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Invisibili e schiavizzati: così in Italia si lucra sui bambini

Il pezzo di Elena Basso per Left:

Con il dossier Piccoli schiavi invisibili, appena pubblicato da Save the children, si fa luce sull’inquietante fenomeno dello sfruttamento di bambini e adolescenti in Italia. Attraverso un’analisi dettagliata dei dati raccolti negli ultimi tre anni e grazie alle parole delle vittime stesse, emerge un approfondito quadro di un fenomeno in crescita: quello dei minori soli, vittime invisibili della tratta. I dati del ministero dell’Interno confermano che il flusso migratorio di minori non accompagnati è in costante crescita: nel 2015 i minori soli sbarcati in Italia sono stati 12.360, nel 2016 invece sono stati ben 25.846 e nei primi mesi del 2017 i migranti arrivati in totale sono 60.228, tra cui 6.156 donne (2.800 nigeriane) e 8.312 minori stranieri non accompagnati.
Nel 2017 i 10 principali Paesi di provenienza dei minori non accompagnati sono: Guinea (14,7%), Bangladesh (14%), Costa d’Avorio (11,8%), Gambia (11,8%), Nigeria (7%), Senegal (6%), Mali (5%), Somalia (5%), Eritrea (4%) e Siria (3%).
Per la maggior parte dei minori non accompagnati, la spirale dello sfruttamento comincia sin dall’inizio della traversata e la parte peggiore solitamente coincide con la prima fase di ingresso in Italia. Spesso le vessazioni e i maltrattamenti hanno inizio sin dalla partenza verso l’Europa e continuano poi ininterrottamente in tutte le fasi della traversata. Nei Paesi di destinazione – Italia, Francia, Spagna, Paesi Bassi – la presenza di mercati illegali favorisce lo sfruttamento dei minori, che viene portato avanti da organizzazioni criminali, attive tanto sul fronte della tratta che in quello del traffico di esseri umani. Per la stragrande maggioranza, le vittime di sfruttamento sono bambini e adolescenti in fuga da guerre, violenza, povertà e crisi umanitarie. Una volta arrivati in Europa, questi ragazzi non trovano canali d’accesso sicuri e legali, e l’unica scelta possibile per loro diventa quella di affidarsi ai trafficanti.
Secondo i dati raccolti dal Dipartimento per le Pari Opportunità, nel 2016 le vittime di tratta inserite in protezione sono state complessivamente 1.172, di cui 107 uomini, 954 donne e 111 minori. Tra i minori, nell’ 84% dei casi si tratta di ragazze (93 femmine e 18 maschi). Il 50,45% è vittima di sfruttamento sessuale, lo 0,9% di minori è coinvolto in matrimoni forzati, il 3,6% nell’accattonaggio, il 5,41% è sfruttato sul lavoro e il 9,91% è coinvolto in azioni illegali come lo spaccio di droga. Più della metà delle vittime è di origine nigeriana (59,5% totale, 67% minori).
Purtroppo a livello nazione e internazionale – si legge nel Rapporto – mancano strumenti adatti a fornire una stima accurata del fenomeno, infatti questi dati non includono la maggioranza delle vittime della tratta che restano fuori dal sistema di protezione nazionale, dato che sono difficilmente raggiungibili dalle istituzioni.

Nel 2016 i minori arrivati via mare dalla Nigeria sono stati 3.040. Secondo il rapporto di Save the children, la maggior parte delle minorenni nigeriane giunte in Italia sono destinate alla tratta: le vittime sono sempre più giovani, povere e scarsamente scolarizzate. Si tratta prevalentemente di ragazze tra i 15 e i 17 anni, con una quota crescente di bambine tra i 13 e i 14 anni. L’adescamento solitamente proviene da persone di loro conoscenza che propongono alle ragazze un lavoro ben retribuito in Europa. Molte ragazze inoltre sono vittime delle cosiddette “Italos”: ex prostitute sopravvissute ad anni di schiavitù in Italia, tornate in Nigeria vantando successi e promuovendo l’idea di intraprendere il viaggio verso l’Europa. Le bambine e ragazze nigeriane solitamente arrivano in Europa attraverso un viaggio che prevede questo percorso: Kano (Nigeria), Zinder (Niger), Agadez (Niger), Dirkou (Niger), Sabha (Libia) e Tripoli (Libia). Da Tripoli spesso le vittime vengono spostate verso i porti libici di Zuara, Zarzis e Sabratah. Le ragazze vengono solitamente vendute durante il passaggio dal Niger alla Libia: qui cominciano ad essere sfruttate sessualmente in case chiuse fino a quando non avranno guadagnato abbastanza da poter pagare ai trafficanti l’oneroso viaggio verso l’Italia. Chi rifiuta di prostituirsi viene vessata e picchiata, e i trafficanti cominciano ad estorcere denaro ai parenti rimasti in Nigeria. Per evitare violenze ed estorsioni verso di loro e dei parenti rimasti nel paese d’origine, le ragazze, anche una volta giunte in Italia, lavorano in condizioni di schiavitù per lunghi periodi di tempo: dai 3 ai 7 anni. La vita di strada lascia segni fisici e traumi psicologici che difficilmente le vittime riescono a superare.

