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Allarme malaria, Hiv e Tbc: nell’era del riscaldamento globale anche il caldo fa ammalare

Un nuovo report del Global Fund mostra come il cambiamento climatico stia già aggravando le principali pandemie del Sud del mondo, con effetti sistemici su salute pubblica e stabilità globale.  Nel 2023 sono stati registrati 263 milioni di casi di malaria e 597.000 morti. L’87% di questo carico globale è concentrato in 50 Paesi tra i più vulnerabili al cambiamento climatico. I numeri, di per sé allarmanti, rischiano di impennarsi nei prossimi decenni. Il Malaria Atlas Project stima che entro il 2050 si potrebbero verificare oltre 550.000 decessi aggiuntivi, nel 90% dei casi a causa della perdita di protezione dopo eventi climatici estremi.

Le alluvioni che nel 2022 hanno sommerso il 10% del territorio pakistano sono un caso emblematico: le infezioni sono quintuplicate, da 500.000 nel 2021 a 2,6 milioni. In Mozambico e Malawi, colpiti dal ciclone Freddy nel 2023, le infezioni sono aumentate rispettivamente del 3,9% e del 3,1%. Eppure si tratta solo dell’inizio: tra il 1950 e il 2023, un’area terrestre aggiuntiva pari al 17,1% del globo è diventata adatta alla trasmissione di malaria falciparum. In Africa orientale e meridionale, si prevede che fino a 62 milioni di persone diventeranno vulnerabili alla trasmissione endemica.

Tubercolosi e HIV: il clima che uccide due volte

La TBC è la malattia infettiva più letale del pianeta, con 1,25 milioni di morti nel 2023. E almeno un quarto della popolazione mondiale ne è portatrice latente. Il cambiamento climatico agisce come moltiplicatore dei principali fattori di rischio: povertà, malnutrizione, inquinamento indoor, sovraffollamento. In Afghanistan, le persone sfollate per disastri climatici hanno mostrato tassi di TBC doppi rispetto alla popolazione generale.

A Dhaka, capitale del Bangladesh, 1.060 nuovi casi registrati nel 2024 erano persone recentemente sfollate a causa di piogge e inondazioni. Uno studio citato dal report rileva che il 70% dei nuovi arrivati nei quartieri più poveri proviene da aree colpite da eventi climatici estremi.

Anche l’HIV, sebbene meno direttamente influenzato dal clima, subisce una pressione crescente. La siccità ha portato in Malawi a un aumento del 15% nella prevalenza di HIV e a un raddoppio dei rapporti sessuali transazionali. La correlazione tra eventi climatici estremi, insicurezza alimentare e aumento del rischio di trasmissione è documentata. Si stima che il solo cambiamento climatico potrebbe provocare 16 milioni di nuovi casi di HIV in Africa subsahariana entro il 2050.

L’emergere di nuove minacce e il collasso dei sistemi sanitari

Secondo una revisione scientifica, il 58% dei patogeni conosciuti è stato aggravato dal cambiamento climatico. Il riscaldamento globale accelera lo spillover zoonotico e aumenta la probabilità che virus congelati nel permafrost ritornino attivi. Gli eventi climatici estremi non solo favoriscono la trasmissione di agenti patogeni, ma mettono in ginocchio le infrastrutture sanitarie: nel solo 2023, il ciclone Freddy ha danneggiato oltre 300 strutture sanitarie in Madagascar, Malawi e Mozambico.

La Nigeria, che da sola assorbe il 27% del carico globale della malaria, ha registrato perdite economiche per quasi 7 miliardi di dollari a causa delle inondazioni. Oltre al danno fisico, c’è quello sistemico: lo spostamento del personale medico, l’interruzione della catena del freddo per i farmaci, la perdita di accesso ai servizi essenziali.

La risposta: fondi climatici per la salute, ma servono investimenti maggiori

Secondo il report, la salute rappresenta meno del 5% dei finanziamenti globali per l’adattamento climatico, e solo lo 0,5% dei fondi multilaterali. Il Global Fund è tra le poche istituzioni ad aver riconosciuto la centralità della salute nel contrasto ai cambiamenti climatici, con il 71% dei suoi investimenti 2023-2025 destinati ai 50 Paesi più colpiti dal clima. Di questi, l’87% riguarda la malaria, il 48% l’HIV e il 35% la TBC.

