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I treni non trasportano, il ponte non ha campate: il metodo Salvini

Alle 10.20 di mercoledì la linea ad Alta velocità tra Milano Rogoredo e Piacenza è andata in tilt per un guasto alla linea elettrica, con tanto di incendio di sterpaglie sui binari. Tanto per non farsi mancare nulla. Sette treni cancellati, ritardi a cascata: il Frecciarossa 9311 per Torino ne ha accumulati 280 di minuti, un Italo atteso a Milano alle 10.45 è arrivato cinque ore dopo.

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L’Italia fuori dai mondiali e il paradosso della cittadinanza: formiamo migliaia di atleti stranieri, ma cerchiamo pronipoti di italiani all’estero

La notte di Zenica, il 31 marzo 2026, l’Italia di Gennaro Gattuso è uscita dai Mondiali per la terza volta di fila, battuta ai rigori dalla Bosnia. Poco più di due mesi dopo, all’esordio del torneo, il Marocco ha chiuso la partita con il Brasile schierando undici uomini su undici nati all’estero, come ha raccontato il sociologo Pippo Russo su Lettera43.

Su 1.248 convocati dalle 48 nazionali finaliste, 292 sono nati fuori dal Paese per cui giocano: il 23,6 per cento, secondo i dati dell’Oxford Migration Observatory ripresi da Lettera43. Il Marocco ne conta diciannove, Curaçao venticinque, la Repubblica Democratica del Congo venti. I marocchini che hanno dominato il Brasile sono nati tra Belgio, Francia, Paesi Bassi e Spagna, Paesi che, a differenza dell’Italia, riconoscono qualche forma di ius soli. Quella diaspora ha portato il Marocco in semifinale in Qatar (2022), il miglior risultato di sempre per una nazionale africana, con due commissari tecnici nati l’uno in Francia e l’altro in Belgio. E intanto, qui da noi, c’è ancora chi parla di remigrazione.

Mondiali: il pronipote di Canicattì e il ragazzo di Buti

Anche l’Italia pesca all’estero, solo che lo fa al rovescio. Mateo Retegui, nato a San Fernando in Argentina, è azzurro grazie a un bisnonno di Canicattì. Jorginho è nato in Brasile, Emerson Palmieri pure: italiani per ius sanguinis, per via di un avo partito un secolo fa. La Figc ha addirittura una squadra di osservatori che gira il mondo a caccia di pronipoti d’italiani da naturalizzare.

Poi c’è Kristjan Asllani. Nato a Elbasan, in Albania, arrivato a Buti, in provincia di Pisa, a due anni, cresciuto nel vivaio dell’Empoli, accento toscano inconfondibile. L’Italia lo ha formato, l’Albania lo ha convocato. È lo schema di sempre: il talento lo alleviamo noi, la nazionale la riempie qualcun altro. E i figli degli immigrati nati o cresciuti qui non sono un’eccezione: secondo Save the Children, nell’anno scolastico 2022-2023 gli alunni senza cittadinanza erano quasi 915mila, e quasi due su tre erano nati in Italia.

Un’amputazione che ci scegliamo da soli

Perchè? Tutto comincia dalla legge 91 del 1992: dieci anni di residenza per chiedere la cittadinanza, tra le più lunghe d’Europa, mentre Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Paesi Bassi prevedono forme di doppio ius soli. L’8 e 9 giugno 2025 un referendum ha provato a dimezzare quei dieci anni: si è fermato al 30,5 per cento, niente quorum. Tre mesi prima, il 28 marzo 2025, il governo aveva ristretto anche lo ius sanguinis, riservandolo a chi ha un genitore o un nonno nato in Italia.

Sul versante sportivo è andata uguale. La legge 12 del 2016, il cosiddetto ius soli sportivo, è stata smontata: nell’autunno 2023 una società di Reggio Emilia, il Progetto Aurora, ha ritirato la squadra esordienti perché non riusciva a tesserare otto bambini stranieri nati e cresciuti in Italia. E prima dei diciotto anni, l’età in cui la cittadinanza può finalmente arrivare, le porte delle Under azzurre restano socchiuse.

Eppure i numeri li tiene la stessa Figc: nel ReportCalcio 2025 conta quasi 60mila giovani calciatori nati all’estero nei vivai italiani, il dieci per cento degli studenti stranieri tra i cinque e i sedici anni, da centocinquanta Paesi diversi. Un patrimonio cresciuto in casa e poi reso straniero per via amministrativa.

