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Portano miseria e malattie. E vogliono marciare su Roma. Ancora

Quel partito anticostituzionale che è Forza Nuova (che infatti è etimologicamente sbagliato denominare partito, essendo un’accolita di nostalgici illegali, come i cacciatori di elefanti, solo che sono qui in mezzo a noi) si è messo in testa di marciare su Roma il prossimo 28 ottobre.

«Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina – si legge nell’annuncio su Facebook – Compatriota, la macchina organizzativa è in moto e ha bisogno del tuo sostegno concreto. Il 28 ottobre Roma ospiterà la grande marcia forzanovista contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo ius soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria»: manca solo la sigla dell’Istituto Luce per essere una feccia completa.

Il 28 ottobre non è un caso, ovvio: il 28 ottobre sono 95 anni dopo rispetto a quella delle camicie nere che portò al potere Mussolini. Non è folklore, no. C’è del marcio in marcia, da un bel pezzo: nei titoli falsi di quotidiani che valgono come carta straccia, nelle informazioni false rivendute come vere, nel manipolo di persone che cercano affannosamente solo le conferme dei propri pregiudizi e in chi minimizza il ritorno del fascismo come pittoresco, com’era pittoresco il sangue su cui è nata questa nostra Repubblica.

Per questo è necessario che l’argine sia eterogeneo: politici (brava Virginia Raggi), giornalisti, genitori, insegnanti, imprenditori, artigiani, agricoltori, liberi professionisti, disoccupati e anche i depressi, gli spaventati e i senza speranza. L’opposto del fascismo non è il comunismo (come dicono i fascisti) ma è la libera democrazia.

E chissà che magari a Minniti non scappi una parola anche su questo rischio della “tenuta democratica” del Paese. Chissà.

Buon giovedì.

 

(continua su Left)

Il triste declino dei beni culturali

di Claudio Meloni

 

Se un merito dobbiamo attribuire alle riforme del Ministro Franceschini, certamente questo sta nel fatto che oggettivamente il tema della gestione pubblica del nostro patrimonio culturale è stato riportato al centro del dibattito politico. Possiamo aggiungere che purtroppo i meriti si esauriscono in questa premessa, nell’apparente rovesciamento dell’assunto neo liberista che identificava la spesa sulla cultura come socialmente improduttiva con un altro, dello stesso

segno, che propone la messa a reddito del patrimonio come una sorta di panacea dello sviluppo, lo sfruttamento commerciale dei nostri siti come l’unico mezzo della loro valorizzazione. In realtà entrambi questi metodi stanno determinando un progressivo arretramento delle gestioni pubbliche, una certificazione dell’impossibilità da parte dei bilanci pubblici di provvedere alla manutenzione e conservazione del patrimonio, arrivando, in alcune ardite teorizzazioni, ad immaginare che il problema sia l’eccessiva concentrazione dei beni culturali nel nostro paese, e che questo determini appunto l’incapacità sostanziale da parte dello stato e delle istituzioni pubbliche a provvedere al loro mantenimento.

I dati che malinconicamente l’Istat fornisce nelle sue relazioni annuali presentano una realtà ben diversa: la spesa per la tutela è ai livelli più infimi della storia, la spesa pubblica pro capite continua a diminuire, il paragone con gli altri paesi europei è vergognoso proprio nel suo rapporto tra spesa complessiva e dimensione del patrimonio posseduto. Dovrebbero essere questi i temi veri del dibattito, invece assistiamo ormai da troppo tempo ad una bolla mediatica fatta di prove muscolari sul numero di visitatori che aumentano in una sorta di battaglia immaginifica tra i conservatori, ovvero quelli che non prescindono dal binomio tutela/fruizione, e i cosiddetti innovatori, coloro che pensano che noi non abbiamo mai sfruttato adeguatamente le potenzialità che il nostro patrimonio offre a causa della eccessiva attenzione alla sua tutela. Anche in questo caso andrebbe avviata una operazione di demistificazione: i visitatori aumentano progressivamente da quando si sono adottate politiche di ampliamento degli orari, e sono aumentati in modo del tutto consistente persino sotto la gestione Bondi Galan. Politiche di ampliamento dovute esclusivamente agli accordi di produttività che sono in vigore dal 2000, per le quali noi rivendichiamo con orgoglio la paternità e che hanno prodotto questi risultati esclusivamente grazie allo sforzo reale e misurabile dei lavoratori pubblici. In quest’operazione verità non dovrebbero neanche essere trascurati i riflessi dello spostamento – verso il nostro Paese – di consistenti flussi turistici, deviati da altre mete mediterranee o europee per gli effetti degli attacchi terroristici di matrice islamista.

In questo contesto si calano le riforme Franceschini, i cui segni distintivi sono la decontestualizzazione del sistema museale dal ciclo della tutela e il ridimensionamento pesante delle Soprintendenze e del ciclo archivistico-bibliotecario. Il tutto giocato sulla presunta scommessa della valorizzazione come idea estremizzata della fruizione. Questo ha comportato uno spostamento pesante di risorse umane e finanziarie a favore del sistema museale, ed oggi assistiamo, spesso sgomenti, al progressivo abbandono di un sistema di tutela diffusa del patrimonio che era esempio da seguire per tutta la comunità internazionale e all’introduzione di singolari esperimenti organizzativi, quali ad esempio i poli museali regionali, che si stanno rivelando disastrosi proprio nell’obiettivo di valorizzare il patrimonio diffuso. Ancora oggi un quarto dei visitatori si concentra sui siti e sui territori a maggiore richiamo e casomai in questi casi il problema che si sta ponendo è quello di limitare l’eccessivo afflusso, non di incrementarlo, ad esempio a Firenze e Venezia.

Con il risultato che oggi ci troviamo i musei, che in Italia sono sempre espressione del territorio di appartenenza, sganciati dal contesto in cui si sono creati e divisi artificialmente dai cicli di tutela e conservazione che li hanno generati. E ancora ignorati persino dai cittadini che di quel territorio sono parte: su questo incide la mancata progettazione/attivazione dei percorsi integrati che dovevano essere l’obiettivo della Direzione Turismo, dei Poli Museali e anche dei Segretariati Regionali.

