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Cuori caldi: i veterani di guerra chiedono scusa ai Sioux; i Sioux chiedono scusa ai veterani.

Notizie che vale la pena riportare:

«Duemila veterani di guerra americani si sono accampati nelle praterie del North Dakota per dare il loro appoggio ai Sioux che resistevano il passaggio dell’oleodotto North Dakota Access Pipeline.
Cosi, solo per amore, sono andati li e hanno offerto di essere a fianco delle tribu indigene le cui acque e i cui siti sacri erano minaccciati da questo oleodotto.
Lo US Army Corps decide in extermis di bloccare l’oleodotto e di considerare un percorso alternativo, dopo mesi di resistenza, di violenza, di freddo, di paura.
E alla fine, succede qualcosa di inaspettato, e di quanto piu’ nobile l’umanità’ possa offrire.
A un certo punto del tutto inaspettatamente, i veterani si sono inginocchiati ed hanno chieso scusa ai Sioux per il genocidio ed i crimini di guerra commessi dall’esercito americano contro i popoli indigeni nel corso dei secoli.
Il capo Sioux, Leksi Leonard Crow Dog, per conto di tutte le tribu Sioux accetta le scuse e a sua volta chied scusa ai militari per il dolore causato il giorno 25 Giugno 1876 quando i Sioux sconfissero la 7a cavelleria dell’esercito americano.
Il capo tribu dice “vi perdoniamo e chiediamo pace al mondo”.»

(fonte)

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Vincono i Sioux. L’oleodotto non si farà.

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La notizia arriva inaspettata dopo sei mesi di battaglie che ha visto riunite per la prima volta in un fronte unico tutte le maggiori tribù di nativi d’America: l’Army corps of engineers ha annunciato che non autorizzerà la costruzione del Dakota access pipeline (Dapl) sotto il fiume Missouri e vicino alle terre dei sioux ma che verranno studiate soluzioni alternative dopo aver raccolto le osservazioni del pubblico.

Dapl, l’esercito americano riconosce i rischi ambientali

Il Dakota access pipeline è un progetto di oleodotto lungo 1.700 chilometri che avrebbe dovuto trasportare quotidianamente 400mila barili di petrolio (64 milioni di litri) provenienti dai campi petroliferi di bakken estratti con tecniche miste e invasive. La ditta proponente è la Energy transfer che già controlla 114mila chilometri di oleodotti americani. I tecnici dell’esercito hanno riconosciuto che il tracciato del pipeline avrebbe messo in pericolo le riserve d’acqua degli insediamenti indiani di Standing rock, a cavallo tra North Dakota e South Dakota, dove da aprile sono iniziate le proteste da parte dei nativi americani sioux e ai quali si sono unite tutte le altre tribù.

Per il suo carattere ambientale, la protesta ha fin da subito incassato il sostegno di diverse celebrità di Hollywood: da Jane Fonda a Mark Ruffalo, da Leonardo DiCaprio a Robert Kennedy, da Susan Sarandon a Ben Affleck. Solo qualche giorno fa sono arrivati anche duemila veterani di guerra a dare il loro supporto all’accampamento di camp Oceti Sakowin, dove migliaia di persone si sono radunate per contrastare fisicamente l’inizio dei lavori. L’arrivo dei veterani ha anche scongiurato l’ennesimo scontro tra forze dell’ordine e manifestanti, i quali avevano ricevuto l’ultimatum di sgomberare il campo di proprietà pubblica dell’Army corps of engineers.

Se Trump cercherà di invertire la tendenza

“Questa vittoria è rara perché è contagiosa, perché dimostra alla gente in tutto il mondo che l’organizzazione e la resistenza possono portare a vincere“, ha dichiarato Naomi Klein, giornalista e attivista che ha preso parte alla protesta. “Ma la lotta non è finita e i manifestanti lo sanno. La società proponente sfiderà la decisione e Trump cercherà di invertire tale tendenza. Il percorso legale non è ancora chiaro”.

Sebbene questa vittoria non restituisca sollievo per le ripetute violazioni subìte, l’aggressione da parte delle forze dell’ordine infatti si è concretizzata in cannoni d’acqua, attacchi con i cani, centinaia di arresti sommari e numerosi scontri che causato diversi feriti, la lotta ha lasciato una speranza: quella di aver dato l’esempio, un’ispirazione per un’alternativa a un’economia fondata sui combustibili fossili, destabilizzante per il clima e inquinante per le risorse idriche. A dirlo sono proprio loro, i nativi: “Con questa lotta abbiamo insegnato al paese come vivere: dobbiamo puntare sull’energia verde, sulle rinnovabili e sfruttare le benedizioni che il Creato ci ha donato: primi fra tutti il sole e il vento”.

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Parla Bernie Sanders: «Trump? Addolorato ma non sorpreso»

(di Bernie Sanders)

Milioni di americani martedì scorso hanno espresso un voto di protesta, ribellandosi a un sistema economico e sociale che antepone ai loro interessi quelli dei ricchi e delle grandi imprese. Ho dato forte appoggio alla campagna elettorale di Hillary Clinton, convinto che fosse giusto votare per lei. Ma Donald J. Trump ha conquistato la Casa Bianca perché la sua campagna ha saputo parlare a una rabbia molto concreta e giustificata, quella di tanti elettori tradizionalmente democratici. L’esito elettorale mi addolora, ma non mi sorprende. Non mi sconvolge il fatto che milioni di persone abbiano votato Trump perché sono nauseate e stanche dello status quo economico, politico e mediatico.

Le famiglie lavoratrici vedono che i politici si fanno finanziare le campagne da miliardari e dai grandi interessi per poi ignorare i bisogni della gente comune. Da trent’anni a questa parte troppi americani sono stati traditi dai vertici delle aziende. L’orario di lavoro è aumentato e gli stipendi diminuiti, i lavori pagati dignitosamente si spostano in Cina o in Messico. Queste persone sono stufe di avere capi che guadagnano 300 volte più di loro, e che il 52 per cento di tutti i nuovi proventi vada all’un percento della popolazione. Molte delle città rurali, un tempo belle, sono ormai spopolate, i negozi in centro chiusi e i giovani vanno via da casa perché non c’è lavoro – tutto questo mentre tutta la ricchezza delle comunità va a rimpinzare i conti delle grandi imprese nei paradisi fiscali. I lavoratori americani non possono permettersi servizi per l’infanzia decorosi e di buon livello. Troppe famiglie sono in condizioni disperate e sempre più spesso la vita si accorcia per colpa della droga, dell’alcol e dei suicidi.

Trump ha ragione: gli americani vogliono il cambiamento. Ma mi chiedo che tipo di cambiamento gli offrirà. Avrà il coraggio di opporsi ai potenti di questo paese, i responsabili delle difficoltà economiche patite da tante famiglie o dirotterà invece la rabbia della maggioranza sulle minoranze, sugli immigrati, i poveri e gli indifesi? Avrà il coraggio di opporsi a Wall Street, di adoperarsi per sciogliere le istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire” e imporre alle grandi banche di investire nella piccola impresa e creare posti di lavoro?
Sarò aperto a riflettere sulle idee proposte da Trump e su come si possa lavorare assieme. Però, siccome il voto popolare nazionale lo ha visto sconfitto, farà bene a dare ascolto alle opinioni dei progressisti. Ricostruiamo le nostre infrastrutture fatiscenti e creiamo milioni di posti di lavoro ben pagati. Portiamo il salario minimo a un livello dignitoso, aiutiamo gli studenti a sostenere i costi dell’università, garantiamo il congedo parentale e per malattia e incrementiamo la sicurezza sociale. Riformiamo il sistema economico che permette a miliardari come Trump di non pagare un centesimo di tasse federali. E non permettiamo più che i ricchi finanziatori delle campagne elettorali comprino le elezioni.
Nei prossimi giorni proporrò anche una serie di riforme per ridare slancio al Partito Democratico. Sono profondamente convinto che il partito debba liberarsi dai vincoli che lo legano all’establishment e torni a essere un partito di base della gente che lavora, degli anziani e dei poveri. Dobbiamo aprire le porte del partito all’idealismo e all’energia dei giovani e di tutti gli americani che lottano per la giustizia economica, sociale, razziale e ambientale. Dobbiamo avere il coraggio di sfidare l’avidità e il potere di Wall Street, delle case farmaceutiche, delle compagnie assicurative e dell’industria dei combustibili fossili.
Allo stop della mia campagna elettorale ho promesso ai miei sostenitori che la rivoluzione politica sarebbe andata avanti. E questo è più che mai il momento giusto. Siamo la nazione più ricca della storia del mondo. Se restiamo uniti senza permettere che la demagogia ci divida per razza, genere o origine nazionale, non c’è nulla che non possiamo realizzare. Dobbiamo andare avanti, non tornare indietro.
Traduzione di Emilia Benghi The New York Times Company

Si sbellicavano per Berlusconi. E ora hanno Trump.

