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Giulio Cavalli

Elezioni, il pasticcio del Pd e le contraddizioni di Letta

Se la campagna elettorale nella testa di Enrico Letta doveva basarsi fin dall’inizio su una grande alleanza «per fermare le destre» e per mandare un segnale di «unità della parte responsabile del Paese» allora, almeno finora ovviamente, è miseramente fallita. Non solo è fallita ma ha anche tutti i prodromi di una campagna fallimentare.

Può il non aver fatto cadere Draghi essere il collante per una alleanza

Non è colpa solo di Letta, sia chiaro. Letta, comunque, è quello che si è messo in testa che il «non aver fatto cadere il governo Draghi» fosse un collante funzionale a un’alleanza elettorale. Che da parte del segretario del Partito democratico ci fosse nei confronti di Draghi un’adorazione che sfiorava il complesso di inferiorità era evidente ma che poi fossero talmente avventati da prolungare questa mania fino a 50 giorni prima del voto è tristemente sorprendente. Da “bimbi di Draghi” si possono comportare Matteo Renzi e Carlo Calenda, gente a cui torna utile agitare il santino dell’autorevolezza internazionale per recuperare il voto emozionale di chi è sfranto dalla scarsa qualità della classe politica attuale. Il Partito democratico, per sua natura, si affida alla complessità e allo spessore di organi di partito di diversi livelli che non hanno bisogno (si spera) di un “papa straniero” per coprire le sue falle. A questo aggiungeteci anche che Mario Draghi, serafico come tutti coloro che sono alla fine di un ciclo, ha smontato in poche parole il feticcio dell’agenda Draghi rispedendola al mittente. Rimane quindi la sensazione di assistere all’isteria di chi si accanisce su un giocattolo rotto.

Elezioni, il pasticcio del Pd e le contraddizioni di Letta
Benedetto Della Vedova, Enrico Letta e Carlo Calenda (da Instagram).

Letta è riuscito nell’impresa di gonfiare Calenda e rendere simpatico Renzi

Enrico Letta in pochi giorni di campagna elettorale è riuscito a gonfiare Calenda (che non aveva certo problemi di sobrietà) nei numeri, nelle parole e negli atteggiamenti. Non immaginare che Calenda si sarebbe mangiato il palcoscenico che il Pd gli ha offerto (per «senso di responsabilità», dicono loro) è una sciocchezza per di più irresponsabile. La perspicacia dovrebbe essere il prerequisito di ogni buon politico ma l’abitudine di lasciare spazio ai propri sabotatori è una sindrome di Stoccolma. Poi c’è la chiarezza che manca. Non è chiaro perché Renzi non abbia potuto stare in un’alleanza che cova così dolcemente Calenda. È una questione di posti richiesti dal leader di Italia Viva Allora perché non dirlo? È Emma Bonino che non ha digerito la sua esclusione al ministero degli Esteri sotto il governo Renzi? Se così fosse, perché non dirlo serenamente? È Calenda che tra le sue molteplici richieste ha aggiunto anche l’espulsione di Italia Viva Perché nessuno si prende la responsabilità di dirlo? Letta e Calenda stanno riuscendo nell’inimmaginabile operazione di rendere Renzi autorevole nella sua narrazione (che nessuno smentisce) e addirittura “simpatico” per un’esclusione che non è spiegabile con gli elementi politici a discussione.

Elezioni, il pasticcio del Pd e le contraddizioni di Letta
Matteo Renzi (da Instagram).

L’incomprensibile gratitudine dem nei confronti di Di Maio

È sempre Enrico Letta che ha appoggiato l’abbraccio incondizionato a Luigi Di Maio. L’evoluzione politica di Di Maio in questi ultimi mesi meriterebbe una domanda che nessuno si sente di fare: perché verso Di Maio c’è questa irrefrenabile gratitudine? Anche in questo caso la sensazione (e ahimè non è solo una sensazione) che qualcosa di non detto, di osceno (ovvero avvenuto fuori dalla scena) leghi il Pd è un pessimo attributo da presentare in campagna elettorale.

No al M5s ma sì a Sinistra Italiana: le contraddizione del Pd

Ripete Letta che bisogna fare «tutto il possibile per costruire un fronte in grado di sconfiggere la destra». La sconfitta dell’avversario in politica è un fine poco nobile e poco interessante per gli elettori ma si sa che da quelle parti il voto utile ormai è un genere letterario. Ma se avere un voto in più della destra è il risultato da inseguire a tutti i costi come si spiega l’esclusione del Movimento 5 stelle? «Ha votato contro Draghi», dicono loro. Ma Sinistra Italiana non ha liberamente negato la fiducia a Draghi per quasi tutta la durata del governo? Anche in questo caso la domanda è la stessa: quindi dove sta la differenza Enrico Letta, lo sappiamo, si è assunto l’impegno improbo di un’impresa difficilissima: tenere insieme anime diverse e pazientemente cucire a ricucire. Ne apprezziamo la sapiente pazienza. Ma è mai stato sfiorato dal dubbio se serva Fin qui, lo possono riconoscere anche gli elettori democratici più fedeli, è stato un gran pasticcio.