Progetti concreti sono già in corso: in 15 Paesi africani sono stati solarizzati oltre 1.000 centri sanitari e magazzini. In Malawi si stanno proteggendo i dati sanitari digitali nelle aree soggette a disastri. In Pakistan, dopo le inondazioni, il Global Fund ha stanziato 20 milioni di dollari in emergenza per campagne contro la malaria. E nel 2025 ha lanciato un nuovo fondo catalitico per il clima e la salute, destinato ai Paesi più vulnerabili.

La transizione a farmaci più efficaci e a basse emissioni, come il dolutegravir per l’HIV, mostra un potenziale concreto: si stima una riduzione del 50% delle emissioni rispetto al precedente farmaco di prima linea. L’introduzione sistemica di criteri ecologici nelle catene di approvvigionamento farmaceutiche è una delle leve chiave per coniugare salute e mitigazione.

Clima e salute: una sola agenda

Il nesso tra cambiamento climatico e salute non è più una proiezione futura: è una realtà che si misura in morti evitabili, sistemi sanitari collassati, pandemie che riemergono e nuove minacce in incubazione. La strategia del Global Fund – unica per capacità di adattamento, trasparenza e capillarità – rappresenta oggi una delle risposte più concrete al nodo climatico-sanitario.

Ma l’attuale livello di finanziamento è largamente insufficiente. Il report lancia un monito chiaro: la battaglia contro i cambiamenti climatici si gioca anche nei reparti pediatrici delle province africane, nelle baraccopoli dove la tubercolosi prospera, nei villaggi allagati dove le zanzare tornano a colpire. È lì che si decide la prossima pandemia. O il suo contenimento.

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Premi negati, fondi tagliati e teste rotolate: anatomia di un ministro in guerra con la cultura

Al Collegio Romano, un tempo bastione della cultura repubblicana, oggi regna un’aria acre, più prossima alla guerra di trincea che all’amministrazione pubblica. Il Ministero della Cultura, sotto la guida di Alessandro Giuli, si è trasformato in un laboratorio di scontri ideologici, crisi interne, polemiche costruite a tavolino e defezioni clamorose. Un cortocircuito sistemico che va oltre l’incidente di percorso.

Lo Strega, tra risentimento e vuoto di memoria

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello del Premio Strega, con Giuli che ha accusato la Fondazione Bellonci di non avergli inviato i libri candidati, lamentando una presunta esclusione. Una strategia di vittimizzazione perfetta per il suo racconto sulla ‘cultura nemica’: “Forse da Amico della domenica sono diventato nemico della domenica“.

Ma la replica della Fondazione è gelida: i libri non sono stati inviati perché Giuli, appena nominato ministro, si era formalmente dimesso dalla giuria. Un vuoto di memoria che diventa una miccia: Fratelli d’Italia grida alla “epurazione”, il ministero parla di “sgrammaticatura istituzionale”, mentre le opposizioni accusano il ministro di “inciampare nel suo stesso risentimento“.

Dimissioni a catena, Cinecittà in fumo

Dietro le polemiche pubbliche, il MiC si sgretola. Prima Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà, poi Nicola Borrelli, direttore generale Cinema e Audiovisivo: due dimissioni eccellenti in una settimana, entrambe accompagnate da comunicati laconici e nessuna spiegazione reale.

Nel caso Sbarigia, il detonatore è lo sherpa Fabio Longo, consulente in quota leghista che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, avrebbe suggerito ai giornalisti di attaccare Giuli e tacere su Borgonzoni. Una guerra per bande che mette in luce una verità: Giuli è un ministro circondato da trappole, più che da alleati. La sottosegretaria leghista è intoccabile, e i partiti si dividono i feudi del potere culturale.

Il caso Borrelli è ancora più sintomatico. Dopo l’esplosione dello scandalo Kaufmann – 863.000 euro di tax credit a un presunto duplice omicida per un film inesistente – il direttore generale è costretto a dimettersi. Giuli promette di trasformare il tax credit in un sistema “a prova di truffa”. La toppa è peggiore del buco: l’industria si ferma, le produzioni crollano, e 300 tra i maggiori nomi del cinema italiano – da Moretti a Cortellesi – firmano un appello contro il ministro, denunciando “una crisi di sistema creata dal governo“.