“Italia: spaghetti, pizza, mamma, Berlusconi”. Come ridevano gli americani negli anni d’oro del berlusconismo. “Ma come fate con Berlusconi?”, “perché Berlusconi?”, ogni volta con Berlusconi pronunciato con la erre che cadeva e quattro elle polposissime. Gli Usa non si sono mai risparmiati quando c’era da fare ironia sulle gaffe internazionali di Silvio Berlusconi mentre era in carica alla Presidenza del Consiglio italiana e anche le testate giornalistiche (video e della carta stampata) hanno prodotto moltissimo materiale così è normale che oggi, con Trump diventato Presidente, Silvio ricompaia.

“Pensate che Trump sia un disastro? Chiedete di Berlusconi agli italiani”, titolava il primo agosto di quest’anno il quotidiano The Local: nel suo articolo il giornalista John Henderson analizzava “la storia che si ripete” per “mettere in guardia tutti quelli che hanno intenzione di votare Donald Trump”. Sempre con l’obiettivo di mettere in guardia gli elettori americani aveva scritto, quest’estate, anche Eric J. Lyman, firma di peso di USA Today, che in Italia ha vissuto e lavorato per alcuni anni proprio a cavallo del periodo d’oro del berlusconismo: “gli italiani – scriveva Lyman il 3 luglio 2016 – offrono un avvertimento a tutti i cittadini americani ì: pensateci due volte prima di votare Trump”. “I due hanno molto in comune. – scrive USA Today – Sono entrambi miliardari arricchitisi nel settore immobiliare che si sono presentati in politica incarnando il senso del “nuovo” e promettendo di mettere al servizio del Paese il proprio fiuto per gli affari per rivitalizzarne l’economia. Entrambi sono sfacciati e sicuri di sé, con una reputazione di grandi donnaioli. Entrambi vedono nell’immigrazione la colpa dei mali dei propri Paesi e si dimostrano impermeabili alle gaffe che avrebbero sicuramente affondato un politico comune.” “Hanno anche una preoccupazione in comune: – ironizza Lyman – entrambi sono ossessionati dai propri capelli”.

Ancora più pesante è Washington Post che in un pezzo di Rula Jebreal (dal titolo eloquente “Donald Trump è l’America di Silvio Berlusconi”) costruisce parallelismi: “Basterebbero lezioni di storia recente della politica italiana – scriveva il WP il 21 settembre scorso – per preoccupare gli elettori americani sulla possibilità di una vittoria di Donald Trump”. E poi: “chiedete agli elettori italiani che hanno trascorso ben nove anni governati da Silvio Berlusconi che è stato il più longevo primo ministro d’Italia. Ha iniziato come un demagogo ricco sull’orlo del fallimento, la sua celebrità – come per Trump – si è costruita nel campo immobiliare e dell’intrattenimento popolare. Berlusconi si è presentato come uomo forte ma con l’atteggiamento del pacchista, vendendo false promesse di ricchezze e grandezza per tutti. Come Trump Berlusconi si è presentato da estraneo della politica promettendo di riportare il Paese agli standard internazionali che gli competono. «Io sono il Gesù Cristo della politica. Mi sacrifico per tutti» diceva Berlusconi e così Trump ci promette di diventare «il più grande presidente degli USA che sia mai sabato creato»”. Il pezzo non si limita alla cronaca ma lancia anche un appello: “È urgente che l’America impari la lezione italiana. Quando l’Italia ha sottovalutato Berlusconi ritenendolo solo un buffone ignorante, una figura comica inadatta a guidare un Paese alla fine non riuscì comunque a fermarlo”.

(il mio editoriale per Fanpage continua qui)

Michael Moore: cinque cose da fare per limitare i danni dopo Trump

(che poi anche qui da noi, non farebbero male)

di Michael Moore

Punto uno: Partito democratico al popolo. C’è bisogno di un cambiamento dopo il pesantissimo fallimento ed è necessario restituire il Partito Democratico al popolo

Punto due: annientare chi ha fatto previsioni sbagliate. Moore se la prende con i ‘profeti’, giornalisti ed esperti di sondaggi che nei mesi scorsi, fino alla chiusura delle urne, hanno dato per vittoriosa Clinton e che anche nei prossimi tempi inventeranno storie, invitando all’unità.

Punto tre: resti solo chi vuole combattere. C’è posto, per Moore, in questo momento, solo per chi non ha intenzione di abbassare la testa: è un invito ai membri democratici del Congresso ad opporsi contro il ‘pericolo’ del nuovo presidente.

Punto quattro: riprendersi dallo shock. Non serve più dirsi sconvolti per il verdetto. Se le urne hanno dato questo risultato è perché c’è stata poca attenzione a quella parte di popolazione disperata che ha dato sfogo alla rabbia. La vittoria di Trump, sostiene Moore, è colpa anche dei media che lo hanno creato come personaggio.

Punto cinque: “Hillary ha vinto il voto popolare”. Un invito a tutti a ricordare che la candidata democratica “ha vinto il voto popolare”. Il risultato del voto è legato a un sistema elettorale che non rispecchia la volontà dei cittadini. La maggior parte di loro avrebbe voluto Clinton alla Casa Bianca e crede in posizioni ‘liberali’.

Due tre cose che non so sulle elezioni americane, col cuore in mano.

Stamattina ho pensato che con questa figura di merda colossale degli analisti, degli editorialisti, dei sondaggisti e dei millemilioni di esperti di elezioni americane almeno ci saremmo risparmiati per qualche ora il profluvio di analisi. E mi sbagliavo. E in fondo ho anche ringraziato la mia buona stella di avere colleghi nelle redazioni in cui lavoro che si sono dovuti prendere la patata bollente della sfida americana lasciando a me la sola incombenza di scrivere su questo mio personalissimo blog che Trump non mi piace. E anch’io, del resto, sono in minoranza e me ne farò una ragione.

Ma alcuni pensieri sparsi oggi li vorrei appoggiare qui perché ancora una volta ho la sensazione che ci sia da parte di una certa classe giornalistica (e di intellettuali, anche se solo a scriverlo mi si anchilosano le dita) una supponenza che nemmeno il tonfo Trump abbia messo in discussione: la gente la pensa diversamente dalla gran parte dei cosiddetti influencer. In sostanza chi è pagato per scrivere opinioni sul mondo ne è piuttosto scollegato. E questa è un prima notizia. Non buonissima.

Poi c’è la democrazia ad personam: una nuova formula politica per cui l’ideale sarebbe vivere in un Paese in cui abbia diritto di voto solo chi la pensa come noi altrimenti il “suffragio universale” è uno schifo (oggi l’hanno detto diversi autorevoli esponenti). Gli analisti fallimentari al posto di chiedere scusa per avere sbagliato l’analisi sui candidati spostano le proprie energie sull’analisi degli elettori. Peccato che mettere in dubbio la dignità di voto sia la peggior riforma costituzionale che si possa provare a iniettare nel dibattito pubblico. Molto peggio della pessima riforma a cui ci stiamo opponendo in questi giorni: contestiamo l’autoritarismo degli altri e poi ci lanciamo in pareri che sono l’esplosione del nostro ego. Anche questa non mi pare una buona notizia, sinceramente.

Francesco Piccinini, direttore di Fanpage, nel suo articolo lo scrive chiaro e tondo:

«Trump è stato eletto perché ha parlato – anche – a quella “massa silenziosa” che non risponde ai sondaggi, a quelle “legioni di imbecilli” che Eco non riusciva a comprendere. Quel popolo di Jersey Shore al quale l’intellighenzia democratica non ama più parlare. Perché le “legioni di imbecilli” non sono i commentatori da tastiera ma i giornalisti, gli scrittori, i politici che restano chiusi nelle proprie stanze. Legioni di imbecilli che credono di essere migliori dei propri lettori, dei propri elettori. Così tanto “migliori” da non riuscire a trovare le parole per parlargli. Le legioni di imbecilli non si nascondono dietro Facebook ma siedono ogni giorno dentro le redazioni dei giornali, nelle sedi di partito, nei salotti che fanno tanto ‘900 ma che nulla hanno a che vedere con la modernità. Quelli che sanno solo ripetere “l’America di 8 anni fa non avrebbe mai votato Trump”. Come se la modernità dovesse chiedere permesso. Come se la modernità non fosse davvero qualcosa che “non si ferma davvero davanti a un portone”.»

