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Ieri il Pd

Ieri il Partito democratico ha votato la Commissione europea più a destra nella storia dell’Unione. La Commissione von der Leyen bis tra i suoi molti difetti ha anche quello di avere la maggioranza più risicata nella storia dell’Unione, il 51,4% del Parlamento europeo. Quindi ieri il Partito democratico ha, di fatto, salvato la Commissione Ursula bis dal tracollo. 

Ieri il Partito democratico ha votato Raffaele Fitto vice presidente della Commissione. Alcuni europarlamentari dem – ovviamente della schiera cosiddetta riformista – hanno speso in questi ultimi giorni parole di elogio sulla “competenza” dell’ex ministro meloniano che ha passato gli ultimi due anni da ministro a un Pnrr ripetutamente modificato al ribasso e perennemente opaco nei dati. 

Ieri il Partito democratico ha contribuito a dare agibilità politica all’eurogruppo Ecr, di cui Giorgia Meloni è la più moderata. Un caravanserraglio di sabotatori dei principi europei ora può fregiarsi – anche grazie al Pd – di essere classe dirigente a Bruxelles. 

Ma soprattutto ieri il Partito democratico ha trattato come agenti esterni i suoi capilista Cecilia Strada e Marco Tarquinio, due dei nomi che dovevano essere stella polare di un cambiamento in atto. Ha lasciato Strada e Tarquinio alla mercé degli speculatori che oggi bisbigliano che Strada e Tarquinio abbiano votato come Vannacci e siano contro “il bene del partito”. 

Ieri la segretaria del Pd Elly Schlein ha detto «la Commissione Ue non la sentiamo nostra». Provate a immaginare come sentano il Pd i 330 mila che hanno votato Strada e Tarquinio. 

Buon giovedì. 

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L’auto gabbia per i poveri, meno guadagni più ti serve

In Italia l’automobile, simbolo per eccellenza della libertà di movimento, diventa una gabbia per i più poveri. Il paradosso emerge cristallino dall’ultimo rapporto Audimob sulla mobilità degli italiani: chi guadagna meno di 15mila euro all’anno è costretto a utilizzare l’auto nel 72% dei casi, mentre chi ne guadagna più di 25mila si ferma al 56,4%. È il rovesciamento della narrazione che per decenni ha accompagnato il trasporto pubblico come “mezzo dei poveri”. Oggi, in un’Italia sempre più diseguale, la vera povertà si misura anche nell’impossibilità di scegliere come muoversi. Le famiglie che abitano nelle aree periferiche e interne del Paese sono condannate all’auto privata, in un circolo vizioso che le impoverisce ulteriormente. La mobilità sostenibile è diventata un lusso per ricchi dei centri città.

È la fotografia di un’Italia a due velocità, dove il 29,1% degli intervistati vorrebbe utilizzare i mezzi pubblici ma non può farlo semplicemente perché non esistono. Una discriminazione territoriale che si trasforma in discriminazione sociale, mentre le nostre città continuano a soffocare sotto il peso di un tasso di motorizzazione tra i più alti d’Europa: 69,4 auto ogni cento abitanti. Il paradosso si fa ancora più amaro guardando al futuro: il calo demografico porterà a una contrazione dell’utenza del trasporto pubblico del 28% entro il 2044, un ulteriore taglio renderà ancora più difficile liberarsi dalla dipendenza dall’auto. A risolvere le disuguaglianze e a promuovere un servizio pubblico capillare e decente però c’è un ministro che non riesce nemmeno a fare arrivare i treni in orario. Uno che si preoccupa di sedare le legittime proteste ma è incurante dei legittimi disservizi.

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Tra dazi e fedelissimi, Trump rischia tutto

L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ora proiettato verso un secondo mandato all’insegna della polarizzazione, ha costruito il suo team con una precisione chirurgica per fomentare divisioni interne e inasprire i rapporti con l’esterno. Ogni nome scelto ha il retrogusto di una dichiarazione di guerra, a volte persino agli stessi principi istituzionali americani. Ma il messaggio è chiaro: gli Stati Uniti di Trump sono pronti a sferrare un attacco commerciale e diplomatico senza precedenti, con la Cina nel mirino.