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Sinistra italiana e Verdi barattano la faccia con le poltrone

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Roba da bambini dell’asilo. Le calendiadi non accennano a esaurirsi e nella coalizione di Enrico Letta si vive un’altra giornata persa dietro a veti incrociate e attacchi personali. Si parte fin dal mattino con l’affondo del segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni che fa notare come “l’agenda Draghi” sventolata compulsivamente in questi primi giorni di campagna elettorale non esista: “Agenda Draghi? Non esiste. Lo ha detto #Draghi stesso.

Calenda fa la voce grossa e Letta mette in riga i Verdi, che pur umiliati entrano nella coalizione di Letta, precedendo Sinistra Italiana che oggi farà lo stesso

Povero Calenda, deve correre in cartoleria a comprarsene un’altra. Noi intanto lavoriamo per un’Italia più giusta e più verde”, scrive. A stretto giro di posta Carlo Calenda risponde piccato chiedendo al PD l’esclusione di Sinistra Italiana dalla coalizione: “Direi che abbiamo raggiunto un punto di chiarezza. – scrive Calenda – Mi pare del tutto evidente che c’è una scelta netta da fare per il Partito Democratico che ha siglato un patto chiaro con noi che dice l’opposto. A queste condizioni per quanto ci concerne non c’è spazio per loro nella coalizione”.

Lo spettacolo è talmente indecoroso che il ministro Dario Franceschini lancia un appello (“fermatevi!”). In nome di “una sfida più grande dell’interesse dei nostri partiti: evitare che l’Italia finisca in mano a una destra sovranista e incapace”.

Passa qualche minuto e Calenda invece di fermarsi vede uno spiraglio per meritarsi qualche altro minuto di gloria: “Dario, – scrive rivolgendosi a Franceschini – il terzismo alla volemose bene con noi non funziona. Avete firmato un patto. Nato, rigassificatori, equilibrio di bilancio, revisione rdc, agenda Draghi. Dall’altro lato c’è una dichiarazione al minuto contro tutto questo. Chiarite. Punto”.

Nello sconquasso generale si inserisce Luigi Di Maio che almeno evita i social e scrive un comunicato stampa. Scrive il ministro: “Sorprende, però, che alla fine proprio Calenda – che si innalza a paladino dell’anti-grillismo – nelle sue dichiarazioni e nei suoi tweet sia diventato il più estremista di tutti”.

Via con le sportellate, ancora, alla faccia dell’unità e della responsabilità che Letta ha predicato fin dal primo minuto di una campagna elettorale che peggiora di ora in ora. Prova a smorzare i toni il coordinatore dei sindaci PD Matteo Ricci, chiarendo che nessuno chiede a Calenda di allearsi con Fratoianni, si tratta di accordi bilaterali fatti dal Pd. Nello scontro interno alla coalizione di centrosinistra interviene anche Bruno Tabacci, alleato di Luigi Di Maio nella lista Impegno Civico – Centro Democratico.

“Avendo una certa età mi permetto di suggerire a tutti coloro che non vogliono regalare il Paese alla destra di smetterla con critiche, fatwe e attacchi reciproci”, scrive Tabacci in una nota. Intanto la comunicazione dell’alleanza Sinistra Italiana/Verdi che avrebbe dovuto arrivare nel pomeriggio (ne aveva parlato il segretario dei Verdi Angelo Bonelli in mattinata) non arriva. Non arriverà, dicono.

È quasi sera quando da Sinistra Italiana fanno sapere che un eventuale accordo con il Partito democratico dovrebbe passare al vaglio degli iscritti di Sinistra italiana. “è un passaggio previsto nello statuto del partito”, conferma lo stesso segretario Nicola Fratoianni. La votazione potrebbe tenersi nel fine settimana.

I Verdi però approvano un documento in cui precisa “che l’unica alleanza che possa contrastare efficacemente la destra estrema in Italia sia quella, pur con tutte le differenze che sono note, di un fronte democratico a partire dal Pd”.

A battersi sul serio per aiutare la povera gente e l’Ambiente resta solo Conte

“Non è percorribile un’alleanza con il M5S”, scrivono i Verdi nel loro documento. Dall’altra parte Fratoianni deve gestire i suoi che chiedono un accordo con il Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte. Letta intanto incontra Calenda. Nessuna dichiarazione. La giornata è finita.

Leggi anche: I progressisti sul Titanic. “Follia aver rotto con i 5 Stelle”. Fassina (Leu): L’agenda Draghi è una via senza ritorno. La coalizione tra dem e Azione è scoperta a sinistra

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Salvini e Berlusconi bugiardi incalliti. Continua il bestiario elettorale

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Nemmeno l’avvicinarsi del fine settimana spinge il bestiario elettorale ad andare in vacanza. Così, inevitabile, la nuova puntata è già pronta semplicemente sfogliando le agenzie di stampa.

Bestiario elettorale, Schiaffi a raffica: Letta bersagliato anche da Di Maio. Posti in tribuna. Chi ce li ha e chi se li sogna

BOMBA O NON BOMBA RENZI A ROMA
Matteo Renzi ha detto di avere ricevuto l’offerta di Enrico Letta del ‘diritto di tribuna’ candidandosi nelle liste del Pd: “Cosa è il diritto di tribuna Un posto garantito come capolista del Pd a tutti i leader dei partiti in coalizione. Così sono sicuri di entrare in Parlamento. Lo hanno proposto anche a noi”, ha detto Renzi. Dal Nazareno smentiscono la ricostruzione: nessuna offerta di diritto di tribuna a Renzi, che del resto non è mai entrato (e nemmeno ci sono state trattative) nella coalizione del centrosinistra. L’unica offerta che gli è stata fatta era di incontrarsi. E quindi? Quindi il Bomba ha detto una bugia. La milionesima.

