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Sanità, un paradosso in due numeri: 18 Regioni promosse e 5,8 milioni di italiani che rinunciano alle cure

Diciotto Regioni su 21 promosse, 5,8 milioni di persone che hanno rinunciato alla visita o all’esame prescritto dal medico. Sono due numeri dello stesso anno, il 2024, e raccontano due Paesi che convivono solo perché il Ministero della Salute ne guarda uno. La “pagella” sui Livelli essenziali di assistenza (Lea), le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale deve assicurare a chiunque, dice che la sanità pubblica passa l’esame meglio dell’anno prima, quando le Regioni adempienti erano 13, mentre l’Istat racconta che nello stesso anno la quota di chi ha rinunciato a curarsi è salita dal 7,6 al 9,9 per cento. Qualcosa non torna.

Sanità, alle Regioni basta il sei politico

E quel qualcosa l’ha messo sotto la lente la Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), che rifà ogni anno i conti sul monitoraggio del ministero, uscito stavolta il 10 luglio. Il paradosso sta nel meccanismo: degli 88 indicatori del Nuovo sistema di garanzia la pagella ne usa 27, li divide in tre aree (prevenzione, assistenza distrettuale, ospedali) e dà a ciascuna un punteggio da 0 a 100, e per essere promossa una Regione deve fare almeno 60 in tutte e tre. Sessanta basta: che una Regione chiuda a 60 o a 100 il giudizio non cambia, e un voto da interrogazione strappata diventa il certificato di un diritto costituzionale garantito.

Così il Molise passa con 60 esatti nell’assistenza ospedaliera e la Campania con 61 nella prevenzione, sei delle 18 adempienti hanno almeno un’area ferma fra 60 e 69 e basta alzare di poco l’asticella per veder crollare le promozioni, perché con la soglia a 70 le promosse scenderebbero a 12 e con la soglia a 80 a 5. Restano bocciate soltanto la Calabria con 52 nell’assistenza sul territorio, la Sicilia con 49 nella prevenzione e la Provincia autonoma di Bolzano con 59, mentre la classifica per somma delle tre aree mette nelle ultime sette posizioni solo Regioni del Mezzogiorno, Bolzano a parte, e nelle prime dieci una sola Regione del Sud, la Puglia. Il divario fra Nord e Sud, insomma, si assottiglia nel bollettino e resta intero nella realtà.

Fuori dalla pagella

Ma non è tutto. Dal 2024 la rinuncia alle prestazioni sanitarie è entrata proprio fra gli indicatori della pagella, come ha ricordato l’Istat in audizione alla Camera il 7 luglio, e nell’anno in cui la rinuncia sale di 2,3 punti le promozioni passano da 13 a 18. Quei 5,8 milioni sono persone che hanno lasciato perdere per attese troppo lunghe, costi o distanze, e la lista d’attesa è il motivo più indicato, dal 6,8 per cento della popolazione, ferma davanti a un’agenda piena. Eppure il governo si tiene stretto lo strumento. Secondo Gimbe la pagella non rileva in modo sistematico tempi di attesa, agende chiuse, prenotazioni impossibili e distanza dai servizi, mentre le medie regionali schiacciano le differenze fra aziende sanitarie e fra città e aree interne, così che fotografa chi è riuscito a entrare e perde di vista la fila fuori.

E la promozione pesa sui soldi: la verifica dei Lea è uno degli adempimenti che le Regioni devono superare per accedere alla quota integrativa del Fondo sanitario nazionale. Il sessanta vale in euro. Giorgia Meloni nell’ottobre del 2024 assicurava che «mai così tante risorse» erano finite nel Fondo, e Fratelli d’Italia nel dossier “Record e risultati”, secondo Quotidiano Sanità, rivendica 1,6 milioni di prestazioni in più erogate nei tempi nel primo semestre del 2026. Record misurati col metro del sessanta.