Le ragazze rumene rappresentano il secondo gruppo più numeroso nella prostituzione per strada, che avviene sia nei centri cittadini sia in zone periferiche ad un prezzo che si aggira intorno ai 50 euro. Nonostante nel 2015 la Romania sia stato uno dei Paesi europei in maggiore crescita, non c’è stata un’equa distribuzione della ricchezza fra la popolazione e quindi molte ragazze disoccupate decidono comunque di emigrare. Molte di loro diventano vittime della tratta e dello sfruttamento: la maggioranza hanno tra i 16 e 17 anni e provengono da contesti molto poveri e da aree marginali del Paese, da distretti come Bacau, Galati, Braila, Neamt e Suceava. Le minori provengono spesso da orfanotrofi oppure sono affidate a terzi, e in assenza di una figura genitoriale sono soggetti estremamente facili da manipolare e da convincere. Le ragazze in Romania vengono spesso adescate da amiche coetanee o uomini adulti che si guadagnano la loro fiducia, dando loro la speranza di poter abbandonare il contesto di assoluta povertà in cui vivono con la promessa di avere un lavoro ben retribuito e un futuro migliore in Europa. Solitamente il viaggio viene pagato dal fidanzato, le ragazze raggiungono l’Italia con mezzi privati e una volta arrivate vivono in appartamenti abitati da connazionali. Gli sfruttatori danno inizio alle violenze, sia fisiche che psicologiche, con sistematiche minacce di morte, sin dall’arrivo in Italia.
Ci troviamo di fronte a bambini e adolescenti, invisibili e sfruttati, che aumentano di giorno in giorno: i programmi di protezione e aiuto continuano a essere drammaticamente insufficienti in Italia e in Europa: un’Europa che assiste indifferente alla silenziosa tratta di questi schiavi del terzo millennio.

Così è morta Leila: torturata e violentata in Libia e sbarcata per morire

È una storia minima ma ha dentro tutto quello che serve per interrogare le coscienze. Perché la protagonista è una ragazza, appena diciottenne, che chiamano con un nome di fantasia, Leila, come l’ha chiamata per primo il giornalista Bruno Palermo che questa vicenda l’ha scovata tra le pieghe di una Calabria in cortocircuito.

Leila è sbarcata a Crotone lo scorso 28 giugno, soccorsa dalla nave Bourbon Argos di Medici Senza Frontiere, uno dei “taxi del mare”, come dice qualcuno, che trasportano in gita di piacere quelli che andrebbero “aiutati a casa loro”. Lei, a casa sua, la Somalia, è stata costretta a scappare per non rimanere schiacciata dalla violenza e mentre attraversava la Libia in attesa di trovare la salvezza via mare ha trovato l’orrore: violentata e torturata Leila arriva in Italia con lo sguardo nel vuoto e un figlio in grembo, frutto di quegli stessi stupri che le hanno spento lo sguardo.

Rifiutava il cibo, Leila. E dopo avere partorito si è lasciata morire. L’autopsia dirà quale sia stata la causa finale di un morte che si potrebbe dire per “mancanza di speranza”. Ora, dopo l’autopsia di rito, saranno fissati i funerali. E chissà se quest’altra vittima potrà servire convincere uno, anche uno solo, di questa transumanza di disperazione che oltre al dolore deve sopportare una disaffezione così grande per i lutti degli altri.

Chissà se i vigliacchi capaci di essere forti solo con i deboli non avranno il coraggio di manifestare anche durante il funerale di Leila. In fondo lei semplicemente non ce l’ha fatta, ma “casa loro” e il “viaggio con i taxi del mare” sono gli stessi.

Buon venerdì.

(continua su Left)

Consigli (non richiesti) per non chiudersi a riccio. A sinistra

Faq per non chiudersi a riccio

Il discrimine è il no al referendum?

Va bene. Sono d’accordo. Allora però hanno votato no, a sinistra, anche D’Alema e Bersani, Speranza e Scotto e tanti altri che riempivano la piazza dei Santi Apostoli, in cui ha parlato Onida, che ha sostenuto e votato no.

Sì, ma io il Pd non l’ho mai votato.

Ricordiamo che in passato sono successe molte cose. In un governo Prodi erano ministri Ferrero e Gentiloni, insieme. Vendola era alleato di Bersani e fece le primarie con Renzi. La lista Ingroia, in cui era candidata Anna Falcone, non raggiunse il quorum.

Parliamo di programma.

Brancaccio e Apostoli hanno parlato di articolo 18, progressività, financo di patrimoniale. Poi, certo, sarebbe interessante capire che tipo di impianto complessivo e quali misure specifiche, ma una settimana fa il discrimine era l’articolo 18. Oggi? Davvero vale la pena cercare il discrimine senza avere ancora ascoltato i programmi? Perché il discrimine sulle intenzioni, quello, anche no.

Intanto c’è anche chi quel programma lo sta scrivendo punto per punto, e non solo scrivendo i titoli ma anche gli svolgimenti. Per questo il lavoro da fare è soprattutto un Manifesto a disposizione di tutti per un confronto nel merito che parli di “cosa” e non di “chi”. Probabilmente sarà più facile ritrovarsi e soprattutto non perdersi.

Buon venerdì.

