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Sicilia

In Italia 13mila infetti, ma gli “untori” sono i migranti: signori, gli sciacalli sono tornati

Seguitemi un secondo: in Italia in questo momento ci sono 13.179 persone ufficialmente positive al Covid-19. 13.179 persone che sono potenzialmente infettive e pericolose per la salute pubblica. In Lombardia, tanto per fare un esempio partendo dalla regione più colpita, sono 8.004 di cui ben 7.813 in isolamento domiciliare. Avete letto bene: in Lombardia 7.813 persone sono a casa propria (o in una struttura messa a disposizione) a convivere con il virus e si spera che tutte le 7.813 persone rispettino l’isolamento e non scorrazzino in giro, non mettano nemmeno il naso fuori dalla porta visto che è dal naso che il Coronavirus prolifica e si moltiplica.

In Piemonte quelli in isolamento domiciliare riconosciuti positivi sono 859, in Emilia Romagna sono 1.077 e, per andare sulle regioni meno colpite, in Campania sono 233, in Sicilia 118, in Abruzzo 128 e in Calabria 53. Tutti numeri di cui la politica nazionale e la stampa parla poco o quasi niente: in effetti sono numeri risibili rispetto a quello che abbiamo passato nei mesi peggiori e del resto si spera che i controlli e il senso di responsabilità prevalgano, sempre. È bastato vedere quanto si sia arrabbiato il presidente della Regione Veneto Luca Zaia quando un suo cittadino, con i sintomi Covid, ha deciso allegramente di partecipare a feste, compleanni e funerali fregandosene di tutto e di tutti e mettendo a rischio decine di persone.

La situazione è molto delicata e anche un’equilibrata narrazione (da parte dell’informazione e della politica) può evitare allarmismi e troppa leggerezza, tenendo quel sottile equilibrio che permette di non trasmettere fobie ma allo stesso tempo di tenere alta la guardia sui pericoli della pandemia.

Bene, ora andiamo a Roccella Jonica, Calabria, dove tra alcuni migranti sbarcati sono stati trovati 28 positivi al Covid che proprio in queste ore sono stati distribuiti sul territorio. Anche questa è una soluzione delicata: bisogna garantire sicurezza ai cittadini e bisogna organizzare un isolamento che garantisca sicurezza a tutti. Ora provate ad ascoltare come questi 28 (paragonati ai numeri generali) siano raccontati da certa stampa e da certa politica. Ricordatevi anche che in Italia, purtroppo, è iniziata la pandemia occidentale e ricordatevi per quante settimane siamo stati noi gli untori agli occhi del mondo. È il solito caos strumentale su alcune situazioni particolari che non tiene conto della situazione generale. È il solito sciacallaggio che riformula la realtà per un pugno di voti. E ancora una volta ci ricadiamo.

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De Luca vi fa ridere? La sua violenza verbale fa male alla sinistra ed è un regalo a Salvini

Sì, fa un sacco ridere Vincenzo De Luca e tutta la rete è inondata dei suoi video che ormai funzionano come passatempo e sfogatoio. Quello in cui definisce più volte “Neanderthal” Salvini e lo apostrofa con “ha la faccia come il suo fondo schiena per altro usurato” ha fatto il giro del mondo. Bravo De Luca: ottimi tempi teatrali, ottima mimica del disgusto, ottima finzione di non essere volgare pur riuscendo a essere volgare e tutta quella posa da attore consumato di chi sa benissimo che la sua conferenza stampa è il cartoccio in cui infilarci quel minuto buono per essere ritagliato e diventare terribilmente popolare.

Dall’altra parte quell’altro, Salvini, ovviamente si butta nel fango e risponde colpo su colpo, la guerra di bassezze è il suo habitat naturale, l’ha reinventato lui in questi ultimi anni di social come ring e quindi non serve nemmeno citare il fatto che l’ex ministro dell’interno contrapponendo i “napoletani” agli “italiani” e a suo seguito Giorgia Meloni che risponde con un agguerittisimo “vispa Teresa” ai danni di De Luca. Sì, fa un sacco ridere da fuori vedere questi leader che si comportano come la gente della strada (che è la formula magica con cui in questi anni si giustifica la merda verbale che siamo costretti a sopportare) ma se gratti sotto sotto ai siparietti di De Luca, se gli togli i suoi “cinghialoni” e i “lanciafiamme” che vorrebbe usare per difendersi dal virus (con le solite iperboli guerresche di matrice trumpiana che solleticano meravigliosamente gli intestini degli incazzati), scopri che al di là della simpatia manca la politica.