ENRICO E LUIGI
Non basta l’umiliazione subita ad opera di Carlo Calenda in una trattativa che è sembrata più un furto senza scasso e non bastano le turbolenze con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli: Enrico Letta ha dovuto subire anche le sculacciate di Di Maio che ieri con i suoi si è lamentato che “non esistono alleati di serie A e di seria B”. “Nelle prossime ore bisogna capire dove vuole andare questa coalizione e che coalizione si vuole costruire”, ha detto il ministro. Del resto va così: quando l’ammaestratore è troppo molle anche le pulci hanno la tosse.

BERLUSCONI A SUA INSAPUTA
Dopo avere promesso un milione di alberi, dentiere per gli anziani, dopo avere detto che ottenere il Pnrr è stato un suo merito (era all’opposizione) Silvio Berlusconi ci regala l’ennesima perla (e non sarà l’ultima) di una campagna elettorale sempre in bilico sul ridicolo: “Voglio escludere ogni responsabilità di Forza Italia nella fine del Governo Draghi”. Berlusconi insomma si è dimenticato che Forza Italia non ha votato la fiducia. L’insaputismo ormai è a uno stadio veramente avanzato, non c’è che dire. Del resto Silvio è sempre stato bravo a dimenticare, soprattutto nelle Aule.

COS’È LA SINISTRA COS’È LA DESTRA
Enrico Letta: “Io sono stato accusato di aver spostato a sinistra il Pd. Sono convinto delle mie battaglie”. Sì Enrico, ma sei stato accusato dalla destra.

SI SBARCA
Salvini, come si poteva facilmente immaginare, ha deciso di lucrare ancora un po’ sui migranti. All’aeroporto di Lampedusa è stato accolto da alcuni contestatori con fischi e urla. Si trattava di turisti che attendevano di partire. Il leader della Lega si trovava nella sala arrivi dello scalo. Gli è andata comunque bene: se avesse trovato gente come lui starebbe per una quindicina di giorni al largo. Contrappasso mediterraneo.

LO SCERIFFO SALVINI
Giorgia Meloni l’aveva detto chiaramente: “Salvini al Viminale? È capace ma non si decide prima”. Niente da fare. Salvini insiste con quella sembra essere diventata un’ossessione e da Lampedusa rilancia:”Io conto che al Viminale ci sia un uomo o una donna della Lega, perché i decreti sicurezza li abbiamo scritti noi. Io vado dove mi mandano gli italiani”. Viene il dubbio che abbia dimenticato in qualche cassetto qualcosa di importante. Non osiamo immaginare cosa.

CARFAGNA OTTIMA ALLIEVA
Mara Carfagna: “Forza Italia è diventata una corrente della Lega”. Carfagna sta imparando in fretta il calendismo: abbandona un partito ma continua a parlarne come se fosse il tuo.

IL POPULISTA
Dice Calenda al TG1: “Quando uno inizia credendo di avere la vittoria in tasca normalmente finisce andandosene a casa”. E poi conclude: “Vinceremo”. Contraddirsi in 19 secondi deve essere il nuovo record del mondo.

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«L’Agenda Draghi non esiste»: parola di Draghi

Toh, cade il populismo delle élite. E poiché questa campagna elettorale è frastornante per la stupidità a far crollare tutta la retorica ascoltata fin qui è proprio Mario Draghi, il santino sventolato per non dover parlare di programmi e per puntare ai voti fideistici stropicciando la politica. «Io non ho iniziato il governo con una Agenda Draghi, è fatta di riforme e interventi. È difficile dire esista una agenda Draghi», ha detto ieri Mario Draghi, assestando un bel colpo a Calenda, Renzi, Letta e Bonino che da giorni non fanno altro che parlare di un’agenda politica affiliandola a un governo tecnico.

Come se non bastasse Draghi aggiunge: «I nostri provvedimenti hanno caratteristica di urgenza». Certo: il governo Draghi era nato per fare ciò che serviva per uscire dalla pandemia e per sistemare le carte del Pnrr. Ora, sinceramente, votereste un partito che vi dice «usciremo dalla pandemia e sistemiamo le carte»?. No, certo che no. Indipendentemente dalla vostra posizione politica, destra o sinistra, liberale o meno, sarebbe troppo poco.

Quindi cosa ci dicono le parole di Draghi? Che la campagna elettorale fin qui è stata piena di niente, una spartizione di posti rivenduta come scontro di idee. Così accade di doverci sorbire perfino Di Maio che dà lezioni di dignità a una coalizione illudendosi che qui fuori non si sappia che è scontento di non poter offrire niente agli ex grillini che l’hanno seguito alla ricerca di un posto al sole. Ci tocca vedere Calenda rivenduto come potabile per una sbiadita idea di centrosinistra mentre svuota per l’ennesima volta l’dea di centrosinistra per riempire il suo granaio.

L’agenda Draghi non esiste ma soprattutto non esiste una campagna elettorale che ancora una volta utilizza l’arma stolta del “voto utile” come unico spunto. Sono già passati diversi giorni e siamo ancora qui. Intanto a sinistra Unione Popolare deve raccogliere firme e trovare i pochi certificatori che non avevo prenotato le ferie semplicemente per avere la dignità di poter correre. Intanto Salvini, Meloni e Berlusconi stanno scegliendo il catering per i festeggiamenti.