I rigori di Zenica hanno cause più antiche, certo: vivai lenti, ragazzi che giocano troppo poco, un sistema che disperde i suoi migliori. Le leggi sulla cittadinanza non bastano a spiegare la disfatta, e di sicuro non l’hanno aiutata. Restano il modo in cui un Paese sceglie di rendersi più piccolo di quanto potrebbe: forma decine di migliaia di ragazzi e poi li tratta da ospiti, mentre spedisce i suoi osservatori a cercare un pronipote a Buenos Aires. Altro che remigrazione.

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Il pediatra in cella senza conoscere le accuse

Hussam Abu Safiya è comparso davanti ai giudici in collegamento video, più magro, dall’isolamento del carcere di Nafha. Il 16 giugno la Corte Suprema israeliana ha respinto il suo ricorso e ne ha confermato la detenzione. Il pediatra che dirigeva il Kamal Adwan, nel nord di Gaza, è dentro dal dicembre 2024. Diciotto mesi senza un’accusa formulata.

I giudici hanno deciso sulla base di “materiale riservato” che né lui né il suo avvocato hanno potuto leggere. La cornice è la legge sui “combattenti illegali”, che consente di trattenere a tempo indeterminato senza incriminazione. Reuters conta almeno 14 medici di Gaza tenuti così da oltre un anno. Il ministero della Salute di Gaza dichiara 73.008 morti dall’inizio dell’offensiva, 997 dal cessate il fuoco dell’11 ottobre.

L’esercito israeliano sostiene che Abu Safiya sia un ufficiale di Hamas, su una foto del 2016. Non ha prodotto prove né formulato accuse, e Hamas e il ministero della Salute negano. Ai giudici lui ha detto: «Sono un pediatra, curo i feriti e le persone fragili di Gaza». Alla fine del 2024 aveva rifiutato di evacuare il Kamal Adwan finché c’erano neonati da assistere.

Naji Abbas, di Physicians for Human Rights Israel, parla di «un profondo fallimento morale e legale». L’avvocato Nasser Odeh indica ciò che la sentenza aggira: la decisione, dice, è «in chiaro contrasto con il diritto internazionale e le Convenzioni di Ginevra, che proteggono il personale medico».

Intanto a Bari il ministro Antonio Tajani ha incontrato i familiari di Domenico Centrone, 33 anni, di Molfetta, e di Dina Alberizia, 67: «Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto». I due del Land Convoy restano fermati nella Libia orientale del generale Khalifa Haftar.

Una corte che giudica su prove che non mostra ha stabilito che un medico può restare in cella senza sapere di che cosa è accusato. Le Convenzioni che dovrebbero proteggerlo erano scritte da prima.

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Flotilla, due italiani detenuti in Libia nel silenzio del governo. Quando il rilascio era priorità assoluta

Il 24 maggio dieci attivisti del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla sono spariti dai radar dopo un checkpoint a Sirte, in Libia. Da allora sono detenuti a Bengasi, nelle mani delle milizie della Cirenaica che fanno capo alla famiglia Haftar. Tra loro due italiani: Domenico Centrone, documentarista di 33 anni e docente a contratto all’Università di Bari, e Leonarda “Dina” Alberizia, insegnante in pensione di 67 anni. A 18 giorni dal fermo non era stata formalizzata alcuna accusa, e per nove giorni non avevano visto un giudice, ha riferito alla Camera l’avvocata Enrica Rigo.

Una settimana fa due avvocate incaricate sono andate al centro di detenzione dove i due dovevano trovarsi. Non c’erano. «Il luogo di detenzione non è noto», ha detto Rigo, «tecnicamente siamo vicini alla sparizione forzata». Intanto il procuratore di Bengasi ha annullato l’udienza del 9 giugno senza preavviso e ha prorogato la detenzione di altri 30 giorni.

Quando il rientro era priorità assoluta

Cecilia Sala viene arrestata in Iran il 19 dicembre 2024. Due settimane dopo, il 2 gennaio 2025, Giorgia Meloni convoca un vertice a Palazzo Chigi con Antonio Tajani, il guardasigilli Carlo Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano e i servizi. La nota che esce parla di «immediata liberazione». La premier riceve la madre e vola a Mar-a-Lago da Trump a premere di persona. Il 9 gennaio Sala è libera dopo 21 giorni, e Meloni l’aspetta sulla pista di Ciampino. Fu la cosa giusta, e va detto: quando un italiano finisce in mano a un regime straniero, mobilitare l’intera macchina dello Stato è ciò che un governo deve fare.