Ci chiediamo inoltre che senso ha avuto lo spezzettamento dello straordinario tessuto archeologico di Roma, quando proprio l’unicitá della Soprintendenza aveva garantito i risultati di cui oggi il Ministro si fregia e quando proprio su questa unicità si immaginavano ardite progettazioni  di ricomposizione sociale del tessuto urbanistico.

E che senso avrà il previsto abbandono del modello di Soprintendenza a Pompei, quando è da tutti certificato che il problema di quel sito non è certo la scarsa fruizione ma la sua manutenzione. E ancora: che senso ha immaginare modelli di autonomia per i grandi musei, quando la scarsità strutturale delle professionalità necessarie al loro funzionamento impedirà per molti anni ancora la loro effettiva realizzazione.

Pertanto anche le poche felici intuizioni che queste riforme, come ad esempio l’identificazione di standard organizzativi per i musei, rischiano di affogare nel mare magnum delle deficienze organizzative strutturali alle quali non si è voluto o saputo far fronte.

E la nostra principale preoccupazione, anzitutto come cittadini, è quella che riguarda il destino dei settori applicati alla tutela del patrimonio, investiti da una serie di provvedimenti di deregolamentazione delle normative di tutela che riguardano sia le politiche paesaggistiche che quelle sul patrimonio e sulle esportazioni delle opere. Per finire alla previsione di assoggettamento delle Soprintendenze ai Prefetti, una operazione di accentramento politico-burocratico senza precedenti nella storia del nostro paese.

Queste considerazioni caratterizzano il giudizio complessivo che abbiamo dato su questa riorganizzazione e ci hanno portato alla condivisione di un percorso critico che non si è limitato alla mera visione sindacale, tramite la ricerca di punti di contatto con il mondo associativo e intellettuale che ha espresso le nostre stesse preoccupazioni. Un percorso che ha avuto il suo momento più alto nella manifestazione del 7 maggio 2016 e nella coalizione di Emergenza Cultura il terreno privilegiato di iniziativa e analisi critica.

Sarebbe però sbagliato imputare solo alle riforme di questo governo il profondo stato di declino organizzativo che vivono i cicli pubblici nei beni culturali, le cause sono più profonde e riguardano fattori strutturali, dai tagli che la spesa sulla cultura ha subito in misura molto maggiore degli altri settori al mancato ricambio generazionale dovuto al prolungato blocco del turn over, fino alla vera e propria deregolamentazione che ha subito il mercato del lavoro in tale ambito. Questi processi si sono accompagnati ad una mancanza di visione strategica rispetto ai processi di innovazione organizzativa nei servizi, ad una progressiva burocratizzazione delle strutture e procedure ministeriali, a processi di esternalizzazione produttiva che hanno avvolto tutti i cicli lavorativi, fino al raschiamento del fondo del barile rappresentato dalla diffusione incontrollata di forme di falso volontariato che non sono altro che sfruttamento mascherato del lavoro e lesione della dignità dei lavoratori coinvolti.

La triste vicenda del falso volontariato alla Biblioteca Nazionale di Roma ne è esempio emblematico,  ma anche l’abuso nel ricorso alla società in house Ales per sopperire a carenze di professionalità interne è indicatore di una governance che apparentemente taglia il costo del lavoro ufficiale, salvo poi ricorrere a  veri inganni per coprire i fabbisogni professionali emergenti. Lo ricordiamo sempre: per i soloni del bilancio statale avere un lavoratore esternalizzato o comprare una fotocopiatrice è la stessa cosa, è una spesa per servizi e quindi la riduzione del costo del lavoro è solo apparente, serve solo per le statistiche ufficiali, mentre cresce, non censito, quello esterno, con caratteristiche penalizzanti per i lavoratori che hanno subito progressivi peggioramenti nelle condizioni salariali e normative. Lavoratori in gran parte giovani e grandemente professionalizzati, sacrificati dai tagli al bilancio e dalla logica del costo zero che ragioneristicamente si è imposta ai processi di riorganizzazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un organico ufficiale del ministero che ha perso un quarto delle sue capacità occupazionali teoriche dal 1997 ad oggi, una età media del personale di ruolo di 55 anni, un impoverimento progressivo del suo tessuto professionale, una carenza che attualmente si aggira intorno alle 3000 unità complessive rispetto al pur ridotto organico teorico, un paradossale esubero determinato dalla riorganizzazione in alcuni territori strategici come ad esempio la Campania, addirittura un surplus di personale sancito dall’ultimo taglio del costo del lavoro nella prima area funzionale.

In questi anni difficili abbiamo dovuto affrontare una situazione complessa dovuta ad un processo di ristrutturazione che via via ha stravolto la fisionomia organizzativa ministeriale, addirittura con interventi in successione, attuati tramite “normette” introdotte con leggi omnibus, che hanno radicalmente cambiato persino la prima riforma del Ministro Franceschini. Basti pensare alle modifiche subite dal sistema delle Soprintendenze, prima miste e poi uniche con conseguenti modifiche degli ambiti territoriali di competenza, o al trattamento riservato al sistema degli Archivi e delle Biblioteche, pesantemente ridimensionato nei suoi assetti organizzativi ma poi reso destinatario di pesanti competenze di tutela su tutto il patrimonio archivistico e bibliografico nazionale, sottratte con un colpo di mano normativo alle regioni. Fino alla vera e propria proliferazione di musei e parchi autonomi, con lo spezzatino delle aree archeologiche più importanti di Roma e Napoli.