Nomine controverse: la fedeltà prima della competenza

La prima pietra è stata lanciata con la nomina di Matt Gaetz a Procuratore Generale. Il deputato repubblicano, noto per le sue posizioni ultraconservatrici e per scandali personali imbarazzanti, ha dovuto ritirarsi dalla corsa. Costringendo Trump a rivedere i piani in corsa con la scelta ricaduta sull’ex procuratrice della Florida Pam Bondi alla poltrona di segretario della Giustizia, prima donna a ricoprire questa carica.

Archiviato il caso Gaetz, Trump ha deciso di affidare la Segreteria della Difesa a Pete Hegseth, conduttore televisivo e conservatore senza alcuna esperienza diretta nella gestione della sicurezza nazionale. Hegseth è un falco che ha fatto del nazionalismo una bandiera e della retorica bellicosa uno stile di vita. La sua nomina non è solo una scelta discutibile; è una provocazione destinata ad esasperare le tensioni internazionali, soprattutto con Pechino, dove ogni mossa americana viene analizzata al microscopio.

Il fronte dell’intelligence non è stato risparmiato. Tulsi Gabbard, ex deputata democratica e figura ambigua del panorama politico statunitense, è stata nominata Direttrice dell’Intelligence Nazionale. Gabbard, con il suo passato di incontri controversi e un approccio che oscilla tra il pacifismo e il sostegno a leader autoritari, rappresenta l’ennesima scelta che mette in discussione l’affidabilità degli Stati Uniti come partner internazionale.

L’offensiva contro la Cina: tra dazi e diplomazia muscolare

Ma il vero affondo di Trump arriva con le sue mosse commerciali. Alla guida dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio è stato nominato Jamieson Greer, un avvocato con un passato di battaglie protezionistiche che ha già definito la Cina una “minaccia economica esistenziale”. A fianco di Greer, Howard Lutnick, amministratore delegato di Cantor Fitzgerald, è stato scelto come Segretario al Commercio. Lutnick, noto per la sua visione estrema sul protezionismo, è pronto a trasformare i dazi in un’arma di pressione geopolitica.

Queste nomine delineano una strategia chiara: costruire una squadra non per amministrare, ma per combattere. La “guerra dei dazi” con la Cina, che aveva già segnato il primo mandato di Trump, si prepara a entrare in una nuova fase, più feroce e distruttiva. Mike Waltz, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, ha descritto Pechino come una minaccia “esistenziale” e ha delineato piani per rafforzare la presenza militare statunitense nel Pacifico. È la diplomazia del bastone, senza alcuna carota in vista.

Non si tratta solo di politica estera, ma di un cambio di paradigma: Trump sembra determinato a trasformare ogni istituzione in un’arma al servizio della sua visione del mondo, una visione che lascia poco spazio al compromesso o alla diplomazia. L’amministrazione Biden, nonostante tutti i suoi limiti, aveva cercato di mantenere un equilibrio con Pechino. Trump, al contrario, sembra voler incendiare quel poco di terreno comune rimasto.

Il risultato è un’America che non solo rischia di isolarsi ulteriormente sul piano internazionale, ma che sembra voler fare di questo isolamento un atto deliberato di autodeterminazione. In questa narrazione, ogni passo verso il confronto con la Cina diventa un capitolo di una storia in cui gli Stati Uniti, più che protagonisti, sembrano anti-eroi di una tragedia annunciata.

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Crisi climatica e media, ormai la pubblicità inquina l’informazione

In Italia, la crisi climatica non è solo una realtà drammatica, ma anche una narrazione lasciata ai margini, soprattutto nei media tradizionali. Mentre il cambiamento climatico si manifesta con eventi sempre più estremi, il secondo quadrimestre del 2024 conferma – nel monitoraggio di Greenpeace Italia e Osservatorio di Pavia che da due anni analizza l’informazione sui cambiamenti climatici in Italia –  che i quotidiani italiani hanno dedicato solo 4,5 articoli al giorno alla questione, e appena il 25,6% di questi affrontava il tema in modo centrale. Questo, nonostante il contesto drammatico di ondate di calore record e siccità devastanti.