(continua su Left)

Il discorso del leader. Battuto alle elezioni

Scusatemi. Mi sono sbagliato.

Ho creduto che il voto di qualche milione di persone di sette mesi fa fosse un fastidiosissimo intoppo nella mia perversione di intendere il potere come mio potere, la politica come la mia politica, il partito come mio partito, la sinistra come la mia sinistra e così anche il mio centrosinistra. Ho pensato, sbagliando ancora, che rendere digeribile alla gente di sinistra le politiche sfacciatamente di destra fosse un buon modo per votare a sinistra. Che sciocco: a forza di rendere potabile quegli altri non ho pensato a quanto fosse naturale votare loro, direttamente gli originali.

Scusatemi mi sono sbagliato.

Ho pensato che bastasse fomentare l’indignazione contro gli stipendi dei politici, iperbolare sulle loro pensioni e rimestare tra i loro arresti per credere che questo bastasse per essere la naturale alternativa. Ho finito per intendere la politica come un soffio continuo sul fuoco e alla fine mi sono bruciato anch’io. Che sciocco: ho creduto che amministrare, sapere amministrare, proporre oltre che demolire, sapere di politica, prendere decisioni e prendere posizioni fossero solo degli antipatici compiti a casa da poter copiare in classe. E mi sono sbagliato. Ora usciamo di qui, diciamo che abbiamo perso e che questo errore ci serve per essere migliori come succede alle persone normali.

Scusatemi mi sono sbagliato.

É che la gente là fuori sta male. Male davvero: più poveri, con meno speranza, spaventati, incazzati, oppressi ogni volta che pensano a un futuro più lungo dei dieci minuti di un caffè, sbeffeggiati dai potenti e per niente informati sulle dinamiche dei poteri. Che sciocco: ho pensato che la gente potesse avere ancora voglia di occuparsi di politica mentre la politica ha smesso di occuparsi della gente. Ora usciamo da qui e lo diciamo chiaro e tondo che governare con solo l’appoggio di una minoranza oscena e silenziosa è un esercizio logorante che vogliamo dismettere subito.

Scusatemi. Mi sono sbagliato.

Buon martedì.

(continua su Left)

Per l’avvocato di Carminati Mafia Capitale è “un processetto”

Sono due, al momento, le date della possibile sentenza del processo Mafia Capitale. La sentenza potrebbe infatti arrivare il prossimo 18 luglio o il 10 settembre. La riserva verrà sciolta nel corso dell’udienza del prossimo 13 luglio, dopo che saranno ascoltate le dichiarazioni spontanee di Salvatore Buzzi. Inoltre il rinvio è stato disposto per ragioni tecniche legate alle intercettazioni.
 
Il difensore del ‘cecato’: “Gli hanno sparato in faccia perché, da morto, doveva diventare l’autore della strage di Bologna”
 
Poi l’affondo della difesa di Carminati, con l’arringa del suo legale Giosuè Naso: “Sfido tutti e cinque i procuratori della repubblica che si sono applicati in questo procedimento a indicarmi qual è il processo nel quale Massimo Carminati viene definito il ‘pirata’ o il ‘cecato’”. “Questo -ha aggiunto il penalista- dimostra che i processi si fanno con quello che scrivono i giornalisti. E poi è un problema di dignità, non porta una benda per apparire affascinante, porta una benda perché gli hanno sparato in faccia a bruciapelo. Non è vero che gli si sparò in macchina, scese con le braccia alzate e gli si sparò in faccia”. Lo stesso avvocato Naso, riguardo al ferimento di Carminati ha poi detto: “Gli agenti della digos gli hanno sparato perché Carminati doveva diventare da morto l’autore della strage di Bologna. Questa è la verità. Se volete cercare rapporti equivoci con le istituzioni cercate in quella direzione. Dopo 240 udienze, questo resta un processetto”.
 
“Nel caveau di Piazzale Clodio cercavano gioielli”. Poi le divagazioni sul ruolo dei militari dei Carabinieri
 
Ed ancora sul celebre furto al caveau di Piazzale Clodio: “Quale lista? Nel caveau cercavano gioielli”. Il penalista ha poi aggiunto che “ammesso che i magistrati che avevano cassette lì ci tenessero dei documenti riservati”, data la caratura istituzionale non si sarebbe certo trattato di carte compromettenti. “Questa -ha aggiunto il difensore- è una ipotesi offensiva nei confronti di persone che stavano ricoprendo cariche istituzionali”. “Sapete perché si è fatto il furto al caveau di piazzale Clodio? – ha spiegato Naso – Perché i carabinieri del nucleo traduzioni avevano provato a fare il furto all’agenzia della Cassazione e siccome erano carabinieri non ci sono riusciti e quindi si sono rivolti a un cassettaro, che gli ha detto facciamola a una agenzia più grande, a Clodio. I carabinieri gli dissero che avevano due giorni di tempo, a partire da venerdì notte, perché il cambio della guardia si faceva il lunedì. Poi il capitano decide di cambiare turno, e il cambio si fece di domenica mattina. La fretta ha fatto si che non si aprissero le cassette che resistevano al primo impatto”.
 
