” significasse e non volevo che Okuloma capisse che non ne avevo idea. Allora l’ho messa da parte e ho continuato a discutere. E la prima cosa che avevo intenzione di fare, quando sono tornata a casa, era di cercare la parola “femminista” nel dizionario.

Ora, andando velocemente avanti, arriviamo a qualche anno più tardi. Ho scritto un romanzo su un uomo che, tra le altre cose, picchia la moglie e la cui storia non finisce molto bene. Mentre stavo promuovendo il romanzo in Nigeria, un giornalista, un uomo gentile, ben intenzionato, mi ha detto che voleva darmi un consiglio. E, mi rivolgo ai nigeriani qui, sono sicura che abbiamo tutti familiarità con la velocità con cui le persone forniscono consigli non richiesti. Mi disse che la gente riteneva che il mio romanzo fosse femminista e il suo consiglio per me – e stava scuotendo la testa tristemente mentre parlava – era che non mi sarei mai dovuta definire una femminista, perché le femministe sono donne infelici che non riescono a trovare marito. Così ho deciso di definirmi una “femminista felice.” Poi una docente, una donna nigeriana, mi disse che il femminismo non era la nostra cultura, che il femminismo non era l’Africa e che mi definivo una femminista perché ero stata corrotta dai libri “occidentali.” E mi ha divertito, perché un sacco della mie prime letture erano decisamente non-femministe. Penso di aver letto ogni singolo romanzo rosa della Mills & Boon prima ancora di avere sedici anni. E ogni volta che provo a leggere quei libri chiamati “classici femministi”, mi annoio e faccio davvero fatica a finirli. Ma ad ogni modo, dal momento in cui il femminismo era non-africano, ho deciso che mi sarei definita una “felice femminista africana.” Ad un certo punto ero una felice femminista africana che non odiava gli uomini, che amava i lucidalabbra e che indossava i tacchi alti per se stessa, ma non per gli uomini. Naturalmente molte di quelle cose erano ironiche, ma la parola “femminista” ha un bagaglio così pesante, un bagaglio negativo. Odiate gli uomini, odiate i reggiseni, odiate la cultura africana, quel genere di cose.

Ora, eccovi una storia della mia infanzia. Quando ero alle elementari, la mia insegnante disse all’inizio del quadrimestre che avrebbe dato alla classe un test, e chi avrebbe realizzato il punteggio più alto sarebbe diventato capoclasse. Bene, essere capoclasse era una cosa importante. Se diventavi capoclasse, dovevi scrivere i nomi di chi faceva rumore, e già soltanto questo dava un grande potere. Ma la mia insegnante dava anche un bastone da tenere in mano mentre si camminava in giro e si controllava la classe da chi faceva rumore. Ecco, naturalmente non era permesso usare il bastone, ma era una prospettiva entusiasmante per la bambina di nove anni che ero. Volevo così tanto essere capoclasse, e ottenni il punteggio più alto nel test. Poi, con mia sorpresa, la mia insegnante disse che il capoclasse doveva essere un ragazzo. Si era dimenticata di fare prima questa precisazione perché riteneva fosse ovvio. Un ragazzo aveva avuto il secondo punteggio più alto nel test e lui sarebbe diventato capoclasse. La cosa ancora più interessante di questa faccenda è che il ragazzo aveva uno spirito dolce e gentile e non aveva alcun interesse nel pattugliare la classe con un bastone. Mentre io, ero piena di ambizioni per farlo. Ma ero femmina e lui era maschio, e così divenne il capoclasse. E non ho mai dimenticato quell’episodio.