In questi anni non ci siamo certo sottratti al confronto, abbiamo tentato di mantenere condizioni accettabili di tutela dei lavoratori e di garantire i servizi, continuando a sottoscrivere accordi di produttività che garantissero orari di fruizione ampia in tutto il territorio nazionale. Abbiamo chiesto a gran voce che la riorganizzazione fosse accompagnata da investimenti organizzativi e occupazionali, abbiamo continuato a denunciare tutte le storture organizzative che le riforme hanno prodotto, ci siamo opposti alla deriva propagandistica della falsa valorizzazione tentando di rappresentare la condizione reale di caos sovrapposto al declino strutturale dei cicli lavorativi, siamo stati insieme a chi denunciava l’attacco al sistema di tutela del patrimonio e siamo stati protagonisti in una miriade di iniziative tese a difendere le condizioni di tutti i lavoratori, a partire da quelli che maggiormente hanno subito condizioni di sfruttamento. Non ci siamo limitati alla mera difesa di posizione, abbiamo cercato di essere propositivi e allo stesso tempo di governare le contraddizioni provenienti da scelte organizzative improvvisate e non condivise dai lavoratori. Abbiamo subito un grave attacco ai diritti costituzionali dei lavoratori, a cui è stato ignominiosamente limitato il diritto di sciopero con motivazioni pretestuose e tramite un decreto legge, e a cui viene oggi persino impedito la libera espressione di critica tramite la manomissione autoritaria del Codice Etico. Abbiamo combattuto la privatizzazione strisciante e denunciato il progressivo arretramento delle gestioni pubbliche a favore di quelle private, tramite le forme indirette che quasi sempre comportano benefici e profitti ai privati e costi di gestione a carico dell’erario pubblico. Abbiamo proseguito a fare la contrattazione integrativa e la abbiamo costantemente indirizzata al confronto sui processi riorganizzativi, mantenendo e addirittura potenziando condizioni di confronto che la norma ci voleva sottrarre.

Ma tutto questo sforzo non è stato sufficiente: ancora oggi ci troviamo in mezzo al guado di una riorganizzazione incompleta ed in una situazione prolungata dì transitorietà che determina disorientamento e paura tra i lavoratori, soggetta alla mutevolezza di un quadro politico che, nel suo insieme, poco lascia intravvedere rispetto ad un reale e profondo mutamento di rotta.

In questa situazione ci apprestiamo ad affrontare la campagna per il rinnovo delle Rsu, che è il nostro vero momento di verifica democratica con i lavoratori. La affrontiamo consci delle difficoltà ma anche con la consapevolezza di avere idee salde e una visione strategica su quello che possiamo fare e su quello che si deve cambiare.

È quello che deve radicalmente cambiare passa attraverso un radicale ripensamento dei processi di riorganizzazione che parta dalla ricomposizione dei cicli di tutela con quelli della valorizzazione, che rinsaldi una frattura creata artificialmente e foriera di gravi danni per il futuro del nostro inestimabile patrimonio.

La potenziale attrattivitá del patrimonio diffuso può essere foriera di sviluppo solo se legata al territorio di cui è espressione, anzitutto nella sua riconoscibilità come fattore di crescita culturale di una comunità e rispetto alle condizioni infrastrutturali che ne agevolino la fruizione e la capacità di offerta dei servizi. In questo senso a noi erano piaciuti molto gli indirizzi dati nella rimodulazione dei progetti POIN 2007/13 dall’allora Ministro Barca, e di cui troviamo purtroppo scarsa traccia nella nouvelle vague franceschiniana.

Questo significa che il sistema delle Soprintendenze deve tornare ad essere il centro dell’azione pubblica tramite la soppressione dei Poli Museali regionali e l’estensione ad esse del modello di autonomia attualmente limitato ai grandi Musei. Se davvero si intende attuare il Piano strategico per il Turismo questa deve essere la chiave che superi le pastoie burocratiche che ancora oggi avvolgono l’azione della Direzione Generale del Turismo, un corpus tuttora avulso dalle dinamiche organizzative interne al Ministero. Il problema non è se le Soprintendenze devono essere Uniche o meno, ma quello della salvaguardia delle loro competenze tecnico scientifiche mortificate e depauperate dalle riforme e dai tagli.

E significa che bisogna tornare ad investire sulla tutela dell’immenso patrimonio documentale che possediamo, riqualificando e ammodernando il sistema diffuso degli Archivi e delle Biblioteche pubbliche, sia nella capacità di offerta dei servizi che rispetto alla funzione di stimolo alla conoscenza ed alla crescita culturale dei cittadini.

Occorre inoltre riprendere ad investire nella ricerca, riqualificando professionalmente il settore e gli Istituti Centrali, anch’essi ormai ridotti al lumicino, adeguando i processi organizzativi alle innovazioni tecnologiche, come ad esempio i processi di digitalizzazione del patrimonio documentale e librario.

Dal nostro punto di vista sindacale tutto questo pone al centro la questione del lavoro, della sua riqualificazione sociale e della sua dignità, che in questo settore risulta particolarmente lesa.

Non bastano le misure che ad oggi si stanno attuando, 1000 assunzioni sono appena sufficienti a coprire un terzo delle carenze attuali e il trend di uscite nel prossimo triennio sarà ancora più massiccio con il pensionamento degli ex 285, particolarmente incidente nei settori professionali più qualificati. Serve quindi un piano straordinario che deroghi al blocco del turnover e si ponga l’obiettivo di coprire l’intera dotazione organica entro il 2020. Un piano che qualifichi il fabbisogno professionale e lo leghi ai processi di innovazione organizzativa aggredendo i fattori di obsolescenza che caratterizzano il declino dei cicli produttivi. La questione professionale è centrale nei beni culturali, l’appiattimento professionale dei lavoratori interni e la deregolamentazione del mercato del lavoro ne sono i segni distintivi. Riconoscere percorsi professionali di crescita qualitativa degli apporti ed allo stesso tempo definire regole certe ed esigibili a tutela del lavoro esternalizzato. Non è possibile che a tre anni dalla legge che riconosce le professionalità nei beni culturali, inserendoli nel Codice, non abbiamo ancora i regolamenti attuativi e la vicenda dei riconoscimenti di qualifica professionale per i restauratori registrano vergognosi ed inammissibili ritardi. Occorre prevedere tariffari minimi per i professionisti e trattamenti economici e normativi minimi per tutti i lavoratori esternalizzati, rivedere radicalmente la politica delle concessioni, limitare l’utilizzo della società in house riconducendola entro corretti recinti normativi.