Poi c’è questo partito democratico USA che assomiglia terribilmente agli smunti democratici de’ noantri: «Non deve spaccare il partito» dicevano a Sanders. La voce che circolava tra i maggiorenti democratici era che la candidatura di Sanders fosse contro il “bene del partito” oltre che contro la Clinton. Vi ricorda qualcosa? Bene, forse sarebbe il caso appuntarsi che dello stato di salute dei partiti non se ne preoccupano in molti. Un candidato non ha il compito di preservare l’apparato politico che lo sostiene: i risultati politici in giro per il mondo premiano chi alza la voce contro le disfunzioni e i loro responsabili. Il Partito Democratico non è riuscito a proporre un candidato migliore di un Segretario di Stato da tempo sulla scena politica. Ha funzionato? A voi il giudizio. Su questo ne ho scritto stamattina, proprio per Fanpage, qui.

A proposito di sinistra: ma davvero c’è ancora qualcuno che crede che travestire da sinistra un liberismo turbospinto da lobby finanziarie funzioni? Ma davvero non è chiaro che la gente si sia frantumata le palle, un po’ dappertutto in giro per il mondo, dell’establishment in tutte le sue forme? Come scrive Pippo Civati qui:

«A un certo punto bisogna decidere cosa costa di più, se rinunciare ai grandi finanziatori o rischiare di perdere le elezioni perché si passa per essere al loro servizio. Penso, da anni, che il problema della disuguaglianza e dell’arroccamento del sistema sia il pericolo più grande. E, se siamo tutti d’accordo sull’analisi e sul quel malessere, il messaggio non può essere che non c’è alternativa: si può fare di meglio. Temo invece che, come spesso accade, negli stessi di cui sopra scatterà l’irresistibile tentazione non della ricerca di un’alternativa, cosa molto difficile, ma all’imitazione, che è decisamente più semplice. Così al prossimo giro vincerà un candidato che farà apparire Trump moderato, e così via all’infinito.»

Poi ci sono tutte le ricadute: quelli che strumentalizzano la vittoria di Trump per il prossimo referendum sulla riforma costituzionale (da entrambe le parti), quelli che “oddio adesso gli USA bombarderanno il mondo” (come se finora avessero esportato pace per davvero) e quelli del mal comune mezzo gaudio che siccome ci prendevano in giro per Berlusconi ora li perculiamo noi per Trump.

Ah, e poi c’è la Clinton che è sparita senza riconoscere pubblicamente la sconfitta. Proprio quello che gli analisti ci hanno detto che avrebbe fatto Trump.

E se semplicemente non ci avessimo capito un cazzo?

C’è tempo oggi per le analisi. E c’è tempo per scriverne. Però la domanda è questa, davvero: se non ci avessimo capito un cazzo? E forse vale la pena rileggere un articolo, addirittura di luglio, di Michael Moore.

Ecco i cinque motivi per cui Trump vincerà (di M. Moore):

1. La “matematica” del Midwest. Ovvero, benvenuti nella Brexit della Rust Belt. Credo che Trump concentrerà buona parte della sua attenzione sui quattro stati blu della cosiddetta “Rust Belt” a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Quattro stati tradizionalmente democratici che hanno eletto governatori repubblicani dal 2010 (solo la Pessylvania, adesso, ha finalmente eletto un democratico). In Michigan, alle primarie di Marzo, sono stati di più i voti per i Repubblicani (1,32 milioni), rispetto a quelli riservati ai Democratici (1,19 milioni). Trump è avanti ad Hillary negli ultimi sondaggi in Pennsylvania mentre ha pareggiato in Ohio. Pareggiato? Come può la corsa essere così ravvicinata dopo tutto quello che Trump ha detto e fatto? Be’ forse perché ha detto (correttamente) che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha contribuito a distruggere gli stati industriali dell’Upper Midwest.

Trump colpirà Clinton su questo punto e sul supporto che Hillary ha accordato al TPP e ad altre politiche commerciali che hanno sontuosamente fottuto gli abitanti di questi 4 stati. Durante le primarie in Michigan Trump, all’ombra di una fabbrica Ford, ha minacciato l’azienda che se, avesse portato avanti il piano di chiudere la fabbrica e trasferirla in Messico, lui avrebbe applicato una tariffa del 35% su ogni vettura fabbricata in Messico e rispedita agli Stati Uniti. È stata musica per le orecchie degli operai del Michigan. Inoltre, quando Trump ha minacciato i vertici della Apple che li avrebbe costretti a fermare la produzione di iPhone in China, per trasferirla esclusivamente in America, be’ i cuori sono andati in estasi e Donald ne è uscito trionfante, una vittoria che sarebbe dovuta andare al governatore vicino, John Kasich.

Da Green Bay a Pittsburgh, questa America, amici miei , è come il centro dell’Inghilterra: al verde, depresso, in difficoltà, le ciminiere che punteggiano la campagna con la carcassa di quella che chiamiamo Middle Class. Lavoratori arrabbiati, amareggiati, ingannati dall’effetto a cascata di Reagan ed abbandonati dai Democratici che ancora cercano di predicare bene ma, in realtà, non vedono l’ora di flirtare con un lobbista della Goldman Sachs che firmerà un gran bell’assegno prima di uscire dalla stanza. Quello che è successo nel Regno Unito con la Brexit succederà anche qui. Elmer Gantry rivive nelle vesti di Boris Johnson e dice qualunque cazzata riesca ad inventarsi per convincere le masse che questa è loro occasione! L’occasione per opporsi a tutti loro, quelli che hanno distrutto il loro Sogno Americano! E ora l’Outsider, Donald Trump, è arrivato a dare una ripulita. Non dovete essere d’accordo con lui! Non deve nemmeno piacervi! È la vostra Molotov personale da lanciare ai bastardi che vi hanno fatto questo! Mandate un messaggio ! TRUMP è il vostro messaggero!

Ed ecco che arriva la matematica. Nel 2012, Mitt Romney è stato sconfitto per 64 voti. Sommate i voti espressi da Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Fa 64. Tutto quello che Trump deve fare per vincere è conquistare il supporto degli stati tradizionalmente rossi dall’Idaho alla Georgia (che non voteranno mai per la Clinton), poi avrà soltanto bisogno dei quattro stati della Rust Belt. Non ha bisogno della Florida, non ha bisogno del Colorado o della Virginia. Solo Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. E questo lo farà arrivare in cima. Ecco cosa succederà a Novembre.

2. L’ultimo baluardo del furioso uomo bianco. La nostra era patriarcale, durata 240 anni, sta arrivando alla fine. Una donna sta per prendere il sopravvento! Com’è successo? Sotto i nostri occhi. Ci sono stati segnali d’allarme, ma li abbiamo ignorati. Nixon, il traditore, che ci ha imposto il Titolo IX, legge che stabilisce pari opportunità nei programmi scolastici sportivi. Poi hanno lasciato che le donne guidassero jet commerciali. Prima che ce ne rendissimo conto, Beyoncé prendeva d’assalto il campo del Super Bowl (il nostro gioco) con un esercito di Donne nere, col pugno alzato, a dichiarare che la nostra supremazia è finita. Ah, l’umanità.

Questa era una rapida sbirciatina nella mente dell’Uomo Bianco, specie in via di estinzione. C’è la sensazione che il potere gli sia scivolato dalle mani, che il suo modus agendi non sia più seguito. Questo mostro, la “Feminazi”, quella che Trump ha definito una “cosa debordante sangue dagli occhi e non solo” ci ha sconfitti. Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! Poi toccherà ai transgender! Vedete che piega abbiamo preso. Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire.

3. Il problema Hillary. Possiamo parlare onestamente, almeno tra noi? E prima di farlo, lasciate che lo dica, mi piace davvero Hillary e credo che le sia stata attribuita una cattiva reputazione che non merita. Ma dopo il voto per la guerra in Iraq, ho promesso che non avrei mai votato per lei un’alra volta. Fino ad oggi, non sono venuto meno alla promessa. Ma, per impedire ad un protofascista di diventare il nostro “comandante supremo” infrangerò la promessa. Putroppo, credo che la Clinton troverà il modo di coinvolgerci in una qualche azione militare. È un falco, alla destra di Obama. Ma il dito da psicopatico di Trump è pronto a premere Il Bottone. Questo è quanto.

Accettiamo la realtà dei fatti: il nostro problema principale non è Trump, è Hillary. È incredibilmente impopolare: quasi il 70% degli eletteori pensa che sia disonesta e inaffidabile. Rappresentante della vecchia politica, che non crede a niente se non alle cose utili a farsi eleggere. Ecco perché il momento prima si oppone al matrimonio gay e quello dopo ne celebra uno. Tra i suoi principali detrattori ci sono le giovani donne: questo deve far male condiderando i sacrifici e le battaglie che Hillary, e altre donne della sua generazione, hanno sopportato per far sì che le esponenti di questa nuova generazione non fossero più costrette a sentire le Barbara Bush del mondo dire loro di chiudere il becco e andare a sfornare biscotti. Ma i ragazzi non la amano, e non passa giorno senza che un millennial non mi dica che non voterà per lei. Nessun democratico, e di certo nessun indipendente, si sveglierà l’8 Novembre e vorrà precipitarsi a votare per Hillary, come invece hanno fatto il giorno dell’elelezione di Obama o quando Bernie ha corso per le primarie. Non c’è entusiasmo. Dal momento che questa elezione si riduce ad una cosa sola (chi tira più persone fuori di casa e le conduce ai seggi), Trump adesso è in testa.