Sembra quasi che l’urgenza non sia ancora abbastanza urgente, a 50 giorni dal voto. Una volta si diceva “fate qualcosa di sinistra” ora ci accontenteremmo di un “fate qualcosa” che non sia discutere di posti. E rimettete via quella “Agenda Draghi” con cui vi siete coperti le pubenda.

Buon venerdì.

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Biden ci sta riuscendo. Ora rischiamo la guerra globale

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Il 2 agosto in un’intervista all’Observer il professore Wang Wen dell’Università Renmin rispondendo al giornalista che gli chiedeva se il tentativo dell’amministrazione Biden di prendere le distanze dal viaggio a Taiwan di Nancy Pelosi evidenziasse quanto quella visita fosse “effettivamente stupida” o quanto gli Usa stessero fingendo di essere stupidi rispose così: “Gli Stati Uniti si stanno comportando da stupidi, ed effettivamente lo sono. Fingendo di esserlo significa che sanno quali sono gli interessi della Cina sulla questione di Taiwan e la sua linea rossa. Ma, nonostante questo, la calpestano ripetutamente”.

L’obiettivo non dichiarato degli Usa è la fine del regime comunista in Cina

Oggi si è avverato ciò che tutti sapevano (e molti nascondevano): gli Usa hanno aperto una crisi molto grave accelerando una destabilizzazione globale. Lucio Caracciolo lo scrive senza mezzi termini: “Cina e Stati Uniti – scrive il direttore di Limes – sono su un piano inclinato che porta alla guerra. Questione di tempi e di modi. L’unica via per impedirla è che entrambi riconoscano il pericolo e accettino di regolare per via negoziale le loro dispute. Ne siamo più lontani che mai. Il provvisorio bilancio della visita lampo a Taiwan di Pelosi, presidente della Camera americana, ha il merito di svelare che la recita della’“Cina Unica’ è finita”.

Il tilt politico sta nell’accoglienza calorosa della Repubblica della Cina (che gli Usa non riconoscono) mentre l’altra Cina (che la Casa Bianca ufficialmente riconosce) allestiva un blocco navale. La sconsiderata visita di Pelosi tra l’altro mette a rischio gli equilibri della guerra in Ucraina (che non è finita, benché sia scivolata molto in basso nei giornali). Se davvero alla Casa Bianca interessa che gli ucraini abbiano la possibilità di invertire la rotta dell’invasione russa serve che i rapporti con la Cina non implodano.

Negli scorsi mesi Biden e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan hanno avuto una serie di incontri con il governo cinese, implorando Pechino di non entrare nel conflitto in Ucraina fornendo assistenza militare alla Russia, in particolare ora, quando l’arsenale di Putin è ridotto da cinque mesi di guerra.

Biden, secondo le parole di un alto funzionario statunitense raccolte dal New York Times, avrebbe detto personalmente al presidente Xi Jinping che se la Cina entrasse in guerra in Ucraina al fianco della Russia, Pechino rischierebbe l’accesso ai suoi due mercati di esportazione più importanti: gli Stati Uniti e l’Unione Europea (la Cina è uno dei migliori paesi al mondo nella produzione di droni, che sono esattamente ciò di cui le truppe di Putin hanno più bisogno in questo momento).

La Cina avrebbe risposto non fornendo aiuti militari a Putin, in un momento in cui gli Stati Uniti e la Nato hanno fornito all’Ucraina supporto dell’intelligence e un numero significativo di armi avanzate che hanno causato gravi danni alle forze armate di Russia, apparente alleato della Cina. Thomas L. Friedman, editorialista del NYT, scrive: “Perché mai la presidente della Camera dovrebbe scegliere di visitare Taiwan e provocare deliberatamente la Cina ora, diventando la funzionaria statunitense più anziana a visitare Taiwan dai tempi di Newt Gingrich nel 1997, quando la Cina era molto più debole economicamente e militarmente? Il tempismo non potrebbe essere peggiore. Caro lettore: la guerra in Ucraina non è finita. E in privato, i funzionari statunitensi sono molto più preoccupati per la leadership ucraina di quanto non facciano intendere. C’è una profonda sfiducia tra la Casa Bianca e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, molto più di quanto riportato”.

“Nel frattempo, – scrive Friedman – alti funzionari statunitensi credono ancora che Putin sia abbastanza preparato a prendere in considerazione l’utilizzo di una piccola arma nucleare contro l’Ucraina se vede il suo esercito affrontare una sconfitta certa. In breve, questa guerra in Ucraina non è così finita, così non stabile, così non senza pericolose sorprese che possono spuntare in un dato giorno. Ma in mezzo a tutto questo rischiamo un conflitto con la Cina per Taiwan, provocato da una visita arbitraria e frivola del presidente della Camera”.

L’obiettivo non dichiarato degli Usa è la fine del regime comunista in Cina, che favorisca magari la nascita di diversi Stati e che indebolisca il blocco che sta sorpassando gli Stati Uniti su diversi fronti. Come spesso accade non si prendono la responsabilità di innescare un conflitto ma sperano che la questione cinese si risolva da sola, anche al costo di alimentare le logoranti tensioni tra Stati.