La contrattazione integrativa deve essere potenziata nelle materie e nelle risorse e sempre più indirizzata alla incentivazione della reale produttività e della crescita professionale collegata ad investimenti su efficaci processi formativi e non certo a modelli meritocratici astratti. Occorre responsabilizzare la dirigenza tramite criteri di valutazione collegati alla effettiva realizzazione degli obiettivi assegnati, sollevandoli dal limbo dell’autoreferenzialitá dei trattamenti a pioggia a prescindere.

Infine la sfida della rappresentanza: dobbiamo migliorare la nostra capacità di intervenire sulla complessità dei nostri cicli lavorativi, non dobbiamo farci rinchiudere nei recinti degli interessi specifici e combattere le sempre forti spinte corporative che sono state in parte causa delle derive autoritarie che hanno compresso i nostri diritti. La qualità degli ambienti di lavoro va misurata complessivamente ed il riconoscimento delle tutele e dei diritti di tutti coloro che a vario titolo contribuiscono al funzionamento  dei servizi è componente essenziale del concetto di tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori, oltre che naturalmente linfa dei processi di affermazione dei loro diritti democratici e condizione per una ritrovata efficacia del lavoro al servizio dei cittadini. Cogliere la complessità dei cicli lavorativi rappresenta la nostra vera sfida culturale, fino al raggiungimento della piena consapevolezza della confederalitá come base fondante del nostro agire sindacale.

Su queste idee costruiremo la piattaforma con la quale affronteremo la difficile campagna elettorale per il rinnovo delle RSU e ci confronteremo democraticamente con i lavoratori, nella concreta speranza di mantenere e rafforzare il ruolo forte che la CGIL ha avuto in questi anni complicati.

 

Relazione tenuta all’iniziativa CGIL FP tenutasi a Palermo l’8 settembre us

L’autore e’ Coordinatore nazionale CGIL FP MiBACT

Portano miseria e malattie. E vogliono marciare su Roma. Ancora.

Quel partito anticostituzionale che è Forza Nuova (che infatti è etimologicamente sbagliato denominare partito, essendo un’accolita di nostalgici illegali, come i cacciatori di elefanti, solo che sono qui in mezzo a noi) si è messo in testa di marciare su Roma il prossimo 28 ottobre.

«Bandiere, striscioni, auto, pullman, benzina – si legge nell’annuncio su Facebook – Compatriota, la macchina organizzativa è in moto e ha bisogno del tuo sostegno concreto. Il 28 ottobre Roma ospiterà la grande marcia forzanovista contro un governo illegittimo, per dire definitivamente no allo ius soli e per fermare violenze e stupri da parte degli immigrati che hanno preso d’assalto la nostra Patria»: manca solo la sigla dell’Istituto Luce per essere una feccia completa.

Il 28 ottobre non è un caso, ovvio: il 28 ottobre sono 95 anni dopo rispetto a quella delle camicie nere che portò al potere Mussolini. Non è folklore, no. C’è del marcio in marcia, da un bel pezzo: nei titoli falsi di quotidiani che valgono come carta straccia, nelle informazioni false rivendute come vere, nel manipolo di persone che cercano affannosamente solo le conferme dei propri pregiudizi e in chi minimizza il ritorno del fascismo come pittoresco, com’era pittoresco il sangue su cui è nata questa nostra Repubblica.

Per questo è necessario che l’argine sia eterogeneo: politici (brava Virginia Raggi), giornalisti, genitori, insegnanti, imprenditori, artigiani, agricoltori, liberi professionisti, disoccupati e anche i depressi, gli spaventati e i senza speranza. L’opposto del fascismo non è il comunismo (come dicono i fascisti) ma è la libera democrazia.

E chissà che magari a Minniti non scappi una parola anche su questo rischio della “tenuta democratica” del Paese. Chissà.

Buon giovedì.

 

Un atto di paura

Le parole giuste per descrivere il dietrofront del PD sullo Ius Soli sono quelle del ministro Delrio, come le riporta Il Post:

 

Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio, intervistato da Tv2000, ha ipotizzato che la scelta di non votare lo “Ius soli” al Senato nelle prossime settimane sia stata motivata da “paura”. Delrio non ha detto cosa temano esattamente i partiti della maggioranza: probabilmente di promuovere una legge che non è più popolare come quale anno fa, come dimostrato anche da alcuni recenti sondaggi. Spiega Delrio:

«È certamente un atto di paura, e questo è grave perché abbiamo bisogno di non farci dominare dalla paura, ma siamo anche aperti alla speranza perché il capogruppo del Partito Democratico ha detto che si cerca di costruire le condizioni perché vi siano i voti in Parlamento. Ma la cosa importante che va detta è che questa è una legge di civiltà, di diritti, e quindi non dobbiamo farci dominare dalla paura: non ci può venire nessun male dal riconoscere i diritti a questi ragazzi che sono italiani di fatto.»

Eccolo. L’articolo del NY Times su Giulio Regeni. In italiano, per i duri d’orecchie.

(eccolo il tanto discusso articolo su Giulio Regeni del New York Times. Il quotidiano USA ha deciso di pubblicarlo tradotto in italiano. Si vede che hanno avuto il dubbio che fossero problemi di lingua, mica di mancata volontà)

Quel giorno di novembre 2015 l’obiettivo della polizia egiziana erano i venditori ambulanti di calzini, occhiali da sole da 2 dollari e gioielli finti, raggruppati sotto i portici degli eleganti edifici secolari di Heliopolis, un sobborgo del Cairo. Blitz come questo erano di routine, ma questi venditori occupavano una zona particolarmente sensibile. A solo una novantina di metri di distanza si trova il palazzo riccamente decorato nel quale il Presidente dell’Egitto, l’autoritario leader militare Abdel Fattah el-Sisi, accoglie i dignitari stranieri. Mentre gli uomini raccoglievano in fretta le lore cose dai tappetini e dai portoni, preparandosi a fuggire, avevano tra loro un assistente improbabile: un ricercatore universitario italiano di nome Giulio Regeni.