Che manchi la politica, pensandoci bene, è anche uno degli aspetti secondari: intossicare e abbassare il livello di ecologia lessicale significa soprattutto costruire l’ambiente perfetto perché certa politica continui a essere così bassa, così fetida, così vuota da continuare a allevare tutto il veleno che continua a colarci addosso. De Luca è il prototipo perfetto di nemico di Salvini perché Salvini continui a esistere e prosperare e soprattutto perché il salvinismo possa trovare sfogo in tutte le sue diverse declinazioni (più forbito quello di De Luca, più crasso quello di Matteo) annullando di fatto il dibattito leale e pulito che dovrebbe concorrere a migliorare la vita dei cittadini, al di là degli slogan. E quindi un bravo a De Luca, lanciato nella sua seconda carriera di influencer. Chissà se si rende conto di quanto costino in termini di vivibilità del dibattito politico le sue bravate lessicali.

Leggi anche: 1. Calenda a TPI: “Gli Stati Generali sono inutili. Il piano Colao era buono, il governo l’ha svalutato senza motivo” (di Luca Telese) / 2. Mancata zona rossa, Crisanti sarà il super consulente della procura di Bergamo: “Ora voglio scoprire la verità” (di Francesca Nava e Veronica Di Benedetto Montaccini) / 3. Esclusivo TPI: Fontana e Gallera in centro a Roma senza mascherina. “Cancellate quelle foto” (di Selvaggia Lucarelli)

4. Nelle acque di scarico di Milano e Torino c’erano già tracce del Coronavirus a dicembre 2019: lo studio dell’Iss / 5.  I pronto soccorso in Sicilia? Da oggi li gestisce la Lombardia. Alla faccia del flop sul Covid / 6. Esclusivo: per un vuoto normativo il Governo ha “regalato” 1.800 euro di bonus ad arbitri volontari non professionisti

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Così la Lega di Salvini cerca voti al sud

Giuseppe Pipitone scrive un articolo che spiega nel dettaglio l’indagine che vede coinvolti esponenti leghisti in Sicilia ed è un desolante siparietto:

Il fratello conosciuto, quello con i voti, non si poteva candidare a causa di una condanna passata in giudicato. Il suo partito, però, quel bottino di preferenze non voleva perderlo. Un bel problema se fai il leader della Lega e sei chiamato a dimostrare per la prima volta che anche il più nordico dei movimenti può prendere voti in Sicilia. Come fare, dunque, per superare quell’ostacolo insormontabile? Con un trucco degno di Luigi Pirandello: lo scambio di persona. Candidi l’altro fratello, quello sconosciuto e senza voti ma con lo stesso cognome del politico. Lo tieni nascosto, stampi volantini senza foto e senza nome di battesimo e in giro a fare campagna elettorale va quell’altro, quello che i voti li ha. E alla fine li prende, seppur con l’inganno.

Il trucco alla Pirandello e i leader della Lega – C’è una storia paradossale al centro dell’inchiesta per voto di scambio della procura di Termini Imerese. Una vicenda che sembra scritta proprio dall’autore di Uno, nessuno e centomila e che ha portato i pm a contestare ad alcuni indacati anche l’ipotesi dell’attentato ai diritti politici del cittadino. Nella carte dell’indagine gli inquirenti parlano di “una campagna elettorale fatta di menzogne, inganni e promesse di utilità di diverso tipo che ha fortemente alternato il gioco politico”. Ai domiciliari sono finiti i fratelli Salvino e Mario Caputo. Il primo è un ex consigliere regionale del Pdl, noto per essere stato il primo politico decaduto a causa delle legge Severino a causa di una condanna in via definitiva a un anno e cinque mesi per tentato abuso d’ufficio. Da sindaco di Monreale, infatti, aveva cercato di far cancellare alcune multe al vescovo della zona. Poi fulminato dal verbo di Alberto da Giussano, Salvino Caputo è diventato coordinatore in provincia di Palermo del movimento Noi con Salvini, cioè la costola siciliana della Lega, che alle ultime elezioni regionali ha candidato – senza eleggerlo – suo fratello Mario. L’inchiesta siciliana, dunque, è una bella tegola per il partito di Matteo Salvini, fresco di espansione al sud del suo partito. Soprattutto perché coinvolge direttamente anche i due luogotenenti isolani dell’aspirante premier: Alessandro Pagano e Angelo Attaguile. Entrambi ex deputati del Pdl, hanno poi aderito al Carroccio che li ha ricandidati alle politiche con alterne fortune: Pagano è stato rieletto a Montecitorio, Attaguile, invece, è rimasto fuori. Oggi sono entrambi indagati a piede libero. Il gip li definisce “istigatori nei confronti dei quali si procede separatamente”.

