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Caro De Bortoli, perché non l’hai scritto sul Corriere?

Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, scrive nel suo libro Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo appena pubblicato da La Nave di Teseo

“L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.

Sempre su Banca Etruria aggiunge:

L’industriale delle scarpe Rossano Soldini mi ha raccontato di aver avuto molti sospetti sul ruolo della massoneria locale nella gestione dell’istituto. Elio Faralli, che ne fu padre-padrone per circa 30 anni, fino al momento in cui fu costretto a lasciare il timone a Giuseppe Fornasari, era notoriamente un massone. Soldini fece molte domande scomode, in particolare sul ruolo del consigliere Alberto Rigotti, il cui voto, probabilmente invalido, fu decisivo per eleggere Fornasari. Rigotti ebbe prestiti dalla banca, mai rientrati, e finì in bancarotta con il suo gruppo editoriale. I consiglieri dell’Etruria godettero di affidamenti per un totale di 220 milioni. Gli organi statutari erano del tutto ornamentali.

E ancora:

Alessandro Profumo, ex presidente del Monte dei Paschi, il 15 giugno 2016, durante la presentazione del libro di Fabio Innocenzi Sabbie mobili. Esiste un banchiere per bene? (Codice, 2016) rispondendo a una domanda sul tracollo del Monte dei Paschi se ne uscì con questa frase: «La colpa è tutta della massoneria». Se ne parlò poco. Profumo mi spiegherà poi di avere avuto sempre la sensazione che ci fossero fili sotterranei, strane appartenenze. E che il sospetto dei legami massonici emergesse soprattutto quando si trattava di assumere qualcuno, constatando i diffusi malumori per un no inaspettato. E ha usato un esempio dalla Settimana Enigmistica. Unisci i puntini e scopri il disegno. Ma quanti sono i puntini? E qual è il disegno?

Al di là delle evidenze che speriamo (con poca speranza) che possano essere chiarite e al di là di una gestione del potere della truppa renziana sempre piuttosto atipica e bulla rimane un dubbio (poi ognuno decide personalmente se ritenere più affidabile l’uno o l’altra dei personaggi in commedia). Dunque, Boschi sganciata la bomba (per la gioia dei nemici politici della Boschi e di Renzi) e garantito un rumoroso lancio al libro mi sorge una domanda spontanea: ma perché De Bortoli (che personalmente stimo per le posizioni e la schiena dritta) non ha scritto di questo sul quotidiano di via Solferino (di cui tra l’altro è pregiato editorialista, oltre che essere stato direttore fino al 2015)? Perché altrimenti davvero viene difficile comprendere come possa una parte della nostra povera stampa (sempre pronta a incensare il potente di turno) conquistarsi la credibilità che ultimamente è spesso in discussione. Dico, avrebbe avuto tutto un altro senso (sia politico che giornalistico) leggere questi dubbi sul Corriere della Sera, no?

E se qualcuno gliel’ha impedito meglio ancora: i nomi e i cognomi di chi non vuole (sul quotidiano più “prestigioso” d’Italia) che si disturbi il manovratore […]

(continua su Left)

Ma ve li ricordate? (un monologo sugli incidenti sul lavoro)

(intervento scritto per il seminario “Nuovi orizzonti per un cantiere sicuro”, Reggio Emilia, 4 maggio 2017)