Gimbe chiede soglie più alte e dati tempestivi, e soprattutto di misurare le liste d’attesa e le rinunce, cioè le persone. È il minimo per chi prende sul serio l’articolo 32 della Costituzione. Diciotto promosse su ventuno, e quasi una persona su dieci rimasta fuori dall’ambulatorio: il ministero la chiama sufficienza, chi aspetta la chiama rinuncia.

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Con la Russia due pesi e due misure, pure sulle sanzioni Ue: Usmanov e Fridman fuori dalla lista nera. La spinta francese e la partita di giro

Quando a pretendere la cancellazione di un oligarca dalla lista nera dell’Unione europea è Budapest, si chiama ricatto. Quando lo fa Parigi diventa sicurezza nazionale, e la differenza sta tutta nel passaporto di chi bussa: a marzo 2025 l’ambasciatore ungherese indicava Mikhail Fridman come prezzo del rinnovo delle sanzioni, i Ventisette tennero il punto e Ursula von der Leyen scrisse su X che la determinazione europea a sostenere l’Ucraina era decisiva. Fridman restò dentro. Martedì gli ambasciatori lo hanno tolto insieme ad Alisher Usmanov, e il ministro francese per l’Europa Benjamin Haddad, parlando con Politico, l’ha chiamata una vittoria della solidarietà europea.

Usmanov stava nell’elenco dal 2022 per i legami stretti con Vladimir Putin, secondo le motivazioni del Consiglio. La Francia ha tenuto in ostaggio l’intero regime per più di una settimana senza spiegare nulla al Coreper, il comitato degli ambasciatori dove si decidono i rinnovi, citando solo una questione di sicurezza nazionale, in un’insolita coppia con la Slovacchia amica del Cremlino, che quei due nomi li reclamava da anni e che fino a quel momento si era vista respingere la richiesta da tutte le altre capitali, Parigi compresa.

La spiegazione l’ha data il 14 settembre il Financial Times: la cancellazione servirebbe a un accordo con l’Azerbaigian per liberare cittadini francesi detenuti laggiù. Parigi non l’ha mai ammesso, e riportare a casa i propri connazionali è un dovere, certo, solo che la moneta scelta per pagarli è proprio quella che doveva restare fuori da ogni trattativa.

Il Granducato e la causa miliardaria

Poi c’è il Lussemburgo, che nel marzo 2025 sosteneva la richiesta ungherese su Fridman, secondo il Financial Times, e che stavolta ha preteso per lui la stessa grazia concessa a Usmanov. Fridman ha fatto causa al Granducato chiedendo 16 miliardi di dollari per i beni congelati, come ha ricostruito Euronews, e nel 2024 il Tribunale dell’Unione europea aveva già annullato la sua iscrizione fra il 2022 e il 2023 perché le motivazioni non reggevano. Se il fascicolo era debole andava chiuso in un’aula, per diritto, e invece lo si è chiuso al tavolo di una trattativa accanto a un governo citato in giudizio proprio da lui. Coincidenze.

Riga e l’ombrello nucleare

La Lettonia si è opposta fino all’ultimo, poi si è astenuta, e l’unanimità è arrivata. Nella stessa dichiarazione in cui difendeva la retromarcia, il primo ministro Andris Kulbergs ha annunciato che Emmanuel Macron ha accettato di aprire i negoziati per l’ingresso di Riga nell’iniziativa francese di deterrenza nucleare e di rafforzare la presenza militare francese nel Paese, a cominciare dalla difesa aerea.

Nessun documento lega le due notizie. Le lega il calendario. Kulbergs stesso, parlando con Euronews, ha avvertito che dopo lo sport e la cultura adesso le eccezioni si scelgono una alla volta, e che così non si può andare avanti, e lo ha detto nel giorno in cui lasciava passare l’ultima senza più opporsi. Riga intanto prepara sanzioni nazionali contro i due miliardari, che è insieme una dichiarazione di principio e l’ammissione che a Bruxelles il principio si è sciolto.