La distribuzione delle priorità dei media si scontra con una realtà sconcertante: nei principali quotidiani italiani, nel periodo considerato, sono apparse ben 454 pubblicità di aziende oil&gas, automotive e del settore crocieristico. Questi numeri sono un’ombra pesante sull’informazione: non solo riducono lo spazio per la copertura del cambiamento climatico, ma contribuiscono a una normalizzazione delle aziende più responsabili della crisi ambientale.

Pubblicità contro contenuti: chi vince nei quotidiani

Se confrontiamo i 1.206 articoli prodotti dai quotidiani con le 454 pubblicità di aziende inquinanti, il dato emerge con forza: per ogni due articoli, c’è quasi una pubblicità che celebra il progresso – o il greenwashing – di chi ha contribuito in modo sostanziale alla crisi. E, nonostante le apparenti buone intenzioni di alcune campagne, solo il 14,5% degli articoli menziona le cause antropiche del cambiamento climatico, e meno del 3,3% fa riferimento ai combustibili fossili. Semplicemente, si preferisce parlare di adattamento o mitigazione senza incolpare i veri responsabili.

Non è tutto. Lo spazio per le aziende inquinanti non si limita alla pubblicità: il 20,4% degli articoli include interviste o citazioni di rappresentanti delle stesse aziende, consolidandone il ruolo di interlocutori privilegiati. La voce di chi propone alternative, come scienziati e ambientalisti, rimane invece marginale.

Politica e media: un rapporto ambiguo

Il rapporto tra media e politica non migliora il quadro. I leader politici italiani, dal 1° maggio al 31 agosto 2024, hanno rilasciato solo 76 dichiarazioni sulla crisi climatica, di cui il 38% conteneva resistenze o critiche agli interventi necessari. Matteo Salvini, per esempio, ha definito il Green Deal europeo “un suicidio”, mentre Giorgia Meloni ha ribadito la necessità di “neutralità tecnologica”, evitando però di affrontare la questione dei sussidi ai combustibili fossili. Queste narrative di resistenza trovano eco nei quotidiani, dove il 14,3% degli articoli contiene critiche alla transizione ecologica, spesso non contestualizzate o contraddette.

La centralità marginale della crisi climatica

La crisi climatica è al centro di pochi articoli e notizie televisive. Nei telegiornali, la media è di appena 0,4 notizie al giorno per rete, e anche quando viene citata, solo il 31,1% delle volte è trattata come tema principale. Questo dato conferma come il cambiamento climatico non sia una priorità narrativa: troppo spesso, viene relegato a una cornice ambientale, separandolo da questioni economiche e politiche che sono invece centrali per gli interessi dei lettori e degli elettori.

Un’opportunità mancata

Mentre l’Italia continua a subire i costi economici e sociali del cambiamento climatico, il sistema mediatico preferisce cedere spazio alle pubblicità dei grandi colossi piuttosto che informare sulla gravità della situazione. Con un’informazione più responsabile, il pubblico potrebbe comprendere meglio l’urgenza di interventi decisi. Ma finché i principali quotidiani preferiranno soddisfare gli inserzionisti piuttosto che il diritto all’informazione, la transizione ecologica sarà sempre un miraggio lontano.

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Non solo il Canone Rai, Meloni in ostaggio dei suoi vicepremier: la rissa continua tra Tajani e Salvini logora il governo

Le crepe si allargano, e stavolta i rattoppi sembrano finiti. La guerra fredda tra Lega e Forza Italia, sottoprodotto del centrodestra “unito” da Giorgia Meloni, arriva al capitolo Rai e prende le sembianze di un regolamento di conti. Lo spettacolo è andato in scena in commissione Bilancio al Senato, dove i due senatori azzurri Dario Damiani e Claudio Lotito hanno votato insieme alle opposizioni contro l’emendamento leghista per prorogare la riduzione del canone Rai da 90 a 70 euro. Risultato: governo sotto, 12 voti contro 10. Non bastava il parere favorevole dell’esecutivo per salvare la faccia, anzi. È l’ennesima dimostrazione che le divisioni, in questa maggioranza, non sono eccezioni, ma la regola.

