riforma costituzionale

Grufolano sulla nonna di Renzi e intanto affossano la legge sulla tortura (e il “teorema Zuccaro” non esiste)

Forte questo governo Gentiloni. Ancora una volta, dopo quella brutta legge sulla legittima difesa (che si augurano di aggiustare in quel Senato che volevano abolire) ieri alla Camera sono riusciti a partorire una legge sulla tortura che appena nata ha già infranto parecchi record: non è stata votata dal suo primo firmatario Luigi Manconi (come se un ristoratore servisse nel suo ristorante un suo piatto avvisandovi che farà schifo), ha meritato critiche dalle associazioni umanitarie che si occupano di tortura e dai famigliari dei torturati e, per di più, è riuscita a fare arrabbiare anche le forze di polizia. Un capolavoro di inettitudine. Solo che questa volta è il Senato a confidare nella Camera perché “intervenga con le opportune migliorie”. In tempi di referendum i sostenitori della riforma costituzionale lo chiamavano “ping pong” e invece è banalmente dappocaggine.

Forte anche tutto il can can sul teorema Zuccaro: frotte di politici che si sono buttati a pesce che si doveva “fare chiarezza sulle ONG” dimenticandosi di essere pagati proprio per quello. Quando si sono ripresi hanno messo in piedi un’indagine conoscitiva affidata alla Commissione Difesa che finalmente ha prodotto un risultato: non ci sono inchieste in corso sulle ONG (ma va?) e c’è una sola inchiesta (“conoscitiva”) su alcune persone (non meglio specificate). In sostanza: non esistono al momento attuale elementi che possano farci dubitare di eventuali accordi illeciti tra ONG e scafisti. Balle, insomma. Balle grasse e stupide che hanno riempito la bocca di una manciata di politici pressapochisti che oggi invece rimangono muti.

 

(continua su Left)

Non bastava un sì. E non basta un no. Si riparte.

(dopo un Tour ricostituente lunghissimo e straordinario, dopo una notte che s’è fatta giorno e dopo avere scritto il mio editoriale per Fanpage qui e il mio buongiorno stamattina per Left qui, ecco il pezzo per i Quaderni di Possibile, insostituibili compagni di viaggio. E grazie a tutti quelli che mi hanno ascoltato, domandato, letto e criticato.)

Altro che post-verità. Qui siamo alla post-politica, inondati dall’arroganza di chi nonostante abbia perso non riesce a disinstallarsi la propaganda e rimane arrogante più di prima: mentre Renzi esce di scena (ma è un intervallo, mica la fine) curiosamente nel Paese è rimasta accesa la folta accolita di scherani di chi ha dovuto svegliarsi senza il capo e senza le cavallette, senza voti sul filo di lana e senza crolli di borsa. Lui è uscito ma si è dimenticato di spegnere i suoi, evidentemente.

Non bastava un sì per cambiare l’Italia e non basta un no. Nonostante qualcuno ancora sembra non aver capito la differenza tra un fronte referendario e un fronte politico noi abbiamo passato mesi (e chilometri) a ripetere che il nostro “no” è pieno di sì, di progetti, di contenuti e di idee per un Paese Possibile. Abbiamo rimbalzato le risse entrando nel merito di ciò che non ci piaceva e abbiamo scritto e ripetuto come l’avremmo fatto; abbiamo raccontato quanto fosse indigeribile questa sinistra travestita da destra; abbiamo ascoltato e risposto.

Ora continuiamo. Così. Ripartiamo subito, dal no al noi, per passare dalla difesa della Costituzione alla crescita di una comunità che è viva e che si è cementata in mesi di campagna serratissima. Ripartiamo dall’impegno di seminare un progetto che, nonostante in molti si siano impegnati (e lo faranno ancora) a banalizzare, sta tutto nelle politiche dei nostri comitati, negli studi dei nostri scritti, nelle proposte dei nostri parlamentari e in tutto quello che c’è da fare e che faremo.

Facciamo politica, insomma. La nostra politica, che la Costituzione ha una voglia matta di applicarla piuttosto che revisionarla. E continuiamo a farlo seriamente. Il Tour Ricostituente ora si fa più ricco: c’è da costruire, oltre che difendere. Ed è la parte che preferiamo.

«C’è bisogno di un segnale che, accendendosi, indichi che un limite non può essere superato. Questo segnale è solo il No.» (di Lucia Annunziata)

(di Lucia Annunziata, per Huffington Post, qui)

Nel novembre 2011, in nome della stabilità del paese, viene buttato alle ortiche Silvio Berlusconi, a favore di Mario Monti, senza elezioni. Nell’aprile 2013 si va alle elezioni e Mario Monti non supera l’esame elettorale, senza che però l’incarico di premier vada a nessuno dei due quasi vincitori, né a Bersani né a Grillo. Entra invece Enrico Letta, che non è il campione uscito dalle urne, ma appare più adatto degli altri due ad assicurare la stabilità. La stabilità però è una Musa Inquieta e nel febbraio 2014 butta alle ortiche anche Letta. Entra Matteo Renzi, un politico che al voto parlamentare nazionale non si è mai sottoposto, che passa direttamente da sindaco di Firenze a presidente del Consiglio. In 5 anni 4 premier, di cui 3 mai votati. Cifra da Prima Repubblica.

Se era Stabilità che volevamo abbiamo in realtà prodotto il suo contrario.

Né meglio è andata negli stessi anni in paesi ben più strutturati del nostro. La stabilità invocata, richiesta, organizzata dalle classi dirigenti dell’Occidente come risposta alla crisi montante delle democrazienon ha avuto nessun successo. Lo tsunami di una gigantesca disaffezione e rivolta che attraversa l’Europa, la Brexit Inglese e la vittoria di Trump ne sono la prova inconfutabile. Eppure nessun paese, nessun leader, nessuna classe dirigente ne ha preso finora atto. Men che meno l’Italia.