In cambio i Ventisette hanno rinnovato per tre anni, e non per i soliti sei mesi, le misure contro circa 3.000 fra persone ed entità, così che la discussione si chiude fino al 2029. A Bruxelles la vendono come blindatura, ed è esattamente l’opposto: la lista si sigilla nel momento stesso in cui si ammette che il suo contenuto è trattabile. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha parlato di una decisione vergognosa. La fermezza dei Ventisette insomma ha un listino prezzi, e martedì l’hanno appeso in vetrina. Budapest, almeno, i suoi prezzi li diceva ad alta voce.

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Riapre la scuola del Patriarcato, ma Katz torna a minacciare Gaza

A Gaza City la scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme ha riaperto dopo quasi tre anni e martedì il Patriarcato ha contato chi è tornato nelle aule: 1.005 studenti e 77 insegnanti. Il parroco della Sacra Famiglia, padre Gabriel Romanelli, parla di “lacrime di gioia”.

Quello stesso martedì, sul Monte Herzl a Gerusalemme, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha minacciato che, se anche un solo israeliano venisse rapito, il milione di abitanti di Gaza City sarebbe evacuato verso sud e la città trattata come Rafah e Beit Hanoun. Due nomi di macerie. Poi ha elencato il metodo, evacuare la popolazione, distruggere le infrastrutture e prendere il territorio, e gli ha dato un nome che suona come una rivendicazione, «la lingua che parliamo», tanto che il Jerusalem Post osserva che frasi simili potrebbero complicare la difesa di Israele all’Aia.

Poche ore dopo a New York il segretario generale dell’Onu António Guterres nel suo ultimo discorso all’Assemblea generale prima di lasciare l’incarico ha ricordato le misure provvisorie vincolanti della Corte internazionale di giustizianella causa sul genocidio a Gaza, parola che la relatrice speciale Onu Francesca Albanese usa dal marzo 2024. Sulla Cisgiordania ha visto alzarsi lo spettro della pulizia etnica. Dallo stesso podio Donald Trump ha lodato la tregua per aver salvato «migliaia di vite», mentre il ministero della Salute di Gaza contava 1.399 morti dal cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025. Nel carcere tunisino di Mornaguia intanto Wael Naouar della Global Sumud Flotilla arriva oggi al quarantesimo giorno di sciopero della fame.

L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha risposto a Guterres su X parlando di “insinuazioni oltraggiose”. Katz, la mattina, aveva chiamato lingua l’evacuazione di un milione di persone.

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Il tetto agli stranieri di Meloni è durato due giorni

Conviene cominciare con le proporzioni, almeno per comprendere la minuteria che riempie le prime pagine: parliamo di meno di mille classi, parola del ministro, su 34mila che hanno più del 30 per cento di stranieri. A tanto si riduce il tetto che Giorgia Meloni aveva gridato domenica dal palco di Fenix: ieri il ministro Giuseppe Valditara ha spiegato al Corriere della Sera che toccherà solo chi…

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Onu in crisi e a stecchetto, tagli al bilancio e ai posti di lavoro. E intanto gli Usa (in debito per 4,2 miliardi) pagano solo per votare

Nel pomeriggio del 15 settembre il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stéphane Dujarric, ha confermato che da Washington erano appena arrivati 725 milioni di dollari per il bilancio ordinario e secondo l’Associated Press è quanto basta per evitare agli Stati Uniti la perdita del voto in Assemblea generale, che l’articolo 19 della Carta fa scattare quando gli arretrati raggiungono i contributi dovuti per i due anni precedenti.

Il resto del debito degli Stati Uniti, circa 4,2 miliardi secondo il conteggio di PassBlue, resta lì. Insomma, hanno pagato il biglietto d’ingresso e lasciato il conto sul tavolo.

Onu a stecchetto

In quella stessa Assemblea, si era appena aperto il dibattito generale dell’81esima sessione sotto un motto da ufficio stampa in lutto, ripristinare la fiducia, davanti ai 193 Stati membri e a un’Onu che si è già tagliata da sola: il bilancio 2026 presentato da António Guterres cancella 2.681 posti di lavoro, quasi un posto su cinque.