4. “Il voto depresso” degli elettori di Sanders. Smettetela di preoccuparvi che i sostenitori di Bernie non voteranno per la Clinton. Voteremo per lei. I sondaggi già mostrano che ci saranno più elettori di Sanders pronti a votare Clinton quest’anno, rispetto al numero degli elettori di Hillary alle primarie del 2008, che allora votarono per Obama. Non è questo il problema. L’allarme dovrebbe scattare perché quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto “voto depresso”: significa che l’elettore non porta con sé a votare altre 5 persone. Non svolge attività di volontariato nel mese precedente alle elezioni. Non parla in toni entusiastici quando gli/le chiedono perché voterà per Hillary. Un elettore depresso. Perché, quando sei giovane, la tua tollerenza verso gli ipocriti e le stronzate è pari a zero. Ritornando all’era Clinton/Bush, per loro è come dover improvvisamente pagare per la musica, o usare MySpace o portarsi in giro uno di quei cellulari giganteschi.

Non voteranno per Trump, qualcuno voterà il terzo partito, molti se ne staranno a casa. Hillary Clinton dovrà fare qualcosa per fornire loro una valida ragione per sostenerela: e scegliere un ragazzo bianco, moderato, insipido e centrista come candidato alla vicepresidenza non è proprio la mossa vincente per dire ai millennial che il loro voto è importate. Avere due donne come candidate, quella sarebbe stata un’idea entusiasmante. Ma Hillary ha avuto paura e ha deciso di andare sul sicuro. E questo è solo uno degli esempi del modo in cui si sta alienando il favore dei più giovani.

5. L’effetto Jesse Ventura. Per non ignorare la capacità dell’elettorato di essere malizioso e non sottovalutare il fatto che milioni di elettori si considerano “ribelli segreti” una volta chiusa la tenda e rimasti soli nella cabina elettorale. È uno dei pochi luoghi della società dove non ci sono telecamere di sicurezza, nessun registratore, non ci sono coniugi, bambini, capi, poliziotti, non c’è neanche un limite di tempo. Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi lì dentro e nessuno può farti nulla. Puoi premere il bottone e votare una linea di partito, oppure scrivere Mickey Mouse e Donald Duck. Non ci sono regole. E per questo, e per la rabbia che molti sentono verso un sistema politico corrotto, milioni di persone voteranno per Trump: non perché siano d’accordo con lui, non perché ne adorino il fanatismo e l’ego, ma solo perché possono farlo.

Solo perché manderebbe tutto all’aria e farebbe arrabbiare mamma e papà. Un po’ come quando osservi le cascate del Niagara e ti chiedi, per un attimo, come sarebbe oltrepassare quel limite. A tantissime persone piacerebbe interpretare il ruolo del burattinaio e “gettarsi nel vuoto” per Trump, solo per vedere cosa potrebbe succedere. Ricordate quando, negli anni ’90, gli abitanti del Minnesota hanno eletto come governatore un wrestler professionista? Non l’hanno fatto perché sono stupidi, né perché pensavano che Jesse Ventura fosse un grande statista o un fine intellettuale politico. Lo hanno fatto solo perché potevano.

Il Minnesota è uno degli stati più intelligenti del paese. È anche pieno di persone con un senso dell’umorismo un po’ tetro: votare per Ventura era il loro scherzo ad un sistema politico malato. La stessa cosa succederà con Trump.

Mentre tornavo in albergo, dopo aver partecipato allo speciale di Bill Maher sulla Convention repubblicana andata in onda sulla HBO, sono stato fermato da un uomo. “Mike”, ha detto. “Dobbiamo votare per Trump. Dobbiamo stravolgere un po’ le cose”. Ed è finita lì. Per lui quella motivazione era sufficiente. “Stravolgere le cose”. Il Presidente Trump lo farebbe sul serio. E ad una buona fetta dell’elettorato piacerebbe tanto sedere in tribuna e godersi il reality show.

«Ecco perché non si può votare Trump»: parla un suo ex avvocato

(di Tohmas M. Wells)

Mi piace l’autenticità. Sono preparato a lasciare che un candidato dica qualcosa con cui non sono totalmente d’accordo, e a sostenerlo/a comunque. Credo che la necessità di essere politicamente corretti sia andata troppo oltre. Credo anche che i media, spesso, montino e distorcano storie fino alla menzogna.

Credo che una middle class di successo sia la chiave della storia del successo americano, in termini sia economici che politici, e che i lobbisti abbiano fin troppa influenza. Sono un pragmatico, tanto da preferire il compromesso all’ideologia. Mi piacciono gli accordi, soprattutto quelli del tipo “win-win”.

Dunque, Donald Trump è il “mio” candidato, giusto? No, non lo è!

Nel 1987, quando io avevo 35 anni e lui 41, Donald Trump mi assunse come legale per un importante progetto nel nord del New Jersey: un centro commerciale che, come tutto il resto, avrebbe portato il suo nome, il “Trump Centre”. Il fatto che lui mi avesse scelto era molto importante per me, un grande onore arrivato solo un paio d’anni dopo aver avviato il mio studio legale che ora ha più di trent’anni. Era ancora il periodo in cui Trump costruiva edifici, aveva appena finito la Trump Tower.

Sembrava uno intelligente, dotato di fiuto per gli affari, risoluto. Possedeva un ufficio impressionante, una barca enorme, una linea aerea, un elicottero e diversi casinò. Nel giro di qualche anno, avrebbe perso praticamente tutto a causa di pessime decisioni d’affari. Per Donald Trump hanno lavorato tantissimi avvocati, un mucchio. Non sono Roy Cohn (non sono aggressivo come lui e neanche, spero, moralmente discutibile come lui) ma sapevo bene quanto ottenere l’utilizzo del suolo contasse in un iter procedurale impegnativo nel New Jersey. Ero elettrizzato quando mi assunse.

Dopo il colloquio iniziale, i miei contatti con Donald non furono molto frequenti, a dire il vero. Ma ricordo bene un infelice episodio (che non dimenticherò mai): un viaggio in limousine (alla volta di un meeting con il consiglio di redazione di un giornale del New Jersey) durante il quale il mio cliente, sposato, cercò di intrattenermi parlandomi del numero e delle qualità di giovani donne disponibili che, a suo dire, “lo volevano”. Ero evidentemente scioccato e imbarazzato, ma continuavo a sorridere. Volevo che il cliente fosse felice, ne avevo bisogno.

Mentre lavoravo per Donald, diversi servizi giornalistici sostenevano che Trump, e la moglie dell’epoca Ivanna, vivessero in un appartamento della Trump Tower composto da 8, 16, perfino 20 o 30 stanze. Sinceramente incuriosito, una volta gli chiesi quante camere ci fossero davvero in quell’appartamento. Non dimenticherò mai la sua risposta “Tutte quelle di cui scriveranno”.

Donald Trump era, all’epoca come adesso, eccessivo, esagerato soprattutto ai suoi stessi occhi. Ma, al tempo stesso era spaventosamente piccolo, un uomo dalla scarsa moralità. Era, e lo è ancora, tutto ego e spettacolo.

Ci ho pensato tanto e voglio condividere il mio modesto parere sui motivi per cui non possiamo eleggere Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Per me, è più una questione di carattere che di politica. A causa della mancanza del primo, la seconda (la vera linea politica di Donald Trump) non è così semplice da riconoscere.

Una volta iniziato a snocciolare le ragioni per cui Donald non sarebbe un bene per il nostro Paese, è stato difficile fermarsi. Sono riuscito a fermarmi, però, arrivato a 20. Circa 4000 parole. Continuate a leggere se siete interessati.

1. Quell’uomo mente sempre. 
Da bugiardo patentato, lo fa impunemente. “A Jersey City ho visto migliaia di persone esultare mentre il World Trade Center crollava” “Nell’ultimo trimestre il prodotto interno lordo è stato meno di zero”. “Il numero di immigrati illegali negli Stati Uniti è di 30 milioni, potrebbe salire a 34”. “Il governo messicano obbliga i soggetti più pericolosi ad entrare nel nostro paese”. “Il tasso di disoccupazione potrebbe arrivare al 42%”.