Giulio era arrivato al Cairo pochi mesi prima per condurre ricerche per il suo dottorato a Cambridge. Cresciuto in un piccolo paese vicino a Trieste da un padre rappresentante e da una madre insegnante, Regeni, un ventottenne di sinistra, era rimasto affascinato dallo spirito rivoluzionario della Primavera Araba. Nel 2011, quando erano esplose le manifestazioni di Piazza Tahrir che condussero alla caduta del Presidente Hosni Mubarak, stava finendo il suo corso di laurea in arabo e scienze politiche all’università di Leeds. Si trovava al Cairo nel 2013 come stagista per un’agenzia delle Nazioni Unite, quando una seconda ondata di manifestazioni portarono le forze armate a cacciare il presidente egiziano recentemente eletto, l’Islamista Mohamed Morsi, e a mettere al potere al-Sisi. Come molti egiziani divenuti ostili al governo troppo invadente di Morsi, Regeni apprezzò questo sviluppo. “Fa parte del processo rivoluzionario,” scrisse ad un amico inglese, Bernard Goyder, all’inizio di agosto. In seguito, meno di due settimane dopo, le forze di sicurezza di al-Sisi uccisero 800 sostenitori di Morsi in un solo giorno, il peggior massacro voluto dallo stato nella storia dell’Egitto. Fu l’inizio di una lunga spirale di repressione. Regeni presto partì per l’Inghilterra, dove cominciò a lavorare per Oxford Analytica, un’azienda di analisi e ricerca.

Da lontano, Regeni seguiva con attenzione il governo di al-Sisi. Scriveva rapporti sul Nord Africa, analizzando tendenze politiche ed economiche, e in capo a un’anno aveva risparmiato abbastanza soldi da poter iniziare il dottorato in studi dello sviluppo a Cambridge. Decise di concentrarsi sui sindacati indipendenti egiziani — la cui serie di scioperi senza precedenti iniziati nel 2006 aveva predisposto il popolo egiziano alla rivolta contro Mubarak. Adesso con la Primavera araba a pezzi, Regeni vedeva i sindacati come fragile speranza per la maltrattata democrazia egiziana. Dopo il 2011, il loro numero era esploso, passando da quattro a migliaia. C’erano sindacati per ogni cosa: macellai, assistenti di teatro, scavatori di pozzi e minatori, addetti alla riscossione delle bollette del gas e comparse nelle telenovelas trash che andavano in onda durante il mese santo del Ramadan. C’era anche un sindacato indipendente dei nani. Guidato dalla sua relatrice, una nota professoressa egiziana di Cambridge che aveva scritto in modo critico su al-Sisi, Regeni scelse di studiare i venditori ambulanti — giovani uomini provenienti da paesini lontani che si ingegnavano per sopravvivere sui marciapiedi del Cairo. Regeni si immerse nel loro mondo sperando di valutare il potenziale del loro sindacato nella guida del cambiamento politico e sociale.

Però con l’arrivo del 2015 quel tipo di immersione culturale, preferito a lungo da arabisti in erba, non era più facile come prima. Una coltre di sospetti era caduta sul Cairo. La stampa era stata ridotta al silenzio, avvocati e giornalisti venivano regolarmente molestati e gli informatori riempivano i caffè del centro del Cairo. La polizia fece un blitz nell’ufficio in cui Regeni conduceva le sue interviste; folli storie di cospirazioni straniere andavano regolarmente in onda sui canali televisivi del governo.

Regeni non si fece scoraggiare. Parlava cinque lingue, era insaziabilmente curioso e aveva un fascino poco appariscente che gli aveva attirato un‘ampia cerchia di amici. Dai 12 ai 14 anni, era stato il sindaco dei piccoli della sua cittadina natale, Fiumicello. Teneva molto alla sua capacità di navigare culture diverse e gli piaceva la vita disordinata delle strade del Cairo: i caffè fumosi, l’attività frenetica e infinita, le barche colorate come caramelle che la sera navigavano sul Nilo. Si registrò come ricercatore esterno presso l’American University del Cairo e trovò una stanza a Dokki, un quartiere strozzato dal traffico tra le piramidi ed il Nilo, dove condivideva un appartamento con due giovani professionisti: Juliane Schoki, che un insegnante di tedesco, e Mohamed El Sayad, avvocato in uno dei più antichi studi legali del Cairo. Dokki non era una zona alla moda, però si trovava a due sole fermate di metropolitana dal centro del Cairo, con i suoi labirinti di alberghi economici, bettole e isolati di appartamenti fatiscenti che circondano Piazza Tahrir. In breve, Regeni aveva fatto amicizia con scrittori ed artisti e perfezionava il suo arabo da Abou Tarek, un emporio di quattro piani illuminato con luci al neon che è il posto più famoso del Cairo per il koshary, il piatto tradizionale egiziano di riso, lenticchie e pasta.

Passava le ore a intervistare venditori di strada a Heliopolis e nel piccolo mercato dietro la stazione Ramses. Per ottenere la loro fiducia, mangiava dagli stessi carretti sporchi dei suoi interlocutori; il supervisore accademico di Regeni all’American University lo avvertì che si sarebbe procurato un’intossicazione alimentare. A Regeni non interessava: si muoveva attraverso il Cairo con una tranquilla aura di determinazione.

Per caso venne al Cairo per lavoro Valeriia Vitynska, un’ucraina che Giulio aveva conosciuto a Berlino quattro anni prima. I due riallacciarono i rapporti. “Era più bella di quanto ricordassi,” scrisse in un messaggio ad un amico. Fecero un viaggio sul Mar Rosso e quando lei tornò al suo lavoro a Kiev, continuarono la loro relazione via Skype. “Era molto intenso e bello,” mi ha detto l’amica di Regeni Paz Zàrate, “Lui era gioioso, pieno di speranza per il futuro.”

Tuttavia Regeni era cosciente dei pericoli del Cairo. “È molto deprimente,” scrisse a Goyder dopo un mese di soggiorno. “Tutti sono super-consapevoli dei giochi in atto.” A dicembre partecipò ad un incontro di attivisti sindacali e scrisse di questa esperienza per una piccola agenzia di stampa italiana. Durante l’incontro, disse ad amici di aver notato una ragazza velata che gli scattava foto con il cellulare. Era stato inquietante. Regeni si lamentò con i suoi amici che alcuni venditori ambulanti lo infastidivano per chiedergli favori, come per esempio cellulari nuovi. E poi il rapporto con il suo contatto principale, un uomo massiccio di circa quarant’anni di nome Mohamed Abdullah, prese una strana piega.