Mi capita spesso di fare l’errore di pensare che se qualcosa che è ovvio per me, lo è altrettanto per chiunque altro. Ora, prendete il mio caro amico Louis , ad esempio. Louis è brillante uomo progressista, e facevamo delle conversazioni in cui mi diceva : “Io non so cosa intendi quando dici che le cose sono diverse o più difficili per le donne. Forse in passato, ma non adesso.” E non capivo come Louis non riuscisse a vedere qualcosa che sembrava così evidente. Poi una sera, a Lagos, Louis ed io siamo usciti fuori con degli amici. E per le persone qui che non hanno familiarità con Lagos, ci sono quei meravigliosi soggetti tipici di Lagos, una manciata di uomini energici che si ritrovano fuori dagli edifici e molto platealmente vi “aiutano” a parcheggiare la vostra auto. Ero rimasta colpita dalla particolare teatralità dell’uomo che ci aveva trovato un posto auto quella sera. E così, mentre ce ne stavamo andando, ho deciso di lasciargli una mancia. Ho aperto la mia borsa, ho messo la mano dentro la mia borsa, tirato fuori i soldi che avevo guadagnato facendo il mio lavoro, e li ho dati all’uomo. E lui, quest’uomo molto riconoscente e molto felice, ha preso i soldi da me, ha guardato Louis e ha detto: ” Grazie, signore! ” Louis mi ha guardato sorpreso e ha chiesto: “Perché mi ringrazia ? Non gli ho dato io i soldi”. Poi ho visto che Louis stava cominciando a rendersi conto. L’uomo credeva che, qualsiasi soldi avessi, in fin dei conti provenissero da Louis, perché Louis è un uomo.

Ora, gli uomini e le donne sono diversi. Abbiamo ormoni diversi, abbiamo diversi organi sessuali, abbiamo diverse abilità biologiche; le donne possono avere bambini, gli uomini non possono. Almeno, non ancora. Gli uomini hanno il testosterone, e sono in genere fisicamente più forti delle donne. Ci sono leggermente più donne che uomini nel mondo. Circa il 52% della popolazione mondiale è di sesso femminile. Ma la maggior parte delle posizioni di potere e prestigio sono occupate da uomini. La Premio Nobel per la Pace, recentemente scomparsa, Wangari Maathai, lo ha descritto in termini semplici e efficaci quando ha detto:

“Più alto si va, meno donne ci sono.”

Nelle recenti elezioni americane abbiamo sentito più volte della legge Lilly Ledbetter. E se andiamo oltre il bel nome allitterativo di questa legge, vedremmo che trattava di un uomo e una donna che fanno lo stesso lavoro, ugualmente qualificato e dove l’uomo viene pagato di più perché è un uomo. Così, in modo letterale, gli uomini governano il mondo. E questo aveva senso migliaia di anni fa. Perché gli esseri umani vivevano allora in un mondo in cui la forza fisica era l’attributo più importante per la sopravvivenza. La persona fisicamente più forte era la più adatta a comandare. E gli uomini in generale sono fisicamente più forti; naturalmente, ci sono molte eccezioni. Ma oggi viviamo in un mondo molto diverso. La persona con più probabilità di comandare non è la persona fisicamente più forte, è la persona più creativa , la persona più intelligente, la persona più innovativa, e non ci sono ormoni per questi attributi. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, di essere creativo, di essere innovativo. Ci siamo evoluti, ma mi sembra che le nostre idee sul genere non si siano evolute.

Qualche settimana fa sono entrata nella hall di uno dei migliori alberghi nigeriani. Ho pensato di dire il nome dell’hotel, ma probabilmente non dovrei. E un guardiano all’ingresso mi ha fermato e mi ha rivolto delle domande irritanti. Poiché si suppone automaticamente che se una donna nigeriana cammina in un albergo da sola, allora è una prostituta. E, a proposito, perché questi hotel si concentrano sull’apparente offerta, piuttosto che sulla domanda, di prostitute? A Lagos, non posso andare da sola in molti bar rinomati e nei club. Semplicemente non ti lasciano entrare se sei una donna sola. Devi essere accompagnata da un uomo. Ogni volta che entro in un ristorante nigeriano con un uomo, il cameriere saluta l’uomo e ignora me. E qui qualche donna avrà detto: “Sì, anch’io l’ho pensato!” I camerieri sono prodotti di una società che ha insegnato loro che gli uomini sono più importanti rispetto alle donne. E so che i camerieri non intendono fare uno sgarbo, ma una cosa è saperlo razionalmente, e un’altra è sentirlo emotivamente. Ogni volta che mi ignorano, mi sento invisibile. Mi sento turbata. Voglio dire loro che sono tanto umana quanto un maschio, che sono altrettanto meritevole di riconoscimento. Queste sono piccole cose, ma a volte sono le piccole cose che pungono di più.

