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In Cisgiordania come a Gaza, parla Smotrich e non promette bene

«Lo abbiamo già fatto». Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich risponde così nel podcast di Ynet del 27 settembre a chi gli chiede che cosa voglia dire la sua proposta di fare in Cisgiordania quello che Israele ha fatto a Gaza: ci sono tre campi profughi vuoti e la popolazione è stata evacuata «per la sua protezione». Tre giorni prima, all’Onu, il primo ministro Benjamin Netanyahu chiamava l’accusa di genocidio la più grande menzogna del secolo.

Il 4 settembre l’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha descritto i tre campi, Jenin, Nur Shams e Tulkarem, con altre parole: le forze di Israele sono passate porta a porta, la popolazione è stata cacciata per intero con la forza e gli sfollati raccontano di ufficiali che dicevano di andarsene tutti in Giordania. L’Onu vi legge serie preoccupazioni di crimine contro l’umanità per trasferimento forzato. A luglio l’Unrwa contava 33.362 profughi ancora fuori dai campi.

Quello che Israele ha fatto a Gaza ha il nome che gli dava Oxfam l’11 giugno: genocidio, con una pulizia etnica in corso in Cisgiordania. Intanto il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir pubblica su X il video in cui dice a Hassan Salameh, detenuto dal 1996, di volerlo giustiziare, e prospetta, se sarà ministro della Difesa, esecuzioni per i prigionieri come lui ed emigrazione per i palestinesi. In Israele si vota il 27 ottobre. A Tunisi i quattro della Global Sumud Flotilla restano a Mornaguia, e Al Jazeera racconta che la figlia più piccola di Wael Naouar ha quattro anni, si chiama Sumud e a chi le domanda dove sia il padre risponde «Palestina».

La protezione di cui parla Smotrich ha perfino una scadenza: il 24 settembre, secondo Haaretz, l’esercito ha prorogato fino al 30 novembre la chiusura di Nur Shams, che sarebbe finita il 30 settembre.

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Quando il teatro diventa verità: “A Casa Loro” conquista e scuote l’Auditorium di Santa Scolastica

Pomeriggio di grande intensità e profonda riflessione ieri a Rieti. L’Auditorium di Santa Scolastica ha registrato una partecipazione numerosa e partecipe per lo spettacolo “A Casa Loro” il monologo scritto da Giulio Cavalli e Nello Scavo, portato in scena dallo stesso Cavalli in occasione della Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.

Un appuntamento che ha portato sul palcoscenico le storie e le vicende di uomini, donne e bambini che affrontano le rotte migratorie, attraverso il linguaggio del teatro civile e il lavoro giornalistico di Nello Scavo, reporter internazionale e firma di Avvenire. Sul palco, Giulio Cavalli ha portato in scena un’interpretazione magistrale, capace di restituire con chiarezza, rigore ed estrema durezza la realtà cruda delle rotte migratorie, dei diritti negati e delle responsabilità collettive. A rendere l’esperienza ancora più toccante e immersiva sono state le musiche di Ivan Merlini, perfettamente calate nel dramma umano di migranti e rifugiati, capaci di accompagnare il racconto con forte carica emotiva.

Un pubblico attento e silenzioso ha seguito ogni passaggio di un’opera d’inchiesta che non concede sconti, dimostrando quanto la comunità senta il bisogno di narrazioni vive, autentiche e necessarie. Un ringraziamento a chi ha partecipato e a chi ha reso possibile questo prezioso momento di teatro civile in città: promosso nell’ambito del progetto SAI del Comune di Rieti, gestito dall’Odv Il Samaritano, insieme all’Ufficio Migrantes della Diocesi di Rieti e alla Caritas di Rieti, con il contributo della Fondazione Varrone.