Ve li ricordate?
A Bari c’è Bartolomeo. Fa Deserio di cognome e ha 43 anni. Sui giornali delle sale d’aspetto dei dentisti e dei parrucchieri ci sta scritto che a 43 anni inizia la giovinezza, che non è più mica come prima. “Splendidi quarantenni”, sotto le foto, sempre così. Bartolomeo tiene pure due figli, come dice lui, uno di quattordici e l’altro di sette. E lo dice come una filastrocca. Dal 1985 lavorava in una grande impresa edile di Bari, di quelle che prendono tutte le commesse che contano laggiù in Puglia. Lui alle 4.30 del mattino si sbarbava, si sbollentava un caffè e prendeva il pulmino che raccoglie gli operai verso Brindisi, dove il cantiere apriva alle 7, mi raccomando puntuali. A dirla tutta lo guidava, Bartolomeo, il pulmino. Pulmino, cantiere, pulmino. Bari, Brindisi, Bari. Rientrava a casa alle 18.30 quando andava bene. Quattordici ore, ad andar bene. Erano le tre del pomeriggio del 1996 quando il martello pneumatico gli si è incastrato nel calcestruzzo tra l’armatura in ferro. Bartolomeo, per disincastrarlo ha fatto un salto indietro, poi due e poi tre per non rimanerci martellato: “grave trauma lombare e conseguente paralisi del nervo sciatico della gamba sinistra” c’era scritto sul certificato del medico. Zoppo a vita, insomma. Patente declassata e una paura fottuta di mostrarsi troppo zoppo. «Quando mi vedono zoppicare cosa penseranno; mi licenzieranno? Come farò a tirare avanti la mia famiglia?», racconta Bartolomeo. E quindi niente, pronto subito al ritorno in cantiere. Sforzandosi di non sembrare storpio. Ma quando 4 anni dopo c’era da scaricare dei tubi senza imbracatura perché il muletto stava impegnato e c’era da fare in fretta quella gamba non ha tenuto: trauma cranico-cervicale, nuovo foglietto. Il capo cantiere si spaventa e Bartolomeo finisce per essere rimbalzato in giro per cantieri, 14, 15 ore al giorno tutti i giorni. E poi giù, sempre peggio. Fino a quando l’azienda lo spedisce alla visita d’idoneità dal medico aziendale: non idoneo. E comincia il tunnel delle carte bollate. Ora Bartolomeo ha una grave osteoporosi vertebrale con crolli di tre vertebre dorsali, il morbo di Chron, una malattia esofagea detta metaplasia di Barrett che è una (malattia precalcerogena), gastrite cronica, ernia iatale, scoliosi e ipercifosi, ernie cervico-dorso-lombare con artrosi, spondilosi, e osteofitosi, prostatite e ipertrofia prostatica, ipertensione arteriosa, fibrosi polmonari interstiziali, con insufficienza respiratoria restrittiva sindrome del tunnel carpale del nervo mediano bilaterale ed ulnare di sinistra, tutte e due le braccia rovinate, ossia le ossa e i tendini dei bicipiti dei muscoli laterali e dei sovraspinosi. Lo splendido quarantenne.

Ve li ricordate?
Nicola invece era partito da Caserta per fare l’operaio in una ditta di pasta fresca a Reggio Emilia. Lui, la moglie e la loro bambina. Il 24 maggio del 2005 i carabinieri suonano il campanello della moglie e le dicono che suo marito ci è finito impastato lui, dentro la macchina impastatrice. «È come se mi fossi addentrata in un tunnel buio dove non si vede il fondo, però fatto il primo chilometro, gli occhi si sono abituati alla semi oscurità rendendo meno difficile il cammino, non so verso dove o cosa. Nel frattempo, però, a volte non ho neanche voglia di camminare. Lui è sempre il primo dei miei pensieri quando mi sveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Spesso parlo anche con lui, altre volte invece mi è difficile perché vorrei sentire una risposta da parte sua. È un alternarsi di giorni brutti e di giorni un po’ meno brutti.», racconta lei. Ci ha messo un anno per trovare il coraggio di dirlo alla figlia. Un anno.

Ve li ricordate?
Andrea invece aveva 23 anni. Ve lo ricordate Andrea? Era così felice della sua auto nuova, un’Opel Corsa nera come la notte, comprata a rate. L’Asoplast di Ortezzano l’aveva fatto “grande” e ora poteva avere un’auto tutta sua. “Stampaggio di materiale in propilene, pvc e tampografia”, c’era scritto sui depliant. Il 20 giugno Andrea si alza alle tre e quarantacinque del mattino per essere in fabbrica puntuale per le cinque. Da Porto Sant’Elpidio è un bel pezzo di strada. Alle sei e dieci la macchia tampografica comincia a dare problemi, Andrea le mette in stand-by e ci fruga dentro. Mancavano le “adeguate misure di sicurezza”, dice il processo. La pressa è ripartita è Andrea ci è rimasto dentro con la testa, tra i tamponi. Andrea Gagliardoni.

Ve li ricordate?
Non è mica facile ricordarseli tutti, ‘sti morti ammazzati, rimasti mezzi sderenati, finiti incastrati, mutilati, schiacciati, trinciati, calpestati, investiti, annegati, soffocati, addormentati. Morti. Dico, ve li ricordate?