“Dopo  aver messo insieme 10 milioni di carte e la trascrizione di 80mila intercettazioni, questo resta un processetto”
 
“Nei miei confronti vengono utilizzati spesso dei pregiudizi, perché mi sono fatto la fama di provocatore – ha detto ancora l’avvocato Naso – Nel corso della prima udienza mi permisi di qualificare questo processo come un processetto. Dopo 240 udienze, avendo messe insieme 10milioni di carte, censurato 4 milioni di pagine di brogliacci, avendo trascritto 80mila intercettazioni, non ho cambiato il mio giudizio. Questo è un processetto dal punto di vista tecnico-giuridico. Non c’è alcun aspetto che merita un motivo di studio da parte di nessuno di noi difensori. Non c’è un argomento che mi abbia costretto a fare una ricerca giurisprudenziale. Non c’è niente in questo processo”.
 
“Si tratta di un processo farsesco”: poi il confronto con quello Pecorelli: “Sia lì che qui non si è processato un fatto di reato ma si sono investigati degli imputati per quello che erano…”
 
Rivolgendosi al tribunale, lo stesso penalista ha poi aggiunto: “Resta un processetto che però può essere definito con una grande sentenza. Adesso sta a voi. Perché se all’esito di questo mastodontico processetto emetterete una grande sentenza, non solo ristabilirete la legalità ma compierete un’opera di ristabilimento di garanzia dei diritti individuali e della libertà che in questo processo sono stati lesi, financo il diritto di difesa”.  “Un processo farsesco”, ha detto ancora Giosuè Naso. Lo stesso penalista, proseguendo nel suo intervento ha poi fatto un confronto con il processo Pecorelli. “Sia lì che qui non si è processato un fatto di reato ma si sono investigati degli imputati per quello che erano o per quello che qualcuno credeva che fossero -ha spiegato Naso- Ma se quello è stato un processo drammatico, questo è un procedimento farsesco”.
 
“Dal Tribunale mi aspetto una sentenza politicamente scorretta che non tenga conto di niente che possa intaccare il vostro libero convincimento…”
 
Poi la speranza: “Io mi aspetto dal tribunale una sentenza politicamente scorretta che non tenga conto di niente che possa in qualche misura intaccare il vostro libero convincimento e che sia resa in ossequio esclusivamente alle emergenze del processo. Ho questa aspettativa, questa speranza, ma resto con i piedi per terra perché conosco le cose del mondo – aggiunge – Mi auguro che voi emettiate una sentenza che certifichi l’insussistenza di questa presunta associazione mafiosa, e che mandi assolti tutti gli imputati per inconsistenza del fatto”.

”I gattopardi che hanno affondato Falcone son quelli che oggi salgono sui palchi per commemorarlo”: parola di Gratteri

(di Paolo Casalini, fonte)

Graffiante e senza peli sulla lingua. Così il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, nel dibattito a due voci con Rosy Bindi presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, nella sede vescovile di Arezzo. Moderatore Stefano Mendicino.

Hanno commemorato Giovanni Falcone, a 25 anni dalla sua scomparsa. Hanno ricordato la sequenza dell’orrore: Chinnici, La Torre, Mattarella ed infine Borsellino. Hanno fatto rivivere la stagione stragista di via dei Georgofili, del Velabro e di Milano

Gratteri ha ricordato Falcone, tratteggiando con precisione l’ambiente in cui il giudice assassinato si muoveva. Ha ricordato che i primi a farlo affondare, i primi a lasciarlo solo, prima dei politici, prima delle istituzioni, sono stati gli altri magistrati. Falcone ha sofferto le loro invide e le loro maldicenze. Ha sofferto infine il rapporto con il CSM e con la commissione Antimafia.

Ha concluso il suo intervento con un messaggio di speranza, quello che viene dai tanti giovani che a Palermo ancora onorano la sua memoria, pur essendo nati dopo la sua morte, ma anche con una brutale osservazione: i gattopardi che lo hanno fatto affondare sono gli stessi che oggi salgono sui palchi per commemorarlo!

Sulla morte di Borsellino una tagliente domanda della presidente della Commissione Parlamentare Antimafia: “Ancora mi chiedo, a 25 anni dalla sua morte, perché la Procura di Caltanisetta, dopo che il giudice aveva dichiarato di aver cose da raccontare ai colleghi, ha atteso 57 giorni per convocarlo e soprattutto perchè al 56esimo sia saltato in aria”.

Domande pesanti, a cui forse neppure la storia potrà dare una risposta. Intanto il CSM ha desecretato il fascicolo sul magistrato Falcone: un passo avanti notevole verso la conoscenza storica, ha dichiarato Gratteri.

Il lavoro di Falcone è stato un successo tale che solo a distanza di anni possiamo valutarne la portata – ha stigmatizzato la Bindi – Di fatto Cosa Nostra è stata decapitata, sconfitta, annientata. Questo è uno dei grandi meriti degli uomini che hanno dato la vita per questo risultato.

Contemporaneamente – ha spiegato il magistrato – mentre Cosa Nostra perdeva molti dei suoi tentacoli, avanzava in silenzio e senza clamori la ‘Ndrangheta. Non cercava confronti con la politica nazionale, si limitava ad infiltrarsi in quella locale. Controllava elezioni, consigli comunali, sindaci. Tutt’oggi è in grado di spostare qualcosa come il 15% della forza elettorale, decidendo così chi vincerà e chi no. Non si fa mai problema di posizione politica: destra, centro o sinistra non ha alcuna rilevanza. Rileva solo che non sbaglia mai cavallo.