Festival puniti e premiati

La cultura, nel sistema Giuli, non si finanzia: si punisce o si premia. Il caso più eclatante è il Santarcangelo Festival, storica rassegna di teatro contemporaneo, esclusa dai fondi triennali senza spiegazione. La motivazione formale è un dimezzamento del punteggio. Tagli analoghi colpiscono la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, il Fai. Intanto, crescono i finanziamenti per iniziative identitarie vicine alla destra governativa.

Giuli si difende parlando di “commissioni indipendenti”. Ma sono commissioni nominate dal suo ministero. Matteo Orfini (Pd) non ha dubbi: “Le usano come manganelli“.

Gli intellettuali? Comici decadenti

Nelle sue uscite pubbliche, Giuli ha una teoria fissa sulla sinistra. “Avevano gli intellettuali organici, poi gli influencer, ora gli sono rimasti solo i comici“, ha detto a un evento a Firenze. Il riferimento a Geppi Cucciari e a Elio Germano non è neanche velato. La prima colpevole d’ironia ai David di Donatello, il secondo reo d’aver accusato il ministro di sabotare il cinema. La risposta istituzionale è il silenzio; quella politica è l’irrisione.

Un ministero di crisi permanente

Giuli non governa un ministero, ma un terreno di guerra: all’esterno, contro l’“egemonia culturale” della sinistra; all’interno, contro le sue stesse strutture e collaboratori. Anche il suo capo di gabinetto, Francesco Spano, si è dimesso a ottobre 2024 per “attacchi personali sgradevoli”, in una vicenda dai contorni omofobi che ha coinvolto anche il Maxxi.

È difficile stabilire se l’intento di Giuli sia la distruzione sistematica dell’esistente o se, più banalmente, si trovi ostaggio del suo stesso disegno ideologico. Di certo, l’effetto è quello di una paralisi. Le dimissioni non si contano, i dossier si accumulano, i bandi si fermano, i festival chiudono. La cultura si inaridisce mentre la propaganda si infiamma.

In un anno, Giuli è riuscito a trasformare il ministero della Cultura in un laboratorio tossico di discontinuità urlata, egemonia forzata e memoria selettiva. Un ministero dei veleni. E il veleno, si sa, non guarda in faccia nessuno.

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Guterres aveva ragione. Gaza è un cimitero di bambini

«Gaza sta diventando un cimitero per bambini», disse António Guterres il 6 novembre 2023. Fu accusato di esagerazione. Oggi quelle parole pesano come profezia compiuta: 17.121 bambini uccisi nei primi otto mesi di guerra. Mille neonati, cinquemila sotto i cinque anni, migliaia di piccoli con un futuro appena abbozzato, raso al suolo.

Non sono numeri. Sono nomi, volti, storie. Awni voleva un milione di follower su YouTube. Youssef guardava i cartoni con suo fratello, con l’aiuto di un impianto solare montato dal padre per superare i blackout. Hind ha implorato aiuto per tre ore, inascoltata. Jumana aveva appena partorito due gemelli, Ayser e Aysal: sono morti a quattro giorni di vita.

Ogni infanzia uccisa è un fallimento del mondo adulto. Ma il silenzio che avvolge queste morti è una colpa più grande. Mentre l’attenzione mediatica israeliana – e internazionale – slittava verso la guerra con l’Iran, i corpi dei bambini di Gaza venivano seppelliti sotto le macerie e nell’indifferenza.

Il governo israeliano ripete che rispetta il diritto internazionale. Come si spiega allora che quattro fratellini, tre gemelli, un’intera classe d’età vengano sterminati in settimane? Non si tratta di errori isolati. È un sistema di guerra che considera “danno collaterale” la vita più vulnerabile.

C’è chi denuncia. C’è chi fotografa. Ma resta una domanda, secca e spietata, che attraversa ogni volto raccontato: cosa resta della nostra umanità, quando smettiamo di guardare?

Il mondo ha bisogno di fermarsi. Non per contare le vittime, ma per riconoscerle. Guardarle negli occhi, e non abbassare più lo sguardo.