Al referendum sulla riforma Costituzionale voterò No.

Per spiegare le ragioni di questo No evito di proposito di entrare nel merito delle questioni costituzionali, perché questo voto è innanzitutto un passaggio politico, e non solo italiano. E io sono contraria alle soluzioni che ci vengono proposte. Deboli perché inefficaci.

Alla crisi fra classi dirigenti e cittadini, che serpeggia da anni nelle nostre democrazie, la ricetta che i governi propongono è quella di tentare di limitare le aree dello scontento, di stringere un cordone intorno al dissenso, usando il peso delle relazioni di classe, il peso degli interessi economici, la forza delle strutture pubbliche e, infine, a volte, anche la limitazione del ricorso al voto o, quando è il caso, al referendum, come in Inghilterra e, prima, in Grecia. Nel nome di una bandiera: la stabilità innanzitutto.

Finora la esperienza ci ha detto che questa soluzione non funziona. Eppure, ora che tocca al nostro paese, l’Italia in maniera ostinata e per me sorprendente si è incamminata sulla stessa strada: al No è stato attribuito il solito valore distruttivo, al Sì la funzione positiva, della continuità e della forza istituzionale. In questo senso, come ormai anche chi sostiene il Sì ammette, il referendum è un passaggio squisitamente politico – a dispetto di tutte le discussioni sul contenuto della riforma costituzionale, su cui appunto è quasi inutile a questo punto entrare – il risultato delle urne sarà un giudizio a favore o contro il governo. Una “deviazione” dell’istituto referendario su cui non si può essere d’accordo. Ma che era quasi inevitabile, vista la nostra storia recente.

Nella battaglia contro il “populismo” l’Italia ha, come ricordavo all’inizio, una storia ormai di qualche anno. Dalla caduta di Berlusconi, la classe dirigente del nostro paese ha giocato con il fuoco delle crisi risolte sul filo della soluzioni non istituzionali. Il voto popolare, e la scelta dei premier, come dicevo, sono dal 2011 fuori dalle mani dei cittadini. Questa gestione delle istituzioni non solo ha però aumentato il risentimento popolare contro la politica, ha anche indebolito tutti i premier. Incluso il più forte, il più abile, e spregiudicato dei suoi predecessori, Matteo Renzi, che per arrivare a Palazzo Chigi ha accettato comunque il compromesso di arrivarci senza voto popolare.

All’inizio si è probabilmente illuso che quell’entrata fatta per vie brevi sarebbe stata dimenticata presto a fronte dei suoi successi; e invece, a riprova che le istituzioni contano, la mancanza di elezione popolare ha viceversa intaccato i suoi successi. Quel condizionamento iniziale ha pesato sulle condizioni generali del suo governo: Renzi si è trovato a lavorare con un Parlamento e un potere centrale non scelti insieme a lui, e di conseguenza ha fatto in una maniera esponenziale scelte sempre più irregolari. Ha fatto ricorso a maggioranze occasionali, costruite di volta in volta. Ha dovuto forzare e personalizzare quasi tutti gli appuntamenti più tradizionali, dalle molte fiducie alle scadenze elettorali, dal Jobs Act alle elezioni europee o amministrative, ogni appuntamento ribaltato in un referendum sulla sua persona e sulla forza del suo governo, fino all’ultimo referendum in cui con lui si gioca la testa anche l’Italia.

La debolezza del mancato passaggio elettorale si è riversata infine sulla riforma Costituzionale che giudicheremo. I dubbi di chi dice No oggi in Italia sono fondati nella dinamica delle cose: davvero un lavoro così rilevante come la riscrittura di parte rilevante della nostra Carta può essere fatta nelle condizioni che conosciamo, con maggioranze variabili, forzature, trattative di scambio, in un Parlamento in cui i partiti si sono sgretolati e il cambiamento di casacca è stato sfacciato? Di sicuro si può dire che far fare una riforma Costituzionale a un premier eletto avrebbe assicurato un percorso di scrittura della riforma più trasparente, più corretto, e sicuramente più solido. Evitando il sospetto che essa serva solo a rafforzare qui ed ora il futuro elettorale dello stesso premier.

In altre parole, viviamo da cinque anni in un profondo squilibrio istituzionale, ma invece di affrontarlo, si preferisce, oggi soprattutto per volontà del premier, andare avanti con successive forzature. Nella convinzione, o la speranza, che le prove di forza prima o poi possano piegare lo scontento dei cittadini, o il dissenso.

La formula di questi anni, appunto. Al fianco del Premier infatti è tornata a scendere la classe dirigente di sempre sollevando la paura di sempre – l’instabilità. Juncker e Schaeuble, due che amano Renzi come i bambini le vaccinazioni e che comunque lo difendono, i grandi giornali finanziari, Financial Times e Wall Street Journal, e se una voce sola, l’Economist, dissente si grida al complotto delle forze oscure europee. Quella stessa Europa che però ha aperto una nuova linea di credito all’Italia pur di aiutare il governo. Arrivano, poi, insieme ai mercati, i manager – con Marchionne il 95 per cento dei manager del nostro paese. Per finire con Romano Prodi, che per non mancare all’appello dell’Europa infine si schiera con un premier che pure critica. A proposito di Casta ed Elite, intorno a Matteo Renzi non manca nessuno. È uno schieramento imponente che probabilmente regalerà al Sì la vittoria. Ma aiuterà il paese a fare un passo avanti davvero, come si promette?