Tajani vs. Salvini, dalla Rai a Mediaset: gli interessi che dividono

La retorica di Matteo Salvini si ripete: “Abbassare il canone è una battaglia del centrodestra, peccato che Forza Italia non ci stia. Gli italiani avrebbero apprezzato”. Ma l’evidente frustrazione del leader della Lega nasconde un fatto semplice: Antonio Tajani ha tirato un’altra linea rossa: quella intorno a Mediaset. Già lo scorso anno, il taglio del canone deciso nella legge di bilancio aveva innescato una guerra pubblicitaria tra Rai e Biscione. Ora, l’idea che la tv pubblica possa compensare la perdita degli introiti da canone con più spot manda in tilt gli azzurri, soprattutto quando si parla di modificare la legge Gasparri, una delle reliquie sacre del berlusconismo.

Eppure, questa non è una questione solo di canone, né di Rai. È l’ennesimo atto di una lunga sequenza di conflitti tra gli alleati di governo, ognuno con in mano coltelli sempre meno nascosti. Tajani vuole dimostrare che Forza Italia è ancora determinante e accarezza il sogno di un rimpasto che tolga alla Lega ministeri di peso, magari portando a casa la Giustizia o gli Interni. Salvini, dal canto suo, non molla la presa: il Carroccio deve restare la spalla dominante. La premier, come al solito, è incastrata. Prima si è schierata con Tajani per mediare, poi ha ceduto alla pressione di Salvini. Nel tentativo di piacere a tutti, rischia di non piacere più a nessuno.

La rottura sul canone è solo l’ultima di una serie di scontri. La battaglia per l’autonomia differenziata ha già visto Forza Italia frapporsi, con tanto di accuse di rallentamento strategico. Quando si è discusso del voto sulla Commissione Ue per i migranti, gli azzurri si sono dissociati dagli alleati, sollevando interrogativi sulla tenuta del blocco di governo. Persino la gestione delle poltrone nei consigli regionali ha generato tensioni: dalla Campania al Veneto, gli equilibri si rompono ogni volta che c’è un’elezione.

Un centrodestra in frantumi: dalle poltrone al futuro del governo

E tutto questo mentre le opposizioni brindano. Elly Schlein non si lascia sfuggire l’occasione per definire la maggioranza “in frantumi”, mentre Francesco Boccia, dal Senato, rincara: “Il governo non c’è più, chiediamo un chiarimento parlamentare immediato”. Non sono solo parole: se due senatori azzurri votano apertamente contro il governo, significa che l’alleanza è ormai logorata ben oltre i livelli di guardia.

La sensazione è che il “patto di potere” che ha tenuto insieme questa maggioranza stia collassando. La famiglia Berlusconi è sempre sullo sfondo, con i suoi interessi aziendali a fare da convitato di pietra. Salvini usa ogni crisi per rafforzare la sua narrativa da uomo del popolo, ma i sondaggi non gli sorridono più come una volta. Meloni, da regista dell’unità, rischia di diventare spettatrice del proprio disastro. Il centrodestra che prometteva stabilità è oggi una rissa permanente. E mentre litigano su poltrone, canone e pubblicità, l’Italia resta ad aspettare soluzioni ai problemi veri. Forse invano.

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Violenza sessuale e migranti: i conti non tornano

C’è una regola non scritta nella politica di oggi: mai lasciare che i dati rovinino una buona narrazione. Giorgia Meloni l’ha seguita alla lettera quando, in un’intervista a Donna Moderna, ha affermato che “c’è un’incidenza maggiore, purtroppo, nei casi di violenza sessuale da parte di persone immigrate, soprattutto illegalmente”. Una frase che arriva con la potenza delle convinzioni di chi vuole usare la statistica come una clava, ma che, dati alla mano, si sgretola come sabbia.