E questa Ndrangheta, ha spiegato Gratteri, si è molto allargata. Al Centro, al Nord e poi sempre piu’ lontano, fuori dai confini del paese. Dove non esistono reati specifici contro l’associazione mafiosa, dove non si confiscano i beni delle cosche come ad Anghiari, dove le forze di polizia non sanno neppure come fare per fronteggiare il fenomeno ed è quindi molto piu’ semplice negarne l’esistenza. Non è vero che all’estero ci sia meno corruzione, è vero invece che all’estero si preferisce far finta che non ci sia. Parole sferzanti, sostenute dal racconto fatto dallo stesso magistrato, di quando è andato oltralpe a spiegare i rischi delle infiltrazioni e si è sentito prima deridere e poi prendere a pesci in faccia.

La declinazione di questa vicenda tuttavia, avrebbe avuto bisogno di un contradditorio qualificato almeno nella sua visione istituzionale: la differenza fondamentale secondo Gratteri, sta infatti nella rappresentazione del pubblico ministero, che in Italia (e quasi solo in Italia) è anche un magistrato ed è sottoposto all’obbligatorietà della azione penale. E’ un richiamo diretto alla iniziativa delle Camere Penali Nazionali che hanno promosso la raccolta firme per la legge popolare sulla separazione delle carriere. Secondo il magistrato calabrese, un errore madornale, che finirebbe per porre i PM sotto il controllo dell’esecutivo, sostenuto in questa tesi in pieno anche dalla Bindi.

Ironia della sorte e della storia, perchè contrario certamente a Gratteri e alla Bindi invece sarebbe stato proprio Giovanni Falcone che testualmente scrisse:

“Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti.

Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte”

Forse una vocina in grado di confutare le sue tesi durante la stessa serata, non ci sarebbe stata male. Ma pazienza, nei prossimi giorni cercheremo di approfondire.

Sempre sulle camere penali, che hanno indetto uno sciopero a oltranza per opporsi alla riforma proposta dalla commissione Gratteri (era presidente), il Procuratore ha difeso la sua creatura, spiegando che il concetto di fondo della riforma è quello di cercare di rendere piu’ snello il processo informatizzandolo. Non serve allungare o interrompere i tempi della prescrizione, serve invece mettere i tribunali nella condizione di accellerare, restando così nei limiti stabiliti dalla legge per il giudizio. Facendo prima di tutto in modo che i fascicoli non poltriscano per 4 o 5 anni negli armadi delle procure.

Una giustizia – dice Gratteri – non piu’ fondata sui difetti di notifica, che favoriscono imputati che possono permettersi avvocati scaltri e ben pagati, ma sui processi fatti in aula e le Camere Penali, invece che andare in battaglia contro i mulini a vento, dovrebbero finalmente pretendere una riforma del CSM, per liberarlo dalle correnti.

Il dibattito sarà trasmesso da TSD nei prossimi giorni e sarebbe molto interessante avere un parere opposto, per stabilire una sorta di contradditorio virtuale.

Basta con questa sindrome quattrodicembrista. Davvero.

Impossibile non essere d’accordo con quanto scrive Pietro Spataro:

Non si può attribuire, con malcelata irritazione, la responsabilità di tutti i guai che combinate a quelli che il 4 dicembre – e in prima fila ovviamente c’è sempre Massimo D’Alema, seguito da Bersani, Speranza e aggiungete voi chi volete – hanno fermato il Radioso Futuro che Matteo Renzi aveva in serbo per noi. Lo state facendo con la legge elettorale ora proporzionale e non più magnificamente maggioritaria come era l’Italicum per colpa, ripetete in coro, di chi ha votato no; lo fate ogni giorno sulla riforma costituzionale che, secondo gli effetti nefasti della sindrome suddetta, dovrebbe essere presentata in forma nuova in Parlamento da chi non è nemmeno eletto e per di più non è membro del partito di maggioranza; lo fate per giustificare una molto probabile alleanza con Berlusconi dopo il prossimo voto; qualcuno addirittura ha attribuito al “quattrodicembrismo” persino la responsabilità di una sentenza del Tar che ha bloccato la nomina di alcuni direttori di museo. Sono solo alcuni esempi, molti altri se ne potrebbero fare: basterebbe farsi un giro sui profili social di molti dirigenti Pd per vedere come ad ogni inciampo si risponde con la cantilena “ma il quattro dicembre”.


Questi comportamenti sono il sintomo di una malattia: la derealizzazione. Che in politica è assai grave, come si può facilmente immaginare. In questo modo la sconfitta del 4 dicembre – sulla quale peraltro il Pd non ha minimamente fatto una riflessione seria – sembra l’effetto di un Contropotere Malvagio guidato dal Nemico Interplanetario Massimo D’Alema piuttosto che, come realmente è, il risultato di una serie di clamorosi errori politici che hanno spinto il popolo (lo stesso popolo a cui fate spesso riferimento) a dire no, grazie.