È possibile rivedere la diretta FORMAT dello spettacolo.

ph M. D’Alessandro

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Il ponte sullo Stretto è il ritratto dell’immarcescimento politico di Salvini

«Sto lavorando giorno e notte insieme a una schiera di tecnici, di ingegneri e di docenti universitari», giurava venerdì Matteo Salvini, collegato con Fiuggi. Sabato la schiera ha perso il suo generale. Valerio Mele, direttore tecnico della Stretto di Messina dal 2023, dal 1° ottobre fa il direttore operativo di Anas e la società giura che era deciso da tempo Bah, sarà pure vero: resta il fatto…

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Aiuti umanitari a Gaza, entra solo il 30%

Trenta per cento. È la quota di aiuti umanitari su ciò che entra a Gaza secondo la stima data all’AFP da Christian Saunders, commissario generale ad interim dell’UNRWA, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi: il resto è merce commerciale a volte di lusso, mentre Israele rende difficilissimo far entrare l’olio motore dei soccorsi. Per Saunders la Nutella è superflua. Mercoledì a New York il Board of Peace del presidente statunitense Donald Trump ha presentato il suo piano, e nel documento visionato da Axios ci sono 275 milioni di dollari per una base fortificata da 5.000 uomini della forza internazionale a Rafah, zona che Israele controlla, e altrettanti per macerie e ordigni inesplosi. Secondo Axios Israele impedisce ai palestinesi già selezionati per la nuova polizia di addestrarsi in Egitto, e il comitato tecnocratico che dovrebbe governare Gaza lavora dal Cairo e deve ancora entrarci, scrive l’agenzia Nova.

La Commissione d’inchiesta Onu, che il 16 settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, elencava fra le prove il blocco degli aiuti, carburante compreso, e l’agenzia che quegli aiuti li distribuisce dovrà tagliare i servizi ai rifugiati se entro due mesi non inizia a coprire un buco di 100 milioni, ha avvertito Saunders. Mercoledì la Corte d’appello di Tunisi ha confermato altri quattro mesi di detenzione ai quattro dirigenti tunisini della Global Sumud Flotilla, la missione che provava a entrare a Gaza dal mare, e Wael Naouar ha sospeso lo sciopero della fame dopo 38 giorni.

Nel pomeriggio, a chi gli chiedeva se fosse ora di entrare nel Board of Peace, il ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI) aveva risposto che l’Italia resta osservatrice. In serata, dal podio dell’Assemblea generale, ha detto che gli aiuti a Gaza «devono entrare senza ostacoli».

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Morti sul lavoro, vent’anni di leggi non fermano le stragi. Dopo il Colosseo, le proposte Fillea: dai processi ai subappalti

Nella notte fra martedì e mercoledì Andrea Moretti, operaio rocciatore di 22 anni arrivato dal Teramano, lavorava alla nuova illuminazione del Colosseo quando è caduto da una decina di metri dal secondo ordine dell’anfiteatro. Secondo l’Ansa l’accensione delle luci era fissata per il 9 ottobre e il ragazzo è stato trovato con l’imbracatura non agganciata alla fune.

La Procura di Roma indaga per omicidio colposo e il Colosseo è rimasto chiuso per lutto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto sapere che “morire a 22 anni è inaccettabile” e che il governo continuerà “a fare la nostra parte”, e allora conviene controllare con calma che cosa sia stata finora questa parte.

Vent’anni di decreti dopo le stragi

La legge migliore è anche la più vecchia e la meno applicata. Il Testo unico sulla sicurezza, il decreto legislativo 81 del 2008, fu approvato in quattro mesi dopo il rogo della ThyssenKrupp di Torino che nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 uccise sette operai, e riordinò le regole in un solo testo. Il calo dei morti era già cominciato e l’Inail, l’istituto che assicura i lavoratori contro gli infortuni, passò dai 1.341 morti del 2006 ai 1.120 del 2008, eppure dieci anni dopo, secondo l’associazione dei mutilati e invalidi del lavoro Anmil, mancavano ancora almeno una ventina di decreti attuativi. Poi la curva si è piantata. Nella relazione annuale presentata questa settimana alla Camera i morti sul lavoro denunciati nel 2025 sono 1.198, più di tre al giorno, esattamente come allora.