Bruno Galvani, ad esempio. Bruno non era nemmeno maggiorenne. A diciassette anni era già a libro paga di una ditta artigiana. Cisterne di gasolio per uso domestico e agricoltura e cancellate in ferro: dimmi che lavoro fai e indoviniamo cosa potrebbe ucciderti. Ogni tanto funziona così, qui. Anche se alla fine Bruno dicono che gli “è andata bene”, in fondo. Se non muori sul cantiere o in fabbrica “ti è andata bene” perché in giro da qualche parte del mondo al posto tuo, con un lavoro uguale, ci è già morto sicuramente qualcuno, senza nemmeno bisogno di guardarsi le statistiche. Bruno a diciassette anni lavorava in una squadra da otto, otto operai in tutto, di cui metà minorenni e l’altra metà di anziani che per anzianità si sono eletti capi. “Prendi il muletto e sistema quelle cisterne”, gli ha detto quel giorno il capo. Come se fosse un ordine lanciato di fretta a un cameriere, con la superficialità di chi tiene il punto sulle merci e poi, solo dopo, al massimo, se c’è tempo, sulle persone. Bruno il muletto non l’aveva mai guidato in vita sua, a dire la verità. Ma a diciassette anni e con pochi mesi sulle spalle pensi che se te l’hanno chiesto funziona così. Così ci sono Bruno, il muletto, la ghiaia del piazzale e le caldaie da inforcare. E poi il buio. Come diventa buio quando si scrive, si ascolta o si racconta di questi feriti stramazzati da quattro soldi.

Bruno racconta che quando ha riaperto gli occhi come prima cosa ha pensato al dispiacere che avrebbero provato i suoi, a vederlo per terra tutto pieno di sangue. Non ha pensato a sé; al dispiacere dei suoi genitori. Racconta. E poi i colleghi di lavoro che piangono e la sirena dell’ambulanza che si avvicina. Cento punti di sutura. Gli hanno dato cento punti di sutura, gli hanno riallacciato la testa, come una cerniera. E un anno di ospedale. Più di quanto aveva fatto in azienda. Dopo un anno, i medici, la frase: “non camminerà più sulle sue gambe, caro Bruno”, gli dicono i medici. “Davanti ad una sentenza di questo genere a diciassette anni, credetemi, in quel momento vorresti che l’incidente ti avesse ucciso – lo racconta lui, così, parola per parola – che la tua vita fosse finita in quel momento e pensi che non è umanamente accettabile dover vivere per sempre da paralizzato. E tutto per colpa non dico di un incidente in moto, mentre ti stavi divertendo e facevi il pazzo. No, mentre stavi lavorando per poterti permettere una pizza con gli amici, vestiti nuovi, magari un domani un’auto usata, una vacanza con una ragazza”. Mentre Bruno racconta la sua storia non ha nemmeno un alito di rabbia nella sua voce. “A queste cose si pensa – dice Bruno – e si deve pensare a diciassette anni. Non dover pensare se la vita è “finita” oppure no. Se la tua ragazza ti vorrà ancora oppure se non saprà che farsene di un invalido. Che non potrai più sentire il vento nei capelli. Che i tuoi amici non ti considereranno più quello di prima. Che non avevi mai visto in giro fino a questo momento, dove invece sei contornato da tante altre persone giovani o vecchie nelle tue stesse condizioni fisiche, una sedia a rotelle e pensavi che una cosa del genere potesse toccare solo agli “sfortunati dalla nascita” o agli anziani. Dopo un anno di ospedale realizzi che il tuo datore di lavoro non è mai venuto a trovarti neanche una sola volta e neppure ti ha mandato una lettera. Dopo un anno di ospedale realizzi che lì, in quel posto dove conosci tutti e tutti conoscono quello che ti serve e quello che pensi e soprattutto tanti sono come te, ci stai troppo bene e non vuoi più andartene. Perché andartene vuole dire dover ricominciare a vivere. Vuole dire vedere gli occhi delle persone che incontri per la strada che non ti “guardano” o ancora peggio non ti “vedono”. Vuol dire, in seggiola a rotelle, fare una fatica incredibile per percorrere i marciapiedi della città ingombri di biciclette e bidoni della spazzatura. Vuol dire pensare che alla fine dovrai tornare a lavorare da qualche parte e già ti rendi conto che nessuno ti vorrà perché ti riterranno solamente “un peso sociale”. La storia di Bruno non va nemmeno toccata sulle virgole, va detta così, virgolettata come la dice lui: “Non nascondo che, soprattutto i primi anni, è stata veramente dura accettare una sorte di questo tipo. Ma poi le vicende della vita mi hanno portato a credere ancora in me stesso e nelle persone. E soprattutto a credere che vale sempre la pena accettare le sfide che la vita ti riserva, perché cadere e poi rialzarsi è una cosa che dà una forte soddisfazione e soprattutto ti dà la voglia di cercare di migliorare questa società che è ancora ben lontana dall’essere la società di tutti. Nel corso degli anni ho trovato una persona che mi ha amato e io ho amato lei. Oggi abbiamo due figli e difficilmente penso alla mia condizione fisica, se non davanti agli ostacoli fisici o psicologici che periodicamente ancora incontro. Oggi mi sembra una cosa normale spostarmi su una seggiola a rotelle. Ma ancora oggi non mi sembra normale che così tanti giovani (ma non solo loro) escano di casa al mattino per andare a lavorare e guadagnarsi uno stipendio e non tornano più a casa o ci tornano mutilati per sempre. Perché è vero che la vita non ha prezzo, ma è altrettanto vero che chi ha pagato un prezzo così elevato al benessere economico della nazione merita più rispetto di quello che ha oggi.” Dice così. E poi ringrazia. Perché dice che serve, che la sua storia si ascolti in giro.