La forza delle percentuali (quando tornano comode)

Per smontare questa tesi basta partire dai numeri messi in fila da Pagella Politica. Nel 2022, secondo l’Istat, sono state denunciate 5.775 persone per violenza sessuale. Di queste, il 57,8% era italiana e il 42,2% straniera. A prima vista, un dato che potrebbe dare ragione alla presidente del Consiglio: gli stranieri rappresentano solo l’8,7% della popolazione e, quindi, sembrano sovrarappresentati nei reati sessuali.

Ma qui entra in gioco il dettaglio che guasta la retorica. L’Istat ci ricorda che le violenze sessuali sono uno dei reati meno denunciati: appena il 16% delle vittime sceglie di rivolgersi alle autorità. Chi resta nell’ombra E, soprattutto, chi è più facilmente identificato e denunciato? Rispondere a queste domande è fondamentale per capire come una statistica possa diventare un’arma impropria.

Denunciare chi non può difendersi

Uno studio Istat del 2014 mostra un dato sorprendente: le vittime di violenza sessuale tendono a denunciare più frequentemente quando l’aggressore è straniero. Perché? Perché un aggressore straniero, soprattutto se irregolare, è più facile da individuare e accusare. Perché vive ai margini, senza una rete sociale che lo protegga, senza le risorse per difendersi adeguatamente. E così, le statistiche si gonfiano, ma non della verità: di percezioni, di paure, di discriminazioni.

E poi c’è il problema di fondo. Quei dati, usati come pietra di paragone per giustificare una narrativa che divide, non distinguono tra immigrati regolari e irregolari. Non ci dicono nulla sul contesto socioeconomico, sulle condizioni di vita di chi finisce nella statistica. Sono numeri spogli, utili solo a chi vuole raccontare una storia di pericolo e insicurezza.

La sicurezza che diventa propaganda

Parlare di sicurezza attraverso il prisma dell’immigrazione è un’arma retorica potente. Funziona, perché tocca corde profonde, perché cavalca pregiudizi sedimentati. Ma nel farlo si perde di vista il problema reale. Il 57,8% degli accusati di violenza sessuale è italiano: dove sono le parole per affrontare questa realtà? Perché il problema non è mai il “chi”, ma il “perché”. Perché in Italia una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale. Perché l’educazione, il sostegno alle vittime, le politiche di prevenzione continuano a essere insufficienti.

I numeri veri della violenza

L’unica certezza, leggendo i dati, è che il fenomeno della violenza di genere in Italia è trasversale. Non ha passaporto, non ha cittadinanza. Eppure, ci si ostina a usare gli stranieri come capro espiatorio, a semplificare il discorso, a dividere. È più comodo che affrontare le radici di un problema che riguarda tutti, senza distinzioni.

C’è chi, come Pagella Politica, ha il coraggio di verificare e smentire. La loro analisi evidenzia che i numeri raccontano una storia diversa da quella di Meloni. Non c’è un’emergenza immigrati, ma una narrazione che si alimenta di semplificazioni e omissioni. E ogni volta che lo si fa, si tradisce una battaglia sacrosanta: quella contro la violenza, tutta, ovunque, chiunque la compia.

Alla fine, i numeri non mentono. A differenza della propaganda.

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Le Pen tenta la spallata al governo, da Parigi un avviso per Bruxelles

In Francia si respira aria di tempesta. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (RN), sembra aver trovato la faglia da far cedere: il bilancio del 2025, proposto dal Primo Ministro Michel Barnier, promette un serrato programma di austerità per ridurre il deficit al 5% del PIL. Tagli alla spesa pubblica e aumenti fiscali — un cocktail già amaro per i francesi stremati dall’inflazione. E proprio qui Le Pen affonda il suo colpo.

“Non accetteremo che siano le famiglie, i pensionati e i piccoli imprenditori a pagare il prezzo di una politica che ha fallito” ha dichiarato, avvisando che il RN non esiterà a ritirare il suo fragile appoggio parlamentare. Una mossa che non è semplice opposizione, ma un tentativo chirurgico di destabilizzare un governo già appeso a un filo.