Le intercettazioni: “Non possiamo perdere 7mila voti” – A inguaiarli, come spesso accade, è il telefono. Non il loro, però, visto che sono parlamentari. A essere intercettato è invece il cellulare di Salvino Caputo, che nel settembre del 2017 sta preparando la sua ricandidatura all’Assemblea regionale siciliana. C’è un problema, però: quella condanna definitiva. E soprattutto il fatto che si è visto rigettare l’istanza di riabilitazione. Per questo motivo chiama Pagano. È il 29 settembre del 2017, la vigilia delle elezioni in cui la Lega avrebbe eletto il suo primo consigliere in Sicilia e il deputato del Carroccio non vuole perdere i voti di Caputo.  “Senti tu mi devi fare una cortesia. Noi non possiamo perdere settemila voti, seimila voti, non meno di questo, e buttarli al macero. Se oggi salta questo, noi perdiamo in termini di credibilità. Non esiste: scusami lo abbiamo costruito in sei mesi e ora sul traguardo…Male che va tu candidi tuo figlio“, suggerisce Pagano a Caputo per poi spiegare meglio la sua strategia. “Io so già la soluzione qual è: Caputo senza fotografie, e Gianluca – come si chiama tuo figlio – detto Salvino. Punto e basta. Funziona così”. In pratica basta che Caputo candidi suo figlio, faccia stampare manifesti senza fotografie e il gioco è fatto.

“Candida tuo figlio col tuo nome” – Un escamotage che sarebbe stato benedetto anche da Attaguile. “Io ho parlato con Alessandro – dice al telefono il coordinatore della Lega in Sicilia orientale – La soluzione che ha posto lui è ottima. Candidare tuo figlio mettendoci il nome Salvino”. Alla fine, in realtà Caputo candiderà il fratello Mario, inserito in lista con una postilla: sostiene di essere conosciuto anche con l’appellativo di Salvino, cioè quello che in realtà è il nome del fratello. “Tieni conto che molti sapranno che sono io il candidato, perché non è che tutti sono raggiungibili o tutti sanno che io non mi candido: si gioca sull’equivoco”, dice il politico incandidabile in un’altra intercettazione. “All’esterno chi non lo sa? Lì c’è scritto Caputo. Non è che c’è la foto. La gente fuori non lo deve sapere. Non glielo dobbiamo spiegare”, dicono invece alcuni dei suoi portatori di voti. In pratica gli elettori andranno a votare Mario Caputo convinti di sostenere invece il fratello Salvino. Il quale a sua volta avrà mantenuto in famiglia il seggio a Palazzo dei Normanni.