(continua qui)

“Ischia capitale dell’abusivismo e del rischio”: lo scriveva Legambiente

Un’intervista da leggere di Cristina Nadotti a Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania:

Legambiente lo denuncia da anni con i suoi dossier “Mare Monstrum“: la Campania è in testa alla classifica dell’illegalità nel ciclo del cemento costiero, con 764 infrazioni accertate dalle Capitanerie di porto e dalle altre forze dell’ordine solo nel 2017 e sul suo territorio è commesso il 20,3 per cento dei reati totali inerenti la cementificazione.”A sfregiare la costa è soprattutto il “vecchio abusivismo” – sottolinea l’associazione ambientalista nel suo dossier 2017 –  quello che da decenni sopravvive alle demolizioni, quello delle seconde case in riva al mare che godono delle particolari attenzioni dei politici, locali e nazionali, sempre attenti a impedire che arrivino le ruspe”. In particolare, solo per il Comune di Ischia sono state presentate 7.235 domande di condono in 30 anni, 4.408 delle quali risultavano ancora da evadere ad aprile dello scorso anno e molte di queste si riferiscono ad abusi che non possono essere sanati

Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, commenta ora con rabbia il terremoto di Ischia: “Da oltre 20 anni abbiamo lanciato iniziative per segnalare casi eclatanti – dice – e dopo la demolizione di ecomostri come quello di Fuenti, sulla costiera amalfitana, per la prima volta dal Dopoguerra in Italia c’è stato un rallentamento nell’abusivismo. È successo pressoché ovunque, tranne a Ischia”.

Perché? Di chi è la responsabilità?
“A Ischia l’abusivismo è pratica consolidata e diffusa, alimentata dalla politica, che in maniera trasversale chiude un occhio, e dalle scappatoie legali. Vige la prassi di costruzione abusiva “per necessità” e all’interno di questo concetto rientra di tutto, dagli ampliamenti poi affittati ai turisti, a interi nuovi edifici che diventano alberghi. E ad essere più pericolose, come stiamo vedendo in queste ore, sono le sopraelevazioni, che indeboliscono la struttura”.

Non esistono i controlli?
“Tutto avviene in una situazione di diffusa illegalità. Abbiamo accertato che sopraelevazioni e ristrutturazioni abusive sono fatte con lavori che si concludono in 48/62 ore. Non è indispensabile essere ingegneri per capire quale sia l’affidabilità di tali costruzioni e la perizia delle ditte che le eseguono. E poi, come sottolinea il nostro dossier, la politica strizza l’occhio a queste pratiche, perché vietarle non porta voti”.

È una situazione senza speranza?
“È una situazione allarmante, anche perché a Ischia non c’è soltanto il rischio terremoto, ma anche quello di frane e smottamenti, a causa dei quali abbiamo già pianto molti morti in passato.Con la siccità di quest’anno le prime piogge rischiano di essere un disastro, l’acqua scorrerà come un fiume sull’isola. Ma si può prevenire, si deve agire subito”.

Come?
“Ho sentito il presidente della Regione Campania De Luca dire in queste ore che “non si può buttare giù tutto”. Si chiarisca allora, subito, togliendo ogni possibilità di scappatoie, che cosa si intende per “necessità”. Si faccia un censimento, siamo il Paese europeo con il maggior numero di case sfitte. Infine, ma è la cosa più importante, si faccia la riqualificazione”.

Ma è possibile una riqualificazione in una situazione di degrado come quella di ischia?
“Non vanno riqualificati gli abusi totali, quelli vanno abbattuti. Ma si può migliorare la parte preesistente agli abusi. Nel Nord Europa le pratiche di “deep renovation” hanno mostrato che si può mettere in sicurezza un edificio in poco tempo e quasi senza mandare via chi ci abita. In Italia abbiamo lecompetenze per farlo. serve la volontà politica”.

Servono anche i fondi.
“Riprendo le parole di De Luca, bisogna passare “dalle parole ai fatti”. Gli incentivi stabiliti per la riqualificazione energetica delle abitazioni private hanno prodotto interventi per 10 miliardi di lire. Provvedimenti simili per la messa in sicurezza degli edifici convincerebbero la gente a tirare fuori i soldi dai cassetti per non vivere nel terrore”.

(fonte)

Eppure, sulla carta, il lavoro forzato non dovrebbe neanche esistere: i moderni schiavi

Un raccolto andato a male. Una malattia improvvisa. Un prestito che non si riesce a restituire. Un affitto impossibile da fronteggiare. Basta poco, a volte un nonnulla. Si contrae un debito che non si riesce a estinguere e che, anzi, cresce sempre più. E si sprofonda, così, in un tunnel dal quale uscire è spesso impossibile. O dal quale si evade solo con la morte. Una vita in ostaggio, in balia di prepotenze, soprusi, abusi, violenze. Vessati, maltrattati, addirittura rinchiusi in campi sorvegliati da uomini armati. Una vita da “schiavi per debito” che non risparmia ma, anzi, si accanisce sulle fette più vulnerabili della popolazione pachistana: le minoranze (cristiane e indù), i profughi (soprattutto afghani), le donne, i bambini. E che arriva persino a tramandarsi: un debito non saldato si trasmette inesorabilmente da padre a figlio, condannando allo stesso destino di miseria e sofferenza. Un fenomeno, quello degli “schiavi per debito”, massiccio, che restituisce il volto oscuro, atavico, resistente al cambiamento del Pakistan. E che coinvolge un “esercito” sterminato di persone. L’entità del fenomeno sfugge alle statistiche ufficiali. Si teme che questa forma di schiavitù assoggetti qualcosa come 2,3 milioni di persone, su una popolazione complessiva di 191 milioni.