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Basta slogan, non si gioca con il dolore

Quando toccano i diritti degli altri, i partiti della maggioranza diventano legislatori instancabili. Ma appena provano a legiferare su temi che contano per davvero, come il fine vita, riescono nell’impresa di scrivere norme inapplicabili e ideologicamente distorte. L’ultima bozza partorita sul fine vita dalla destra ne è la prova: impianto discriminatorio, Servizio Sanitario Nazionale escluso, obbligo di cure palliative anche quando non richieste e un comitato di nomina governativa che decide sulla vita delle persone. È la solita legge-trappola, cucita su misura per fallire, utile solo a dire che “ci hanno provato” e dare in pasto alla base qualche slogan etico-confessionale.

Nel frattempo Antonio Tajani, in un impeto di protagonismo da estate parlamentare, lancia segnali d’apertura sullo ius scholae. Parla di “proposte diverse ma convergenti”, mentre cerca di intestarsi l’asse con il Pd per rimettere in moto una riforma congelata da anni. È il classico trucco da pompiere piromane: da un lato difende una legge sul fine vita che cancella i diritti riconosciuti dalla Corte costituzionale, dall’altro blandisce l’opposizione su una legge di cittadinanza che la sua stessa maggioranza ha sempre sabotato. Difficile non vedere in tutto questo l’ennesimo gioco di posizionamento: Forza Italia si agita per non farsi inghiottire dalla polarizzazione Lega-FdI, e Tajani cerca un profilo autonomo usando i diritti come contropartita (politica ovviamente).

Ma i diritti, per definizione, non si contrattano. E chi usa il dolore per risolvere le proprie beghe interne dimostra solo di non essere in grado di governare. Una legge sul fine vita seria esiste già: quella scritta dalla Consulta con sentenze vincolanti. Una proposta di legge popolare, firmata da centinaia di migliaia di cittadini, giace da anni in Parlamento. E mentre il centrodestra si arrampica sulle ideologie per riscrivere la realtà a suo piacimento, chi soffre continua ad aspettare una risposta. Senza slogan, senza ipocrisie, senza padrini politici. Solo giustizia.

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Poveri ma fuori moda: il dramma sociale che non buca lo schermo

Di povertà si parla poco. Non perché manchino i poveri, ma perché mancano i riflettori. E quando arrivano i numeri, come quelli dell’Istat o della Caritas, sembrano più fastidiosi che allarmanti. L’Italia dei due stipendi che non bastano più è ormai diventata una normalità imbarazzante. La povertà non fa notizia, perché non è più eccezione: è struttura.

Il potere d’acquisto è crollato del 10,5% in cinque anni, i salari reali sono tra i peggiori del G20, eppure il dibattito politico resta impigliato tra bonus effimeri e bandierine ideologiche. Intanto, milioni di italiani rinunciano a curarsi, saltano le vacanze, tirano avanti con part-time involontari, si stringono nei margini invisibili di un ceto medio che non esiste più. E chi ne parla viene subito archiviato tra i “piagnoni”, come se la fame fosse una colpa e non un fallimento collettivo.

Il 62% degli italiani pensa che il governo non stia facendo abbastanza. Ma il vero dramma è che nessuno sembra più aspettarsi risposte. La povertà, come la precarietà, è diventata un dato ambientale. Non spaventa, non mobilita, non commuove. È passata di moda.

Si finge che basti lavorare per salvarsi, ma il lavoro oggi non salva. La Cgil lo denuncia da anni: si è poveri anche da occupati, specie se giovani, specie se donne. Contratti brevi, salari bassi, mutui ingestibili, città disuguali. I dati parlano di 5,7 milioni di persone in povertà assoluta. Ma il numero è sterile se nessuno lo guarda negli occhi.

La povertà è scomoda perché impone di scegliere: chi proteggere, chi ascoltare, dove investire. Ed è per questo che viene nascosta. Non è solo un problema economico. È una questione di giustizia. E di verità.

Buon venerdì.

Foto AS

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L’Europa brucia e lei è sola: Teresa Ribera contro il disarmo climatico

La chiamano “la donna più sola di Bruxelles”. Teresa Ribera, giurista spagnola, già ministra dell’Ambiente nei governi Sánchez e ora Prima Vicepresidente esecutiva della Commissione europea, è formalmente la numero due dell’esecutivo Ue von der Leyen. Ma quel ruolo, carico di potere teorico, è oggi un avamposto fragile nella battaglia più aspra dell’Unione: la difesa del Green Deal in un continente che vira a destra, insegue la deregolamentazione e torna a vedere nell’industria fossile e nei pesticidi un rifugio contro la crisi.