La vittoria del Sì darà sicuramente un premier più forte, ma non un paese più solido. Non solo perché la battaglia prima delle urne è stata lacerante, ma soprattutto perché una vittoria ottenuta sulla paura e sulle forzature, come si diceva, aggrava la distanza fra classi dirigenti ed elettori. La vittoria del Sì assicurerà dunque un Renzi più forte, ma non una maggiore stabilità. È questo il “meraviglioso” paradosso che spiega come mai la formula non abbia finora funzionato, in nessun paese dove è stata applicata.

C’è bisogno invece di fermare questa deriva, risettare le priorità e riportare l’Italia a una discussione seria, partecipata, e comunemente accettata, sul suo futuro.

C’è bisogno di un segnale che, accendendosi, indichi che un limite non può essere superato. Questo segnale è solo il No.

Michela Murgia: «voterò NO perché da cittadina mi ripugna il pensiero di fondo che si annida nel cuore stesso della riforma»

Appena ho letto la riforma della costituzione presentata dalla ministra Boschi, ho deciso che avrei votato NO. Al di là delle singole modifiche, i cui pasticci nella teoria e le cui conseguenze nella pratica sono state indicate già dai migliori costituzionalisti, voterò NO perché da cittadina mi ripugna il pensiero di fondo che si annida nel cuore stesso della riforma: che la governabilità (o stabilità) sia un valore inversamente proporzionale alla partecipazione. Rendendo il senato ineleggibile, triplicando le firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare, abbassando il quorum solo se aumentano del 60% le firme per i referendum abrogativi e inserendo la clausola di supremazia, il governo Renzi ci sta dicendo: “più diventa difficile per i cittadini partecipare alle decisioni e meno sono gli organismi di loro rappresentanza, meglio governiamo”.

Chi accusa la proposta di riforma di avere elementi di autoritarismo non sbaglia: se passasse, la riforma consentirebbe al governo di intestarsi un potere enorme a ogni elezione grazie a un ipertrofico premio di maggioranza, e per tutta la legislatura non doversi confrontare più non solo con opportuni contropoteri interni alle istituzioni, ma molto meno anche con i cittadini. Attualmente abbiamo molti modi legittimi di intervenire sull’azione di governo, non solo quello di votare i nostri rappresentanti; ma la modifica del Titolo V – che regola le competenze tra stato e regioni – interverrà pesantemente anche sulla capacità dei movimenti popolari di fare pressione sui propri amministratori, che davanti alle proteste allargheranno le braccia e diranno: non dipende più da noi.

(continua su Left qui)

Ha ragione Prodi. E per questo voterò NO

Dice Prodi che le riforme contenute nella revisione costituzionale del trio Renzi-Boschi-Napolitano “non hanno certo la profondità e la chiarezza necessarie” e chiarisce che molto dipenderà anche dalla “riforma della legge elettorale”.

Sono d’accordo con lui. Completamente. La revisione costituzionale pensata dal governo e caldeggiata da Renzi in ogni dove (e già questo mette i brividi, a proposito di ruoli e responsabilità di garanzia) è una superficialissima accozzaglia (cit.) di meccanismi imperfetti che con l’idea di superare l’esistente non fanno altro che moltiplicare i processi legislativi e spezzettare competenze in modo non chiaro (appunto) e inconcludente.

La differenza tra me e Prodi è che questi motivi mi spingono a votare convintamente no mentre il Professore propende per il sì. Quella che Prodi definisce “una modesta riforma costituzionale” (alla faccia del cambiamento epocale evocato dai sostenitori del sì) in effetti ha la forma di un pollo che pretende di volare.

Dice Prodi che “nella vita è meglio succhiare un osso che un bastone” e ha tutto il diritto di crederlo ma nella vita ci sono temi e momenti che richiedono di tenere la barra dritta, di rifiutare mediazioni al ribasso che sono spesso solo l’introduzione di storture ben più grandi e di prendere una posizione, parteggiare, essere partigiani. Se si fossero accontentati dell’osso al posto del bastone questa nostra Costituzione non sarebbe mai stata scritta e anche per questo mi piacerebbe che non venisse sporcata con approssimazione. La differenza tra me e Prodi forse è la stessa tra chi si accontenta per stanchezza e chi invece non svende al ribasso la speranza. Già, speranza, che scritta così sembra una parola altissima in questa tenzone referendaria ma è solo un problema di nanismo dei protagonisti. Ne sono convinto.

Col “meglio che niente” compro gli spazzolini o scelgo una pizzeria quando si fa tardi ma non tocco la Costituzione. No.

Buon giovedì.

(Questo è il mio buongiorno scritto per Left il 1 dicembre qui. Su Left mi trovate ogni mattina dal lunedì al venerdì. E sul cartaceo, ovviamente, in edicola.)

Nel merito. «Il SI annuncia un futuro radioso, ma lo abbiamo già visto e non è stato bello». Di Walter Tocci

Lepre o papera? Esercizi di percezione prima del referendum (di Walter Tocci, fonte)

La percezione di un oggetto dipende da ciò che il soggetto ha in mente, come mostrano le figure gestaltiche. Qui sotto, chi cerca proprio una lepre riesce a vederla, ma se cambia lo sguardo si accorge che è una papera.

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Tutti gli argomenti portati dal SI nel referendum possono essere visti in modo diverso e perfino opposto.

Rapidità-Lungaggine

Si è promessa una semplificazione, ma si realizza un bicameralismo farraginoso e conflittuale. È il paradosso della revisione costituzionale. Se fosse un vero Senato delle autonomie, i senatori dovrebbero attenersi all’indirizzo della propria Regione. Invece non hanno alcun vincolo di mandato, proprio come i deputati, e di conseguenza si iscrivono ai gruppi di partito anche a Palazzo Madama. Il Senato è prevalentemente un’assemblea politica, e può capitare che abbia una maggioranza ostile a quella della Camera. Infatti, non essendo mai sciolto potrebbe conservare un orientamento politico che invece alle elezioni viene ribaltato nell’altro ramo.