Un calcolo politico che punta al caos

Le Pen gioca d’anticipo e scommette sullo scontento popolare, un’arma che padroneggia da tempo. Gli effetti si vedono nei sondaggi, dove il RN continua a guadagnare consenso come il “partito della gente comune”. Ma non è solo una questione di consenso. Dietro c’è il calcolo strategico di un leader che, sotto processo per appropriazione indebita di fondi europei, vede profilarsi l’ombra di un’esclusione dalle presidenziali del 2027.

La tentazione di mettere all’angolo Barnier, costringendolo a scegliere tra l’impopolare articolo 49.3 (che bypasserebbe il voto parlamentare sul bilancio) e il rischio di una mozione di sfiducia, è l’ennesima prova di una politica trasformata in arena. Se il governo cadesse, Le Pen avrebbe due vantaggi: esibire la propria centralità politica e distrarre dall’imbarazzo delle aule di tribunale.

Nel frattempo, il Primo Ministro, consapevole della posta in gioco, ha tentato il compromesso. Ma Le Pen non cede. L’incontro tra i due, avvenuto nei giorni scorsi, non ha prodotto altro che una conferma: il RN non intende accettare una sola virgola che gravi sulle spalle dei cittadini. “Non vedo nessun margine di accordo” ha ribadito, lasciando intendere che la tensione non si scioglierà facilmente.

Il rischio di una Francia paralizzata

Il rischio di una crisi politica che trascini con sé le finanze francesi, e con esse parte della stabilità dell’eurozona, è più che concreto. Con un debito pubblico che sfiora il 112% del PIL, una Francia in stallo paralizzerebbe il cuore economico dell’Unione Europea. Ed è qui che Marine Le Pen gioca la sua partita più pericolosa: accusare il governo di “servilismo europeo” mentre agita la bandiera del protezionismo e del potere nazionale.

Ma c’è un paradosso. Se da un lato Le Pen critica aspramente i sacrifici chiesti dal governo, dall’altro non offre una via d’uscita che non passi per un’altra forma di austerità. La sua promessa di tutela del potere d’acquisto si scontra con l’evidenza: fuori dall’euro o dentro, i margini per un’economia solida in un contesto globale restano limitati.

Marine Le Pen punta a far saltare il banco. Ma questa volta la scommessa non riguarda solo il suo futuro politico, bensì quello della Francia e dell’Europa. Un rischio calcolato o un azzardo pericoloso? La risposta, per ora, resta sospesa tra le pieghe di un bilancio che potrebbe riscrivere le sorti di una nazione intera.

Dalla prospettiva italiana la mossa di Le Pen implica inevitabilmente l’imbarazzo del governo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni da due anni lavora alacremente per difendere la credibilità europea di sé stessa e dei suoi alleati. L’asse Le Pen-Salvini nei patrioti è già una spina nel fianco dei rapporti con von der Leyen. E ora la situazione può solo precipitare. Anche perché non è difficile immaginare che il leader della Lega sullo sfondo sorrida. 

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Perché Forza Italia non vuole abbassare il canone Rai

Forza Italia si è espressa chiaramente contro la proposta di riduzione del canone Rai avanzata dalla Lega. Il segretario del partito, Antonio Tajani, ha dichiarato: «non fa parte del programma e quindi è una proposta che noi non condividiamo, perché si rischia di fare un danno alla televisione pubblica che altrimenti dovrebbe essere finanziata diversamente». Tajani ha sottolineato che abbassare il canone potrebbe indebolire la Rai, un’azienda che rappresenta l’Italia all’estero e offre lavoro a migliaia di persone.

Anche Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha espresso scetticismo riguardo alla riduzione del canone, affermando che se si abbassa il canone, aumentano i trasferimenti alla Rai, e l’esborso rimane invariato. Raffaele Nevi, portavoce nazionale del partito, ha ribadito che la proposta non fa parte dell’accordo di governo e che Forza Italia è contraria, sottolineando la necessità di un servizio pubblico forte che possa competere con il settore privato e i grandi gruppi stranieri.

Anche Alessandro Cattaneo, responsabile dei Dipartimenti di Forza Italia, ha espresso la posizione del partito sul canone Rai. In un’intervista ad Affaritaliani.it, Cattaneo ha affermato: «noi di Forza Italia crediamo che non vada toccato ulteriormente il canone Rai».