Tutte queste affermazioni sono uscite dalla bocca di Donald, spesso urlate, più volte davanti a folle numerose. Vogliamo parlare della bufala “Le statistiche sulla criminalità indicano che i neri uccidono l’81% delle vittime bianche di omicidio?”. Verrebbe da chiedersi come una simile bugia possa essere concepita, figuriamoci detta. Donald Trump afferma tutte queste cose a viva forza, quindi forse devono essere vere. Ma non lo sono!

Non vi è un briciolo di verità, è inequivocabile. En passant, viene da riflettere sulla veridicità delle frequenti affermazioni di Trump a proposito del fervore della sua Cristianità e del fatto che la Bibbia sia il suo libro preferito. Evidentemente, “non dire falsa testimonianza” non è il suo Comandamento preferito.

2. In realtà, non ruota tutto intorno al candidato. 
“Non è incredibile che io abbia ragione così spesso? “Solo io posso rimediare” “Ho un grande cervello”, “Sono molto, molto ricco”.

Donald dice davvero cose del genere. Il suo ego non sembra conoscere limiti. Quando Donald si sente offeso da qualcuno, diventa ossessionato senza riuscire a controllarsi. Si agita, diventa furioso e dice cose incredibilmente inopportune. È in stato di grazia quando può ottenere un risultato che brama con la prepotenza.

Avete mai notato che le storie vere raccontate dagli altri candidati su persone che hanno conosciuto, e che magari lottano con un problema serio, non fanno parte del lessico di Trump? Continua a dirci che gli interessano solo i vincitori. Credo che questa gente non abbia i requisiti giusti. Per dirla in un altro modo, Donald Trump non è capace di relazionarsi bene agli altri.

In primis, ha le sue idee su chi deve affiancarlo. Inoltre vuole essere lui a condurre i giochi. È quel bambino capriccioso che vuole che le cose vengano fatte a modo suo, o se ne va battendo i piedi. Cosa succederà quando capirà che anche la carica più alta della nazione non riguarda soltanto lui? Vogliamo mettergli in mano i codici per l’attivazione delle armi nucleari?

3. I presidenti degli Stati Uniti non sono re. 
La Costituzione li obbliga a condividere il potere. Donald Trump, che usa la parola “Io” più di qualsiasi altra persona abbia mai aspirato a questo incarico, ha una tendenza sfacciatamente autoritaria. Vuole essere un “uomo forte”, non un presidente.

Dovremmo domandarci cosa accadrebbe se fosse davvero chiamato a governare o a chiudere uno dei suoi accordi, in un mondo politico “a somma zero” dove l’altra parte dice semplicemente di no. Cosa dire della sua bassa curva dell’attenzione, della sua irascibilità e del suo bisogno di twittare ogni frustrazione?

4. Il diavolo si nasconde nei dettagli. 

“Vincendo così tanto ci stancheremo di vincere”, “Chiudiamo buoni accordi con la Cina” o perfino il famoso “Make America great again” sono slogan che non dicono nulla, in realtà. Non siamo stupidi, condividi qualche dettaglio con noi, così da farci capire se sai di cosa stai parlando. Per Donald, tuttavia, nei rari casi in cui a queste dichiarazioni seguono cifre specifiche (come il muro di 1609 chilometri, alto dai 35 ai 55 piedi o la deportazione di 11 milioni di immigrati) i dettagli non arrivano mai.

Non ci dicono mai che per costruire quel muro, anche più basso di 35 piedi (stando alle attuali stime edilizie) ci vorrebbero 25 miliardi di dollari anche se riuscisse ad ottenere il terreno per costruirlo (la maggior parte della frontiera su cui Trump vuole costruire il muro si trova in mezzo a un fiume e, in molti casi, la terra potrebbe non essere sicura abbastanza da costruire una recinzione).

La sua soluzione magica per fare in modo che sia il Messico a pagare? L’unica proposta che ho sentito prevede di confiscare le rimesse a quanti inviano soldi a casa o una delle sue “tariffe del 45%”. Come potrà mai funzionare per gli americani che inviano soldi alle famiglie o per tutti noi che pagheremo il 45% in più sulla merce prodotta in Messico o per l’azienda americana che si occuperà della fabbricazione? E cosa dire del fatto che il muro farebbe ben poco per fermare l’immigrazione illegale, causata perlopiù dai “soggiorni troppo lunghi” dei visitatori e che probabilmente creerà pochissimi posti di lavoro (semmai ce ne saranno) per le persone che Trump ha aizzato con il suo delirio xenofobo?

Prendiamo in considerazione la deportazione e concentriamoci sulle questioni serie. Esattamente come crede di riunire e deportare undici milioni di persone. Userà gli stadi e nazionalizzerà le navi da crociera? Chi si occuperà del raduno: di certo non la polizia, l’esercito forse? E i bambini abbandonati? Che dire del fatto che le fattorie americane, i ristoranti, per non parlare dei posti di lavoro nel settore del giardinaggio o della manodopera edilizia resteranno vacanti? Lavori fondamentali, certo, ma sono queste le occupazioni che Trump ha intenzione di destinare ai suoi “Americani veri”, per far sì che l’America torni ad essere grande?

5. Le parole sono importanti. 
Non è tutto un “disastro”, non è tutto “stupido”, una “disgrazia”. E non è neanche tutto “straordinario”, “enorme”, “Fantastico”, “meraviglioso”. Non sono tutti “perdenti” o “stupidi”. Parlare di ex presidenti bugiardi (o che erano “un disastro”, la sua preferita) o definire dittatori stranieri dei grandi leader non migliora il discorso.

Gli americani non sono dei puritani (almeno la maggior parte), ma la volgarità urlata dai palchi, le allusioni alle dimensioni del pene, le rivelazioni sulle conquiste sessuali, le critiche al ciclo mestruale di una giornalista e le offese rozze di ogni tipo non si addicono ad un presidente. Abbiamo dei figli.

6. Leggere è bello. E lo è anche studiare. 
Di recente, Trump ci ha detto che non legge tanto. Sappiamo di certo che non ha scritto un libro grazie alle recenti rivelazioni di Tony Schwartz. Quest’ultimo è stato suo ghost writer per il libro “The Art of the Deal” (sì, ne ho una copia dalla prima pubblicazione, autografata da Donald che mi consiglia di “continuare così”) e che, a detta di Donald, tra i libri da leggere assolutamente è secondo solo alla Bibbia.

Anche se sono stato proprietario di una libreria per diversi anni, e non permetterei ai miei figli di guardare la TV durante la settimana per incoraggiarli a leggere, non credo che sia obbligatorio leggere per guidare un paese. Credo, tuttavia, che quanti aspirano a guidarci debbano studiare duramente, cercare di acquisire saggezza dagli altri, di padroneggiare idee e relazioni molto complesse. Credo che essere presidente sia difficile. Sono felice di sapere che, dopo una lunga giornata, il Presidente Obama si ritiri nel suo ufficio privato per dedicarsi a 3 o 4 ore di studio… e letture.

Un’ interpretazione corretta delle dichiarazioni bizzarre di Trump, e dei suoi scivoloni, rende evidente che non ha la minima propensione per la lettura e lo studio. Per usare le sue parole, prende decisioni “con pochissima conoscenza” delle questioni, oltre a quella già acquisita, più la parola “buonsenso, perché ne ho parecchio, così come ho molto fiuto per gli affari”. È una singolare forma di arroganza, credere di poter anche solo immaginare di essere il leader del mondo libero senza sforzarsi di capire profondamente un simile incarico.

7. Il nuovo vocabolario a cui ci stiamo adattando è pessimo. 
Xenofobo (chi prova avversione e paura per gli stranieri e per tutto ciò che è straniero). Misogino (chi nutre un forte pregiudizio verso le donne), nativista (chi preferisce gli abitanti autoctoni agli immigrati). Fascista (autoritario e dittatoriale). Bigotto (chi è intollerante verso opinioni differenti). Demagogo (chi mira a ottenere il consenso popolare basandosi sulla lusinga e sulla promessa e non su argomentazioni razionali). Sostenitore della distopia (descrizione di uno stato, tipicamente totalitario, dove tutto è sgradevole e squallido). Razzista (sapete cosa significa).

Siamo stati costretti a tirar fuori il vocabolario per capire molti dei termini utilizzati dai media per descrivere il fenomeno unico che è Donald Trump. A spaventare è il fatto che queste strane parole siano davvero appropriate. Che ne è stato delle espressioni “uomo di stato”, “ben qualificato” o perfino “brillante” usate per descrivere le persone che vogliamo eleggere per una carica tanto importante? Nessuna di queste è stata associata al “The Donald”.

8. Dobbiamo stare attenti al “duro”. 
Riferendosi ad un dimostrante durante un raduno, Donald Trump ha detto “Ai bei vecchi tempi, lo avrebbero trascinato via su una barella”. Le sue parole rivelano ammirazione per questo tipo di forza. La sua durezza non riguarda la forza necessaria a prendere decisioni molto difficili. Riguarda la volontà di “prendere a pugni in faccia quel tizio” o, come minimo, salvare la faccia (la sua).