In tal caso si instaura un bicameralismo conflittuale tra destra e sinistra, molto più incerto dell’attuale. Tutte le leggi approvate dalla Camera vengono richiamate dal Senato per poi tornare alla Camera. È davvero una semplificazione? Seppure con tempi definiti, comporta comunque tre passaggi politici, mentre oggi con il vituperato bicameralismo quasi tutte le leggi (80%) sono approvate in soli due passaggi. La presunta navetta è una menzogna raccontata dai politici che volevano giustificare la propria incapacità di governo: il famoso ping-pong riguarda solo il 3% dei provvedimenti.

Inoltre, sulle leggi che rimangono bicamerali se un Senato ostile rifiuta l’approvazione, il governo non è in grado di superare il blocco, avendo perduto lo strumento del voto di fiducia. Non solo, l’attribuzione delle leggi alla categoria di “richiamate” o bicamerali è affidata all’interpretazione dell’articolo 70 che per riconoscimento degli stessi autori è scritto molto male. Si possono generare molti contenziosi in corso d’opera e se i presidenti di Camera e Senato non trovano l’accordo si ferma il procedimento. Anche dopo l’approvazione una legge può essere annullata per difetto di attribuzione dalla Corte Costituzionale, che è costretta a entrare dentro le procedure parlamentari, aprendo un nuovo campo di contenzioso finora sconosciuto. Avevano promesso rapidità e ottengono la lungaggine. Le nuove leggi non si muoveranno con l’eleganza della lepre ma con il passo barcollante della papera. Per una vera riforma del bicameralismo si doveva abolire il Senato e fissare soglie di garanzia per l’approvazione alla Camera delle leggi relative ai diritti di libertà dei cittadini.

Non è mantenuta neppure la promessa del Senato delle Autonomie. Palazzo Madama si occupa dei massimi sistemi – gli accordi internazionali e addirittura la Costituzione – ma ha scarsi poteri proprio sui problemi dei Comuni e delle Regioni. Per chiarirlo bastano alcuni recenti esempi di politica comunale sui tributi locali e sulle aziende municipali. L’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la norma sottoposta al referendum dell’acqua non sarebbero di competenza primaria del Senato. Soprattutto il Senato non ha alcun potere proprio sull’articolo 117 che regola i rapporti tra Stato e Regioni. E tali rapporti saranno ancora più conflittuali. Non è stata infatti abolita la legislazione concorrente. Nella sanità, nell’istruzione, nel welfare, nell’urbanistica esiste ancora la legge cornice dello Stato che delimita la legislazione regionale, ma ha cambiato nome. Prima si chiamava “norme generali” e ci sono voluti dieci anni di sentenze della Corte per precisarne il significato giuridico, tanto che il contenzioso è diminuito. Ora prende il nome di “disposizioni generali e comuni” e ci vorranno altri dieci anni di sentenze per precisarne il significato con una nuova impennata dei conflitti istituzionali.

Su altre materie invece si torna al vecchio centralismo statale che avevamo abbandonato inorriditi ormai venti anni fa. Entra in Costituzione la logica del decreto “Sblocca Italia” che aveva provocato il referendum delle trivelle. Il governo pretende di decidere sulle grandi opere – la Tav, il ponte di Messina, il Mose di Venezia – passando sopra la testa delle comunità locali. Addirittura sulla tutela dell’ambiente il testo è molto confuso. Nella Carta vigente è scritto: tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”. Nel nuovo testo c’è una strana inversione dei termini: “la tutela dei beni culturali; l’ambiente e l’ecosistema”. Quel punto e virgola interrompe il significato della tutela che non riguarda l’ambiente, anche se si può ritenere implicita. Il papa ha dedicato un’enciclica all’ecosistema, qui la questione è indebolita con la punteggiatura.

Al contrario, le vere riforme vengono rinviate. Le Regioni a statuto speciale, ormai prive delle motivazioni della guerra fredda, non solo vengono confermate, ma mantengono la vecchia Costituzione. Dall’Est non vengono più i cosacchi ma i gasdotti; quando arrivano in Friuli decide la Regione, se proseguono in Veneto decide lo Stato. Circa otto milioni di italiani avranno una diversa Costituzione, e la chiamano uniformità.

Infine, viene rinviata la scelta più importante, la riduzione del numero delle Regioni. Eppure era l’unica riforma capace di mutare l’assetto dei poteri locali e di favorire una migliore cooperazione tra Stato e Regioni. Le scelte difficili sono eluse, quelle facili vengono assunte, ma sono realizzate in modo maldestro e raccontate in tono mirabolante

Futuro-passato

Il SI annuncia un futuro radioso, ma lo abbiamo già visto e non è stato bello. Negli ultimi trent’anni il potere legislativo è stato trasferito al potere esecutivo. Non siamo più in una vera democrazia parlamentare, da tanto tempo siamo entrati in un premierato di fatto. Ormai è evidente che il governo legifera e il Parlamento ratifica. Tutto ciò è avvenuto mediante gravi violazioni della Costituzione: deleghe legislative al governo senza specifici indirizzi parlamentari; voti di fiducia ormai settimanali; trucchi procedurali come il maxiemendamento e il voto su articolo unico, senza paragoni nei parlamenti europei; abuso del decreto legge ben oltre la decenza istituzionale. Di quest’ultimo si annuncia il miglioramento ma non viene impedito il vero abuso che consiste nel decretare senza i requisiti di “necessità e urgenza”. Si promette di ridurne l’uso sostituendolo con la legge approvata a data certa. Neppure questo è uno strumento nuovo, esiste già nel regolamento della Camera e di solito viene utilizzato per obiettivi sciagurati; ad esempio servì a Berlusconi per imporre il Porcellum. Non solo, può essere stravolto da un ostruzionismo di maggioranza che ritarda la discussione fino al giorno della scadenza, imponendo il voto in blocco della legge senza emendamenti; d’altronde questo esito era scritto esplicitamente nella prima versione del testo governativo; è stato poi mitigato, ma l’intenzione rimane.