«Dobbiamo credere nell’utopia dell’uguaglianza», parola di Luciano Canfora

(una gran bella intervista da Micromega)

«Come osservò Tocqueville la libertà è un ideale intermittente, l’uguaglianza invece è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame». Luciano Canfora, classe ’42, è professore emerito dell’Università di Bari, storico, filologo classico e saggista. Per ultimo, ha scritto per Il Mulino “La schiavitù del Capitale” (112 pp., 12 euro) nel quale sottolinea, con un pizzico di ottimismo, come il capitalismo abbia vinto «ma forse è solo un tornante della storia». Insomma, la partita sarebbe tutt’altro che chiusa: «L’Occidente si trova di fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni e daccapo ha perso l’offensiva. Più sfida il mondo (per usare la terminologia di Toynbee) e più aspra è la risposta».

Professor Canfora, per lei campeggiano due utopie al mondo: l’utopia della fratellanza e quella dell’egoismo. Non trova che quest’ultima stia stravincendo a livello globale?

Ha quasi sempre vinto sul breve periodo: l’utopia dell’egoismo nella storia ha giocato all’attacco. Come scrive Lucrezio nel quinto libro del De rerum natura essa inizia quando l’uomo scoprì l’oro e la proprietà privata. Il moderno profitto ne è l’equivalente monetario; è connaturato da una spinta biologica. Ma, attenzione, questa egemonia ha la strada in salita, la storia ci ha anche dimostrato che prima o poi all’utopia dell’egoismo si contrappone una reazione. Gli anticorpi consistono nella spinta all’uguaglianza che mette in discussione la supremazia dell’egoismo proiettato verso il profitto. La storia non ha ancora dato la vittoria a nessuno.

Sono più pessimista: come reazione alle politiche dell’Occidente abbiamo il fanatismo religioso dove – lo dimostra il caso della banlieus parigine – gli emarginati ormai scelgono l’integralismo islamico come via di riscatto dall’esclusione sociale. Prima della caduta del Muro di Berlino, in Occidente chi si opponeva allo status quo optava per la “via socialista” mentre ora si iscrive direttamente alle milizie del Califfato?

Nel Novecento pur di sconfiggere il vacillante “socialismo realizzato”, l’Occidente ha preferito armare il peggior fondamentalismo islamico, ad esempio i Talebani in Afghanistan. Così sulle ceneri del socialismo – pensiamo anche alle varie esperienze nel mondo arabo con il partito Baath e alle forme laiche di antimperialismo in Medioriente – si è imposta la barbarie dell’integralismo religioso con la sua escalation di terrore. Anche qui la storia ci può essere d’aiuto: ucciso Robespierre, dopo anni, quel pensiero si è palesato nuovamente, ma in forma ancor più violenta, sotto le sembianze di Stalin. I vuoti vengono riempiti, con modalità sempre più cruente. L’Islam di oggi, comunque, non è surrogato del mondo socialista ma, come dimostra un recente studio di un ex diplomatico USA, pubblicato dall’editore Kopp, è uno dei prodotti della guerra globale della Cia.

Mi sta dicendo che sono “giocattoli” scappati di mano?

L’Isis si muove in modo unitario, come una grande potenza. Il capitalismo è quel titanico stregone che unificando il pianeta nel nome e nel segno del profitto ha suscitato e scatenato forze che non sa e non può più dominare. Pensiamo al rapporto con l’Arabia Saudita wahabita, per gli Usa il criterio realpolitico ha quasi sempre avuto la meglio sulle scelte di principio.

Sicuramente l’Occidente avrà le sue responsabilità, intanto in Europa resta il problema degli attentati…

Bisogna dirsi le verità scomode: da un lato abbiamo la barbarie, dall’altro non ha senso schierarsi con le nostre guerre umanitarie. Siamo dentro una spirale guerra/terrorismo. L’Occidente detiene la ricchezza, le armi, la cultura ed ha in mano le principali carte del gioco. Ha tutto l’interesse, economico e politico, ad alimentare odi e violenza per smerciare le armi che produce. Tra l’altro costruisce l’immaginario e le narrazioni con morti di serie A e morti di serie B: gli attentati in Occidente vengono deprecati col massimo della solennità, mentre le azioni terroristiche che da 14 anni insanguinano l’Iraq dopo la proditoria cacciata di Saddam ottengono un trafiletto sui giornali. Nel luglio 2016 due centri commerciali a Baghdad vengono distrutti da un attentato suicida dell’Isis, le dimensioni dell’enorme carneficina vennero rese note col contagocce. In Occidente utilizziamo due pesi e due misure.

Nella prima parte de La schiavitù del Capitale Lei compie una ri- o de-costruzione storica della categoria di “Occidente”. Non è quindi un blocco unitario come troppo spesso crediamo?

L’ingresso degli Usa negli equilibri europei nel 1917, nella I guerra mondiale, cambia gli scenari. Per Oswald Spengler, in quella data, ha inizio il declino dell’Occidente. Dopo il 1917 il concetto di Occidente prende le sembianze degli Usa: non è un giudizio di valore il mio ma una fotografia dei rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Torniamo all’utopia della fratellanza, come uscire da questo capitalismo che ha ripristinato forme di dipendenza di tipo schiavile?