Non molto tempo fa ho scritto un articolo su cosa significa essere una giovane ragazza a Lagos e un conoscente mi ha detto: “Era così rabbioso.” Certo che era rabbioso. Io sono arrabbiata. Il genere, per come funziona oggi, è una grave ingiustizia. Noi tutti dovremmo essere arrabbiati. La rabbia ha una lunga storia nell’apportare un cambiamento positivo, ma oltre ad essere arrabbiata, io sono anche fiduciosa perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani nel rinnovare se stessi per il meglio.

Il genere conta ovunque nel mondo, ma voglio concentrarmi sulla Nigeria e sull’Africa in generale, perché la conosco e perché è dove sta il mio cuore. E vorrei chiedere di cominciare adesso a fare sogni e progetti per un mondo diverso. Un mondo più giusto. Un mondo di uomini più felici e donne più felici, più onesti verso se stessi. Ed è così che bisogna iniziare. Dobbiamo crescere le nostre figlie in modo diverso. Dobbiamo crescere anche i nostri figli in modo diverso. Facciamo un pessimo lavoro con i ragazzi, nel modo in cui noi li alleviamo. Noi soffochiamo l’umanità dei ragazzi. Definiamo la virilità in modo molto limitato. La virilità diventa questa piccola gabbia rigida e noi mettiamo i ragazzi dentro la gabbia. Insegniamo ai ragazzi ad essere spaventati dalla paura. Insegniamo ai ragazzi ad essere spaventati dalla debolezza, dalla vulnerabilità. Noi gli insegniamo a mascherare la loro vera essenza, perché devono essere, come dicono in Nigeria, ” uomini duri!”.

Alle scuole superiori, se un ragazzo e una ragazza, entrambi adolescenti, entrambi con la stessa quantità di soldi, uscissero fuori, ci si aspetta che sia sempre il ragazzo a pagare, per dimostrare la sua virilità. E ancora ci chiediamo perché i ragazzi sono più propensi a rubare i soldi dai loro genitori. Che cosa accadrebbe se sia i ragazzi che le ragazze venissero educati a non collegare la virilità con i soldi? Cosa succederebbe se l’atteggiamento non fosse: “Il ragazzo deve pagare “, ma piuttosto: “Chi ha di più, dovrebbe pagare.” Ora, naturalmente a causa del vantaggio storico, sono quasi sempre gli uomini ad averne di più oggi. Ma se cominciamo a crescere i figli in modo diverso, allora in cinquant’anni, in un centinaio di anni, i ragazzi non sentiranno più la pressione di dover dimostrare questa virilità.

 

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Parla il boss Abbatino: «Sono un morto che cammina. Carminati mi vuole morto»

(Un articolo di Emiliano Luzzi di qualche anno fa che vale la pena ripescare)

“Sono un morto che cammina”, dice da una località protetta che si guarda bene da rivelare. “Ho una taglia sulla testa, metto il piede a Roma e mi ammazzano”. Ai tempi, lo chiamavano Il Crispino, per via dei capelli riccioluti. Poi, per ragioni romanzesche, è diventato Il Freddo. Oggi, Maurizio Abbatino ha 61 anni. Per la prima volta da quando non è più in carcere accetta di parlare con un giornale. E’ un signore che, dopo una vita passata con generalità false o protette, ha ritrovato il suo vecchio nome, quello che fece di lui il re della peggiore malavita romana. La Banda della Magliana: che con Franco Giuseppucci, Il Negro (Il Libanese nella fiction), ha formato e guidato.