Il candidato che non doveva incontrare gli elettori – E in effetti il trucco funziona. “In numerosi comuni della provincia di Palermo – dicono i pm  – Salvatore Caputo si presentava al corpo elettorale come se fosse lui e non il meno conosciuto fratello Mario, il reale candidato. Pertanto lo scorso 5 novembre gli elettori si sarebbero recati alle urne convinti di avere espresso la propria preferenza per Salvatore Caputo”. Il segreto è tenere quanto più possibile nascosto Mario Caputo, il vero candidato. Come quando a Termini Imerese è fissato un grosso incontro elettorale con più di 200 persone. “Alla domanda del fratello se occorresse la sua presenza- annotano gli investigatori – Caputo rispondeva che non era necessario”. Il candidato non doveva incontrare i suoi elettori, che altrimenti avrebbero potuto capire tutto. “Detto Salvino è un modo per non perdere voti. Ci sono nei paesi persone che non sanno che non sono io il candidato, sono convinti che sono io. E quindi vanno a scrivere Salvino Caputo, che faccio ci perdo voti?”, dice ancora al telefono l’ex consigliere regionale. “Giocando sull’equivoco scaturito dal cognome Caputo e dall’appellativo Salvino, sul fatto che nei piccoli centri la gente fosse poco informatae fosse dotata di minori strumenti, gli odierni indagati hanno posto in essere condotte fortemente censurabili non solo dal punto di vista etico, ma anche dal punto di vista penale avendo, avendo tratto d’inganno i cittadini chiamati ad esercitare i propri diritti politici”, spiegano gli inquirenti. Tutto questo, però, non è bastato per conquistare uno scranno a Palazzo dei Normanni: a Mario Caputo detto Salvino, infatti, andarono meno di 2.500 voti. Troppo pochi per essere eletti. Abbastanza, invece, per reclutare nuove seguaci della Lega in Sicilia.  ““L’unica strada – diceva un sostenitore di Caputo –  è Salvino, Salvini a livello nazionale e Salvino a regionale”. E poco c’è mancato che dopo aver candidato il fratello utilizzando il suo nome, Caputo non lanciasse un nuovo partito: Noi con Salvino.

(fonte)

La Sicilia è tutta un tramonto

C’è il tramonto di Renzi (si può dire?) che nel giro di qualche ora è passato dall’essere presunto leader del Pd che avrebbe finto “suo malgrado” di allearsi poi con un pezzo di centrodestra e che invece adesso in un’eventuale (pessima) coalizione del genere per avere la maggioranza in Parlamento varrebbe come un Salvini qualsiasi, pronto a fare il cameriere di Silvio.

C’è il tramonto, ancora, dei presentabili a favore di quegli altri. Tanto per fare nome: Luigi Genovese, brillante ventunenne che ha nel curriculum il fatto di essere figlio di quel Genovese ex Pd condannato a undici anni per associazione a delinquere, frode fiscale, truffa, riciclaggio e peculato e che è passato in scioltezza dal Pd a Forza Italia, si è preso 17.000 preferenze. Riccardo Savona (coinvolto in un maxi sequestro di beni che per la Procura appartenevano al boss Matteo Messina Denaro) è stato eletto nel suo collegio. Anche il vecchio amico di Matteo Messina Denaro, Giovanni Losciuto, diventerà consigliere regionale. E addirittura Antonello Rizza (arrestato in campagna elettorale) è riuscito a raccogliere preferenze.

C’è il tramonto del buon gusto dei renziani incattiviti che addossano la sconfitta a Pietro Grasso come un bambino può ripetere “non ho fatto niente”. Hanno mollato la sinistra per Alfano e ora si ritrovano Alfano. Solo Alfano. E se ne lamentano.

Poi c’è il tramonto dei votanti, che fa degli astenuti il primo partito d’Italia. E mentre ci si scanna per spostare ognuno la propria piccola parrocchia il partito di maggioranza è lì fuori, anche se non sembra interessare a nessuno.

Buon martedì.

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Le analisi post voto in Sicilia

Se andrà bene.

«La Sicilia da sempre è stato laboratorio politico dello scenario nazionale e per questo siamo molto soddisfatti della fiducia che i siciliani ci hanno accordato. Questa è anche la risposta a chi per troppi mesi ha continuato a sottovalutarci o a darci per “finiti”. Ripartiamo dall’isola per trovare lo slancio che ci porti alle prossime elezioni politiche: la gente ha dimostrato di desiderare un cambiamento che sia reale. C’è voglia di futuro e credo che noi abbiamo tutte le carte in regola per interpretarlo».

(Poche correzioni, nel caso. Per il centrodestra aggiungerci “i danni di questo governo alla fine sono arrivati al pettine” mentre per il centrocentrocentrocentrosinistra ci sta un “i siciliani hanno colto lo sforzo del governo e di questi ultimi anni, nonostante l’opera dei gufi”)

Se andrà male.