Resisterò alla tentazione di accanirmi ancora sui codici nucleari. Mi limito a chiedermi se vogliamo davvero un presidente irascibile che, come da lui suggerito, nel caso in cui un leader (Castro) non fosse pronto ad accoglierlo sulla pista d’atterraggio farebbe “invertire la rotta dell’Air Force One per tornare a casa”. Un uomo che dopo aver ritwittato un’immagine, creata da suprematisti bianchi, che ritraeva Hillary Clinton davanti a una montagna di dollari accompagnata da una stella di David, e per questo accusato di antisemitismo, non ha saputo neanche inventarsi una delle sue scuse-non-scuse, del tipo “Mi dispiace se ho offeso qualcuno”. “Un tipo tosto” per cui tutti i giornalisti più importanti sono “stupidi” e disgustosi. Che parla solo dei media che osano criticarlo, senza dire una parola su David Duke e sul pessimo elemento che gli ha dato il cinque e ha ripreso il suo post offensivo.

Che il post fosse o meno finalizzato a rafforzare, ancora più saldamente, questa fetta di sostenitori, Trump dimostra la sua idea di “durezza”: un’idea che esalta la sua opinione, il suo avere sempre ragione sugli altri. Nel suo mondo un “duro” non può essere umile, rispettoso, misurato o diplomatico.

9. Il successo conta. 
Il successo negli affari di Trump è eccessivamente gonfiato e le sue abilità sono limitate. Donald Trump può essere un bravo venditore e uno showman solo in una competizione con PT Barnum (Phineas Taylor Barnum è stato un imprenditore e circense statunitense). Questo possiamo concederglielo. Per un periodo, ha ottenuto indici d’ascolto alti dicendo ad alcune celebrità a spasso che erano state licenziate. Tuttavia, chiedete ad uno qualsiasi dei grandi imprenditori edili di New York (tra cui lui non figura, o almeno non è tra i più importanti: risulta 14° nella lista aggiornata) e capirete che i suoi successi sono ben pochi.

Quattro fallimenti (1991, 1992, 2004 e 2009), il Plaza Hotel, la Trump Air, i tre casinò, le bistecche, l’acqua, il Trump Center a cui ho lavorato, i cantieri ferroviari nel West Side di Manhattan (dove gli edifici portano il suo nome, come consolazione), la Trump University: tutti insuccessi assoluti, tranne per Trump che “non ha alcun rimpianto”.

Poi ci sono questioni di etica commerciale fondamentale: 3500 cause, il fatto che sia incline a non pagare le tasse completamente né in tempo, il fatto che si definisca il “Re del debito” (un re diventato ricco indebitandosi e poi rinegoziando). Sono queste le competenze che vogliamo in un presidente?
Dovremmo porci domande anche sul suo leggendario valore netto, sempre gonfiato di miliardi rispetto ai calcoli degli altri. Ci si dovrebbe chiedere se il valore sarebbe rimasto lo stesso se non avesse ereditato un notevole patrimonio dal padre Fred e lo avesse solo investito passivamente. Non lo sapremo mai da Donald, di certo non lo sapremo da quelle dichiarazioni dei redditi che non renderà pubbliche.

10. Non potremmo essere un grande paese senza il Primo Emendamento, ma i media potrebbero ucciderci. 
I media non sono il nemico di Donald, come continua a gridare dal palco. Ma potrebbero essere il nemico di tutti noi. È questa l’impressione ultimamente. Lo spazio televisivo riservato a Donald, la sua abilità di imperversare al telefono con le sue filippiche (soprattutto con i media via cavo) non è soltanto, per usare una delle sue parole, “disgustoso”.

Donald, che vive di sondaggi e indici d’ascolto, capisce che sono questi numeri e non il valore delle notizie a decidere quello che va in onda. Donald domina quasi tutti i cicli di notizie, limitandosi ad essere più offensivo di chiunque altro. È reality TV portata all’estremo, ed è fuori controllo.

11. Temperamento, atteggiamento e indole sono importanti.
Per molti aspetti, Donald rappresenta il peggio in tutti noi. O, almeno, in molti di noi. Gli interessa solo la gratificazione continua. È un bambino irascibile che vuole che le cose siano fatte come dice lui. È l’adolescente egoista che non ha ancora il quadro della situazione. È il giovane viziato e privilegiato, che ha sfruttato razza e religione “giuste”, istruzione, bell’aspetto e patrimonio familiare per avere successo facilmente, e che guarda dall’alto in basso chiunque non sia riuscito a farcela perché non ha i requisiti di cui sopra.

È un uomo che pensa che sia normale definire una persona “grassa”, “brutta” o stupida o prendere in giro un disabile. È un collezionista di mogli trofeo, di proprietà trofeo, il ragazzino che vince (o così crede) perché possiede più giocattoli.

12. L’imperatore e i suoi vestiti. 
Donald sostiene di conoscere le forze armate meglio di chiunque altro. Perché? Perché ha frequentato una costosa scuola privata dove gli studenti indossavano uniformi e, a volte, marciavano? E che mi dite della frase: “conosco l’Isis meglio dei generali‘? C’è qualche soldato vero che può valutarlo, per favore?

Donald dice che l’America non vince più. Rispetto a chi, e a cosa? È indubbio che abbiamo dei problemi. La democrazia è un caos. Lo testimonia l’attuale campagna e la lunga ripresa dalla recessione del 2008, che non ha sufficientemente incluso la middle class. E, sì, è difficile comprendere gli scambi commerciali in un mondo sempre più connesso e integrato. Ma fino a che punto l’America è un “disastro”, come ci dice Donald?

Come puoi dire sul serio e credere che “Questo paese è un inferno. Stiamo colando a picco”. In confronto a chi? Messico, Cina o la Russia, suo nuovo e bizzarro tormentone, che stando a Donald “ci batte sempre, perché i nostri leader sono stupiti?”. Dacci un taglio.

13. Gli immaturi trucchetti che utilizza nei discorsi non funzionano. Non con la maggior parte di noi, almeno.
Dice Donald, “non parlerò” dell’alcolismo del candidato del partito libertariano alla vicepresidenza. “Mi rifiuto di ammettere… Non posso dire… che non sopporto la voce stridula della Clinton che urla al microfono”. Lo hai appena fatto, Donald. Riusciamo a capire che, con queste affermazioni, perfino tu sai di muoverti su un terreno malfermo e così cerchi di giocartela su entrambi i fronti. Non attacca. E non lo fa neanche il trucco infido, e neanche tanto intelligente, di attribuire agli altri accuse feroci che persino tu hai paura di fare, ma che vuoi comunque anticipare.

Ad esempio, quando hai commentato il massacro di Orlando dicendo “tante persone pensano che Obama non voglia capire. Molti pensano che forse non vuole saperne niente, io sono giunto alla conclusione che non sa cosa sta facendo, ma ci sono molte persone che pensano che forse non voglia capire. Non vuole vedere quello che sta succedendo. E potrebbe anche essere così”

Chi sono queste “persone” che hanno associato il presidente ai terroristi? Forse le stesse che, con Trump, hanno visto la gente del New Jersey celebrare la distruzione delle torri gemelle o quelli convinti che Hillary Clinton abbia ucciso Vince Foster, che il padre di Ted Cruz stesse collaborando con Lee Harvey Oswald per uccidere il Presidente Kennedy? Quelli che credono che Obama non sia nato negli Stati Uniti e non abbia studiato ad Harvard o alla Columbia?

Due possibilità. La più probabile: l’espressione “molte persone dicono che” è solo una frase in codice di Trump per dire “voglio avanzare un’ipotesi così oltraggiosa” che neanche il Donald più furioso riuscirebbe a tirarsene fuori, senza questo espediente. O forse quel “mucchio di persone” è in realtà un gruppo selezionato, la cerchia chiusa di lealisti che partecipano ai raduni e che hanno sentito queste parole da lui.

14. L’irascibilità non si addice a un presidente. 
“I politici hanno scelto di nuovo questo nano come candidato”. Così si pronunciava il New York Herald su Abraham Lincoln, che adesso è considerato da (quasi) tutti il miglior presidente degli Stati Uniti. Prendete in considerazione la dichiarazione apparsa quando Washington lasciò l’incarico “è arrivato il tempo per la fonte di tutte le disgrazie del nostro paese di ritornare allo stesso livello dei suoi concittadini”.