Un dato è certo: alzare la tensione aumenta il consenso. E di consenso Biden ne ha terribilmente bisogno

Che Taiwan sia o meno in grave pericolo (l’Occidente sembra essersene convinto ancora di più dopo lo scoppio della guerra in Ucraina) un dato è certo: alzare la tensione (con un viaggio come quello di Pelosi) e mostrare i muscoli (come il missile che ha schiantato Al Zawahiri) aumenta il consenso. E di consenso Biden ne ha terribilmente bisogno con le elezioni di metà mandato che si annunciano catastrofiche. Aumentare il consenso interno (e esterno) sulla pelle degli altri per gli Usa è un vizio difficile da sradicare.

Leggi anche: Pioggia di missili balistici cinesi contro Taiwan

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Sinistra e Verdi hanno capito chi è Letta. Ma anche Conte ha capito che è meglio correre da solo

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Non è ancora tempo per cominciare a parlare di programmi nella coalizione che ha in testa Enrico Letta. Il duo Fratoianni-Bonelli ancora non scioglie la riserva e inevitabilmente nella giornata si sono inseguite voci di rottura e di riappacificazione.

Non è ancora tempo per cominciare a parlare di programmi nella coalizione che ha in testa Letta

Nel primo mattino il segretario di Sinistra Italia in un’intervista apre a Conte: “Mi pare che tutti sono disponibili al dialogo – dice a un giornalista del Il Giorno – ma poi non si capisce mai dove lo si costruisce. Se giudicheremo impraticabile o inefficace un accordo con il Pd, e ne discuteremo anche con Europa Verde, per quanto mi riguarda tutte le strade sono aperte. Vedremo”.

Meno possibilista appariva il leader dei Verdi che invita a verificare “se ci sono le condizioni per il dialogo con il Pd” ribadendo l’impegno di “parlare di giustizia sociale e climatica e – spiega – sentiamo la responsabilità verso il Paese e per fermare le destre estreme che vogliono cambiare la Costituzione”.

Calenda vorrebbe dettare i temi e i tempi e manda un messaggio minatorio a Letta

Carlo Calenda, al solito, vorrebbe dettare i temi e i tempi e manda un messaggio minatorio a Letta ribadendo che Azione non è disposta a compromessi: “No – ha spiegato Calenda – Per Azione, la situazione più conveniente era andare da soli, ma avrebbe determinato la vittoria della destra a tavolino, senza partita. Non me la sono sentita, però ho chiesto condizioni molto stringenti a Enrico Letta, una lista precisa dell’Agenda Draghi, e che neanche un voto di Azione andasse a Di Maio o Fratoianni”.

Calenda ha spiegato che “è un patto elettorale con due leadership, quella mia e quella di Letta, distinte. Se non c’è chiarezza su cosa vogliamo fare non si va da nessuna parte. L’Agenda Draghi per noi è un perno irrinunciabile”. Anche Emma Bonino sa bene come mettere in crisi l’alleanza tra Pd e Sinistra Italiana/Verdi: “L’accordo +Europa/Azione e Pd è chiaro: Europa, Nato e agenda Draghi”, dice in un’intervista a La Stampa aggiungendo “poi i diritti, i rigassificatori necessari per sganciarci dal gas russo e il termovalorizzatore per risolvere la questione dei rifiuti di Roma”, gli elementi perfetti per spingere sulla rottura.

Giuseppe Conte chiede di non essere usato “per negoziare con il Pd”

Non male per essere un’alleanza che vorrebbe presentarsi credibile alle elezioni. Mentre nel Pd Laura Boldrini si espone per evitare la rottura (“Considero fondamentale che Sinistra Italiana ed Europa Verde siano parte dell’alleanza elettorale con piena dignità”, scrive su Twitter) mentre dal Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte chiede di non essere usato “per negoziare con il Pd”.

Siamo al pomeriggio quando esce un comunicato in cui si annuncia un documento congiunto di Sinistra Italiana e Verdi in cui verranno messi nero su bianco alcuni punti “imprescindibili” di programma. Si vuole sostanzialmente ripetere la scenetta (poco edificante) di Calenda che torna con lo scalpo di Letta da offrire ai suoi.

Dentro c’è il no al nucleare che invece Calenda sostiene. In serata dopo la riunione con Letta Bonelli dice: “Dal segretario del Partito democratico abbiamo ottenuto segnali di apertura, abbiamo posto alcuni punti, ora aspettiamo risposte”.

“Nelle prossime ore la nostra alleanza si confronterà. Discuteremo e poi faremo le nostre valutazioni e, spero in tempi rapidi, entro 48 ore, capiremo se ci sono le condizioni” per un’alleanza: “Ora comincia una riflessione e ci aspettiamo una riflessione anche nel Pd”, spiega Fratoianni di Sinistra Italiana. “Abbiamo rappresentato un disagio, non solo nostro ma nel Paese – ha aggiunto Bonelli dei Verdi – e il Pd deve farsi partecipe e carico di questo disagio”. Si ritorna al punto di partenza.

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Unione popolare sfida la grande ammucchiata

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Unione Popolare – la lista che tiene insieme ManifestA, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e DeMa di Luigi De Magistris – è pronta a partire. Oggi è stato presentato il simbolo, in arrivo liste e candidati mentre già si stanno organizzando i comitati territoriali per raccogliere le firme.