Da lì in avanti le norme sul lavoro arrivano a rate, spesso a lutto fresco. Dopo il crollo del cantiere di via Mariti a Firenze, dove il 16 febbraio 2024 morirono cinque operai, il governo ha infilato nel decreto-legge 19 la patente a crediti, obbligatoria nei cantieri dal 1° ottobre 2024: secondo la Fillea Cgil, il sindacato degli edili, ne sono state rilasciate circa 400 mila contro 800 mila imprese attese, e chi ha l’attestazione Soa per gli appalti pubblici dalla terza classe in su ne è esentato.

Un anno prima il nuovo Codice degli appalti, il decreto legislativo 36 del 2023, aveva riaperto la porta al subappalto a cascata che le regole precedenti vietavano e che Bruxelles contestava. L’ultimo intervento, il decreto-legge 159 dell’ottobre 2025, ha aggiunto un badge di cantiere che dice chi entra e tace su chi comanda il lavoro. Anche Andrea Moretti, secondo Sky Tg24, lavorava in subappalto.

Tredici proposte sul tavolo

La Fillea ha messo in fila le sue richieste il giorno stesso a Quinto di Treviso, con i dati provvisori dell’Inail in mano: almeno 86 morti nell’edilizia fra gennaio e luglio 2026. Si parte dalla giustizia, perché nei procedimenti seguiti dal sindacato il processo comincia in media dopo tre anni, e il sindacato chiede una Procura nazionale del lavoro con competenze specialistiche e il gratuito patrocinio per i familiari delle vittime a prescindere dal reddito, come prevede la proposta di legge 2904 presentata ad aprile.

Sugli appalti il sindacato vuole fermare il subappalto al primo livello e alle sole lavorazioni specialistiche, sostituire la patente con un sistema vero di qualificazione delle imprese, avere più ispettori e abrogare le norme sul preavviso delle ispezioni. Poi il caldo, con lo stop del lavoro quando si superano i 35 gradi percepiti. E l’amianto, a cui l’Istituto superiore di sanità, Iss, attribuisce circa 4.400 morti l’anno. Sono misure da manutenzione ordinaria e il loro costo è la fatica di scriverle prima del prossimo morto sul lavoro.

Al Colosseo il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha voluto precisare che una corona di fiori come quella deposta per Andrea Moretti «non si improvvisa in pochi minuti». Ha ragione. Vale anche per la sicurezza sul lavoro.

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Mirafiori in cassa integrazione da quasi un ventennio, Stellantis promette e il governo applaude

Diciannove anni consecutivi di cassa integrazione, secondo il conto della Fiom, e il diciannovesimo prende la forma di due settimane di stop: dal 19 al 30 ottobre le Carrozzerie di Mirafiori fermano la linea dell’unica auto che producono, la Fiat 500 elettrica e ibrida, e mandano a casa 1.074 lavoratori tra 934 operai e 140 impiegati.

Stellantis parla di «situazione complessa» nonostante il raddoppio della produzione, e intanto sembra aver dimenticato la versione che dava ai delegati il 1° settembre, quando fermò la stessa linea per tre giorni di fila spiegando che la domanda di ibride superava la produzione. Troppi ordini a inizio mese e cassa integrazione annunciata tre settimane dopo: la coerenza aziendale a Torino dura meno di un turno di notte.

I centomila di Imparato

Le promesse hanno una data. Il 17 dicembre 2024, al tavolo del ministero delle Imprese e del made in Italy, l’allora responsabile Europa del gruppo Jean-Philippe Imparato presentava il Piano Italia con 2 miliardi di investimenti negli stabilimenti per il 2025 e 6 miliardi di acquisti dai fornitori più la salvaguardia dei livelli occupazionali, e per Torino si sbilanciava: con la 500 ibrida si aspettava 100mila vetture in più all’anno, dentro un 2026 da più 50 per cento per tutta la produzione italiana.