Dico, ve li ricordate? No, non ce li ricordiamo mica. Perché una storia di un incidente sul lavoro, che qui dalle nostre parti chiamano morti bianche anche se il sangue è rosso come il sangue di tutti quegli altri, finisce raramente sparata sui giornali o in televisione e quando ci finisce dura giusto il tempo di una commozione tra i due spot pubblicitari. Dico, Paola Clemente, la bracciante. Ve la ricordate? Io confesso che la storia di Paola Clemente è una di quelle che mi sbriciolano il cuore. Sarà che in fondo per chi come me è cresciuto nell’are metropolitana milanese la parola “bracciante” è un suono che sembra provenire da un’altra epoca, da un altro pianeta o forse sarà che immaginare una donna (madre e moglie) che si secca sotto il sole per sgonfiarsi cadavere in mezzo ai pomodori è una storia che ha dentro tutti i peli peggiori: la dignità che si fa salsa, la schiavitù come resistenza ultima alla disperazione, il lavoro quando diventa annullamento della persona e il senso del dovere che si trasforma in giogo mortale.Paola Clemente aveva 49 anni e lavorava dalle 5.30 fino alle tre del pomeriggio, qualche volta anche alle sei, per 27 euro al giorno. Quella busta paga è una lama che affetta un Paese intero. Nemmeno tre pezzi da dieci euro per rinsecchirsi sotto il sole che sale verticale: ma come li spieghiamo questi morti ai nostri figli? Che diciamo a Stefano, suo marito, e a tutti i sopravvissuti della sua famiglia? Sono finite in carcere sei persone: tre dipendenti di un’agenzia interinale di lavoro (avvoltoi sulle costole degli sfruttati) e gli altri anelli di una catena di comando che trasforma le persone in chili di prodotto raccolto e nient’altro. Eppure sei persone, basta poco a capirlo, non possono da sole costruire una giungla che stringe la gola a pezzi interi di Paese. Mentre scriviamo la servitù bene educata continua a macinare vittime; forse non muoiono, riescono a svenire sul letto a fine giornata aggrappati all’ultimo esile respiro ma hanno addosso le stigmate dell’ingiustizia.
C’è un’ombra di giustizia, sul cadavere delle Paole che strisciano nei campi per due euro all’ora. Ma continua a essere notte sotto la calura assassina del sole.

Dico, ve la ricordate Paola? Sì, dai, che questa ve la ricordate.
Le chiamano morti bianche ma sono nere. Spesso in nero. E dai contorni grigi. Mentre scrufugliavo tra le carte per scrivere questi quattro fogli, per venire qui da voi, mi sono imbattuto in un poesia. A proposito di morti bianche. E non ci sarebbe niente di strano se non fosse che la poesia l’ha scritta Carlo Soricelli e Carlo Soricelli è un metalmeccanico in pensione, mica un uomo di lettere e di letture. Morti bianche si intitola. Dice:

Chiamatele pure morti bianche.
Ma non è il bianco dell’innocenza
non è il bianco della purezza
non è il bianco candido di una nevicata in montagna
E’il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli
che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto
occhi spalancati dal terrore
dalla consapevolezza che la vita sta scappando via.
Un attimo eterno che toglie ogni speranza
l’attimo di una caduta da diversi metri
dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni
del trattore senza protezioni che sta schiacciando
dell’impatto sulla strada verso il lavoro
del frastuono dell’esplosione che lacera la carne
di una scarica elettrica che secca il cervello.
E’ un bianco che copre le nostre coscienze
e il corpo martoriato di un lavoratore
E’ il bianco di un tramonto livido e nebbioso
di una vita che si spegne lontana dagli affetti
di lacrime e disperazione per chi rimane.
Anche quest’anno oltre mille morti
vite coperte da un lenzuolo bianco.
Bianco ipocrita che copre sangue rosso
e il nero sporco di una democrazia per pochi.
Vite perse per pochi euro al mese
da chi è spesso solo moderno schiavo.