Nessuno ha detto che abbassare il canone Rai significherebbe alzare la raccolta pubblicitaria della televisione pubblica e quindi aumentare la concorrenza pubblicitaria con le reti Mediaset. Il canone Rai è un caso scuola di retorica nascondente: si dice tutto tranne il vero motivo di una posizione politica. Come certe pubblicità.

Buon mercoledì.

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Sciopero sotto attacco, un altro diritto nel mirino

Lo sciopero generale del 29 novembre 2024 contro la manovra Meloni fotografa perfettamente come il diritto di sciopero stia subendo una progressiva erosione. Non è retorica, ma cronaca: la Commissione di garanzia ha imposto una riduzione da otto a quattro ore per il trasporto passeggeri, ha chiesto la revoca totale nel trasporto ferroviario, nella sanità e per il personale del ministero della Giustizia. Il paradosso è che lo sciopero generale, per sua natura, dovrebbe godere di una disciplina speciale con procedure di vantaggio rispetto agli scioperi settoriali. Invece assistiamo a un doppio binario: da un lato le norme speciali che lo tutelano, dall’altro una serie di limitazioni concrete che ne riducono l’efficacia. I fatti parlano chiaro: per scioperare nei servizi pubblici essenziali oggi servono più passaggi burocratici, più autorizzazioni, più cavilli da rispettare.

Quando un’azienda chiude, quando non vengono rinnovati i contratti nazionali, quando gli stipendi non vengono pagati, i lavoratori si trovano davanti a una giungla di vincoli che rende sempre più complesso l’esercizio di un diritto costituzionale. Non solo: mentre i lavoratori perdono una giornata di stipendio per protestare, il meccanismo delle precettazioni viene utilizzato con frequenza crescente. La stessa Commissione di garanzia, nata per garantire l’equilibrio tra diritto di sciopero e servizi essenziali, viene accusata dai sindacati di “obbedire ai diktat” politici, come denunciano i segretari Landini e Bombardieri. La domanda è semplice: può un diritto costituzionale essere progressivamente svuotato attraverso vincoli amministrativi e burocratici sempre più stringenti? I numeri e i fatti ci dicono che è esattamente quello che sta accadendo.

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L’intelligenza artificiale, il nuovo megafono della destra italiana

Mentre ci preoccupiamo dell’intelligenza artificiale che potrebbe rubarci il lavoro, c’è chi ha già trovato il modo di farla lavorare – e pure gratis – per alimentare le peggiori pulsioni del nostro Paese. La destra italiana, sempre attenta a cavalcare l’onda dell’innovazione quando si tratta di propaganda, ha scoperto che per generare panico non servono più neanche i vecchi fotomontaggio artigianali: basta premere un bottone.

Salvini docet. Sulla sua bacheca Facebook scorrono immagini – rigorosamente senza watermark – di donne e bambini costretti a mangiare insetti da una non meglio precisata “élite globale”. Un tempo ci voleva almeno un grafico per confezionare queste suggestioni; oggi basta un prompt ben scritto e il gioco è fatto. La tecnologia democratizza anche la capacità di manipolare la realtà, chi l’avrebbe mai detto.

Ma il vero capolavoro è la standardizzazione dell’estetica dell’odio. Da Milano a Lampedusa, passando per Roma e Palermo, le immagini generate dall’AI che popolano le bacheche della destra sembrano uscite tutte dalla stessa stamperia digitale: stessi toni, stesse atmosfere apocalittiche, stessa retorica visiva dell’invasione. Un franchising dell’intolleranza in alta definizione.

E mentre i nostri algoritmi si sbizzarriscono a creare scenari distopici di uomini barbuti che bruciano la Divina Commedia o di improbabili soldati dell’Unione europea che marciano verso l’Italia, la realtà – quella vera – viene sepolta sotto una valanga di pixel accuratamente orchestrati. Il bello è che funziona: le immagini generate dall’AI hanno il vantaggio di sembrare più vere del vero, più credibili della realtà stessa per chi della realtà non ne ha contezza. 

Buon martedì. 

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