Nel primo semestre di quest’anno, secondo il report della Fim-Cisl, da Mirafiori ne sono uscite 36.048 e la produzione nazionale del gruppo è cresciuta solo del 13,7 per cento. A luglio il suo successore Emanuele Cappellano ammetteva che centrare le centomila a Torino sarebbe stato complicato.

Il conto nazionale fa ancora più male. Nel 2025, sempre secondo la Fim-Cisl, gli stabilimenti italiani hanno prodotto 379.706 veicoli, la metà dei 751.384 del 2023, mentre ai tavoli ministeriali circolava l’obiettivo del milione. Il bilancio del gruppo, intanto, si è chiuso con una perdita netta di 22,3 miliardi e il dividendo sospeso. Il piano FaSTLAne 2030 che l’amministratore delegato Antonio Filosa ha presentato a maggio, 60 miliardi di investimenti e sessanta nuovi modelli nel mondo, a Mirafiori promette la prossima generazione della 500 tra il 2030 e il 2031.

Il ministro della vetrina

Poi c’è il governo, che con Stellantis alterna il broncio all’applauso e sull’applauso, puntualmente, si ferma. Nel 2023 il ministro delle Imprese Adolfo Urso fissava l’obiettivo del milione di veicoli, nell’agosto 2024 accusava l’azienda di essere venuta meno agli impegni dopo aver concesso gli incentivi che l’allora amministratore delegato gli aveva chiesto, e nella manovra di quell’autunno tagliava 4,6 miliardi dal fondo automotive per poi restituirne una frazione.

Quattro mesi dopo il suo ministero battezzava il piano di Imparato con un comunicato intitolato “al via il Piano Italia” e il governo annunciava 1,6 miliardi per la filiera fra il 2025 e il 2027: una lista di intenzioni aziendali accolta come se fosse già una fabbrica. Il 16 settembre, sei giorni prima dell’annuncio della cassa integrazione, Urso ha accolto al ministero la Lancia Gamma, costruita a Melfi, e l’ha presentata come il simbolo del rilancio dell’auto italiana, con Cappellano al suo fianco a ribadire che Mirafiori quest’anno produrrà il doppio del 2025.

Solo che la stessa Stellantis, per giustificare lo stop di Mirafiori, ha fatto sapere che il dialogo con le istituzioni sul costo dell’energia le ha portato zero benefici concreti, e cioè ha girato una parte del conto a chi siede ai tavoli, a cominciare dal ministro. A questo ritmo anche il ventesimo anno di cassa integrazione a Torino sarà accolto, come la Gamma, con un applauso e un comunicato?

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Scuola, tra razzismo e divari scolastici: il tetto agli stranieri in classe nasconde (senza risolvere) il problema

Il governo Meloni il razzismo lo misura con scrupolo da ragioniere e poi lo deposita dove nessuno andrà a cercarlo. La relazione dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali che dipende dalla Presidenza del Consiglio, sul 2024 l’ha trasmessa alla Camera la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella il 31 dicembre 2025, giorno di San Silvestro, e dentro c’è scritto che delle 641 segnalazioni dirette ritenute pertinenti ben 452 riguardano l’origine etnica e il colore della pelle. Letta da chi, resta un mistero.

Domenica intanto Giorgia Meloni ha lanciato dal palco di Gioventù nazionale il tetto del 30 per cento di alunni stranieri per classe e il decreto è atteso oggi in Consiglio dei ministri, anche se lo stesso tetto sta in una circolare ministeriale dell’8 gennaio 2010 aggirata da allora a colpi di deroghe. Le classi con oltre il 20 per cento di neoarrivati che ignorano l’italiano, ha detto il ministro Giuseppe Valditara al Corriere della Sera, sono poco meno di mille.