La crisi non scoppierà ai margini, nelle periferie metropolitane, ma scoppierà dentro il cuore del sistema. Mi spiego meglio: la crisi si produrrà al suo interno, tra le sue classi dirigenti tecnicamente attrezzate ma non dominanti. All’orizzonte non intravedo organizzazioni di qualche peso capaci di contrapporsi – e a livello globale le soluzioni non passano per l’Isis o per la Corea del Nord – soltanto la critica può salvare l’Occidente da se stesso. Il potere finanziario si fonda anche su ceti acculturati i quali non sono complici del profitto, o lo sono in misura marginale rispetto ai veri detentori della ricchezza. Sono questi ceti che vanno scossi tramite l’arma della critica. Consentimi una battuta: una rivista come MicroMega ha più responsabilità di quanto si pensi!

Alla fine del libro, come appendice, c’è un intervento di Alexis Tsipras del giugno 2015 nel quale invita i greci a ribellarsi ai diktat della Troika parlando di recupero della democrazia e di sovranità popolare. Non crede che in Grecia abbiamo visto il vero volto criminale delle Istituzioni? Alla fine il governo ellenico è stato costretto a capitolare accettando i vari memorandum…

Quando ho deciso di inserire questa parte, ero consapevole del fatto che, alla fine, Alexis Tsipras fosse stato costretto alla resa e ad andare contro il suo popolo. Ma quel discorso è di grande importanza simbolica perché mise in crisi il sistema UE. Mi ricordo i giornali dell’epoca che criticarono la scelta del referendum: come aveva osato Tsipras dare la parola ai cittadini disobbedendo alla Troika?

Poi, purtroppo, col coltello puntato alla gola è stato costretto a cedere alle pressioni dell’Eurogruppo. Ma nella sua lotta era isolato ed è stato abbandonato, dal governo spagnolo e dal nostro. Adesso Renzi dice di voler sbattere i pugni a Bruxelles contro Junker, con quale credibilità essendo stato il pugnalatore della Grecia? L’Italia poteva fare fronte con la Grecia e chiedere alla Troika di rinegoziare un debito pubblico assurdo e una serie di parametri di Maastricht. Si poteva venire a patti. Invece… è andata come è andata.

Anche la Francia di Hollande in realtà non si spese molto per la Grecia, non trova?

Certo, è complice in primis. Fa ribrezzo la politica dei socialisti francesi: calpestano i vari parametri europei ma essendo soci di serie A, nessuno gli dirà mai nulla. Un milieu ripugnante.

Rimaniamo in Francia. Adesso in Europa, come si evidenzia dalle elezioni di domenica con il duello tra Le Pen e Macron, lo scontro è tra un nuovo populismo xenofobo e l’ultraliberismo?

Innanzitutto, sarei meno succube della propaganda nostrana che descrive i fenomeni populisti con caratteristiche di fascismo. Andrei più cauto nell’affibbiare etichette. Gli stessi media che per anni hanno accusato la sinistra di utilizzare con troppa leggerezza il termine “fascismo”, vedi la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, adesso utilizzano tale categoria con disinvoltura. La storia va analizzata bene: quando Charles De Gaulle prospettò l’Europa delle patrie, dall’Atlantico agli Urali, qualcuno pensò di definirlo fascista? O un sovranista? Potremmo davvero definirlo tale? Direi piuttosto che il gollismo è un fenomeno specifico, con le sue proprie caratteristiche, circoscritto alla storia francese.

Professore, mi sta dicendo che Marine Le Pen non incarna un nuovo fascismo? È sicuro di ciò che sostiene?

È una definizione grossolana. Ha degli elementi in comune con il fascismo ma anche aspetti diversi: per esempio la capacità di intercettare un malcontento sociale della classe operaia francese. Cosa che non fu per il fascismo al suo sorgere: Mussolini, appoggiato dalla Corona, vinse contro la classe operaia. La situazione era diversa. Non vengo intimidito dalle formule dei giornaloni e dico che il lepenismo è una specifica realtà francese che dà voce ad una parte dei francesi che verrà calpestata da Macron e dalle sue banche.

Sì, ma fomenta razzismo e guerra tra poveri. Prende i voti della classe operai al grido «prima i francesi»…

Se l’Europa dei Macron fosse in grado di salvaguardare il welfare, e anzi fosse in grado di estenderlo alle masse impoverite che vengono dai barconi, sarei il primo a dire «viva la Bce». Ma non avviene questo. In Italia abbiamo visto come Renzi col Jobs Act ha destrutturato lo Stato Sociale per poi tacciare di populismo chi invece vuole difenderlo. L’uguaglianza è come la fame, è un bisogno permanente. E Marine Le Pen si rivolge a quelle classi subalterne abbandonate dalla sinistra.

In realtà in Francia il candidato Melenchon ha ottenuto al primo turno il 17% prendendo i voti, in primis, dei ceti sociali più deboli. Non crede possa esistere una terza via, tra i Macron e i Le Pen?

L’unica speranza è questa. E devo dire che, per fortuna, in Europa esistono alcune forze di sinistra alternativa. Ad esempio si parla troppo poco della Linke in Germania, è un modello molto interessante.

Beh, penso a Podemos e al suo “populismo di sinistra”. Così è stato bollato anche Melenchon. Su questo che idea si è fatto?