I presidenti degli Stati Uniti, tutti, hanno subìto delle critiche e, nella nostra terra di libertà di parola, i critici possono dire la loro. Grazie a Dio. Non c’è molto da dire sul fatto che Donald non gestisca bene le critiche. Chiedete a Megyn Kelly (“un talento di terz’ordine), Rosie O’Donnel (“la grassottella Rosie”, “una perdente”) o Elizabeth Warren (“Pocahontas”) o a uno dei suoi avversari recentemente sconfitti: Cruz, Kasich, Rubio o Bush. Perfino Chris Christie, quello più simile a lui, ha provato il suo morso quando ha insinuato che Donald fosse “permaloso”. Non riesce mai a mollare la presa. È ossessionato dalle critiche anche quando vince.

I repubblicani venuti meno alla “promessa” di sostenerlo non dovrebbero avere il permesso di correre per la carica ancora una volta, secondo lui. Per Donald essere in disaccordo con lui deve avere una conseguenza (e anche seria) e perseguire tale obiettivo merita sforzi ed energia, anche quando non fa alcuna differenza.

Crediamo davvero che il nostro presidente debba avere il tempo per questo? Vogliamo davvero che un uomo di tale suscettibilità, dalla tendenza così autoritaria sia, per dirne una, responsabile dell’FBI o dell’IRS? Il concetto di “polizia segreta” sembra troppo estremo? Forse sì. Ma se fossi Donald, ventilerei l’ipotesi con una delle sue dichiarazioni: “La gente dice che…”. Ecco, ho appena usato uno dei suoi trucchetti. Capite quanto è facile?

15. I bulli ci saranno sempre, ma la Casa Bianca non dovrebbe essere il loro posto. 
Cosa fa un bullo? Cerca di intimidire, fisicamente o verbalmente. Finora questa caratteristica di Donald è stata soltanto verbale e rivolta ad avversari in affari e, più recentemente, a politici e giornalisti. E, ovviamente, ai suoi ex ghost writer ed ex dipendenti o imprenditori ingannati (non protetti da clausole contrattuali anti-calunnia) che osano giudicare la sua condotta apertamente.
Cosa succederà quando questo tizio avrà il più forte esercito del mondo a sua disposizione, e un pulpito da bullo che gli darà sicura visibilità? A qualcun altro sembra una cattiva idea?

16. Law and order.
Prima di essere una serie premiata agli Emmy, “Law and order” era uno dei fili conduttori della campagna di Richard Nixon nel 1968, per farsi eleggere nell’anno in cui il paese vide due omicidi pubblici e dimostrazioni devastanti, perfino rivolte, in 110 città. Nixon cercava di mobilitare quella che lui definiva la “maggioranza silenziosa”, appellandosi al bisogno di un maggiore controllo da parte della polizia. Attinse alla divisione razziale ed economica tra bianchi e neri, tra la classe operaia e “l’élite dei liberali dell’est” e ai media malvagi che il vicepresidente Spiro Agnew definiva “i nababbi chiacchieroni del negativismo”. Trump sta cercando di reintrodurre tutto questo. Ovviamente sì, ma anche no.

Sì, vuole dividere e mobilitare gli elettori arrabbiati che si sentono abbandonati da una cultura sempre più variegata. Ma no, perché la sua idea distopica di un’America senza legge, assediata, indebolita non è quella che predicava Nixon e neanche Ronald Reagan, a dirla tutta. È un suo unicum, almeno in America. È, tuttavia, un esempio da manuale del grido di guerra comune a innumerevoli dittatori e uomini forti. È uno strumento fondamentale del demagogo: sollevare un problema e poi dichiarare di essere “l’unico che può risolverlo”

Al netto di questa retorica terribile, cosa ci aspetta? Donald dice “il 20 gennaio del 2017, giorno in cui presterò giuramento, finalmente gli americani si sveglieranno in un paese che applica le sue leggi… il crimine e la violenza che oggi affliggono la nazione vedranno presto la fine.” Come funziona Donald? Legge marziale? Credi davvero che al Presidente Obama, e ai suoi 44 predecessori, non sarebbe piaciuto vedere tutte le leggi in vigore e rispettate a pieno? Ah, se il solo desiderio potesse riuscirci! Però dal momento che gli stati, e non il governo federale, hanno un peso su gran parte del diritto penale, il presidente da solo non ha il potere costituzionale di fare una cosa simile. E allora? Continuare con la logica del waterboarding (forma di tortura) e uccidere le famiglie dei terroristi? Certo, “Solo io posso risolvere il problema”.

17. Le invettive incoerenti, e spesso contradditorie, non formano una linea di politica estera. 
Convinciamo il Giappone e la Corea del Sud a cercare le armi nucleari. Eliminiamo la NATO. Distruggiamo l’ISIS, ma senza alleati musulmani e truppe sul campo. Attacchiamo la Libia, anzi no. Abbiamo fatto bene ad attaccare l’Iraq, anzi no. Non ricostruiamo una nazione, ma risolviamo il problema in Siria. Fermiamo l’Iran stringendo accordi migliori.

In effetti, pensateci, questa è la soluzione a quasi tutto: “stringiamo accordi migliori” ovunque. E mai chiedere scusa, per niente. Siamo l’America, ricca, molto ricca. Non siamo in debito con nessuno. O con noi o contro di noi. Vi ricorda qualcuno?

18. Come si può diventare un buon presidente se non si mostra rispetto per l’incarico?
Negli anni ’60, durante una Guerra impopolare, abbiamo sopportato tutti un presidente che, indossando una spilla a forma di bandiera, descriveva chiunque non fosse stato d’accordo con lui (inclusi un mucchio di giovani universitari in tutta l’America, compreso me) come un “Un-American”, una persona contraria ai fondamentali valori politici e culturali degli Stati Uniti. Anche se l’opposizione politica è vecchia quanto la nostra nazione, si inizia a scivolare lungo la china di una pericolosa mancanza di rispetto quando il disaccordo viene rimpiazzato dal vilipendio.

Il candidato repubblicano crede sia normale accusare un ex presidente, del suo stesso partito, di aver intenzionalmente dichiarato Guerra appellandosi a falsi pretesti e incolpare l’attuale Presidente di cospirazione con i terroristi islamici. Qualsiasi americano assennato, di qualunque partito o senza partito, di qualsiasi filosofia politica capisce che tutto questo deve finire.

La verità, o almeno una sua parvenza, deve ritornare. Le menzogne ignobili non trovano spazio in un dialogo assennato, figuriamoci chi le pronuncia. Non possono diventare la spina dorsale di un circo mediatico che si preoccupa più degli ascolti che della verità.

19. Anche i ragazzi ricchi e potenti devono giocare secondo le regole. 
Non prendiamoci in giro. La Trump University non era un’istituzione accademica, era molto lontano dall’esserlo. Era un modo per diventare ricchi in fretta ideato da un tizio che vendeva un programma per arricchirsi alla svelta. Non era il primo e non sarà l’ultimo di questo genere. A tarda notte, le pubblicità da quattro soldi alle TV sponsorizzeranno sempre questo tipo di offerta. Tuttavia, gli sforzi di Donald puntavano molto più in alto: 35.000 dollari, “università”. Sul serio? Non era altro che un imbroglio ordito da un uomo che ora sta cercando di diventare il leader di una nazione e del mondo libero.

Sappiamo tutti, lo abbiamo letto almeno, che di idioti ne nascono in continuazione. Ma possiamo almeno negare il rispetto a quelli che prendono di mira la povera gente e denunciarli, quando vanno troppo oltre? “No” dice Donald Trump. Il processo seguito ad una class action contro le sue truffe è ancora in tribunale. A detta di Donald, perché l’illustre ed esperto giudice federale che se ne occupa è un suo “hater” e non è in grado di rendergli giustizia perché i suoi genitori sono originari del Messico.

Nel mondo di Donald, l’unico individuo capace di giudicarlo non dovrebbe essere Messicano o imparentato con dei messicani, una persona di fede islamica e, no, neanche una donna. In questo mondo, gli uomini ricchi, privilegiati, egocentrici, eticamente discutibili dovrebbero essere giudicati solo da uomini ricchi, privilegiati, egocentrici, eticamente discutibili.

20. Dobbiamo combattere per qualcosa. 
La versione dell’America di Donald Trump non include quelli che non sono come lui. Invece, va matto per quelli che Sarah Palin definì “americani veri”. Il fatto che tutti noi sembriamo essere completamente sacrificabili è preoccupante. Prendere di mira un’intera religione (l’Islam, con 1,6 miliardi di fedeli di cui 3,3 milioni sono cittadini americani) per sottoporla ad un controllo maggiore, o peggio, è palesemente in disaccordo con i valori tradizionali americani, se non lo è con quelli degli “americani veri”.

È anche incostituzionale e, al di là di tutto questo, incredibilmente controproducente perché rafforza le controversie facendo allontanare gli alleati di cui abbiamo bisogno per risolvere il problema dei terroristi in campo nemico. Altre strategie simili caldeggiate da Donald, come il waterboarding e altre forme di tortura, per non parlare dell’accanimento contro le famiglie dei nemici, non sono semplicemente illegali. Sono, per usare un’altra delle sue parole, “stupide”. Non funzionano, con molta probabilità servirebbero solo a peggiorare la situazione e a far crescere il numero ed il fervore dei nemici.