Il paragone con il caso accanto può suonare indelicato, due detenzioni non si pesano sulla stessa bilancia. Ma la distanza tra i due trattamenti è un fatto politico, e come tale va osservata.

Per Centrone e Alberizia il copione è un altro. Da oltre tre settimane il dossier è interamente nelle mani di Tajani, che il 16 giugno, a margine di un evento sull’export a Bari, ha incontrato i familiari: «Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto», ha detto, sperando che vengano «rilasciati e magari espulsi». La Farnesina segue «minuto per minuto», come «facciamo per tutti i cittadini italiani». Di Meloni, nessun atto pubblico. Nessun vertice, nessuna nota di Palazzo Chigi, nessuna pista d’aeroporto.

Perché su questi due si tace

Sulla gravità i due della Flotilla stanno molto peggio: un black site di una milizia non riconosciuta, senza accusa formale e senza avvocato, mentre Sala almeno aveva uno status giuridico dichiarato. Quindi la differenza sta altrove, in chi li detiene e per cosa.

Chi li detiene è la Cirenaica di Khalifa Haftar, comandante supremo dell’Esercito nazionale libico dal 2015, e di suo figlio Saddam, vicecomandante che secondo fonti libiche ha imposto sul caso la «chiusura totale». È lo stesso Saddam Haftar fermato nel 2024 in Italia per una segnalazione internazionale delle autorità spagnole e rilasciato circa un’ora dopo. Ed è sul padre che il nostro governo dovrebbe premere per il rilascio dei due detenuti italiani.

E per cosa li detiene? Portavano sette ambulanze e venti case mobili verso Gaza. Riportare a casa due attivisti pro-Palestina con la stessa enfasi spesa per una giornalista darebbe rilievo politico a una causa che il governo, sulla sua linea di prudenza verso Gaza, preferisce tenere ai margini.

Maria Rosaria Centrone, sorella di Domenico, ha chiesto in un videomessaggio che «Nico e gli altri vengano liberati, perché sono persone innocenti». I due hanno fatto lo sciopero della fame, la Flotilla parla di «Sirte 10+1», in tutta Italia ci sono presìdi.

Il governo che per Sala fece un gioco di squadra, per i due della Flotilla affida tutto al ministro degli Esteri e lo lascia parlare a margine di una fiera dell’export. Tutti i cittadini italiani sono uguali. Salvo poi misurare l’impegno con due pesi diversi, a seconda di chi tiene la chiave della cella.

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Corsa al riarmo, soldi facili con le armi non se ne fanno più: stavolta a dirlo non sono i pacifisti, ma le Borse

Oltre il 15%. Tanto ha bruciato lo Stoxx Europe Targeted Defence, l’indice che misura i titoli della difesa europea, dal picco di gennaio 2026. Lo scrive il Financial Times, ripreso in Italia da InsideOver: i colossi delle armi che per tre anni erano stati i re delle Borse, hanno visto evaporare miliardi di capitalizzazione. E a dirlo, stavolta, sono le Borse, non i pacifisti.

Quando la finanza chiede i conti sulle armi

La scommessa sembrava blindata. Dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022, i titoli della difesa europea erano saliti di oltre il 450%, contro il 40% scarso dell’indice generale, secondo i dati raccolti da Reuters. A spingere la corsa, le promesse dei governi e l’intesa Nato del vertice dell’Aia del giugno 2025: spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Poi qualcosa si è inceppato. Gli ordini arrivano più lenti del previsto, i contratti slittano, e a fine maggio Morgan Stanley ha tagliato il giudizio sul comparto da “overweight” a “equal weight”, con il team guidato da Marina Zavolock. Loredana Muharremi, analista di Morningstar, lo dice chiaramente: gli investitori sono diventati molto selettivi. Martin Frandsen, di Principal Asset Management, parla di posizioni alleggerite in massa. Del resto la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran e l’impennata dell’energia hanno fatto saltare le scommesse affollate su mezzo mercato.