Unione Popolare è pronta a partire. Luigi de Magistris ha presentato il simbolo. Al via la raccolta delle firme

A lungo si è cercato il modo per riuscire a scavalcare il complicato (e antidemocratico) scoglio determinato da questa pessima legge elettorale: sono state scartate le ipotesi di cercare sponda con Ignazio Messina (che detiene il simbolo di Italia dei Valori) e con Enrico Maria Bozza del partito “10 volte meglio”.

Tra i disastrosi effetti del rosatellum c’è l’enorme potere che viene dato a chi possiede un simbolo buono per competere alla corsa elettorale (quello per intendersi che Tabacci ha prestato a Luigi Di Maio) ma tra i dirigenti di Unione Popolare alla fine si è deciso di percorrere la strada più ostica “ma più dignitosa”, come dice un responsabile dell’organizzazione.

Per le liste si parla di molti nomi del mondo dell’università italiana, molti rappresentanti di movimenti e associazioni, pezzi importanti dell’antimafia sociale. Ci saranno di sicuro l’ex deputata Piera Aiello (testimone di giustizia eletta nella scorsa tornata elettorale nelle file del M5S), De Magistris che sarà il portavoce e probabilmente anche nomi noti della letteratura italiana (ieri si faceva il nome del poeta Franco Arminio).

“Questa non è un’operazione elettorale ma un’operazione politica”, ha spiegato a tutti De Magistris che ieri ha chiarito la direzione dell’alleanza: “Mentre Di Maio briga per sistemare il suo futuro politico personale, si rischia l’allargamento del conflitto mondiale in estremo oriente tra Cina e Stati Uniti su Taiwan. Il circuito politico-mediatico del potere ora tace perché non conviene parlare di guerra in campagna elettorale, perché è la cifra del disastro della politica estera ed energetica del nostro Paese. Ci vuole un governo pacifista, non allineato, non suddito di multinazionali e paesi esteri”, ha scritto sui suoi social.

“Unione popolare è l’unica vera novità politica di fronte ai saltimbanco del circo della politica”

“Unione popolare – ha scritto oggi de Magistris presentando il simbolo su Facebook – è l’unica vera novità politica di fronte ai saltimbanco del circo della politica. In un momento così difficile per il nostro Paese, stiamo assistendo a un riposizionamento politico di politicanti che pensano solo alle poltrone”.

“Nei prossimi giorni – ha affermato ancora l’ex sindaco di Napoli – proveremo a mettere in campo storie credibili che rappresentano quella parte del Paese reale che non si sente adeguatamente rappresentato nelle istituzioni politiche e da portavoce di questa coalizione voglio ringraziare non solo chi è qui oggi con me, ma anche chi ci ha creduto fin dall’inizio”.

“Siamo tanti – ha detto ancora de Magistris – e dobbiamo fare un lavoro enorme per raccogliere le firme in pieno agosto con dipendenti comunali e avvocati in ferie, ma noi queste firme le raccoglieremo e di questo voglio rassicurare Fratoianni”.

Le liste di Unione popolare per le prossime elezioni politiche saranno chiuse nei prossimi giorni ma verosimilmente Luigi de Magistris, portavoce nazionale della coalizione, sarà candidato anche a Napoli, sua città natale di cui è stato sindaco dal 2011 al 2021. La coalizione nella giornata di lunedì prossimo organizzerà una prima iniziativa pubblica anche per la raccolta delle firme necessarie per potersi presentare alla competizione elettorale.

Il primo comizio sarà programmato nel paese del boss mafioso latitante, Matteo Messina Denaro, “perché – ha spiegato de Magistris – vogliamo dare un segnale: noi non ci sediamo e non ci siederemo mai con la borghesia mafiosa e proviamo a costruire un’alternativa dal basso”.

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La legge elettorale non è un alibi per tutto

La legge elettorale fa schifo. Lo dice Rosato, di Italia Viva, dimenticando di esserne il padre, lo dicono tutti i partiti che tranquillamente l’hanno votata e lo dicono tutti i partiti che fino a qualche giorno fa erano tranquillamente al governo ma si sono dimenticati di metterci mano. Su questo siamo tutti d’accordo. Se fossimo un po’ più onesti potremmo dirci anche che la raccolta firme in agosto riservata solo a chi non conosce qualche notabile con in tasca un simbolo è una vergogna. Ma questo, se osservate bene, non lo dice quasi nessuno perché che Unione Popolare a sinistra non riesca a raccogliere le firme tornerebbe comodo a molti: se manca un pezzo di sinistra anche la sinistra più sbiadita può rivendersi come sinistra convinta.

Ma la vergognosa legge elettorale non può diventare un “liberi tutti” che consenta di mentire, questo no. I fatti e le parole contano. L’accordo tra Letta e Calenda non è solo “un’alleanza elettorale per fermare le destre” perché in quell’accordo c’è la sottoscrizione di punti politici, perché quell’accordo è figlio di una dinamica politica che ha inevitabilmente mostrato il Pd soggiogato al narcisismo di Calenda. In quell’accordo ritorna quell’Agenda Draghi che era spuntata nei primi giorni di campagna elettorale dei democratici e che poi si era ammorbidita per abbracciare le sensibilità di tutti, Verdi e Sinistra italiana compresi. La favola del “stiamo insieme solo perché questa legge elettorale ce la impone” non è credibile: se l’obiettivo fosse stato quello di fermare le destre avremmo dentro anche il M5S (nei sondaggi di oggi sarebbe stata un’alleanza che se la giocava sul serio) e ci sarebbe dentro anche Italia Viva e Matteo Renzi. Non prendiamoci in giro, dai.