«Abbiamo detto fin da subito che il caso Sicilia è troppo particolare per essere considerato un test nazionale. Riflettiamo sul risultato, certo, ma proseguiamo spediti per la nostra missione che è quella di liberare l’Italia dai populismi e riportarla nel posto che le compete in Europa. Ci sono aspetti positivi assolutamente insperati, vedi il raddoppio dei voti a Lercara Friddi. Forse la Sicilia resta ancora una realtà troppo particolare per intercettare il cambiamento. Svolgeremo seriamente il nostro ruolo di opposizione e aiuteremo gli amici siciliani quando saremo alla guida del prossimo governo».

(Poche correzioni, nel caso. Per il centrodestra aggiungerci «poi, a differenza dei nostri avversari, preferiamo non fare allusioni ai potentati e agli interessi occulti che hanno portato i nostri avversari a questo risultato. Ma siamo garantisti”. Per il centrosinistra “sarebbe interessante analizzare i potentati e gli interessi occulti che hanno portato i nostri avversari a questo risultato. Ma siamo garantisti».

 

(continua su Left)

La mia intervista a Claudio Fava

Claudio Fava è molte cose: giornalista, scrittore, sceneggiatore e poi politico. Da poche settimane è anche il candidato alle prossime elezioni siciliane, sostenuto da una coalizione che tiene insieme Mdp, Sinistra Italiana, Possibile e Rifondazione Comunista. La prima domanda, quindi, è inevitabile.
Caro Fava, chi te lo fa fare?
(Sorride). È una domanda più che legittima, certo. Ma la risposta è da collocare in questo tempo della mia vita. Sono infatti in una fase di commiato dall’impegno politico attivo e quando mi è arrivata questa sollecitazione ne ho colto tutto il significato e l’importanza: dimostrare che non solo esiste uno spazio di sinistra in questo Paese ma che è addirittura uno spazio fondativo di una sinistra. Dimostrare poi che tutto questo parla a un pezzo di Paese e dell’opinione pubblica anche lontano dalle nostre bandiere e che esiste ancora un voto libero, d’opinione. Dimostrare anche che la Sicilia non è irredimibile e che la rassegnazione è l’alibi dei peggiori. E vorrei dimostrare infine tutto questo mettendoci ancora una volta, anzi, l’ultima, la faccia. E non perché il mio impegno finisca qui, continuerà in altri cento modi. Ma non c’è nessuna convenienza in questa mia candidatura: c’è una forte necessità politica e morale di mettersi a disposizione. E direi che questi primi giorni ci dicono che forse non ci sbagliavamo: c’è infatti un pezzo di Sicilia che sta dimostrando di non essere qualcosa a disposizione del ceto politico pronta a farsi spostare da una casella all’altra come se fossero mandrie di buoi.
Sei d’accordo con chi dice che queste siciliane siano il preludio delle elezioni politiche nazionali? Renzi da parte sua insiste nel dire che siano un “caso a sé”.
A giudicare dal fuoco di sbarramento che abbiamo ricevuto sulla mia candidatura direi proprio di sì: se si mobilitano i più illustri editorialisti dei più illustri quotidiani accusandoci di essere minoritari e disfattisti vuol dire che la proposta politica fa paura perché apre una contraddizione all’interno del partito democratico, insomma, li mette allo specchio. Tra costruire un percorso politico insieme alla sinistra che vuole affermare discontinuità con l’esperienza Crocetta (tra l’altro cosa che il Pd da cinque anni chiede a se stesso) loro hanno preferito avere altre alleanze.

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Quando l’italofobia era l’isteria collettiva

Fa bene ricordare, allenare la memoria. Per questo torna utile l’articolo di Giovanna Nuvoletti per La Rivista Intelligente:

Per decenni gli americani bianchi, i discendenti dei coloni, hanno odiato gli italiani in maniera feroce e sistematica. Dalla fine del XIX secolo agli anni ’30 del XX siamo stati probabilmente i più detestati e temuti.
Sbarcati a milioni, alla lettera, ci chiudevamo nelle nostre comunità, spesso ostaggi di connazionali che ci vendevano come schiavi di fatto. Non imparavamo la lingua, non mandavamo i bambini a scuola (ma a lavorare o a mendicare), rifiutavamo le nuove usanze e coltivavamo le nostre incomprensibili tradizioni.
Intorno al 1920 a New York arrivavano così tante navi da intasare il porto. Intercettate al largo, le imbarcazioni provenienti dall’Italia venivano dirottate verso Boston.
Eravamo classificati come “negroidi”: troppo vicini all’Africa, si diceva, per non avere “sangue negro” nelle vene. Prova ne fosse il colorito olivastro che TUTTI avremmo avuto.
Venivamo considerati un pericolo subdolo: a differenza di neri, asiatici e ispanici, gli italiani dalla carnagione più chiara potevano essere scambiati per bianchi, a un esame superficiale, quindi per noi era più facile “contaminare la razza bianca”.
Un italiano che intrattenesse una relazione con una donna bianca rischiava il linciaggio, come i neri.
Il Ku Klux Klan ci equiparava in tutto e per tutto ai neri: da impiccare al minimo pretesto, così prima o poi avremmo capito di restare a casa nostra.
Negli stati del sud ancora oggi perdura la convinzione che siamo non-bianchi, al pari degli ispanici.
[Nel 1973 Nixon, poco prima di essere spazzato via dallo scandalo Watergate, disse che eravamo diversi da loro, ci vestivamo in modo strano, puzzavamo di aglio ed era impossibile trovarne uno onesto.]

Immigrazione senza controllo
Immigrazione senza controllo

Anche gli altri immigrati ci odiavano. Accettavamo salari e condizioni di lavoro che ormai irlandesi, olandesi e francesi rifiutavano. Avevamo sostituito i neri nelle piantagioni, mandavamo all’aria le prime contrattazioni sindacali.
I meridionali soprattutto erano considerati “inadatti a imparare o mantenere qualsiasi lavoro, inclini per natura alla violenza”, incompatibili con lo stile di vita americano. Per un certo periodo siciliano o napoletano è stato sinonimo di “feroce bandito”.
Peccato che, per i loro esperti, il meridione cominciasse a Padova. Sotto Padova, tutti mafiosi; sopra Padova, invece, biologicamente stupidi, mentalmente inferiori al resto d’Europa.
Contro nessun altro si è scatenata una simile campagna di odio. Si arrivò a una vera e propria italofobia. Il principale veicolo di diffusione fu la stampa, sia quella ufficiale che quella clandestina, creata apposta per perseguitarci. Contro nessun altro è stata adoperata una tale mole di articoli denigratori, vignette insultanti, perfino canzoncine.
Ci rubano il lavoro, stuprano le nostre donne, non si vogliono integrare, corrompono il nostro spirito, si diceva. Chiudiamo le frontiere, bombardiamo le navi al largo, lasciamoli marcire nei porti, non facciamogli toccare terra, scrivevano i giornali.
Professano una strana religione, si insisteva, che niente ha a che fare con i nostri valori. Un misto di paganesimo e superstizione, impossibile da sradicare.
Eravamo raffigurati come orrendi sorci che nuotavano verso la riva con il coltello tra i denti. Venivano mostrati gli “argomenti” migliori per trattare con noi: gabbie, randelli, corda e sapone.
Giravano saporite barzellette: sapete quando un italiano vede il sapone per la prima volta? Quando lo impiccano

Tampa 1910 - Costanzo Ficarotta e Angelo Albano linciati
Tampa 1910 – Costanzo Ficarotta e Angelo Albano linciati

Ammazzare un italiano era di fatto tollerato. Bastava dire: “Mi ha aggredito lui” e la legittima difesa era scontata. Nemmeno si arrivava al processo. Caso chiuso.
Se vittima e assassino erano entrambi italiani, il disinteresse era quasi totale: finché ci ammazzavamo tra di noi andava bene.

(continua qui)

Le pontilimpiadi del rottamaattore

Caduta l’ipotesi Roma Renzi e i suoi fedeli paninari hanno avuto un’idea brillantissima: il team di creativi della presidenza del consiglio (laureati in twitterologia all’università di Vicchio di Rimaggio, più due specializzandi in powerpointologia) hanno partorito un’idea che coniugasse Olimpiadi, Ponte sullo Stretto e pensioni troppo basse.