La sua nomina nel dicembre 2024 è arrivata nel pieno di una controffensiva politica: l’ondata nera uscita dalle urne europee, l’offensiva del Ppe guidata da Manfred Weber e la mobilitazione delle lobby industriali hanno reso Ribera il bersaglio perfetto. L’agenda verde, cuore originario della Commissione von der Leyen, è diventata un terreno di scontro, e chi ne incarna la responsabilità si ritrova sotto assedio. “È praticamente sola”, ha scritto Politico, riassumendo il paradosso: molto potere, pochissimo margine.

Il dossier Valencia: accusa, processo e damnatio memoriae

Il primo colpo è arrivato da casa sua. L’alluvione del 29 ottobre 2024 a Valencia – 229 morti – è stata trasformata in arma politica contro Ribera. Durante l’emergenza, lei si trovava a Bruxelles, e i suoi contatti con il presidente della Comunità Valenciana Carlos Mazón si sono rivelati inconsistenti: un solo SMS alle 20:20, mentre il fiume Júcar tracimava e i sistemi d’allarme venivano disattivati.

Il giorno successivo, la ministra è rientrata a Madrid, ma la sua presenza è stata simbolica. Le opposizioni, in Spagna e al Parlamento europeo, hanno affondato: incompetenza, omissione, colpevolezza morale. La destra l’ha inchiodata in aula, Vox ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Ribera ha evitato di comparire in Parlamento. E la polemica è diventata stigma.

Un’agenda sotto attacco

Il Green Deal non è solo un piano climatico. È una riforma strutturale di tutto il modello produttivo europeo. E questo, in tempi di inflazione, crisi energetica e tensioni geopolitiche, è diventato un crimine politico. Le proteste degli agricoltori, le pressioni dell’automotive, i malumori delle industrie pesanti si sono trasformati in una campagna contro le “regole verdi” accusate di essere astratte, ideologiche, punitive.

Il Ppe ha guidato l’assalto: abolire il divieto di vendita di motori a combustione dal 2035, affossare il regolamento sui pesticidi (Sur), annacquare la Legge sul Ripristino della Natura. La narrativa è semplice: la transizione ecologica è un lusso insostenibile. E Ribera è la tecnocrate che impone quel lusso.

Riberta, un potere solitario

Ribera non è priva di strumenti. Oltre a guidare il Green Deal, detiene il portafoglio Concorrenza: ha potere sugli aiuti di Stato, sul mercato interno, sugli investimenti strategici. Ha bloccato un tentativo interno di abolire le norme anti-greenwashing, ha costretto la Commissione a reintrodurre menzioni climatiche nella dottrina economica 2025, ha rinegoziato il testo finale del target climatico al 2040, imponendo – seppur a caro prezzo – la soglia del -90% di emissioni. Ma ogni mossa è un compromesso. La direttiva Green Claims è saltata, il Sur è stato ritirato, la Nrl è sopravvissuta dimezzata. Ribera lotta per salvare frammenti di un’agenda sempre più amputata.

Nel collegio dei Commissari è in minoranza netta. Gli alleati socialisti sono quattro su ventisette. I suoi rapporti con von der Leyen sono ambigui: la Presidente la usa come scudo per difendersi dalle accuse di cedimento, salvo poi sacrificarla – come nel caso del Sur – per neutralizzare i malumori del Ppe.

La battaglia personale di Ribera

Ribera non fa mistero della sua visione: “Non potete dire che il cambiamento climatico è la sfida esistenziale della nostra generazione e poi non fare nulla”, ha dichiarato dopo l’ondata di caldo di giugno 2025, mentre a Huelva si toccavano i 46°C. Ha scritto su El País un’invettiva in difesa del multilateralismo ambientale il giorno dopo la morte di papa Francesco, che considerava un punto di riferimento etico. E ha sfilato con un taccuino arcobaleno dopo il veto non scritto della Commissione sulla partecipazione al Budapest Pride.