Da allora, però, Roma è cambiata: lei è davvero convinto che ci sia chi vuole morto un personaggio senza più potere?
Poi le racconterò quante volte, anche nel corso della mia seconda vita, ci hanno provato. Ma secondo lei Roma è proprio così cambiata? Qualche scemo mi ammazzerebbe solo per prestigio criminale.

Solo per il semplice fatto che lei era il boss della Banda della Magliana?
Non ero il boss.

Insomma, aveva molto potere sugli altri.
Non avevo nessuno sopra di me, ma non ero il capo. Eravamo in molti a decidere.

Quanta gente ha ammazzato?
Tanta. Troppa. Non voglio ricordare.

Chi l’ha ereditato il suo potere?
Un certo Massimo Carminati.

Lo conosce bene lei…
Sì, me lo sono portato dietro quando feci il primo attentato con i tubi innocenti. Un ragazzo serio.

È Carminati a volerla morto?
Anche, ma non solo lui. Nel corso del tempo ho ricevuto molti segnali. Carminati sicuramente è uno di quelli, poi ci sono gli apparati deviati. Quando, dopo la mia confessione, sono stato arrestato, mi hanno spedito a Spoleto, poi volevano mandarmi a Poggioreale. E lì era detenuto Carminati per il furto al caveau della Cassazione. Lo evitai per un soffio. Ma anche quando ero in Sudamerica, sempre in carcere e prima che collaborassi, mi misero in cella con un avvocato che aveva per sé, nella prigione, un appartamento. E sono certo che mi stavano per far fuori.

Lei fu arrestato dopo sei anni di latitanza per una telefonata a casa. La scoprirono così. La rifarebbe quella telefonata?
La feci. Non sono un fesso, sapevo che c’era la possibilità che venissi intercettato. Non avevo chiamato per cinque anni, ma era arrivato il momento. Non potevo vivere con quei pesi, con la droga e con l’alcol. Non mi consegnai, ma non feci nulla per sfuggire alla cattura. Sapevo del rischio, mettiamola così.

Perché decise di collaborare con la giustizia e fece arrestare i suoi ex compagni?
Non ero più protetto. E poi avevano ammazzato mio fratello, lo avrebbero fatto anche con me. Lo faranno, visto che lo Stato mi ha lasciato solo, senza più protezione. E le parla uno che ha un senso di rispetto per la giustizia. Ho collaborato proprio perché non avvenisse più niente di tutto quello che fu. Roma era il Far West.

Secondo lei esiste però una nuova Banda della Magliana?
Esiste Carminati. Che era freddo, lucido. Il più freddo e lucido di noi. E quello con più potere di attrazione. A ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto. Ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall’alto e di essere imputato nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli insieme a Giulio Andreotti.

Ma lei dalla sua nuova vita e col nome protetto sapeva di Carminati?
Tutti sapevano. Tutti. Non c’era più sangue come allora, come ai tempi in cui la Banda crebbe, ma un altro tipo di potere, e tutto nelle mani di Carminati e dei suoi.

Li hanno arrestati tutti però?
Sì, sono in galera, ma tra pochi anni saranno tutti fuori. E non sono certo che altri non siano liberi.

Secondo lei Carminati uccise Pecorelli?
Non ho le prove. Ho elementi che mi fanno presupporre che fu lui. Non è un mistero che quell’omicidio nacque nel nostro ambiente, nella banda della Magliana. Ordinato da altri, noi lo eseguimmo

Lei era legato a Carminati. Il Cecato o Il Nero, come lo vogliamo chiamare?
Avevo rispetto. Ho messo esplosivi con lui. Era dei nostri, nonostante fosse molto diverso da noi. Comunque sul primo attentato al quale accennavo prima, durante la mia deposizione il nome di Carminati lo lasciai fuori. Ci sono arrivati i magistrati e allora cambiai la mia versione. Ma l’ho anche coperto.