Ecco. Morti bianche così.
Non so se avuto modo di rileggere con attenzione e calma il discorso dell’ottobre scorso del Presidente Mattarella. Perché le parole sono importanti, come diceva quel tale. “La sicurezza sul lavoro è una priorità e costituisce il banco di prova dell’efficienza di un Paese. Sul tema non è accettabile alcun calo di attenzione da parte delle istituzioni e delle forze sociali. Qualsiasi incidente sul lavoro – aggiunge – è infatti intollerabile, e anche una sola vittima infligge al corpo sociale una ferita non rimarginabile”. Ascoltate bene, le parole sono importanti. ”Un Paese moderno si misura anche dalla capacità di creare e conservare ambienti di lavoro sicuri: morire sul lavoro, ammalarsi per una causa professionale o restare invalidi o mutilati a seguito di un infortunio sul lavoro non è accettabile in un contesto industriale avanzato”, scrive il presidente della Repubblica.”Un tema essenziale in questo senso – prosegue Mattarella – è quello dell’effettività delle norme. Non è sufficiente dotarsi di una legislazione sofisticata, occorre altresì che essa venga concretamente attuata, anche nella disciplina di dettaglio”. In quel discorso Mattarella si rivolse quindi alle autorità presenti (era un convegno a Venezia) per invitarle ad adoperarsi “affinché vuoti di legislazione non si traducano in assenze di tutele per i lavoratori e in incertezze applicative per i datori di lavoro”.

È una questione di dignità. Certo. Ma è anche la questione di tutti i sopravvissuti che stanno intorno. Perché di fondo, se ne fossi capace, mi piacerebbe avere le parole per parlare dell’umanità, che si sbriciola in cantiere. Dei legami spezzati, dei padri che non tornano, dei mariti che mancano per costruire il futuro e della puzza che rimane per terra, anche se poi ti concentri a costruirci sopra villette eleganti.
C’è quella storia che è un manifesto. Si chiamava Mihai Istoc, aveva 45 anni, era un operaio, un operaio rumeno. Uno di quelli che le statistiche non ci entra nemmeno. Nemmeno l’onore di essere contato tra i morti perché lavorare in nero significa anche non meritarsi uno sputo di necrologio sincero. Mihai l’hanno trovato in un bosco, come Biancaneve. Ma morto. A Vignole di Montafia. Nel 2009. Ci sono voluti anni per capire che era caduto da un ponteggio. Stava lavorando ai lavori di ristrutturazione di una colletta a Venaria e poi s’è messo in testa di morire in un posto dove non doveva essere. Per questo il cadavere l’hanno portato nel bosco. Mi viene in mente che forse, oltre ad arrestare le persone, bisognerebbe essere capaci di arrestare i meccanismi del cervello che scattano convincendo qualcuno di poter nascondere un morto facendo finta che non esista. Ecco, storie così non sono solo mica storie di regole. Sono argini che si rompono nel campo della dignità e dell’umanità. Una cosa così. Non si può scrivere in una legge che si dovrebbe trattare qualsiasi operaio come se fosse un figlio. Ma il senso è questo. Ve lo ricordate Vincenzo Orfano? Quel maledetto mercoledì mattina doveva essere in servizio al cimitero, Vincenzo. E invece verso le 11, dopo aver timbrato il suo cartellino marcatempo, qualcuno l’ha chiamato per un sopralluogo nella sua abitazione privata, per effettuare alcuni lavori. E Vincenzo Orfano, 53enne bacolese, forse per sbarcare il lunario, forse per fare un favore ad un “amico”, si è recato sul posto, salendo su un’impalcatura di circa quattro metri dalla quale è caduto trovando la morte. Quando l’hanno chiamato, Vincenzo, che di mestiere faceva l’imbianchino, non se l’è fatto dire due volte. Si è allontanato dal lavoro e si è recato a casa dell’impiegato comunale. È salito su quella maledetta impalcatura mobile, ad un’altezza di quattro metri, e da lì è precipitato schiantandosi al suolo. L’uomo è stato immediatamente soccorso e trasportato all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli dove, purtroppo, è giunto ormai cadavere. Dalle successive indagini, i carabinieri si sono recati a casa dell’impiegato comunale, dove l’uomo si trovava con la moglie. Scrivono i giornali dell’epoca che “nel corso del sopralluogo, gli “007” hanno scoperto che i lavori non erano regolarmente autorizzati e che l’imbianchino 53enne non era in possesso dei previsti requisiti tecnico-professionali per svolgerlo. Inoltre, particolare ancora più inquietante è che quando i due committenti si sono accorti della tragedia avrebbero provveduto a ripulire il luogo dell’incidente dalle macchie di sangue, occultando l’impalcatura mobile e gli attrezzi da lavoro al fine di depistare le indagini”.