La sua solitudine è politica, ma anche emotiva. I suoi alleati – Sánchez in testa – sono indeboliti. Le Ong la sostengono, ma non bastano. Dentro la Commissione è sorvegliata speciale. Ribera affronta la sua sfida come una tifosa dell’Atlético Madrid: accerchiata, sfavorita, ma fedele a un’idea. Quella che un’Europa competitiva può essere anche decarbonizzata. Che la giustizia ambientale è anche giustizia sociale. E che arrendersi al populismo climatico equivale a scrivere la resa del continente.

Teresa Ribera non è solo una figura tecnica. È il termometro di un’Europa che, mentre si accorge della gravità della crisi climatica, arretra per convenienza politica. Se la sua linea cade, cade anche la credibilità dell’Unione sul fronte ambientale. La sua ostinazione – a tratti eroica, a tratti disperata – è ciò che resta di un progetto che rischia di diventare memoria.

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Storytelling diversi: chi comanda, chi tace, chi paga

Come previsto, i giornali piccoli, medi e grandi si sono buttati a pesce sul ministro della Cultura Alessandro Giuli, che molto scenograficamente annuncia con largo anticipo la sua assenza alla serata finale del Premio Strega. La polemica prêt-à-porter punta sulla presunta lamentela del ministro, che non avrebbe ricevuto i libri finalisti. La battuta del ministro che vorrebbe i “libri gratis” è un calcio di rigore a porta vuota. Forse avremmo potuto discutere di una classe di governo che pretende di essere adulata, protagonista nelle occasioni in cui presenzia, rispondendo con un connaturato revanscismo a chi non si inchina.

Eppure una notizia di cui discutere ci sarebbe, già cotta per un dibattito culturale vero, quello che interroga sull’industria editoriale italiana e il suo indotto. Un’ex allieva della Scuola Holden di Torino ha raccontato la sua esperienza e i suoi ventimila euro investiti (meglio, spesi) per un corso di storytelling che le ha lasciato più ferite che esperienze. Le reazioni che ha suscitato sono uno zibaldone di generi letterari contemporanei, dallo snobismo dei rabdomanti di invidia, al paternalismo sminuente (viene facile, è pure femmina), passando per gli strumentalizzatori che vorrebbero usarla come clava contro la parte politica avversaria.

L’accademia di storytelling ha risposto con un imbarazzante video, scomparso per il disagio che colava tra i commenti. Sarebbe stato un dibattito sulle “dinamiche di selezione elitarie, informali, opache” ma le riflessioni sono sulla testimone e non sulla testimonianza: il più elementare errore di chi si prende cura delle storie. Un’altra occasione persa.

Buon giovedì.

Il ritratto del ministro Alessandro Giuli è tratta da wikipedia commons

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Corsa al riarmo, Von der Leyen a pranzo con i padroni della guerra

Martedì 2 luglio Ursula von der Leyen ha ospitato a Bruxelles un pranzo di lavoro che definire strategico è riduttivo: al tavolo, con lei, siedevano Hendrik Wüst, ministro-presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia, e dodici amministratori delegati delle maggiori industrie tedesche. La lista dei commensali include E.ON, DHL, Lufthansa, Covestro, Henkel, Lanxess, Thyssenkrupp e soprattutto Rheinmetall, la multinazionale bellica il cui valore in borsa è cresciuto del +1.800% dal febbraio 2022. Una compagnia che non fabbrica sogni ma artiglieria.

La notizia è rimbalzata in Italia solo grazie a un post social di Stefano Patuanelli (M5S), che ha denunciato “l’uso spudoratamente fazioso della carica europea” da parte della presidente della Commissione. Per Patuanelli, quel pranzo riflette una regia politica e industriale che mette la Commissione al servizio degli interessi tedeschi. Precisamente, degli interessi del Cdu, il partito di von der Leyen e Wüst.

Un pranzo su invito, un’agenda ben servita

Le critiche sono tutt’altro che infondate. L’incontro è stato confermato dalla Cancelleria del Land tedesco già il 27 giugno. Si trattava di un summit riservato tra la Commissione e il gotha dell’industria tedesca, convocato ufficialmente per “discutere le sfide della competitività europea”. Sul tavolo: energia, dazi Usa, riorientamento produttivo. Ma l’agenda reale era ben più chiara. Wüst, governatore dello Stato industriale più potente della Germania, ha “fatto entrare il gruppo dalla porta della Commissione”, scrive Politico. E von der Leyen, nel mezzo della sua campagna per la riconferma, ha aperto volentieri.