«Caro premier» gli hanno detto durante la riunione di presentazione del progetto che si è tenuta a Villa San Martino ad Arcore per non dare troppo nell’occhio, «abbiamo pensato alle Pontilimpiadi. Costruiamo un ponte da Messina a Reggio Calabria (possibilmente a binario unico e senza certificazione antisismica per rispettare comunque le nostre tradizioni oltre che l’ambiente) che contenga un’apposita pista per centometri, duecento, tuttiglialtricentoecentodieci e per mezza maratona e maratona intera. Anzi, abbiamo pensato, per spersonalizzare l’opera anche a uno speciale percorso di una maratona e mezza che lei dovrebbe percorrere alla giornata di inaugurazione…»

(Il premier ha annuito. Con il pollice su, come annuisce lui alle riunioni internazionali per non cimentarsi con l’inglese)

«Poi» hanno proseguito i creativi (già licenziati dalla Lorenzin perché troppo avari di filtro seppia) «abbiamo pensato a un’associazione temporanea di impresa per dividersi il banchetto della valanga dei soldi: Impregilo che impregila, Pessina che pessina, Ilva per il controllo degli scarichi e degli scarti, Montezemolo che Montezemola in tutte le trasmissioni per magnificare l’opera, Malagò che picchetta il Campidoglio sullo zerbino della Raggi, lo Stato che al solito renzizza e Cosa Nostra alla direzione dei lavori…»

(E i gufi? Ha chiesto Matteo ormai schiavo della sua gufofobia)

«Per i gufi abbiamo pensato a un cordone sanitario di vecchietti che fissano a turno acca ventiquattro tutti i cantieri. E per evitare sterili polemiche dei signornò tutto il giorno continueranno a ciondolare in la testa in senso confermativo. Sarà un successo.»

Applausi. Tappi di champagne e l’Italia che riparte. Un tripudio.

(Ma non ci ha pensato già qualcuno? chiede Matteo)

«Assolutamente no. Quell’altro voleva solo un ponte. Il nostro invece è l’Italia che cambia. A forma di ponte» hanno risposto.

Applausi. Tappi di champagne e l’Italia che riparte. Un tripudio.

(Ma le pensioni? Che cazzo c’entrano le pensioni?)

«Beh, signor presidente, anche le cene eleganti di quell’altro non c’entravano un cazzo. Quindi le pensioni ce le buttiamo dentro così. Alla cialtrona. Anzi: alla moderna.»

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Brucia la Sicilia

Incendio_Sicilia

Carmelo Di Gesaro scrive un appello senza mezze misure:

«Il fuoco e le fiamme di queste ore sono un chiaro attacco allo Stato. Non ci sono i mezzi e gli uomini per gestire situazioni di pericolo così ampie e vaste, “organizzate”, “accaduti”, con uno stile terroristico, più o meno come gli attentati di Parigi e con danni al patrimonio, come accadeva ai tempi dei “Corleonesi” (Roma e Firenze), praticamente un evento terroristico-mafioso atto a destabilizzare la nostra Regione e non solo.

Accertare le responsabilità è chiaramente il primo atto da compiere. Aiutare i territori compiuti il primo ad ex aequo.

Appare fin troppo evidente il “piano organizzato” per colpire le istituzioni, terrorizzare i siciliani,  immobilizzare l’economia e la vita di centinaia di famiglie oltre che le risorse di ognuna di loro.

Ci hanno attaccato, ferito e abbiamo il dovere di reagire, di solidarizzare e di sostenere. Roma metta immediatamente dei fondi per aiutare famiglie e le aziende che da subito devono rimettersi in piedi. La Regione Siciliana si premuri a trovare strumenti per potenziare le risorse a disposizione per la tutela del territorio. La Protezione Civile attivi dei protocolli di emergenza per ricostruire quanto è andato perso. Si militarizzino i nostri boschi e le nostre riserve. Non possiamo dormire sapendo di  aver già perso mezzo polmone di Sicilia e rischiando che ci colpiscano ancora.»

(continua qui)

Toh, non esiste nemmeno la fonte oltre che l’intercettazione

A proposito dell’intercettazione di Crocetta che non esiste (mentre tutti hanno pontificato) c’è una frase di Lo Voi, Procuratore di Palermo:

«Non si parli di fonte, perché l’intercettazione non esiste».

e poi

«Quando depositeremo le carte, e conto che avverrà presto, si capiranno un sacco di cose. Ora c’è il periodo feriale, ma a settembre…»

Applausi, eh.

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