Nei fatti la legge a data certa non sostituirà, ma si sommerà al decreto legge, e insieme renderanno il governo padrone dell’agenda parlamentare. Ma una Costituzione dovrebbe stabilire un equilibrio tra le prerogative della maggioranza e i diritti delle minoranze. A parole questi sono garantiti dallo Statuto delle opposizioni, ma la sua stesura è rimandata al regolamento della Camera, che comunque sarà in mano a chi detiene il premio di maggioranza. Nessuna delle violazioni che hanno già trasferito il legislativo all’esecutivo viene impedita dalla revisione. La legge Boschi, anzi, è una sorta di sanatoria costituzionale; come le cartelle di Equitalia, si mette un velo sul passato e si continua come prima.

La violazione della seconda parte frena l’attuazione della prima parte della Carta. Per ricordarne la grandezza nelle assemblee referendarie ho letto l’articolo 36: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Tutti i cittadini comprendono queste parole semplici e profonde, non hanno bisogno di avvocati per leggerle, a differenza del rompicapo del nuovo articolo 70 che dovrebbe definire i compiti del Senato. Quei principi però sono smentiti nella vita quotidiana di milioni di italiani e soprattutto dei giovani. Eppure non si parla più di attuazione della Costituzione, l’argomento è stato scalzato dall’ossessione della revisione. Nei programmi elettorali non è mai mancato il bicameralismo, ma nessun leader di sinistra ha chiesto i voti alle elezioni per attuare l’articolo 36. E se dovesse essere applicato comporterebbe la cancellazione delle ultime leggi sul lavoro, dalla Treu al Jobs Act.

Diciamoci la verità. Da trent’anni il Paese vive senza la Costituzione, né la prima né la seconda parte. E infatti è stato un trentennio triste. Venendo meno il baluardo della Carta la vita degli italiani è peggiorata: sono aumentate le diseguaglianze, è esplosa la discordia nazionale nella società e nella politica, il potere si è concentrato nelle mai di chi già lo possiede.

Con il SI continua una fantasia del passato. Con il No finisce il trentennio triste e si apre una pagina nuova, certo difficile e non priva di rischi, ma finalmente rivolta al futuro.

Potenza-Impotenza

La promessa di stabilità dei governi è la principale fantasia del passato. Da più di venti anni abbiamo abbandonato la proporzionale e ci siamo dati leggi maggioritarie. Avremmo dovuto già ottenere stabilità e invece nessun governo è riuscito a vincere le elezioni successive. Gli esecutivi hanno ottenuto nuovi poteri ma non li hanno utilizzati per attuare il programma presentato agli elettori, bensì per impadronirsi delle regole e conquistare nuovi poteri senza sapere cosa farne.

Sia a destra sia a sinistra è prevalso lo spirito di parte nel cambiamento della Costituzione (2001 e 2005), della legge elettorale (Porcellum e Italicum), nelle forzature parlamentari (canguri e altre invenzioni), sono stati eletti a colpi di maggioranza i presidenti alla Camera e al Senato e talvolta anche al Quirinale. La potenza politica dei leader mediatici ha prodotto solo impotenza del governo. È un decisionismo delle chiacchiera che non è in grado di organizzare complessi e duraturi processi riformatori nella struttura statale e sociale.

Così è fallito il bipolarismo italiano, perché nessuno dei due poli ha mantenuto le promesse, né la rivoluzione liberista di Berlusconi né il riformismo sociale della sinistra. Tutto ciò ha deluso i rispettivi elettori che, in gran parte, hanno abbandonato le urne. Senza domandarsi le ragioni del rifiuto i partiti sostituiscono gli elettori mancanti con i premi di maggioranza, alimentando così ulteriore astensionismo. Il circolo vizioso conduce a una lacerazione tra democrazia minoritaria e governi maggioritari. Questi hanno i numeri in Parlamento, ma non dispongono degli ampi consensi necessari per realizzare vere riforme.

Gli artifici elettorali danno una sensazione di potenza agli esecutivi, ma presto si rivela la loro impotenza a causa del distacco dal paese reale. La governabilità è come il coraggio di Don Abbondio, se uno non ce l’ha, nessuno glielo può dare. L’ossessione delle riforme istituzionali ha smarrito una semplice verità. Per governare un paese ci vuole progetto ambizioso, una classe dirigente autorevole e un vasto consenso popolare. Poi possono aiutare anche piccoli rinforzi istituzionali, ma non riescono a surrogare l’impotenza dei governi. Eppure da trent’anni la classe politica rimuove le proprie responsabilità attribuendo la colpa al bicameralismo. La vittoria del NO ristabilisce le priorità. Il primo problema del paese è costringere la classe politica a rinnovare se stessa lasciando in pace la Costituzione.

Unità-Discordia

Una riforma costituzionale dovrebbe essere l’occasione per rafforzare l’unità del Paese. E invece mai si è vista una discordia nazionale così lacerante. Non ne avevamo proprio bisogno in un momento tanto difficile per l’Italia e per l’Europa. È stato un grave errore di Renzi scommettere le sorti del governo sul cambiamento costituzionale, addirittura tentando un referendum sulla propria persona. Mi piace pensare che si sia accorto dell’errore.