Rheinmetall è il simbolo di questo nuovo asse politico-industriale. L’azienda di Düsseldorf è il più grande produttore di armi tedesco, oggi anche uno dei maggiori beneficiari dei fondi europei per il riarmo. Solo tra il 2022 e il 2025 ha incassato miliardi in commesse pubbliche, mentre il valore delle sue azioni è salito da 95 a oltre 1.700 euro. Il suo Ceo Armin Papperger è ormai descritto come il “commissario alla difesa de facto” dell’Ue. Il suo posto a tavola era garantito.

Ma non era solo un pranzo d’armi. C’erano anche Thyssenkrupp, con i suoi sottomarini militari e 2 miliardi di sussidi Ue per l’acciaio verde, e Lufthansa, che nel 2020 ricevette 6 miliardi di aiuti approvati da Bruxelles e ora ha appena completato l’acquisizione di Ita Airways. Ogni azienda presente è un nodo strategico della nuova politica industriale tedesca: espansiva, bellica, costruita sul debito. Quella che Berlino ha chiamato Zeitenwende.

Il nuovo asse europeo parla tedesco

Perché qui sta il punto: la Germania ha abbandonato il dogma dell’austerità che per anni ha imposto al resto d’Europa. Oggi finanzia il proprio rilancio industriale a colpi di miliardi di spesa pubblica, mentre l’Italia – ancora prigioniera dei vincoli di bilancio – assiste al consolidarsi di un asse tedesco che detta l’agenda dell’Unione. “Fate come dico, non come faccio”, sintetizza Patuanelli.

A rendere più netta la critica è l’adozione, al vertice Nato di giugno, del nuovo obiettivo del 5% del Pil da destinare alla difesa entro il 2035. Un salto epocale rispetto al vecchio 2%. Per la Germania, che ha appena raggiunto il 2,4%, è l’alibi perfetto per investire ancora e trasformare Rheinmetall in un colosso strategico europeo. Per i Paesi mediterranei è una condanna alla marginalità.

Von der Leyen, che si presenta come garante della neutralità europea, ha accettato che le stanze della Commissione diventino terreno privilegiato di lobbying per un Land tedesco. È un messaggio chiaro: le decisioni sul futuro industriale dell’Europa si prendono tra Düsseldorf e Bruxelles, e chi non ha posto a quel tavolo farà meglio a digerirlo in silenzio.

Leggi anche: Dazi amari, l’Europa del riarmo rischia la sconfitta nella guerra delle tariffe con gli Usa

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Aiuti umanitari made in Israele, profitti sulla pelle dei civili

C’è un mistero che attraversa i camion carichi di aiuti diretti a Gaza: chi paga La Gaza Humanitarian Foundation, progetto umanitario formalmente sostenuto dagli Stati Uniti, serve a nutrire 1,2 milioni di persone. Ma dietro le scatole di cibo ci sono aziende israeliane che trattano ogni consegna come un’occasione d’affari. Il problema non è solo etico, è contabile: i fondi sono opachi, le responsabilità sfuggenti, i guadagni altissimi.

Il parlamento israeliano ha appena spostato 700 milioni di shekel nel bilancio della difesa, cifra identica a quella stimata per l’intera operazione. Ufficialmente nessuno conferma il collegamento, ma il deputato Beliak ha messo a verbale i suoi sospetti. Silenzio. Nel frattempo, ditte come Shaldag, i fratelli Neumann e i Bitan movimentano, impacchettano e rivendono. A Gaza, la fame si misura in polli kosher venduti a 250 shekel al chilo: carne congelata che parte da Israele e arriva filtrata da una catena di profitti.

La beffa è doppia. Chi denuncia i rifornimenti viene attaccato dagli estremisti (Tzav 9 dà fuoco ai camion), chi partecipa al business finge di “non sapere nulla”. Il governo lascia fare, anche perché la guerra conviene: a chi la prolunga, a chi la appalta, a chi la monetizza. Si chiama umanitarismo privatizzato, ed è perfettamente compatibile con l’assedio.