Se ci fosse almeno un po’ di onestà intellettuale la smetterebbero di fingere di dimenticare che Mariastella Gelmini ha distrutto la scuola italiana, partorendo la peggiore riforma della nostra storia repubblicana, un macigno sullo sviluppo del nostro Paese, con professori sempre meno motivati, programmi ministeriali scarsamente seguiti, un tasso d’ignoranza altissimo fra gli studenti, ricercatori senza fondi e personale universitario formato in larga parte di precari. Con la sua riforma 25mila supplenti hanno perso il loro incarico, 87.400 cattedre sono state eliminate e 44mila tecnici sono stati colpiti dai tagli al personale. Per la riforma universitaria, col decreto legge 180/2008, è stato innalzato il turnover dal 20% al 50% per tutti gli atenei che non risultino onerosi, con la conseguenza che molti insegnamenti sono rimasti scoperti. Per di più, la quota destinata alla ricerca scientifica è diminuita del 7%, portando l’Italia al di sotto della media europea. Difatti, con la legge del 30 dicembre 2010, la figura del ricercatore a tempo indeterminato è stata sostituita da quella del ricercatore a tempo determinato che può usufruire di contratti della durata di 3 anni rinnovabili al massimo per due volte.

Costruire un’alleanza elettorale in cui Calenda è la spalla di Letta nella comunicazione è una scelta politica, non c’entra la legge elettorale. Costruire un’alleanza in cui Di Maio è stato coccolato e salvato è una scelta politica. Costruire un’alleanza in cui ex colonnelli del partito di Berlusconi vengono salutati come salvatori della patria è una scelta politica. Costruire un’alleanza elettorale in cui un rigassificatore diventa un punto di programma condiviso (con la macelleria sociale che c’è in giro) è una precisa scelta politica che non c’entra nulla con la legge elettorale.

Prendetevi la responsabilità di fare politica. Non raccontateci di essere stati costretti a compiere scelte. Non funziona.

Buon giovedì.

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Carlo seduce e abbandona Matteo. Continua il bestiario elettorale

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È giovedì, sembra essere passata un’era ma siamo solo all’inizio della campagna elettorale. Se fosse una serie televisiva sarebbe quasi divertente, solo che qui c’è in gioco il Paese. Ecco il bestiario elettorale di giornata.

IL RITORNO DEL “PARTITO DI BIBBIANO”
Mentre Luigi Di Maio si prepara a candidarsi nelle liste del Pd per assicurarsi un posto in Parlamento, da Bibbiano il segretario dem Stefano Marazzi non le manda a dire: “Inutile negarlo, non nascondo che la nostra comunità locale abbia sofferto tanto e che da Di Maio si aspetterebbe ancora delle scuse”, dice il segretario cittadino. Del resto fu proprio Di Maio del PD che “toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli”. Le scuse forse non arriveranno, Di Maio sicuramente sì.

ASILO CALENDA
Qualcuno accusa Carlo Calenda di avere lasciato solo Matteo Renzi e con lui “un polo riformista del 10%” (tranquilli, niente di che, è il solito centro che ogni giro si affibbia un’etichetta diversa). Calenda risponde: “Può essere. Ma ho anche evitato la vittoria a tavolino della Meloni, con un accordo che esclude 5s e voti di Azione a Di Maio e co. Tutto sommato scelta meno dolorosa di quella che ha fatto Matteo Renzi quando ha fatto un governo con Conte, Bonafede etc., per la stessa ragione. Aggiungo che il polo si può costruire dal 26 settembre, l’Italia no. Riflettici Matteo”. In sostanza offre la pace agitando il bastone. Se le ripicche fossero voti Calenda sarebbe presidente dell’universo.

RENZI TRADOTTO
Matteo Renzi: “Il PD mi ha proposto il diritto di tribuna. Io non mi faccio candidare da quel partito per salvare una poltrona, mi chiamo Renzi non Di Maio”. Tradotto: una poltrona è troppo poco.

L’INCAZZATURA DI CITTADINANZA
Gianluigi Paragone
presenta Italexit e in conferenza stampa dichiara (piuttosto minaccioso): “O le istituzioni capiscono che il dissenso deve rimanere nel perimetro istituzionale o questo dissenso andrà fuori. O entriamo in parlamento o accompagnerò la voce del dissenso fuori dal parlamento, o faremo i conti. Io sarò in piazza, avviso già il presidente della Repubblica. E vediamo cosa sanno fare le forze dell’ordine”. Curiosa questa teoria che gli incazzati abbiano il diritto di essere eletti: servirebbe un Parlamento con 60 milioni di posti, visti i tempi. E poi chi decide chi tra gli incazzati merita di entrare in Parlamento? Le elezioni, appunto.

BASE SENZA BASE
Caso nelle liste PD in Toscana: Luca Lotti è stato escluso dalla proposta delle candidature della segreteria regionale. Probabilmente verrà però candidato dalla segreteria nazionale. Il leader della corrente Base Riformista all’interno del PD non ha più la base. È l’uomo perfetto per essere salvato da Letta.