Eppure, sulla carta, il lavoro forzato non dovrebbe neanche esistere. È vietato dalla Costituzione. È stato abolito dal Bonded Labor System, nel 1992. Di fatto però la legislazione non ha scalfito un sistema – quello dei proprietari terrieri da una parte e dell’organizzazione tribale dall’altra – che si regge proprio sullo sfruttamento della manodopera, sulla sistematica violazione dei diritti dei lavoratori. E che coinvolge due settori chiave dell’economia pachistana, vale a dire l’agricoltura e la produzione di mattoni nelle fornaci.

I dati “catturano” l’importanza dei due settori. L’agricoltura oggi rappresenta circa il 25 per cento della ricchezza nazionale, garantisce il 65 delle esportazioni e impiega il 45 per cento dell’intera forza lavoro del Paese. Altrettanto significativo è il contributo dell’industria dei mattoni che rappresenta il 3 per cento del Pil pachistano. Secondo stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro, sull’intero territorio nazionale pachistano sono disseminate tra le 8mila e le 10mila fornaci e vi lavorano circa 1,5 milioni di persone. Nella sola provincia del Punjab, la più popolosa e la seconda più vasta del Paese, ce ne sono 5mila mentre in quella del Khyber Pakhtunkhwa se ne contano circa 400: vi trovano impiego più di mezzo milione di uomini, donne e minori. Il meccanismo sui cui si basa il “lavoro a debito” è semplice, quanto terribile e inesorabile. I lavoratori usufruiscono di prestiti o anticipi.

Dovrebbero essere uno strumento di sopravvivenza, si trasforma ben presto in un cappio che si stringe sempre più. Pagare il debito richiede in media due anni. Ma basta poco – spese impreviste, malattie dei familiari – per non riuscire a ripianarlo. E si finisce stritolati da un meccanismo perverso che incatena a vita. Le storie degli schiavi per debito sono tutte drammaticamente diverse. E tutte drammaticamente uguali: una piccola galleria di orrori quotidiani.

Per vivere Suleman poteva contare su un piccolo campo. La sua era una situazione non certo di privilegio, ma dignitosa. È bastato però un raccolto andato a male per frantumarla. Come tanti, Suleman non ha avuto possibilità di accedere a una forma di credito. L’unica risorsa su cui poteva disporre era la forza delle sue braccia. E la sua ostinazione. Suleman ha contratto un debito. Che non ha potuto ripagare. Da allora non si è più liberato.

Altrettanto drammatica la storia di Saif. A sconvolgere la sua vita la malattia improvvisa della sorella. «I suoi reni – ha raccontato – non funzionavano. Abbiamo cercato di racimolare i soldi necessari per farla curare. Abbiamo venduto il nostro bestiame. Poi abbiamo venduto la nostra proprietà. Poi abbiamo venduto tutto quello che ci restava. Ho contratto un debito di 5mila rupie con il proprietario di una fornace. Pensavo di lavorarci per un periodo limitato di tempo. Quando gli ho detto che volevo partire, il proprietario mi ha risposto: “Hai vissuto in casa mia, hai mangiato il mio cibo. Ora mi devi 11mila rupie. Se le hai, puoi andare. Altrimenti devi tornare al lavoro”». Il dramma di Saif non si ferma qui: «Sono tornato dopo alcuni giorni e mi ha detto che avevo un debito di 30mila rupie. E la cosa è andata avanti ancora e ancora. Ora devo 350mila rupie. E non ho nessuna possibilità di rigare questo debito».

Salima, otto anni, è una dei tanti minori costretti ogni giorno ad affastellare mattoni di argilla, uno in fila all’altro. Tutto il giorno mescola acqua, fango e sabbia: è una “pathera”, una “mattonaia”. A fine giornata il bottino è irrisorio: mille mattoni, due-trecento rupie, qualcosa come 4 euro. Come tutti i bambini ridotti alla schiavitù, è esposta a rischi altissimi. Infortuni. La cecità. La morte. Eppure per Salima oggi una speranza c’è. Un segno che l’intero sistema che intrappola gli “schiavi per debito” può essere combattuto, scalfito. E sconfitto.

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Mafia del Gargano: l’appello della cognata dei due agricoltori uccisi durante i funerali: “La mafia è connivenza, è girare la testa dall’altra parte. Non abbassate lo sguardo”

La donna, insegnante di Lettere, ha lanciato un accorato appello rivolto soprattutto ai giovani, futuro del Paese. “Questa realtà ci appartiene: non abbassate lo sguardo. Luigi e Aurelio ne sono stati travolti e con loro tutti noi”

“La mafia è connivenza: è girare la testa dall’altra parte. Voi non abbassate lo sguardo”. Risuona forte l’appello nella chiesa Santissima Annunziata di San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, durante i funerali di Aurelio e Luigi Luciani, i due fratelli contadini uccisi probabilmente perché “colpevoli” di aver assistito all’agguato contro il presunto boss Mario Luciano Romito. A pronunciarlo è la cognata delle vittime che dall’altare ha lanciato un accorato appello rivolto soprattutto ai giovani, “sogno e speranza” del futuro. “Da insegnate ho sempre spiegato la mafia – le parole della donna, professoressa di lettere – Ho cercato di farvi capire ma abbiamo sempre studiato una realtà che sembrava non appartenerci. No ragazzi miei, questa realtà ci appartiene”.

“La mafia è qui, serpeggia nei nostri ambienti: cruda, cieca e silenziosa – continua l’insegnate – La mafia è connivenza. La mafia è girare la testa dall’altra parte. Voi non abbassate lo sguardo. La mafia è un atteggiamento subdolo. La mafia non ha la pietas degli antichi eroi che rendevano onore ai propri avversari. La mafia insegue. La mafia crivella di colpi. La mafia uccide chi aveva l’unica colpa di essere in quel momento al lavoro. E Luigi e Aurelio ne sono stati travolti e con loro tutti noi”. Le parole forti seguono l’appello del ministro Marco Minniti che ieri aveva chiesto una “rivolta morale” per sconfiggere la mafia foggiana.