Qui il cantiere è solo un luogo, come il candelabro nei gialli dove bisogna scoprire l’assassino, ma la molla è la stessa. Perché oltre alle leggi è la cordialità, che manca. Quella che sta proprio nel senso della parola. Cordialità, sentire con il cuore. E queste storie, tutte, il cuore lo fanno scoppiare. Non è questione di sicurezza sul lavoro. Non solo. Qui si tratta di mettere in piedi un cantiere, un cantiere permanente, più che autorizzato, addirittura indispensabile, per costruire un Paese migliore. Buon lavoro.

Buon martedì.

(da Left)

L’impiccato e la bambina morta nel sacchetto

Mi si perdoni se non mi accodo alla vittoria francese del tecnocrate contro la fascista e se non spendo queste poche righe per sottolineare come Renzi, proclamato segretario del Partito di Renzi, abbia accusato il governo di “avere rifatto il CNEL” (pronunciato esattamente così) dimenticando di essere al governo. A me, da ieri, non riesce ad andare via dalla testa la bambina morta a Trieste e il ragazzo impiccato ai bordi dei binari della Stazione Centrale di Milano.

Lei era in una busta di plastica del supermercato, ai piedi di un muro sgarruppato, ed è stata segnalata da alcuni passanti che hanno allertato i soccorsi. Dicono che sia arrivata in ospedale in condizioni gravissime. Il certificato di morte dice che è mancata alle 19.58.

Il ragazzo invece ha qualcosa come venticinque o trent’anni, non ci è dato di sapere. Non ha documenti. Scrivono “probabilmente di origine africane”. Un continente intero. E non si sa altro. Il corpo appeso era in via Ferante Aporti al numero civico 81. Quello è il suo approdo.

Nessuno dei due ha un nome. Lei perché la disperazione (degli altri) l’ha affossata prima ancora che scoprisse la speranza e lui perché rientra in quell’umanità che in Europa è il percolato di quella normale, istituzionale. Io non so voi ma a me, due storie così nello stesso giorno, mi spezzano il fiato.

(continua su Left)

Pennac, gli anni novanta e noi come siamo stati

Un articolo di Rivista Studio che parla di Pennac ma soprattutto di una generazione:

Se si dovesse provare a spiegare, racconteremmo l’Italia di quegli anni così: l’Unione Sovietica era appena crollata, e la sinistra italiana si ritrovava a domandarsi quale diamine fosse la sua identità, ovvero, come si diceva allora, il suo grande album di famiglia. Dal punto di vista strettamente politico, si salvavano solo i fuoriusciti, gli esclusi: Gramsci e Guevara, poco altro. Ma, dato che a destra regnava già Silvio (identificato come una sorta di vuoto pneumatico intellettuale), e dato che molto del passato non poteva più essere utilizzato come modello, né pratico né esplicito, nacque una smania identitaria che andava a pescare da lidi curiosi. Dalla commedia all’italiana e dal teatro. Dal Piccolo Principe o da La casa degli spiriti. Dal Messico di Cacucci o da Francesco De Gregori unplugged. Dai vhs di Easy Rider e del Grande Freddo di Veltroni, e dal Gabbiano Jonathan Livingston, e dalla Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. E c’era il giallo di provincia, c’era il bar sport, l’Emilia Romagna. E Caracas. Così, per la media borghesia italiana, anche i romanzi di Daniel Pennac – un po’ come i primi Camilleri, o come la nascita del Benigni d’autore – non rappresentavano soltanto dei libri piacevolissimi, ironici, fantasiosi e garbati (questo erano, e sono), ma una questione di appartenenza, una speranza, e un manifesto. Si trattava, in sostanza, della domanda: «Chi siamo?», e la risposta solare diceva: “Lettori”. Oppure: “Fruitori culturali”. Ma vasti. Lettori contro ciò che sembrava un attacco al passato, una tabula rasa di valori, di principi, di cinquant’anni di storia d’Italia: l’uomo nuovo, la seconda Repubblica… Però lettori leggeri, minimalisti, ironici, d’intrattenimento. Non era più ai grandi ideologi che si guardava, ma ai narratori, ai giallisti, ai comici. Ecco, sì, questa era la nostra cultura. Questa la nostra identità.