SENZA MOIJTO
Non è il moijto a fare male a Salvini. È proprio così di suo. Ieri in comizio a Bari ha detto: “Vi chiedo una scelta politica quando fate la spesa: mangiate pugliese, beviamo pugliese. Lasciate sugli scaffali le cose dall’altra parte del mondo”. Siamo al federalismo culinario. Poi si è buttato con la solita competenza sulla transizione ecologica: “Vogliono le auto elettriche. Spiegate al PD che non hanno ancora inventato il peschereccio elettrico e il trattore elettrico”. La sua solita battuta da padre: “Lo dico non da capo della Lega, ma da padre: tutti i bambini devono andare a scuola. La dad ha già fatto abbastanza problemi”. E infine un classico: “Finché campo combatto il presunto diritto dei giovani di ammazzarsi: chi sceglie Lega dice no alla droga”. Comprereste un’auto usata da quest’uomo (anche da sobrio)?

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Letta si è arreso a Calenda ma Sinistra e Verdi resistono

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Alla conferenza stampa con Carlo Calenda in cui Enrico Letta annunciava l’ingresso ufficiale di Azione nel “campo largo” sostenuto dal Partito Democratico il segretario del Pd ostentava sicurezza sugli altri alleati: “Come Pd abbiamo e continueremo la discussione sia programmatica, sia per la campagna elettorale, con altre liste, sono liste con cui abbiamo un rapporto fondamentale. C’è su questa una asimmetria nel rapporto fra Pd, Azione e Più Europa. Staremo insieme ma il rapporto che abbiamo con le altre liste lo consideriamo solido”.

L’ammucchiata di Letta e Calenda è già a pezzi. Fratoianni e Bonelli chiedono di rinegoziare gli accordi

Letta sbagliava. Da lì a qualche ora il comunicato di Sinistra Italiana e Verdi parla chiaro: “Prendiamo atto dell’accordo bilaterale tra Partito democratico e Azione/+Europa, non ci riguarda e non ne condividiamo nel merito delle questioni programmatiche. Chiediamo un incontro al Partito democratico per verificare se ancora ci sono le condizioni di un’intesa elettorale che coinvolga l’alleanza tra Verdi e Sinistra”.

L’incontro tra Letta, Fratoianni e Bonelli, che ieri avrebbe dovuto sciogliere le riserve, non c’è stat I

Le tensioni tra Letta e la coppia Fratoianni-Bonelli sono serie. L’incontro che ieri avrebbe dovuto sciogliere le riserve non c’è stato. Ieri l’alleanza Verdi-Sinistra ha “deciso di rinviare l’incontro con il segretario del Pd Letta alla luce delle novità politiche emerse. Registriamo – scrivono in un comunicato – comunemente un profondo disagio nel Paese e in particolare nel complesso dell’elettorato di centro-sinistra. Essendo cambiate le condizioni su cui abbiamo lavorato in questi giorni, sono in corso riflessioni e valutazioni che necessitano di un tempo ulteriore”.

I motivi sono molti. C’è il fastidio per come la trattativa tra Letta e Calenda si è sviluppata: “Questa trattativa un po’ curiosa che si concentrata molto sui collegi, era partita con un veto. Ho sfidato personalmente Carlo Calenda a mettersi in gioco. Noi non abbiamo paura a metterci in gioco e correre sul proporzionale. La nostra proposta politica – ha spiegato Fratoianni – non è negoziabile. Per questo consideriamo questo accordo legittimo, perché è bilaterale, ma in nessun modo vincolante sul tema programmatico della proposta politica”.

A Bonelli e Fratoianni non interessa “il diritto di tribuna” che il Pd vorrebbe garantire ai leader dei partiti nell’alleanza elettorale: “Qualsiasi ipotesi che contempli un diritto di tribuna non ci riguarda, non ne abbiamo bisogno. Come abbiamo sempre fatto intendiamo guadagnare uno spazio politico a partire dalla capacità di costruire consenso sulla nostra proposta politica”. Dello stesso parere è anche Bonelli che dice: “Non siamo interessati ad alcun diritto di tribuna, il diritto ce lo conquisteremo con il voto degli elettori e delle elettrici”.

Nella giornata di ieri si sono intensificate le riunioni di Verdi e Sinistra Italiana e nel pomeriggio sembra essersi fatta più forte l’ipotesi di rompere l’accordo con il Pd. Ci sono, tra l’altro, anche le molte voci critiche che si levano nei due partiti. In Sinistra Italiana l’alleanza con il Pd di Letta – che era già ostica – è contestata da quelli che trovano improponibile presentarsi con Gelmini e Carfagna.

Nei Verdi molti iscritti e simpatizzanti chiedono a Bonelli come si possa coniugare la politica del partito come Azione che nel programma punta forte sul nucleare. A questo si aggiungono i movimenti a sinistra del Pd, con De Magistris che oggi presenterà programma e simbolo dell’Unione Popolare, e con il Movimento 5 Stelle che molti vedono come alleato naturale ben più dei liberali.

Fratoianni e Bonelli si ritrovano in una strada strettissima: se confermeranno il loro accordo con Letta dovranno tornare dall’incontro con il Pd con risultati importanti da offrire ai propri elettori (come ha fatto Calenda con i suoi) altrimenti finiranno per essere considerati solo una “stampella”, un’operazione di leftwashing e greenwashing regalata al “campo largo”.

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