Respingo in toto la categoria del populismo. È ridicola dal punto di vista lessicale e non ha alcun valore concettuale né pratico. Populisti sarebbero tutti quelli che si richiamano al popolo, e allora lo sono tutti a partire da Giuseppe Mazzini? Altrimenti chi sono? Castro era populista? Il partito popolare, che parlava di “popolo” e rifiutava la nozione di “lotta di classe”, era populista? Lenin era populista? Salvini è populista? Dunque Garibaldi, Lenin, Sturzo tutti populisti? È un termine che viene utilizzato per squalificare coloro che non sono d’accordo col sistema dominante vigente: uno strumento volgare di lotta contro qualcuno.

Antonio D’Alì, candidato sindaco e in soggiorno obbligato dalla Direzione Distrettuale Antimafia

(Emanuele Lauria e Alessandra Ziniti per la Repubblica)

La direzione distrettuale antimafia di Palermo chiede il soggiorno obbligato per il senatore di Forza Italia Tonino D’Alì. Il provvedimento, notificato ai difensori Gino Bosco, Stefano Pellegrino e Arianna Rallo, sarà discusso nel corso di un’udienza davanti al tribunale che si terrà a luglio. L’atto è stato consegnato ieri pomeriggio, qualche ora dopo la chiusura delle liste per le elezioni di Trapani: il senatore è candidato sindaco.

Ma ora la sua permanenza nella campagna elettorale è a rischio: D’Alì stamattina è volato a Roma per confrontarsi con il commissario regionale di Fi Gianfranco Micciché e con i vertici del partito. Probabilmente vedrà anche Silvio Berlusconi.

D’Alì, nel settembre scorso, era stato assolto in appello dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per la contestazione di fatti avvenuti dopo il 1994. Per gli anni precedenti, invece, i reati riconosciuti sono caduti in prescrizione. Come avvenuto già in altre circostanze, la Procura ha scelto di avvalersi degli indizi carico dell’imputato per sostenere la sua pericolosità sociale, chiedendo il soggiorno obbligato a Trapani. Una bufera che si scatena a 25 giorni dalle elezioni.

Il senatore D’Alì reagisce con veemenza e annuncia la decisione di “sospendere la campagna elettorale”. “La persecuzione giudiziaria continua! Due volte assolto e nuovamente aggredito!  – dice – Ieri, dopo appena un’ora dalla chiusura della presentazione della mia candidatura e delle liste per l’elezione a Sindaco di Trapani, con tempistica cadenzata in maniera da precludere ogni alternativa, ho ricevuto una assolutamente imprevedibile ed ingiusta proposta di misura di prevenzione per obbligo di soggiorno nel comune di residenza da discutere nel prossimo mese di luglio.

“Al di là degli aspetti e degli esiti giudiziari, per me certi nella riaffermazione della mia colpita dignità, ma purtroppo anche nella lungaggine di un già patito calvario, il messaggio è inequivocabile: al di fuori del percorso elettorale democratico qualcuno vuole e può far sì che io non possa impegnarmi come sindaco nel far diventare Trapani la città civile ed all’avanguardia per la quale ho sempre disperatamente lottato.

 

“Quella Trapani del futuro già entrata nei sogni dei Trapanesi appena pochi giorni dopo l’inizio della mia campagna elettorale. Il continuo attacco alla mia dignità – continua  D’Alì – dovrebbe allarmare tutti, solo chi ha interesse a non vedere e capire può non chiamarlo una persecuzione che non trova la fine neppure dopo le sentenze di assoluzione. Persecutori e detrattori di un innocente da un lato, avversari senza speranza e adusi alle vie traverse dall’altro, ansiosi del potere in questa mortificata città potranno forse gioirne, e, se mai dovessero averne il consenso, si accomodino pure”.

I rifiuti non sono nei cassonetti. Ma bruciati nel camper

Questa cosa dei volontari del Pd in maglietta gialla che faranno i netturbini per un giorno su Roma con la speranza di incastrare Virginia Raggi e di rimbalzo il Movimenti 5 Stelle mi manda fuori di testa. Davvero. Mi lascia perplesso ferocemente anche che il vetero-neo-segretario del Pd Matteo Renzi abbia il tempo di preoccuparsi del giallo delle divise da spazzini e delle pelose quisquilie romane, mentre un Paese intero galleggia pericolosamente nelle acque della disillusione politica; questo ieri faceva il Fonzie di fianco a Obama e oggi si occupa dei sacchetti dell’umido. Quindi.

Forse a Roma, o meglio nel Lazio, o meglio ancora in Italia, il problema non sta nella foglia di lattuga lasciata sul marciapiede ma piuttosto nell’umanità disperata delle ragazze madri che abbandonano come pacchi o nei camper in cui bruciano tre sorelle di undici figli accampati sotto l’insegna di un ipermercato. Oppure forse “la crisi” sta proprio nell’incapacità di parlare delle persone, tutti presi dalle “cose” e dai bilanci.

Quando qualcuno decide di abbassare la politica ai sacchetti dell’umido mentre tutto intorno la gente affoga, brucia o si dispera forse si è perso il punto centrale: si è leader quando si ha il coraggio di sfidare l’avversario sulle vette più complesse del dibattito.

 

(continua su Left)