Una situazione, quella sul Gargano, in cui non è semplice mettere ordine, dove le mafie sono rafforzate dall’omertà anche della popolazione, stigmatizzata in una recente relazione della Dia. Un connubio micidiale quello tra mafia e omertà che, come scrive la Direzione nazionale antimafia nell’ultima relazione, ha portato a un “capillare controllo del territorio” da parte di un’organizzazione criminale “moderna e flessibile”, proiettata verso il “modello di mafia degli affari”, ma che trae “la sua forza dalla capacità di coniugare la sua proiezione più avanzata con i tradizionali modelli culturali del territorio, primo tra tutti l’omertà”.

Ed è proprio contro “quel girare la testa dall’altra parte” che si è schierato ieri il ministro dell’interno al termine del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica a Foggia, invitando gli stessi cittadini alla rivolta morale. “La lotta contro le mafie è una grande battaglia di civiltà – ha spiegato Minniti – E naturalmente su questo fronte è molto importante coinvolgere l’opinione pubblica, avere cioè un partecipazione attiva della gente ed è per questo che io oggi ho voluto ascoltare i sindaci e i loro consigli. E a loro ho chiesto di essere parte attiva, perché serve una sorta di rivolta morale nelle popolazioni di questa Provincia”.

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Padre Dall’Oglio: si sequestra un uomo, non le sue idee.

Magistrale Riccardo Cristiano su il Fatto Quotidiano. Per non dimenticare Paolo Dall’Oglio:

Che cos’ha da dire alle nostre odierne società padre Paolo Dall’Oglio, espulso dalla Siria di Assad nel 2012 e sequestrato esattamente quattro anni fa a Raqqa, probabilmente dall’Isis? Uno dei suoi messaggi più vivi e attuali riguarda il dialogo, con il quale sapeva parlare degli esclusi, che ci aiuterebbe ad apprezzare l’armonia invece dell’odio.

La lettura della Sacra Scrittura, ha sottolineato più volte padre Paolo, spinge la Chiesa all’autoidentificazione con il popolo eletto, si riconosce in Sara, in Giacobbe. Questa lettura a suo modo di vedere fa perdere parte del pathos del testo, del dramma morale. In un cruciale testo del 2007, apparso sul web magazine dei gesuiti, Popoli, Dall’Oglio scriveva: “Uno dei testi che più drammaticamente rappresenta questo discorso è la vicenda di Abramo e di Ismaele, il figlio che egli aveva avuto con Agar, la serva di Sara (cfr. Gen 21, 8-21). E’ il dramma in cui Abramo deve sacrificare il suo primogenito.

Secondo i musulmani, il Corano sembra dire che il sacrificato è proprio Ismaele. Intendiamoci, non c’è uno sgozzamento di Ismaele, ma c’è un’obbedienza penosa, sofferta, di Abramo alle gelosie di Sara. Su indicazione di Dio, Abramo scaccia Ismaele e sua madre Agar. Così, quando Dio chiede ad Abramo di offrire il figlio Isacco, in realtà Abramo ha già offerto Ismaele. Ismaele è il primogenito. Se imparassimo a leggere il mistero della Chiesanell’esclusione e non solo nell’elezione, allora le cose si illuminerebbero con altra luce. Abramo obbedisce alla logica dell’elezione e caccia la sua serva. Ma nella logica evangelica è proprio l’escluso che diventa l’eletto”.

Il discorso si fa seducente e i simboli raccontati con cura da padre Paolo parlano davvero: Abramo dà ad Agar pane ed acqua, segni sacramentali. Ismaele buttato sotto un arbusto del deserto ricorda a Dall’Oglio la croce, Agar nascosta dietro il suo velo di sofferenza, carica del figlio, gli ricorda Maria sotto la Croce, le prime lacrime della Bibbia sono le lacrime di Agar, lacrime materne. Poi nel deserto sgorga salvifica l’acqua (come si ricorda ancora oggi nel pellegrinaggio) e questo per padre Paolo ricorda il grido di Gesù: “ho sete”.

“Si individua così un’interpretazione di questo episodio dell’Antico Testamento che, pur riconoscendo i segni dell’elezione, tuttavia si fa carico dell’esclusione” e questo a suo avviso dà valore cristologico ed ecclesiologico al grido degli esclusi, alle volte terrificante, “ma pertinente la storia della salvezza”.

L’ermeneutica del testo sacro di padre Paolo Dall’Oglio non divide, ma unisce: unisce i figli dell’unico di Dio e gli esclusi, le vittime di quella cultura dello scarto di cui parla da anni papa Francesco. La teologia dei poveri che Bergoglio va elaborando da quando è divenuto vescovo di Roma, e che vede nella carne dei poveri la carne di Cristo, trova in questa rivendicazione di centralità evangelica degli esclusi un fortissimo moltiplicatore sociale: gli esclusi si vedono nelle nostre periferie, nella democrazia divenuta formalismo per pochi, nelle periferie globali, nei continenti dello sfruttamento delle risorse del suolo e del sottosuolo, nelle terre devastate dalle guerre, sui barconi della morte nel Mediterraneo.

E’ un dialogo di fede, un dialogo religioso, davanti alle ferite di ogni società, europea, asiatica, africana, americana, mediorientale. E vede gli esclusi in Siria come in Italia. Per farlo ovviamente cancella “appartenenze” manichee, quelle che nell’odierna società occidentale portano alla cultura dello scarto, alla non accoglienza, al rifiuto della cittadinanza per i bambini nati qui, che danno lavoro a migliaia di insegnanti di qui, che tengono aperte tante scuole di qui, ma i cui genitori pur essendo qui non sono “di qui”.

Questo quarto anniversario del sequestro di padre Paolo Dall’Oglio ci dice quanto attuale e addirittura proiettato nel nostro odierno presente e nel nostro domani fosse il suo discorso di radicalità evangelica. Avevamo difficoltà a capirlo allora, oggi diventa un urlo, soprattutto alle società europee in crisi e a quelle delle altre culture monoteiste, invitandole a riscoprire le proprie radici comuni, nel nome di una speranza che viene dal vivere insieme e non dall’odio.

Che regimi radicati sulla barbarie abbiano inteso scacciarlo, abbiano voluto metterlo a tacere, non sorprende. Spetta a noi ricordargli che si può sequestrare un uomo, non le sue idee.