I numeri che nessuno cita

Martedì è uscito Ricomporre le fratture, primo rapporto annuale dell’associazione Il Razzismo è una brutta storia promossa dal Gruppo Feltrinelli e curato da Tana Anglana, che ha il difetto imperdonabile di mettere in fila i numeri dell’Istat, del ministero e dello stesso Unar.

Secondo l’Istat nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2 per cento delle famiglie di soli stranieri contro il 6,2 di quelle di soli italiani. La ricerca dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, con il Centro studi Medì su 522 persone racconta cosa c’è dentro quella cifra: appena il 4 per cento dichiara di non essersi mai sentito discriminato e due su tre raccontano un affitto rifiutato per la propria origine straniera. Il muro sta alla porta dell’agenzia immobiliare prima che in classe.

Poi c’è il racconto. Nei telegiornali di prima serata, secondo il rapporto Notizie senza volto della Carta di Roma, il 24,2 per cento dei servizi sulle migrazioni contiene la dichiarazione di un politico e appena il 7 per cento dà la parola a una persona migrante o rifugiata. È così che un tetto diventa notizia per giorni mentre quel 35,2 per cento resta una riga di tabella.

La scuola che il tetto non guarda

Sulla scuola il rapporto guarda proprio lì dove il governo evita di guardare. Il Rapporto Ismu segnala un ritardo scolastico del 26,4 per cento tra gli studenti stranieri contro il 7,9 degli italiani, con un picco del 48 per cento alle superiori, e secondo i dati ministeriali del 2022-2023 si iscrive al liceo il 33,4 per cento dei ragazzi con background migratorio contro il 53,7 degli altri. Una ricerca di Save the Children del 2023 misura la fiducia dei docenti nella prosecuzione degli studi: 53,4 per cento per loro, 64,5 per i compagni. Aspettative diverse già dal primo banco, che nessun decreto sul numero di sedie sfiora.

Il monitoraggio della piattaforma Elisa, che il ministero dell’Istruzione gestisce con l’Università di Firenze, ha rilevato nel 2022-2023 che il 10,1 per cento degli studenti delle superiori coinvolti ha subito prepotenze per il proprio background etnico, dall’8,8 dell’anno prima. Il numero su cui lavorare c’è già: riguarda i compagni che insultano.

Quando nell’ottobre 2024 la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha scritto di profilazione razziale nelle forze dell’ordine, la presidente del Consiglio ha risposto sui social che meritavano “rispetto, non simili ingiurie”. Il metodo è rimasto quello: i dati che accusano diventano ingiurie oppure viaggiano verso la Camerae al loro posto si piazza un tetto da raccontare in televisione. Contare gli stranieri in classe costa meno fatica che contare quanti vengono insultati.

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Il selfie ai giovani di Fenix, un procuratore antimafia a tutti gli altri

Giovedì il governo ha affidato i quattordicenni all’Antimafia. Il decreto giustizia del Consiglio dei ministri porta la Procura nazionale antimafia dentro i processi ai minorenni, mentre il decreto scuola fissa per legge un tetto del 30 per cento agli alunni stranieri appena arrivati e multe fino a mille euro per chi entra col volto coperto. L’aveva annunciato domenica Giorgia Meloni dal palco di…

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6.500 biglietti prima del lutto: al Colosseo il morto sul lavoro può aspettare

Dalle nostre parti il morto sul lavoro si tratta come un guasto alla linea: se ne parla il meno possibile, badando che anche da morto intralci poco la circolazione, e se poi la notizia scappa gli si concede un giro di solidarietà. Ieri il Colosseo ci ha offerto la fotografia perfetta. Andrea Moretti, operaio rocciatore di 22 anni, è precipitato per dieci metri martedì notte mentre montava le…

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Azzardo, record nei piccoli comuni: nel 2025 34,7 miliardi giocati in 3.146 centri tra i 2mila e i 10mila abitanti