Ci sono persone alle quali il suo ricordo è rimasto legato?
Oltre a mio fratello?

Si, oltre a lui. Parlo dei suoi compagni di malavita.
Franco Giuseppucci.

E Renatino De Pedis?
Anche lui. Ma poi iniziò a fare riferimento alla mafia di Pippo Calò. Era diverso, a modo suo, da noi. De Pedis amava un’altra vita, la bella vita. Pensava ai soldi e li metteva da parte. Agiva con altro spirito, è sempre stato amante dei poteri e della vita da nigth.

Anche lei era pieno di quattrini.
Io avevo la malattia del gioco d’azzardo, li bruciavo, i quattrini. De Pedis no. Non era come me. Ma eravamo legati, certo. Amici.

E’ stato scritto tutto sulla Banda della Magliana?
Una parte di storia. Ma non tutta. Io potrei continuare a parlare, ma a un certo punto mi sono fermato fino al punto in cui avevo le prove. Oltre non sono andato. Non potevo. Ma la storia della banda della Magliana è molto più complessa. E c’entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso. Lei tenga conto che ogni tanto il generale Santovito, l’ex capo del Sismi, mi faceva arrivare i saluti. Io non l’avevo neanche mai conosciuto. A un certo punto, non so se per la nostra capacità di uccidere e il controllo del territorio, ma eravamo rispettati dai poteri deviati e da una certa politica, allora molto influente. E se Mafia Capitale, come è stata ribattezzata, è emersa quando ormai tutti sapevano e non potevano fare a meno che esplodesse lo scandalo, qualcuno li aveva coperti. Carminati sapeva benissimo che lo avrebbero arrestato.

Lei parla ancora come un boss.
Sono uno che ha sempre letto i giornali. Tutti sapevano. Tutti conoscono le coperture di Carminati.

Perché lei è così certo che la vogliano morto?
Io non so tutto, ma so molto. Anche di quello che non è emerso. E non credo che sia solo la malavita in giro a volermi far fuori, ma anche alcuni apparati, un tempo servizi segreti, oggi non so più come si chiamano. Nella mia vita blindata mi sono fidato della polizia, certo, ma molto più della squadra mobile che non della Digos.

Però è lei che ha chiesto di uscire dal programma di protezione.
Sì, ma cinque anni fa e comunque non è andata esattamente così. Oggi mi lasciano fuori senza un centesimo in tasca. Vogliono che torni in strada. L’ultima volta mi hanno chiesto l’Iban. L’Iban? Come se io potessi avere un conto corrente. E quelli che guidano il programma protezione lo sanno molto bene. Ma scoppia Mafia Capitale e mi mandano fuori. E’ stata una manovra, non so voluta da chi. Un segnale a coloro che volevano parlare: guardate che fate la fine di Abbatino se collaborate, questo hanno voluto dire.

In Romanzo Criminale lei era Il Freddo. Hanno sbagliato gli sceneggiatori?
Non molto. Io ero quella cosa lì. Forse meno romanzata. Ma quello ero. Poi tutto sommato non ne esco male.

E’ vero che si iniettò il virus dell’Hiv per farsi ricoverare?
Sì, è vero. Nonostante certe cliniche romane fossero praticamente a nostra disposizione, tutti entravamo e uscivamo tutte le volte che volevamo. E tutti sapevano. Io mi iniettai il virus dell’Aids e finsi di non muovere più le gambe ero a Villa Gina. Poi mi sentì come in trappola come se mi si strigesse un cappio al collo. Così decisi di fuggire. Il giorno vivevo su una sedia a rotelle, la notte invece facevo ginnastica in un bagno di un metro per uno, perché non si atrofizzassero i muscoli.

Un romanzo criminale, appunto.
Era Roma in quegli anni. L’Italia di quegli anni. La Magliana.