Nella lettera di gennaio riportata dal Global Policy Forum, Guterres descriveva un’Onu chiusa in un “ciclo kafkiano”, costretta a restituire agli Stati soldi che non ha mai incassato. Oggi, come ha spiegato Richard Gowan dell’International Crisis Group ad Arab News, la segreteria riesce a pagare perfino la settimana dei capi di Stato soltanto prelevando i soldi da altri bilanci. Il resto è decoro.

Il prezzo di un veto

Il 31 dicembre scade il secondo mandato di Guterres e la successione si decide tutta nel Consiglio di sicurezza, dove i cinque membri permanenti possono bocciare chi vogliono. Alla seconda votazione informale del 21 agosto secondo MercoPress nessuno degli otto candidati in corsa ha raggiunto i nove voti di incoraggiamento.

Gowan l’ha raccontato a Foreign Policy evocando Caligola e il cavallo fatto console: «Se le potenze di veto si accordano su un cavallo, molti altri membri lo voteranno». Chi parla, paga. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, sostenuta da Brasile e Messico dopo che il suo governo l’ha scaricata, il 3 settembre ha detto che la Cina ha guadagnato influenza a spese degli Stati Uniti e ha chiuso con una battuta: dopo quella frase segretaria generale non lo sarebbe diventata.

Intanto a gennaio Donald Trump ha invitato una sessantina di governi nel suo Board of Peace, nato da una risoluzione del Consiglio per sorvegliare la tregua a Gaza e poi allargato da uno statuto che mette Trump alla presidenza e gli affida qualsiasi conflitto, con un miliardo di dollari chiesto a chi vuole entrare, come ha scritto Domani.

Guterres ha ricordato che solo il Consiglio di sicurezza adotta decisioni vincolanti per tutti. Qui da noi Giorgia Meloni ha scelto la sedia di osservatore, chiamandola «una buona soluzione» al problema della compatibilità costituzionale, cioè all’articolo 11.

Il referto e la sala d’attesa

Il 16 settembre di un anno fa la Commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione del 1948, e quel referto racconta bene cosa resta dell’Onu: la capacità di accertare, intatta, e nessun potere di fermare.

Eppure nell’analisi diffusa ieri da Nove Colonne la parola d’ordine è multipolarità, un meteo geopolitico senza responsabili, quando i responsabili hanno nome e indirizzo e sono i governi che finanziano l’Onu a singhiozzo, la scavalcano con i loro club e intanto ne scelgono il capo.

Gowan all’Associated Press ha parlato di un’Onu uscita dalla caduta libera e che è rimasta bloccata «in una crisi permanente». E la settimana di New York lo conferma. Xi Jinping diserta New York e domani secondo NPR è atteso alla Casa Bianca. Settecentoventicinque milioni di dollari servono a questo, a tenersi il voto in un’Assemblea che Washington ormai tratta come una sala d’attesa.

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Legge elettorale, nel 2013 a FdI bastarono 23mila firme per correre. Ora ne chiede 450mila agli altri

Ventitremilaseicentoventicinque firme sono bastate a Fratelli d’Italia nel 2013, per presentarsi alle politiche grazie a uno sconto che tagliava a un quarto la soglia ordinaria, come ha ricostruito su Appunti lo studioso di diritto elettorale Gabriele Maestri. Tredici anni dopo, con l’emendamento alla legge elettorale targato proprio FdI e riformulato dal governo, chi si affaccia adesso deve raccoglierne fra 450mila e 525mila secondo la stima di Pagella Politica. Su carta e davanti a un notaio.

Legge elettorale, il nodo delle firme

Il testo è passato al Senato il 15 settembre con 113 sì e torna alla Camera. Divide i partiti in classi di censo: esenti quelli con un gruppo in almeno una Camera al 31 dicembre 2025, da 1.500 a 2mila firme per collegio a chi ha una componente del Misto come +Europa e il Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, da 6mila a 7mila a tutti gli altri nei 75 collegi plurinominali. Con l’obbligo di correre in almeno metà delle circoscrizioni.