Con qualsiasi risultato questa revisione costituzionale è senza futuro. Anche se vincesse il SI, sarebbe un legge di parte e non di tutti. Se in futuro verrà un altro governo, pretenderà di riscrivere la Carta a suo piacimento. Da venti anni la Costituzione è in balia della maggioranza di turno, prima a sinistra con il Titolo V e poi a destra con la revisione di Berlusconi. Se vince il NO, si mette fine a questa misera pretesa di modificare la Carta secondo interessi politici contingenti. L’impegno a superare lo spirito di parte era già scritto nel manifesto fondativo del PD del 2007, la carta costituente del partito, ma è stata dimenticata, come la Carta della Repubblica.

Nelle ultime ore scatta l’allarmismo. Si teme la crisi di governo nel caso di vittoria del NO, invece è molto probabile che Renzi rimarrà a Palazzo Chigi, pur avendo già annunciato le dimissioni. Non sarebbe la prima volta che cambia idea. Aveva detto “stai sereno, Enrico” e poi lo ha sostituito; aveva promesso “mai al governo senza investitura popolare” e invece è ricorso a una manovra di Palazzo. Anche stavolta avrà la flessibilità per uscire dalla contraddizione. Saprà correggere l’errore con il quale ha messo in pericolo il governo sul referendum.

L’establishment si è mobilitato per approvare la revisione costituzionale, anche se alcuni ammettono che è scritta male. Lor signori sentono per istinto che il cambiamento consente di fare meglio le cose di prima.

Con la stessa naturalezza i ceti popolari avvertono che la Costituzione è dalla loro parte. È un sentimento profondamente radicato nella società italiana, ma via via ignorato dal ceto politico che si trastulla con le riforme istituzionali.

Nella storia repubblicana i referendum sono stati i momenti della meraviglia, quando cioè nello stupore generale la saggezza popolare si è rivelata più avanti rispetto alle angustie e alla miopia delle classi dirigenti.

Andò così con il primo: si diceva che le donne avrebbero fatto vincere il Re, e invece il voto delle donne fu decisivo per fondare la Repubblica. E poi nel ’74: con il divorzio la maturazione civile travolse le titubanze della classe politica di sinistra. Nel 2006 la mobilitazione spontanea degli elettori sommerse con una valanga di NO la legge Berlusconi. E infine nel referendum sull’acqua, dopo trent’anni di liberismo, nell’inconsapevolezza della politica di sinistra, il popolo indicò nei beni comuni l’unica risorsa per uscire dalla crisi.

Anche il referendum di dicembre sarà il momento della meraviglia. Si scoprirà che la saggezza popolare desidera prima di tutto l’attuazione della Costituzione e vuole mettere fine al suo trentennale stravolgimento.

Come nel libro di Isaia il viandante chiede: “Sentinella, quanto dura la notte?” Il 5 dicembre la sentinella inaspettatamente risponderà che la notte è finita, e comincia un nuovo giorno.

Se questo è un costituente: Barani (ALA)

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(il ritratto di Lucio Barani, di Lanaro e Petrini)

Una volta, in Aula, al Senato, si era già paragonato a Giacomo Matteotti, il deputato socialista ammazzato dai fascisti. “Anche Matteotti venne ucciso – urlò rivolto al presidente Piero Grasso – vorrà dire che verrò ucciso anche io per aver parlato”. Grasso lo guardò incredulo, interdetto: “Ma chi è che la minaccia, scusi?”. Oggi invece tocca a Piero Calamandrei essere accostato a Lucio Barani, capogruppo dei verdiniani di Ala al Senato, la cintura di sicurezza del governo Renzi. Il senatore lunigiano si definisce infatti il “New Calamandrei“, così, all’inglese, e non si capisce perché. Detesta Prodi, il Sì del Professore gli dà fastidio: “A noi socialisti non fa piacere”. Anzi, secondo lui l’uscita del fondatore dell’Ulivo è “un’autorete che annulla il vantaggio dato da Mario Monti quando ha dichiarato che voterà No. Dobbiamo recuperare in questi due giorni”.

Subito prima si era toccato i gioielli e nel frattempo gonfia il petto: “Abbiamo scritto una pagina di storia perché senza di noi non c’era il referendum”. “Noi”, Ala, il pezzo di Nazareno rimasto con il Pd e la maggioranza a votare le riforme costituzionali e non solo. “Noi, gli indispensabili”: una frase che ricorre spesso nel vocabolario verdiniano: “La legge passerà grazie a noi: in 19 sosterremo e voteremo le unioni civili” disse per esempio Vincenzo D’Anna, suo collega di partito e protagonista delle performance di Ala. E’ grazie ai consigli di Barani, che nella vita farebbe il medico dello sport, che D’Anna perse diversi chili grazie a una dieta speciale.

E erano insieme, uno accanto all’altro, Barani e D’Anna, in un voto decisivo sulla riforma costituzionale, mentre il primo mimava una fellatio rivolto alla senatrice dei Cinquestelle Barbara Lezzi. D’Anna lo difese parlando di un “fallo di reazione”. Per giustificarlo volle rassicurare i colleghi senatori che Barani “non è uno psicopatico”, anzi, è “un medico, una persona perbene, non uno che frequenta trivii e angiporti”. Pochi giorni dopo circolò un altro video in cui D’Anna poco prima o poco dopo il gesto di Barani, si indicava le parti intime, sempre con gli occhi rivolti ai banchi del M5s.

Ala è stata decisiva, se non indispensabile, nel percorso di approvazione della legge Boschi. “Sono orgoglioso – dice Barani – di far parte di un gruppo che ha permesso agli italiani di andare a votare il 4 dicembre”. Barani. Senatore dopo essere stato deputato, sempre con Berlusconi. Berlusconiano dopo essere stato ultrasocialista, sempre con Craxi. Prima di essere il capo dei senatori verdiniani, era noto quasi solo per questo: per tenere sempre il garofano nel taschino. Il giorno dei 15 anni dalla morte del leader socialista ad Hammamet (gennaio 2015) indossò una maglietta con scritto “Je suis Craxi“: erano passati 11 giorni dalla strage nella redazione di Charlie Hebdo. A Aulla, in Lunigiana, dov’è stato sindaco, ha fatto erigere una statua in onore di Benedetto detto Bettino.