Il punto non erano le opinioni politiche dei diretti interessati. Certo, gli anni Novanta (e forse i primi del Duemila) furono gli ultimi a riproporre con forza il ruolo dell’intellettuale engagé. Parlare di politica, dire la propria su Berlusconi e l’Italia, era qualcosa di richiesto a qualsiasi scrittore internazionale, dal portoghese Saramago, ai maestri francesi, cileni, tokyensi, mentre i Democratici candidavano alle europee autori come Tahar Ben Jelloun (ma perché?). Piuttosto, la cosa interessante era come la cultura fosse recepita da parte del pubblico bene e medio-intellettuale. Se analizziamo lo spirito di questo strano pantheon che si era venuto a creare, ci accorgiamo della sua contraddittorietà, della sua vaghezza, retta soltanto dalla poetica della Grande Chiesa che andava fino a Madre Teresa: l’ecumenismo, ma a vanvera. Sinistra era l’India di Siddartha. Sinistra era l’epopea familiare sudamericana. Sinistra era il realismo magico brasiliano. Sinistra era la provincia della piadina, o l’ispettore Carvalho, o la poetica della fuga in Marocco. Non aveva molto senso, ovviamente. Non poteva certo essere un manifesto programmatico: e di cosa?

(lo potete leggere intero qui)

Ci sarebbe bisogno di quell’aria lì, della sala fuori dal reparto di rianimazione

Per uno di quegli imprevisti che capita a noi umani, sempre così caduchi di fronte ai casi della vita, negli ultimi giorni mi capita di frequentare le sale sterilizzate che recintano amici e parenti di malati da rianimare o curare intensivamente. Ci si siede sulle sedie incatenate in fila stando attenti a non tossire con un sussulto che rimbalzerebbe fino all’altro estremo cercando di svicolare da lacrime che si spandono tutte in giro e preoccupazioni che gocciolano dal mento.

Qui, nelle sale dove ci si gioca in qualche centimetro la resa o il salvataggio del proprio caro, l’esterno rimbomba come l’inevitabile corso degli eventi senza riuscire a deviare un discorso nemmeno di fronte alla macchina del caffè. Ogni garza, prelievo, maschera d’ossigeno, misurazione di temperatura o curva dell’umore è più importante di qualche carabiniere corrotto, di qualche chiacchiera da Camera e delle patetiche giustificazioni occidentali di chi è intento ad armarsi e consumare armi per riarmarsi poi di nuovo.

C’è, in quelle sale, una feroce apertura dei pori della sensibilità che ci costringe a esercitare il rispetto che ci si era sclerotizzato in tasca: valutiamo gli sguardi e gli umori con la delicata cura di chi sa che ogni goccia (di dolore o di una bozza di sorriso) sono particolari che segnano la forma del nostro pomeriggio e la tranquillità del sonno successivo. La sala del reparto di rianimazione ci allena di nuovo, anche se ci siamo disabituati da una vita, a riconoscere i tic umani come segnali da cullare con cura, intensi e terrificanti per la loro verità. Si diventa, in quelle sale lì, infinitamente caritatevoli come non avremmo mai potuto pensare di esserne capaci.

Ci sarebbe bisogno di quell’aria lì.

(continua su Left)

La dichiarazione di Roma. Di cosa si discute oggi.

(Di cosa discutono oggi a Roma i leader europei)

Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea

La dichiarazione di Roma (25 marzo 2017)

Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare. L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l’Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un’Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L’Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.

Renderemo l’Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L’unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile. Per il prossimo decennio vogliamo un’Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un’Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un’Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli. In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare: 1. Un’Europa sicura: un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un’Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata. 2. Un’Europa prospera e sostenibile: un’Unione che generi crescita e occupazione; un’Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un’Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell’Unione economica e monetaria; un’Unione in cui le economie convergano; un’Unione in cui l’energia sia sicura e conveniente e l’ambiente pulito e protetto.

Un’Europa sociale: un’Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l’integrità del mercato interno; un’Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un’Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un’Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà; un’Unione in cui i giovani ricevano l’istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un’Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale. 4. Un’Europa più forte sulla scena mondiale: un’Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l’Africa e nel mondo; un’Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un’industria della difesa più competitiva e integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un’Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva. Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell’Europa è nelle nostre mani e che l’Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi. Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell’UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell’Europa. Vogliamo che l’Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori. Noi leader, lavorando insieme nell’ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L’Europa è il nostro futuro comune.

Il latitante boss Santo Vottari: preso.

Dopo quasi un decennio, è finita la latitanza del boss Santo Vottari. I carabinieri del comando provinciale, supportati dallo squadrone Cacciatori, lo hanno scovato in un bunker nascosto in contrada Ricciolino di Benestare, a meno di 20 chilometri dalle strade di Locri, ieri colorate da bandiere e striscioni delle 25mila persone che hanno partecipato alla manifestazione convocata da Libera nella XXIII Giornata della memoria e dell’impegno.