C’è poi un problema di messa a terra. Trasformare un ordine per un carro armato o un radar in fatturato e utili richiede anni, e i conti del primo trimestre hanno deluso. I grandi fondi istituzionali hanno esaurito la pazienza e hanno cominciato a vendere. Intanto i capitali si spostano verso i droni a basso costo, l’intelligenza artificiale, il software di guerra. I giganti storici della manifattura pesante, di colpo, sembrano vecchi.

La crepa di Londra e il caso italiano

La spaccatura più vistosa si è aperta a Londra. L’11 giugno 2026 il ministro della Difesa britannico John Healey si è dimesso accusando il premier Keir Starmer e il Tesoro di non stanziare le risorse necessarie e di costringerlo a scelte che avrebbero ridotto la prontezza delle forze armate. Il Tesoro si era fermato a 13,5 miliardi di sterline contro i 18 chiesti dal ministero. Poche ore dopo se n’è andato anche il ministro delle Forze Armate Al Carns, che ha bocciato il piano d’investimenti per la difesa, per lui né abbastanza trasformativo né adeguatamente finanziato. Una crisi di governo dentro un pilastro storico della Nato, proprio sui conti del riarmo.

E l’Europa intanto si divide pure sulle armi del futuro. L’8 giugno Francia e Germania hanno affossato il programma Fcas, il caccia di sesta generazione che da nove anni legava Parigi, Berlino e Madrid. Tre giorni dopo Airbus ha lanciato a Berlino il consorzio Team Gen 6 con sette aziende tedesche e alcune spagnole, lasciando fuori la Francia. L’Italia, da parte sua, resta nel blocco rivale del Gcap con Regno Unito e Giappone. La spinta all’autonomia strategica europea naufraga in una guerra di campanili industriali.

E qui da noi? Tutto come prima. Mentre le Borse si sgonfiano, il governo Meloni tiene il piede sull’acceleratore. L’osservatorio Milex stima per il 2026 una spesa militare di quasi 34 miliardi di euro, record storico, in crescita del 2,8%. Solo per nuovi armamenti si arriva a oltre 13,1 miliardi, il 60% in più rispetto al 2022, e per i prossimi quindici anni sono già programmati oltre 130 miliardi di nuovi sistemi d’arma. A marzo la Nato ha certificato l’Italia al 2,01%del PIL, primo anno sopra la soglia storica del 2%: per Milex, soprattutto un’operazione contabile per giustificare ciò che viene dopo.

La finanza ha smesso di sognare e ha cominciato a chiedere i conti. Il governo italiano quegli assegni continua a firmarli.

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C’è una richiesta politica dentro TikTok

Scorrono da giorni sui gruppi TikTok e nelle storie di Instagram: screenshot di offerte che un tempo si accettavano in silenzio. 800 euro al mese per sette ore al giorno, sabato compreso. Turni che finiscono alle due di notte senza un euro di maggiorazione. Stavolta la risposta è un secco no, fotografato e messo in rete. Lo racconta oggi La Stampa, che ci legge un manifesto della Generazione Z…

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Diritto alla casa, tra Pnrr e Piano del governo: 2,9 miliardi di euro definanziati e riciclati per decreto

Tra il 2021 e il 2025, in alcune periferie di Milano gli affitti per una casa sono saliti fino al 60%, a Roma fino al 50%, secondo l’Osservatorio del mercato immobiliare. Nello stesso periodo il Pnrr, che su rigenerazione urbana e qualità dell’abitare schierava circa 6,7 miliardi, ne ha persi per strada 2,9. L’ha ricostruito Openpolis lunedì 15 giugno, con i dati portati alla commissione parlamentare sulle periferie.

Definanziamento è la parola tecnica. Significa togliere i fondi europei a un progetto perché non si chiuderebbe entro il 30 giugno 2026, la scadenza inderogabile del piano. La rigenerazione urbana, dotazione di circa 2 miliardi, ne ha persi 1,3. I piani urbani integrati partivano da quasi 2,5 miliardi e oggi ne valgono 900 milioni: taglio da 1,59 miliardi. Solo il Pinqua, il Programma innovativo per la qualità dell’abitare, ha tenuto i suoi 2,14 miliardi, anche se la Corte dei conti segnala impegni per 2,6 miliardi e pagamenti fermi a 1,4.

Anzi, sulla rigenerazione urbana è successa una cosa curiosa: meno soldi e più obiettivi. Il traguardo iniziale era 300 progetti, oggi ne servono almeno 1.080 entro giugno, per un milione di metri quadrati.