A Tel Aviv si litiga sulla tregua. I ministri Ben-Gvir e Smotrich vogliono sabotarla, Netanyahu promette ostaggi a chiunque possa garantirgli il potere. Le famiglie dei prigionieri urlano: “Non siete più ebrei”. Ma tutto si tiene:è il capitalismo bellico nella sua forma più sfacciata. 

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Pnrr, il governo riscrive il Piano a colpi di revisioni: dietro la propaganda, un Recovery al collasso

A un anno dalla scadenza ufficiale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il governo Meloni continua a raccontare un successo che non regge alla prova dei numeri. Il 46% delle scadenze italiane risulta ancora incompiuto; il dato sale al 54% solo includendo traguardi non ancora ufficialmente validati dalla Commissione europea. Nessun primato, nessuna accelerazione: Francia, Danimarca e Germania restano più avanti. E l’Italia ha già presentato cinque revisioni del piano, con una sesta attesa in autunno. Una riscrittura continua, segno evidente di instabilità e navigazione a vista.

Intanto, il governo celebra lo sblocco della settima rata da 18,3 miliardi e la richiesta dell’ottava da 12,8 miliardi come tappe epocali. Ma sono risultati arrivati in ritardo, ottenuti solo dopo mesi di trattative e aggiustamenti. La spesa effettiva è ancora largamente insufficiente: a febbraio 2025 era stato utilizzato solo un terzo delle risorse. L’avanzamento odierno è frutto di tagli, semplificazioni forzate e rinunce, non di una reale efficienza. Alcuni interventi sono stati cancellati in silenzio, altri ridimensionati al minimo per rispettare i requisiti formali.

Da piano di rilancio a piano di contenimento

A livello europeo il quadro non è migliore: come racconta Openpolis oltre il 51% delle risorse RRF resta da erogare, e il 68% dei traguardi è ancora da completare. Ma l’Italia si distingue per la quantità di modifiche e per la fragilità attuativa. L’approccio “performance-based” del Recovery – fondi erogati solo al raggiungimento di obiettivi – ha messo in crisi la macchina amministrativa. Le priorità originarie del Pnrr italiano – ridurre i divari territoriali, di genere e generazionali – sono ormai sullo sfondo. Il governo si limita a potenziare le misure che hanno funzionato, come il credito d’imposta e gli incentivi alle imprese, e a cancellare quelle più complesse.

La Commissione europea ha escluso una proroga oltre il 2026. Tutti i progetti dovranno essere completati entro il 31 agosto di quell’anno. Per rispettare i tempi, molti interventi verranno spezzettati: solo le parti realizzabili resteranno nel Pnrr, il resto sarà rimandato a ipotetici fondi futuri. Intanto, cresce l’ipotesi di dirottare una parte dei fondi inutilizzati verso il comparto militare europeo. Una svolta che l’esecutivo Meloni sembra intenzionato ad accogliere. Con l’obiettivo non dichiarato ma evidente di salvare le risorse a ogni costo, anche a scapito delle finalità iniziali.

La narrazione non basta

Il governo ha fatto una scelta chiara: annunciare traguardi, oscurare i problemi. Ma la struttura del piano scricchiola. I ritardi generano costi finanziari aggiuntivi: la Commissione ha già emesso prestiti sui mercati per finanziare il Recovery, ma i fondi fermi producono interessi che gravano sull’intero bilancio europeo. Anche per questo Bruxelles ha invitato i governi a tagliare ciò che non è realizzabile e a concentrarsi su misure più snelle. Non è una strategia: è una ritirata tecnica.

Nessuna rimodulazione è prevista sui 122,6 miliardi richiesti in prestito, che potrebbero restare in parte inutilizzati. Le grandi opere sono ridotte a lotti minimi, alcune riforme non partiranno mai. La retorica del primato serve solo a mascherare il ridimensionamento. In gioco non c’è solo la spesa dei fondi: c’è la credibilità di un governo che ha fatto del Pnrr il pilastro della propria narrazione e ora ne teme il bilancio. La trasformazione del Paese è rimasta sulla carta. E il rischio, oggi più che mai, è che la rincorsa finale serva solo a chiudere i conti, non a cambiare la direzione.

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