Sindaco di Aulla prima e Villafranca in Lunigiana poi. Indagato per corruzione perché, secondo l’ipotesi dei magistrati, assicurò controlli più blandi su un’operazione di bonifica in una discarica in cambio di cene, vino e un’assunzione. A processo per disastro e omicidio colposo plurimo per l’alluvione in Lunigiana nel 2011: secondo i magistrati (che lui ebbe a definire “belve feroci assetate di sangue di politici”) dette l’ok a troppi permessi edilizi, anche a case e scuole nell’alveo del fiume Magra. Condannato dalla Corte dei conti per una storia di doppi rimborsi: presenziava e si faceva rimborsare da parlamentare e da sindaco. Quando i giornali gli chiesero di spiegare, rispose definendo il pm che lo indagò “comunista”. Siccome era contrario all’allungamento della prescrizione nel 2015 firmò tre emendamenti provocatori che prevedeva che i responsabili di reati contro la Pubblica amministrazione doveva essere sottoposto a fucilazioni di piazza, esposizione al pubblico ludibrio e anche alla pena di morte. “Sono un medico – spiega al fatto.it – La giustizia è malata e il mio compito è guarirla”.

Fino all’ultimo minuto, al più minuscolo dubbio

(scritto per I Quaderni di Possibile qui)

Gli esperti di comunicazione televisiva e pubblicitaria sanno bene che un acquisto compulsivo nasce dall’esigenza impellente agitata per bene a pochi metri dal bancone espositivo. Non ci dovrebbe interessare occupandoci di politica e ancor di più trattando di un referendum che ha come oggetto una revisione costituzionale ma in un’epoca di turbo promesse e bullismo lessicale anche la campagna referendaria è finita in una china commerciale. Niente di nuovo, sotto al sole.

Con il nostro Tour Ricostituente abbiamo attraversato il Paese in tutte le direzioni, abbiamo volantinato sotto qualsiasi condizione meteo, abbiamo pazientemente svitato le bugie della propaganda, abbiamo studiato, abbiamo preparato la cassetta degli attrezzi per chi vuole approfondire, siamo scesi nei dettagli delle leggi e delle funzioni, abbiamo resistito agli insulti e ancora oggi siamo con il baule pieno e la valigia chiusa per questi ultimi due giorni di campagna.

Due giorni per chi fa politica tutti i giorni praticandola sono due giorni. Semplicemente. Gli ultimi due giorni per chi si è prostituito alla politica degli spot invece sono il momento cruciale per provocare il voto compulso. La voce della propaganda nelle prossime ore si farà sempre più fragorosa e becera, in linea con la spinta di chi irresponsabilmente tratta questo referendum come uno squallido all-in sul tavolo di poker.

Resistiamo lucidi e vigili. Moltiplichiamo le energie e non lasciamo impunita nessuna bugia tossica: nel web, al bancone del bar, tra le scrivanie dell’ufficio o sul tram che ci porta a casa ogni persona a cui offriamo risposte è un voto consapevole e ogni persona consapevole vota no a questo pasticcio di revisione costituzionale. Oltre a contarci così cominciamo a contare. Buoni ultimi due giorni di campagna a noi. Tutti.

La scheda per il Senato mostrata da Renzi è un imbroglio: lo dice Fornaro, il senatore PD della proposta di legge

Renzi smonta una bufala partorendone una enorme. Del resto è la linea di questa campagna referendaria che per lui e i suoi sodali si è trasformata nell’ennesima puntata di una campagna elettorale permanente. Dice Renzi che i senatori saranno eletti dai cittadini (falso) e mostra una scheda elettorale (falsa) per dimostrarci le modalità (false) di elezione (falsa). E da chi viene smentito? Da Federico Fornaro (senatore PD) che insieme a Chiti è proprio il primo firmatario della proposta di legge sull’elezione dei senatori-consiglieri regionali. Dico, serve altro? Ecco qui l’articolo l’intervista a Fornaro:

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Nel merito. Il sì che chiude, il no che apre. Di Ida Dominijanni.

Meno cinque al fatidico 4 dicembre, e stando a quel che passano governo e mezzi d’informazione non è chiaro su che cosa stiamo per andare a votare. Sul governo? Sullo spettro a 5 stelle che incombe? Sullo spread? Sui diktat dei mercati? Sui desiderata della Bce, di Angela Merkel, di Marchionne, del Financial Times, dell’Economist? Sull’eterogeneità dell’“accozzaglia” per il no e sulla rassicurante omogeneità della coalizione Renzi-Verdini per il sì? Sul precipizio oscurantista e il “rigor mortis” – giuro che l’ho letto – in cui ci butterebbe il no e sul sol dell’avvenire che risorgerebbe con il sì? Sul tripudio che ci prende ascoltando le istruzioni per il voto di Vincenzo De Luca, che il governo premia invece di scomunicarlo e che i talk titillano perché lui è fatto così e un po’ di political uncorrectness stile Trump anche in Italia non guasta?

Mai un voto, a mia memoria, è stato sottoposto a pressioni così esagitate, improprie e depistanti: più che una campagna referendaria sembra una nobile gara a chi ci tratta meglio da stupidi. Contro questo depistaggio sistematico e rumoroso non resta, in quest’ultima settimana, che tenere bassi i toni e dritta la barra. Intanto: si vota su una proposta di revisione – o meglio, di riscrittura: 47 articoli su 139 – della Costituzione, che a onta di chi la sta bistrattando come l’ultima delle leggi ordinarie resta il patto fondamentale che ci unisce, o dovrebbe. La posta in gioco è abbastanza alta per esprimersi su questo, e solo su questo. Sì o no?