“Si tratta di un’operazione importante che si associa alla grande manifestazione di ieri a Locri. La gente scende in strada contro la ‘ndrangheta, lo Stato arresta un grande latitante. Un attacco su tutti i fronti” commenta il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho. Considerato uno dei principali obiettivi dopo la cattura di Fazzalari e inserito fra i latitanti più ricercati dall’Europol, Vottari è stato trovato a casa sua, un palazzotto di diversi piani, in cui abita tutta la famiglia Vottari.

All’interno i carabinieri del Reparto operativo avevano in passato già rinvenuto quattro bunker. Una circostanza che il clan ha tentato di sfruttare a proprio vantaggio. All’interno di quello realizzato nel seminterrato è stato ricavato un altro bunker, cui si accedeva da una botola, sapientemente nascosta dai muratori dei clan. Ma non abbastanza.

Quando i carabinieri l’hanno aperta, il latitante, quasi rassegnato, si è fatto ammanettare senza opporre resistenza. Scomposte invece le reazioni della famiglia. Dopo che il latitante è stato portato via, il figlio avrebbe aggredito una troupe della Rai, tentando di danneggiare la telecamera e insultando pesantemente l’operatrice.

Da tempo bestia nera degli investigatori, che più volte sono piombati a San Luca mettendo a soqquadro case e ruderi nella speranza di trovarlo, Santo Vottari, fratello di Franco “Frunzu” e di Sebastiano, chiamato “il professore” per un paio di anni all’università, è stato condannato a 10 anni in abbreviato nello storico processo Fehida.

Latitante dall’esecuzione di quella operazioni, oggi è considerato il reggente dell’omonimo clan, che ha scritto di proprio pugno e nel sangue parte della storia della ‘ndrangheta della Jonica. Per gli investigatori è uno dei protagonisti della faida di San Luca fra i Pelle-Vottari e i Nirta Strangio, culminata nella strage di Duisburg del ferragosto 2007.

Una scia di sangue lunga quasi un ventennio, iniziata per uno scherzo di Carnevale, dopo il quale è stato ucciso uno dei fratelli di Vottari, Antonio, e terminata con l’omicidio di sei persone, trucidate di fronte al ristorante “Da Bruno” in Germania.

Sebbene sia stato assolto dall’accusa di omicidio, Vottari è sempre stato considerato dagli inquirenti uno dei responsabili della “strage di Natale”, fra i più cruenti episodi della sanguinosa faida. Il 25 dicembre del 2006 una raffica di kalashnikov uccide Maria Strangio, 33 anni – moglie di Giovanni Nirta, considerato uno dei capi della cosca omonima, e sorella di Sebastiano Strangio. Insieme a lei, a terra rimangono tre persone, più o meno gravemente ferite dai proiettili, il figlio della donna, un bimbo di soli 5 anni, Francesco Colorisi, 23 anni, Francesco Nirta, 32 anni.

Giovanni Nirta, il marito di Maria Strangio, vero obiettivo dell’agguato avvenuto a soli quattro giorni dalla sua scarcerazione, è rimasto illeso. Per paura di una nuova azione di fuoco, la famiglia decise di non farlo partecipare nemmeno ai funerali della moglie.

(fonte)

Maslax aveva 19 anni, sopravvissuto alle guerre, ma non al nostro cinismo


Maslax aveva 19 anni e scappava dalla Somalia. Era approdato in Italia fino a raggiungere il Belgio dove era stato identificato e (per gli assurdi accordi di Dublino) rispedito in un centro d’accoglienza a Pomezia. Lì gli si è spenta la speranza e ieri si è suicidato. O forse è stato suicidato un po’ anche da noi, dall’indifferenza e dall’assurdità delle regole.
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Dj Fabo e la vigliaccheria di chi decide di non decidere

L’ultimo è Fabiano Antoniani (dj Fabo, nell’ambiente musicale in cui ha lavorato per una vita prima dell’incidente che l’ha spezzato) e già il fatto di inserirlo in una lista di morituri vegetali per legge fotografo la desolazione di un dibattito in cui le persone sono appigli per scalare la propaganda: il giovane musicista, ora tetraplegico, aveva chiesto al Presidente Mattarella di velocizzare l’iter parlamentare della legge sul fine vita ed è rimasto inascoltato.

“Il 13 giugno 2014 sono diventato cieco e tetraplegico a causa di un incidente in macchina. Non ho perso subito la speranza però. In questi anni ho provato a curarmi, anche sperimentando nuove terapie. Purtroppo senza risultati. Da allora mi sento in gabbia. Non sono depresso, ma non vedo più e non mi muovo più”, raccontava Fabo, con la voce della fidanzata Valeria, nel video realizzato con l’Associazione Luca Coscioni.

Risposte: nessuna.

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