In Francia le firme degli elettori per l’Assemblée nationale mancano del tutto, in Germania alle federali del 2025 una lista presente in tutti i 16 Länder ne doveva raccogliere 27.328 e in Polonia per correre ovunque ne bastano 105mila, stando alle schede di Pagella Politica. La Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa raccomanda di restare sotto l’1 per cento degli elettori. Eppure in Molise, secondo i calcoli di Maestri, le 6mila firme valgono il 2,46 per cento del corpo elettorale.

Chi resta fuori

Fuori restano, sempre secondo Pagella Politica, il Progetto Civico Italia dell’assessore romano Alessandro Onorato, che in Parlamento è a quota zero, e il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che alla Camera conta un solo deputato. Sé stesso. Col vincolo delle circoscrizioni, calcola Maestri, faticherebbero i partiti di una sola area del Paese come Sud chiama Nord di Cateno De Luca e Noi di Centro di Clemente Mastella, e con regole simili la Liga Veneta e la Lega Lombarda sarebbero rimaste fuori dalle politiche del 1983 e del 1987, quando elessero i loro primi parlamentari. Il Carroccio delle origini oggi si fermerebbe davanti al filtro che hanno votato i suoi eredi. La ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati ha spiegato a Sky TG24 che serve contro liste come «Forza Pippo».

Deputati in prestito

La scorciatoia passa dal gruppo Misto. Una componente riporta l’asticella a 1.500 firme e nella lettura di Maestri può nascere fino a quando la legge entra in vigore, anche se la ministra sostiene che il termine sia scaduto a fine 2025. La strada l’ha aperta Vannacci quando a maggio ha costruito la sua componente sul simbolo di Free, lista che nel 2022 si era presentata in un solo collegio lombardo, e Onorato il 14 settembre sotto Palazzo Madama ha denunciato che lo si vuole costringere a «fare come Vannacci».

Il taxi più richiesto ha la targa di Centro Democratico, il partito di Bruno Tabacci, che a luglio ha lasciato il gruppo del Pd per il Misto: basterebbe che altri due deputati si unissero a lui, scrive Maestri, per aprire una componente con diritto allo sconto, e alla fermata aspettano Onorato, il Psi e Più Uno di Ernesto Maria Ruffini. In maggioranza si ragiona al contrario. Secondo un costituzionalista sentito dal Fatto Quotidiano i quattro simboli federati nel 2022 in Noi moderati potrebbero ottenere un’esenzione ciascuno. Il pedaggio insomma tocca a chi bussa da fuori.

Chi resta a piedi si federa, come ha fatto Onorato con Ismaele La Vardera oppure prepara i ricorsi alla Corte costituzionale a legge in vigore. La porta digitale l’hanno sprangata in Aula quando hanno bocciato l’emendamento del Pd firmato da Andrea Giorgis, che avrebbe ammesso le firme elettroniche.

Il partito che nel 2013 si candidò con poco più di 23mila firme scontate ha spostato la selezione dall’urna allo studio del notaio. E il biglietto d’ingresso adesso si paga in deputati.

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Migranti, la destra produce più irregolari di quanti ne espelle: così si alimenta la propaganda

Il governo che promette di cacciare gli irregolari li produce più in fretta di quanto riesca a espellerli, e li produce con i timbri delle sue prefetture. Sta scritto tutto nel dossier “(Ir)Regolarità” della campagna Ero Straniero, presentato lunedì al Senato: delle 220.528 domande della sanatoria varata nel 2020 dal governo Conte II ne sono diventate permesso di soggiorno 131.764 (il 59,75%) e per chiudere le pratiche sono serviti più di cinque anni.

Abbastanza, ricostruisce Collettiva, perché nell’attesa un datore di lavoro potesse chiudere bottega o un’anziana assistita morire prima del timbro, tanto che nella fase finale i rigetti crescono in modo marcato. E l’85,21% delle domande del primo canale riguardava lavoro domestico e assistenza alla persona, cioè le case degli italiani, dove colf e badanti tengono in piedi il welfare che lo Stato non paga.