Centoduemila euro a testa, contando solo chi ha fra 18 e 74 anni: tanto si è giocato online nel 2025 a Baia e Latina, comune di duemila anime in provincia di Caserta, quasi 150 milioni in tutto e il 96 per cento sul betting exchange, la forma di azzardo in cui i giocatori tengono il banco, rende poco al fisco e viene indicata da più parti come lo strumento perfetto per il riciclaggio. Il record sta in “Non così piccoli“, la terza edizione del rapporto di Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon sui 3.146 comuni fra 2mila e 10mila abitanti, dove l’anno scorso sono passati 34,7 miliardi di giocate e se ne sono persi 4,6. E Baia e Latina è in buona compagnia: sono 113 i piccoli comuni in cui l’online pro capite supera il doppio della media nazionale.

Il resto del Paese, dove secondo i numeri riportati da Collettiva l’online vale in media 2.365 euro per ogni adulto contro i 2.066 dei piccoli comuni, gioca perfino di più. Nel 2025 in Italia si sono giocati 165,34 miliardi, l’online ha superato i 100 miliardi con un balzo del 9,5 per cento in un anno e, secondo il Libro nero dell’azzardo presentato a maggio dalle stesse organizzazioni, gli utili delle grandi imprese del settore sono cresciuti del 165 per cento in cinque anni mentre le entrate dello Stato, 11,4 miliardi, scendono. I ricercatori chiedono di seguire il denaro. Il governo di Giorgia Meloni, in quasi quattro anni, ha preferito seguire i concessionari.

Assist dalla politica

Si comincia dall’online, dove i soldi corrono di più. Con il decreto legislativo 41 del 2024 la licenza è passata da 200mila euro a 7 milioni, e alla fine le concessioni assegnate dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli sono state 52, a 46 operatori: un’analisi pubblicata da Agimeg già nel 2025 avvertiva che quel meccanismo concentrava il mercato nelle mani dei grandi gruppi, insomma una selezione all’ingresso fatta a misura di chi il banco lo tiene già. E intanto le concessioni del gioco fisico sono state prorogate ancora, fino al 31 dicembre 2026.

Sulla pubblicità ci hanno provato apertamente. Come ha scritto ItaliaOggi, a dicembre 2024 la prima bozza del decreto cultura conteneva l’allentamento del divieto fissato dal decreto Dignità nel 2018, poi sparito dal testo approvato in Consiglio dei ministri. Il ministro per lo Sport Andrea Abodi continua a definire il tema «ineludibile», con il calcio di Serie A in fila a battere cassa perché rivuole i marchi delle scommesse sulle maglie: la cura della ludopatia può aspettare, gli sponsor evidentemente no.

I sindaci al buio

Sulla rete fisica è andata perfino peggio. A fine ottobre 2024 il ministero dell’Economia ha presentato a Regioni e Comuni un riordino che quasi annullava il distanziometro, la distanza minima fra le sale slot e i luoghi sensibili, e riduceva quei luoghi a due. Gli enti locali hanno fatto muro e la delega è scaduta il 29 agosto 2026 senza decreto, mentre come ha scritto il Sole 24 Ore gli 80 milioni destinati a Regioni e Comuni dalla legge di bilancio 2026 sono stati recuperati dai tecnici.

Chi amministra un paese di cinquemila abitanti e vuole capire quanto si gioca nelle sue strade, del resto, deve arrangiarsi da solo. Nel 2025, denuncia Federconsumatori, l’Agenzia dei monopoli ha esteso lo stop alla pubblicazione dei dati online a tutti i comuni sotto i 10mila abitanti, l’85 per cento del totale, e la seconda edizione del rapporto è uscita solo grazie a un’interrogazione parlamentare di due deputati. A Baia e Latina i ricercatori chiedono da dove arrivino quei soldi, e il governo ha risposto spegnendo la luce proprio sui comuni in cui quella domanda andrebbe fatta. Il banco ringrazia.

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