Dovremmo chiederci: come sarebbe l’America dei “veri americani”? Un mucchio di individui intolleranti, sovraeccitati, aggressivi, dietro un grande muro, isolati (senza scambi commerciali e, quindi, con un’economia malata e beni molto costosi) e con tantissimi nemici. Nessuna “città splendente sulla collina”, questo è certo. Per un posto del genere è difficile non immaginare altro che rovina.

Possiamo fare molto di più, molto di meglio. Per me, “il meglio” ha l’aspetto dell’ex senatrice ed ex segretario di Stato Hillary Clinton. A quelli che non arrivano a questa conclusione tanto facilmente (lo capisco) dico questo: pensate che quest’anno la scelta dovrà ricadere sul male minore. In ogni caso, non pensate neanche lontanamente di trascinarci in quell’abisso che è Donald Trump.

(fonte)

Le lacrime di Carl Gustav Jung

Perché, nella modesta casa canonica a Kleinhüningen, dove suo marito è pastore, Emilie Preiswerk, sposata Jung, volga improvvisamente lo sguardo altrove dai suoi ricami e scoppi a piangere a dirotto, in un qualsiasi martedì pomeriggio del 1880, non è chiaro; anzi, al suo bimbo di cinque anni, Carl Gustav – che è l’unico in tutto il cosmo ad accorgersi dello zampillo assurdo di quelle lacrime – si scatena un terrore dentro al cuore quando la vede. Il bambino guarda la madre intensamente, senza dire niente, indagando con i piccoli occhi chiari la stanza, per capire cosa sia successo, chi le abbia fatto così male. Ma non c’è nulla: nessuno. Non ha radice, quel dolore. C’è solo un vasto silenzio nell’aria, che detona in un’eco di ansie mute. Quando Emilie riconosce la paura negli occhi del figlio, si asciuga le lacrime con il grande fazzoletto rosa che tiene sempre in tasca e gli sorride, come a dirgli: “non è niente, mamma sta bene”. Anche Carl Gustav sorride, d’istinto, di rimando, ma il terrore provato gli resta dentro. Quel terrore che non capiva il soffrire della creatura che più amava. Torna ai suoi giochi solitari con un’angoscia nuova.

Anche se è un medico, un filosofo, impegnato a Burghozli in uno dei maggiori centri di cura psichiatrica svizzera, lo sguardo di Carl Gustav Jung, alla fine dell’estate del 1904, non è molto diverso quando una diciannovenne strillante, di nome Sabine Spielrein, varca le porte del sanatorio. Geme, ride, urla come se fosse penetrata da lame, si lamenta e dice cose apparentemente senza senso. Il dottor Jung la prende in cura.

Seduta nella stanza bianca, contorta da ondate di tic che le sfigurano il volto, il dottore la percepisce piena di un’energia che non comprende appieno. È come se le sue strilla provenissero da una camera di tortura chiusa dentro la sua mente, di cui si è perduta la chiave. Ora lui vuole ritrovare quella chiave.

Poche settimane prima, nel suo taccuino, Jung aveva scritto di un immaginario caso clinico denominato “Sabine S.”. Ed ora, eccola lì: Sabine Spielrein. Sembrerebbe una incredibile coincidenza. Ma il giovane dottore non crede nelle coincidenze. Crede che le cose accadano dispiegandosi dalla nostra anima, come segni di un libro che dobbiamo imparare a decifrare. Crede che tutto accada con significato. Se ora quella donna è lì, è perché il destino gli sta parlando: Carl Gustav Jung ne è certo. Lo dice anche a sua moglie Emma; e le confida che, stavolta, vuole abbandonare le cure inefficaci della psichiatria contemporanea, per sperimentare un nuovo metodo, creato da un suo collega viennese, un tipo che lui non ha mai visto, che alcuni considerano un genio, altri un ciarlatano. Un tipo di nome Sigmund Freud. Quello che Jung non racconta a sua moglie è il fremito alle gambe che sente quando Sabine lo guarda, nei suoi rari sprazzi di lucidità non assediata da incubi. La trova bellissima come una tempesta. In lei, intravede pianeti perduti della propria interiorità. Come se Sabine fosse venuta a lui, per indicargli chi potrebbe ancora essere. Come se lei, mentre lui la cura, lo stesse curando.

I risultati medici sono straordinari: nel 1911, Sabine Spielrein somiglia alla ginnasiale promettente che era stata. Sembra uscita dall’inferno in cui era piombata durante le sue crisi, sembra avere un’armatura nuova. Si laurea brillantemente in medicina, vuole diventare psicanalista. Jung l’ha curata. L’ha curata con il metodo di Freud.

(Un gran pezzo di Cesare Catà. Continua qui)

Chi è Trump

La sua ultima macchia non è da poco. Ne scrive Francesco Costa (iscrivetevi alla sua bella newsletter sulle elezioni americane qui):

Questa settimana è successa una cosa esemplare di un aspetto importante di questa campagna elettorale. Uno dei due candidati è stato messo in difficoltà dalla sua fondazione di beneficienza.

La storia è questa: nel 2013 il procuratore generale della Florida stava valutando l’ipotesi di aprire un’indagine giudiziaria legata al candidato in questione. Dopo mesi di ipotesi e valutazioni, il procuratore generale della Florida aveva deciso di non aprire nessuna inchiesta. Questa settimana è venuto fuori che quattro giorni prima di annunciare la sua decisione, il procuratore aveva telefonato al candidato e gli aveva chiesto una donazione per la sua campagna elettorale (negli Stati Uniti i pm vengono eletti). Ed è venuto fuori che quattro giorni dopo l’annuncio del procuratore che non ci sarebbe stata nessuna inchiesta, il candidato ha effettivamente donato 25.000 dollari al procuratore: peggio ancora, non l’ha fatto personalmente ma attraverso la sua fondazione benefica, mascherandolo nei bilanci perché le fondazioni benefiche non possono fare donazioni politiche. Quando l’agenzia delle entrate se n’è accorta, gli ha imposto una multa.

È uno scandaletto mica male, no? Probabilmente non ne avete sentito parlare. E probabilmente avete capito che il candidato di cui si parla non è Hillary Clinton ma é Donald Trump.

La storia è vera, così come ve l’ho raccontata: la procuratrice in questione è Pam Biondi della Florida, il caso è quello legato alle truffe della Trump University. Ed è una storia che da sola è cento volte più grande e più grave di quelle che sono venute fuori riguardo la fondazione Clinton: è una storia, per cominciare. Riguarda cose che sono effettivamente successe, assegni che sono stati effettivamente staccati, inchieste che non sono state aperte, invece che basarsi semplicemente su domande aperte e teoriche su quanto chi faceva una donazione ai Clinton voleva farseli amici.

Se non ne avete sentito parlare, non è per un qualche complotto dei giornalisti ma per un meccanismo che si è consolidato in questa campagna elettorale, e di cui Trump è stato bravo ad avvantaggiarsi. Il fatto che gli elettori si fidino pochissimo di Hillary Clinton, il fatto che sia stata coinvolta negli anni in un discreto numero di scandali e storie sgradevoli, ha reso i media attentissimi e abilissimi a scandagliarne la vita e gli affari, e a riportarne elementi e dettagli in modo da enfatizzare punti di vista scettici e diffidenti: e se poi non emerge di concreto, come è stato per le email o per la Clinton Foundation fin qui, rimangono “dubbi”, “questioni di opportunità”, “scarsa trasparenza”, “opacità” e cose del genere.

Trump ha usato a suo vantaggio il meccanismo opposto. Da mesi dimostra di essere capace di dire qualsiasi cosa e insultare chiunque, persino le madri dei soldati morti. È stato accusato – sia in tribunale che fuori – di reati gravi, di truffe, di corruzione, di bancarotte fraudolente: niente che abbia mai lontanamente sfiorato Hillary Clinton. Si è messo in imbarazzo in cento e uno modi diversi. Tutto questo probabilmente alla fine gli farà perdere le elezioni, non è che non conti: ma intanto ha abbassato l’asticella. Su questo fronte, gioca in discesa. Trump va in Messico, legge un discorso da un gobbo e torna in America? I giornali scrivono: beh, che colpo da maestro. Quanto è stato serio e presidenziale a non prendere a pizze in faccia il presidente del Messico e non sputare in un occhio a un messicano a caso per strada. Trump trucca il bilancio della sua fondazione per dare dei soldi alla procuratrice che non l’ha indagato? Non importa. Nessuno è davvero sorpreso. Trump stesso ha rivendicato più volte di avere usato i suoi soldi per far sì che i politici gli dessero una mano.