Intanto il contatore è ripartito. La Fondazione Ismu stima 339mila stranieri senza documenti al 1° gennaio 2025: fra il 2023 e il 2024 erano calati di 137mila, proprio mentre le prefetture smaltivano le domande, e nell’ultimo anno sono risaliti di 18mila. Collettiva riporta dai dati del dossier 6.772 rimpatri nel 2025, il massimo della serie, e a quel ritmo Ero Straniero calcola più di cinquant’anni per rimpatriarli tutti. Insomma la ruspa dei comizi viaggia a passo d’uomo.

Migranti, la fabbrica degli irregolari

Il 4 giugno 2024 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha consegnato al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo un esposto sul decreto flussi e ha parlato in Consiglio dei ministri di «dati allarmanti». Le quote programmate salivano da 146.850 per il 2024 a 181.450 per il 2025 e i permessi andavano a picco: 24.858 nel primo caso (il 16,9%) e 14.349 nel secondo (il 7,9%, dato ancora provvisorio).

Ero Straniero stima in 1.836 le persone entrate regolarmente nel 2024 e rimaste poi senza permesso, e in 11.686 quelle a rischio per il 2025: gente arrivata con il visto in mano che lo Stato stesso consegna alla clandestinità. Il metodo ha una storia lunga. La legge Bossi-Fini del 2002 generò così tanti irregolari che servirono altre sanatorie nel 2009 e nel 2011, entrambe firmate da governi di centrodestra, come ha ricostruito il Post.

Nel 2018 il primo decreto sicurezza di Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, abolì la protezione umanitaria e l’Ispi calcolò 26.722 nuovi irregolari in un anno per effetto diretto del provvedimento, mentre il ricercatore Matteo Villa stimava novanta anni per rimpatriarli tutti. Nel 2023 il decreto Cutro ha tolto la conversione della protezione speciale in permesso di lavoro, e il sociologo Maurizio Ambrosini avvertiva su lavoce.info che quelle restrizioni avrebbero portato più irregolari, la stessa diagnosi di Openpolis, per cui più dinieghi senza una politica di rimpatrio efficace producono soltanto altra irregolarità.

Il conto si incassa ai comizi

Chi rifà tre volte la stessa stretta con le stesse previsioni sul tavolo, del resto, ha smesso di sbagliare e ha cominciato a scegliere. Lo ha detto a modo suo perfino Gianfranco Fini, padre della legge che porta il suo nome: nel 2023 all’Ansa spiegava che andava cambiata, e pochi mesi dopo al Fatto Quotidiano chiamava il blocco navale «solo propaganda».

E dire che regolarizzare conviene: la procedura ha portato 140,85 milioni di versamenti lordi, e Ero Straniero stima 228,30 milioni l’anno di tasse e contributi dai rapporti di lavoro emersi, solo che una sanatoria costa fatica agli uffici e non porta un voto, mentre un irregolare resta disponibile per ogni campagna elettorale.

Ero Straniero propone un meccanismo permanente di regolarizzazione individuale, per lavoro o per radicamento, che toglierebbe alla destra la sua materia prima. Il nome giusto per tutto questo l’aveva già trovato Fini: propaganda, stavolta con i timbri delle prefetture.

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In arrivo le sanzioni di Trump contro la Corte penale internazionale

L’Italia ha dato alla Corte penale internazionale il nome della sua capitale e un anno e mezzo fa le ha negato perfino una firma. Lo Statuto di Roma fu adottato qui nel 1998, e oggi l’amministrazione di Donald Trump, dopo aver sanzionato i giudici della Corte uno per uno, tiene pronte sanzioni contro la Corte intera: secondo il Wall Street Journal le sanzioni le impedirebbero di muovere dollari, con una tolleranza di sei o sette mesi, e potrebbero arrivare durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È la Corte che nel 2024 ha spiccato un mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu per i crimini a Gaza, dove Human Rights Watch ha poi documentato atti di genocidio nel taglio deliberato dell’acqua. All’Aia, secondo l’Associated Press, il governo olandese sa che le sanzioni sono imminenti e studia come pagare gli stipendi della Corte e proteggerne i testimoni. E ad agosto i giudici sotto sanzione erano già nove su diciotto. Quando nel febbraio 2025 settantanove Stati firmarono per difendere la Corte, la firma dell’Italia mancava.