Io dico no, per ragioni di merito e di metodo, e per una terza ragione, di valutazione storica. Comincio dalle ragioni di merito. Primo, con la riforma il bicameralismo non finisce ma resta, non più paritario ma in compenso molto confuso. Il senato non sparisce ma non sarà più elettivo. Non diventa affatto un senato delle autonomie, espressione dei governi regionali e con competenze sul bilancio, ma una camera di serie b, composta da consiglieri regionali e sindaci scelti su base partitocratica, i quali tuttavia, pur privi di legittimazione elettorale, avranno competenze su materie cruciali come i rapporti con l’Unione europea e le leggi costituzionali e potranno richiamare le leggi approvate dalla camera per modificarle. Secondo, la riforma del titolo V, invece di correggere quella malfatta nel 2001 dal centrosinistra, la rovescia nel suo contrario: da troppo regionalismo si passa a troppo centralismo, con la clausola di supremazia dell’interesse nazionale che tronca in partenza qualunque opposizione dei comuni e delle regioni a trivelle, inceneritori, grandi opere, centrali a carbone e quant’altro: se il governo li considera “di interesse nazionale” e ce li pianta sotto casa ce li teniamo.

Terzo, combinata con l’Italicum (che è la legge elettorale vigente, e non è affatto detto che cambierà se vince il sì, nonostante le promesse di Renzi in questo senso, prese per buone da una parte della minoranza Pd) la riforma istituisce di fatto (ma senza dichiararlo, come almeno faceva la proposta di riforma Berlusconi del 2005) il premierato assoluto: maggioranza dell’unica camera titolare del voto di fiducia al partito che vince le elezioni, in caso di forte astensione anche con un misero 25 per cento del corpo elettorale; ulteriore incremento del potere legislativo del governo e del capo del governo. E non bastasse, elezione del presidente della repubblica in mano al partito di maggioranza a partire dalla settima votazione, in caso di assenza di una parte dell’opposizione. Detto in sintesi, il cuore della riforma sta in un rafforzamento dell’esecutivo e del premier a spese del parlamento e della rappresentanza, in un accentramento neostatalista a spese delle istituzioni territoriali, in una lesione del diritto di voto dei cittadini: il contrario di quello che una buona riforma dovrebbe fare.

Passo alle ragioni di metodo, per me perfino più decisive di quelle di merito. Questa riforma è nata male e cresciuta peggio. È nata da un’indebita avocazione a sé, da parte del governo, di un potere costituente che non è del governo, ed è stata approvata – a base di minacce di elezioni anticipate, sedute notturne, canguri e dimissionamento dei dissidenti – da una maggioranza parlamentare risicata e figlia, a sua volta, di una legge elettorale dichiarata illegittima dalla corte costituzionale. Dopodiché è stata brandita dal presidente del consiglio come una personale arma di autolegittimazione e di sfida degli “avversari” – “parrucconi”, gufi, “accozzaglie” e quant’altro – sulla base dell’unica benzina che muove la macchina renziana, cioè della parola d’ordine della rottamazione, applicata anche alla carta del 1948. Una riforma profondamente e programmaticamente divisiva del patto fondamentale che dovrebbe unire: è questa la contraddizione stridente che minaccia il cuore stesso del costituzionalismo, e ricorda il sovversivismo delle classi dirigenti di gramsciana memoria. A quanti e quante votano sì tappandosi il naso, per paura delle eventuali conseguenze destabilizzanti di una vittoria del no, vorrei sommessamente chiedere di non sottovalutare la ferita difficilmente cicatrizzabile che potrebbe invece conseguire da una vittoria del sì, ovvero dall’approvazione di una costituzione non di tutti ma di parte.

Non è l’unica contraddizione che accompagna questo referendum: ce n’è un’altra, più promettente. Presentata come una svolta radicale, e corredata dal lessico che da mesi ci bombarda incontrastato da tutti i media – innovazione vs conservazione; decisione vs consociazione; velocità vs paralisi; semplificazione vs complessità – la riforma Renzi-Boschi in realtà non innova ma conserva, e non apre ma chiude un ciclo. Sigilla – o ambisce a sigillare – il quarantennio dell’attacco neoliberale alle democrazie costituzionali novecentesche, racchiuso tra il rapporto della Trilateral per la “riduzione della complessità” democratica e l’attacco della JP Morgan contro le costituzioni antifasciste dei paesi dell’Europa meridionale. La storia del revisionismo costituzionale italiano, dalla “grande riforma” vagheggiata da Craxi a quella bocciata di Berlusconi a molte delle stesse ipotesi del centrosinistra, è accompagnata dalla stessa musica: più decisione e meno rappresentanza, più governabilità e meno diritti, più stabilità e meno conflitto. E malgrado le grandi riforme della costituzione siano state fin qui respinte, questi cambiamenti sono già entrati ampiamente, e purtroppo, nella nostra costituzione materiale (nonché in quella formale, come nel caso del pareggio di bilancio).

Renzi ha ragione, dal suo punto di vista, a dire che finalmente può riuscire a lui quello che ad altri non è riuscito: costituzionalizzare il depotenziamento già avvenuto della nostra democrazia. Per questo il sì chiude un ciclo, mentre è solo il no, con tutti i suoi imprevisti, che può aprirne uno nuovo. Basta partecipare a uno solo degli incontri sul referendum che pullulano ovunque in questi giorni per capire quanto questo sentimento sia vivo nella generazione più giovane, che della costituzione parla al di fuori della narrazione ripetitiva degli ultimi decenni.

(Ida Dominijanni per Internazionale qui)