Sempre su Lotti: cosa dicono i suoi ex compagni di partito

“Quello che è indiscutibile è che Lotti non può restare al suo posto come se nulla fosse”. Su questo punto c’è accordo assoluto nel gruppo del Movimento democratici e progressisti, fondato dai fuoriusciti dal Pd. Il coro, tra senatori e deputati, è unanime: “Nessuno può pensare di cavarsela con qualche frase di circostanza, come si sta tentando di fare in queste ore, né ricorrendo a insulti nei confronti di chi chiede chiarezza su una vicenda che è abbastanza inquietante”. La vicenda è quella legata all’inchiesta Consip, nell’ambito della quale a Luca Lotti si contestano i reati di rilevazione di segreto e favoreggiamento. “Ma la questione qui non è giudiziaria, noi restiamo garantisti” assicurano i parlamentari Mdp. Del resto l’attuale ministro dello Sport non è solo un indagato eccellente: è anche il più fedele dei renziani, il braccio destro che l’ex presidente del Consiglio ha voluto dapprima con sé a Palazzo Chigi come sottosegretario e poi ha imposto all’interno della squadra di governo di Paolo Gentiloni. E la tentazione di colpire politicamente uno dei pilastri del giglio magico è innegabilmente forte per chi ha addirittura abbandonato il Pd a causa dell’incompatibilità con i metodi del Rottamatore.

Non è a rischio la stabilità del governo, anche perché Forza Italia ha già annunciato il proprio voto contrario alla mozione di sfiducia del M5s e i verdiniani saranno sicuramente un’altra truppa di supporto. Resta tuttavia il pericolo è di un primo cortocircuito tra Pd e i vecchi compagni di Mdp: “Questa è un richiesta che qualifica chi la fa – dice Matteo Orfini all’HuffingtonPost – Non mi stupisce che a farlo siano i clown dell’M5S. Sono quelli che cambiano il loro statuto per evitare l’obbligo di dimissioni della Raggi di fronte a una valanga di indagini e di avvisi di garanzia e poi si scoprono manettari sugli avversari politici”.

Il senatore Felice Casson ci tiene a precisare: “Non è che non sappiamo cosa rappresenti Lotti. Ma queste considerazioni vengono in secondo piano”. E aggiunge: “Noi stiamo al merito delle notizie che stanno uscendo: riteniamo doveroso che il ministro faccia un gesto politico significativo e che lo faccia subito”. Farlo subito, dunque. Cioè prima che si arrivi a dover votare la mozione di sfiducia nei confronti del ministro dello Sport presentata, sia alla Camera sia al Senato, dal Movimento Cinque Stelle e che i grillini hanno chiesto di calendarizzare immediatamente. Una votazione che rischierebbe di mettere in difficoltà alcuni esponenti dei nuovi gruppi parlamentari di Mdp, restii a compiere un gesto dichiaratamente ostile nei confronti dell’esecutivo Gentiloni. Ragiona la senatrice Lucrezia Ricchiuti: “Se mi si chiede di giudicare la gravità dei fatti che stanno emergendo, è chiaro che non potrei che pretendere un atto di responsabilità da parte di Lotti”. Però? “Però ci sono considerazioni politiche più generali: abbiamo affermato di voler sostenere Gentiloni, in una fase così delicata per il Paese. Aprire una crisi di governo senza avere neppure una legge elettorale valida sarebbe da irresponsabili”. “Retropensieri che non mi appartengono”, taglia corto, invece, Claudio Fava, compagno di partito della Ricchiuti a Montecitorio: “Io la mozione di sfiducia dei Cinquestelle la voterei, semplicemente”. Insomma, la questione è delicata: appoggiare o non appoggiare i pentastellati nella richiesta di dimissioni, rischiando di fare uno sgambetto a Gentiloni? “Decideremo al momento opportuno riunendo i gruppi”, prende tempo Alfredo D’Attorre.