Poi c’è Tunisi. Dopo la marcia di sabato per i quattro attivisti della Global Sumud Flotilla detenuti a Mornaguia la difesa conta almeno undici arresti fra chi era alla marcia, e secondo Business News Wael Naouar lunedì era al trentasettesimo giorno di sciopero della fame.

Intanto in Toscana passa le vacanze Yonatan Chalich. È un soldato della 401ª brigata corazzata israeliana, denunciato lunedì dalla Hind Rajab Foundation per crimini contro l’umanità e atti di genocidio, per il presunto ruolo nell’assedio dell’ospedale al-Shifa. La fondazione scrive che sulle denunce precedenti le autorità italiane sono rimaste ferme, e chiude con una frase che a Roma andrebbe letta ad alta voce: “Se le prove ti seguono da Gaza alla Toscana, anche la giustizia deve seguirti.”

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Amichettismo su misura: il governo Meloni nomina il sarto

Alla Camera, il 25 ottobre 2022, Giorgia Meloni chiedeva la fiducia promettendo guerra a una società in cui «il tuo destino è segnato dalla famiglia di provenienza o dalle amicizie che hai». Promessa mantenuta, a modo suo: il destino adesso dipende dalla famiglia sua. L’allora cognato Francesco Lollobrigida fatto ministro. Geronimo La Russa, primogenito del presidente del Senato…

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L’Italia verso l’intervento all’Onu, la parola condanna è citata una volta sola

Nella nota diffusa domenica dalla Farnesina sulla missione del ministro degli Esteri Antonio Tajani all’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite la parola condanna compare una volta sola, e appartiene a mercoledì 23 settembre, al Consiglio di sicurezza sull’Ucraina, dove Tajani ribadirà la condanna “per gli attacchi russi” sui civili, chiederà un cessate il fuoco prima dell’inverno e parlerà di ricostruzione. Oggi, su delega della presidente del Consiglio, è lui che guida la delegazione italiana all’apertura.

Giovedì tocca al Medio Oriente. Lì la nota prevede l’impegno “per la ricostruzione di Gaza”, cioè della Striscia dove Amnesty International, nel rapporto del 5 dicembre 2024, ha concluso che Israele commette un genocidio. Poi sostegno umanitario, accoglienza, Food for Gaza, corridoi universitari. Solo ricostruzione.

Eppure un cessate il fuoco a Gaza esiste già dall’ottobre 2025, e secondo il ministero della Salute di Gaza da allora i morti sono oltre 1.300. Sabato un drone israeliano ha ucciso a Jabalia Basir al-Bursh, figlio di Munir al-Bursh, direttore generale proprio del ministero che tiene quel conto. Le autorità sanitarie lo hanno messo nel bilancio del giorno, l’esercito israeliano lo ha definito comandante della forza d’élite di Hamas: il ministero del padre ha dato il nome, l’esercito che lo ha colpito la didascalia. In Tunisia intanto l’11 settembre un giudice istruttore ha prorogato di quattro mesi la detenzione dei quattro membri tunisini della Global Sumud Flotilla, e Wael Naouar, che rifiuta il cibo dal 16 agosto, ora ha accanto gli altri tre in sciopero della fame.

Quel giovedì, secondo il Times of Israel, all’Assemblea parla anche Benjamin Netanyahu, lo stesso giorno in cui l’Italia ha in agenda la ricostruzione, e nel programma di quel giovedì la parola condanna manca.

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