Ma in realtà delle conversazioni informali, nei corridoi di Palazzo Madama, ci sono già state tra i senatori di Mdp. “Ne abbiamo parlato a lungo. Vogliamo arrivare ad una posizione condivisa da parte di tutto il gruppo – racconta Casson – ma che al contempo rispetti le sensibilità dei singoli”. E il problema della fedeltà a Gentiloni? “Non chiedetene conto a me. Io a questo governo non l’ho mai votata la fiducia”, scherza, per poi aggiungere: “Mi rendo conto però che per altri è meno facile decidere”.

Ecco spiegato, allora, perché Bersani e compagni provano a giocare d’anticipo, risolvendo la questione prima di doversi pronunciare in Aula sulla mozione di sfiducia. E dunque, intravedendo peraltro la possibilità di indebolire Renzi nella sua corsa per il Congresso, pretendono sin d’ora un sostanziale ridimensionamento del ruolo di Lotti. Sposano quindi la linea dettata da Gianni Cuperlo, al contempo determinato e sibillino nell’invocare un chiarimento da parte dell’ex premier e nel chiedere a Lotti “un passo di lato” ma “non le dimissioni”. E qui sta il problema: in cosa dovrebbe consistere, effettivamente, questo “passo di lato”? “Vedremo”, risponde Casson, convinto che “prima bisognerà leggere nel dettaglio il contenuto della mozione dei Cinque Stelle”. Trovare la sintesi non è facile. Per ora ci si sente dire che “Lotti non può restare al suo posto”, ma al contempo che “non è detto che si debba dimettere”. Posizione non esattamente cristallina.

Poi a fare chiarezza arriva Arturo Scotto, ex capogruppo di Sel alla Camera e leader dei transfughi di Sinistra Italiana confluiti in Mdp. “Ciò che è realistico pretendere nell’immediato, e che io ho proposto, è che a Lotti vengano ritirate le deleghe al Cipe e all’editoria”. Deleghe che il giovane ministro di Samminiatello aveva già quando era sottosegretario a Palazzo Chigi con Renzi, e che ha mantenuto – provocando non pochi malumori anche tra i suoi colleghi di governo – dopo l’insediamento di Gentiloni a Palazzo Chigi. Un azzoppamento ma non una defenestrazione, dunque? Scotto consiglia di essere più sottili, nel giudizio: “Dover rinunciare alle deleghe, sostanzialmente, significherebbe per lui non essere un vero e proprio ministro. O quantomeno non governare. Se poi dovesse decidere di dimettersi del tutto, ben venga”.

(fonte)

Lotti dice basta. Ma esattamente, basta a cosa?

Il ministro Luca Lotti (diventato ministro per il merito di essere amico d’infanzia di Renzi) perde la pazienza come suo solito lanciando una dura invettiva attraverso il suo profilo facebook.

«Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da ridere. Oggi – scrive Luca Lotti – il Movimento 5 Stelle ha presentato nei miei confronti la mozione di sfiducia. Si parla di tangenti, di arresti, di appalti. Tutte cose dalle quali sono totalmente estraneo.
Per essere ancora più chiaro: non mi occupo e non mi sono mai occupato di gare Consip, non conosco e non ho mai conosciuto il dottor Romeo.
La verità è che due mesi fa mi hanno interrogato su una presunta rivelazione di segreto d’ufficio. Si tratta di un reato che si ripete tutti i giorni in alcune redazioni ma che io non ho mai commesso. Lo ripeto con forza e sfido chiunque oggi dica il contrario ad attendere la conclusione di questa vicenda così paradossale.»

In questi anni abbiamo assistito alle reazioni più disparate e scomposte di fronte alle indagini della magistratura e talvolta anche alle giuste dichiarazioni di innocenza poi corroborate dalle sentenze. Resta da capire però perché (e in base a quale criterio) Lotti dovrebbe pretendere che non si parli di un’inchiesta che, se confermata, risulterebbe essere forse una delle più “alte” e gravi della Seconda Repubblica.

 

(continua su Left)