E le periferie non sono una cosa sola. Sono i quartieri marginali delle metropoli e sono le aree interne che si spopolano: tra il 2014 e il 2023 la popolazione italiana è calata del 2,2%, ma nei comuni periferici il calo tocca il 5,84% e negli ultraperiferici il 7,12%, certifica l’Istat. Le città, intanto, attirano turisti ma diventano sempre meno accessibili.

Piano casa, tra promesse e verifiche

Quando i tagli partirono, il governo mise nero su bianco un impegno. Torniamo indietro, a marzo 2024, comunicazioni in Parlamento: l’allora ministro Raffaele Fitto assicurò che i progetti usciti dal Pnrr sarebbero stati finanziati comunque con altre risorse, e che il decreto Pnrr quater ne garantiva l’intera copertura. Due anni dopo il servizio studi della Camera annota che quelle misure sono state sostituite per circa 6,5 miliardi con interventi già finanziati da risorse nazionali, “perlopiù già effettuate negli anni precedenti”. Soldi spesi prima, contati di nuovo.

E intanto quei progetti sono usciti dal radar. Openpolis nota che gli interventi fuoriusciti dal perimetro non sono più monitorabili nel dettaglio: oltre 47mila opere restano sulla piattaforma Regis solo per la contabilità. Sapere se siano stati realizzati, e come, è di fatto impossibile. La quota media dei pagamenti sui progetti rimasti dentro si ferma al 58,9%, con Napoli al 32,4% contro il 71% di Roma. Dei progetti rimasti nel perimetro restano attivi 3.573 interventi, per circa 5,4 miliardi, e il 41,9% delle risorse va al Mezzogiorno.

Il piano casa che riusa i fondi tagliati

Intanto il 30 aprile 2026 il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo Piano casa, decreto legge 66, in vigore dall’8 maggio. Giorgia Meloni l’ha presentato come la risposta all’emergenza: «100mila tra alloggi popolari e alloggi a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni», 60mila alloggi pubblici recuperati in dodici mesi, 10 miliardi sul piatto.

Solo che i 10 miliardi vanno guardati da vicino. La prima fase vale 1,7 miliardi, a cui si aggiungono fino a 4,8 riallocati proprio dai programmi di rigenerazione urbana, dice il governo. Gli stessi capitoli che il Pnrr ha appena svuotato. E la dote certa, dalle ultime tre leggi di bilancio, è di 970 milioni spalmati fino al 2030. Per centomila case.

Davide Faraone (Italia Viva) ha liquidato il piano come fuffa imbarazzante, Marco Grimaldi (Avs) ha fatto il conto: 970 milioni per centomila abitazioni. Al decreto si affianca un disegno di legge per accelerare gli sfratti. Resta il buco dei dati. Finché i progetti tagliati restano fuori da ogni rendicontazione pubblica, l’unico termometro del diritto all’abitare sono gli affitti delle periferie. E quelli, intanto, salgono.

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Laureati italiani in fuga, 25mila via in un solo anno. Ecco la vera remigrazione che servirebbe sul serio al Paese

Nel 2024 hanno lasciato l’Italia 25mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni. Ne sono rientrati poco più di 4mila. Saldo: 21mila teste in meno in dodici mesi, fotografate dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat. La vera remigrazione che serve al Paese è questa. Il resto è propaganda.

I numeri di un esodo

Il Paese ne forma pochi, di laureati, e quei pochi se ne vanno. Nella fascia 25-34 anni ha un titolo universitario il 31,6%degli italiani, contro una media europea del 44,1%. Eppure chi studia lavora di più: il tasso di occupazione tocca l’85,3%tra i laureati, scende al 74,6% tra i diplomati, al 56,1% per chi ha la sola licenza media. L’Italia forma una minoranza preziosa e poi la regala oltrefrontiera. E più si sale nella formazione, più la fuga pesa: nel 2025 il 10,4% dei dottori di ricerca usciti dalle università italiane lavorava già all’estero.

Le mete sono quattro, sempre le stesse: Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia. Interpellati sul perché, l’81,7%degli espatriati indica la mancanza di un impiego all’altezza degli studi, il 73,7% gli stipendi troppo bassi. A cinque anni dal titolo chi è andato all’estero porta a casa 2.941 euro netti al mese contro i 1.840 di chi resta, quasi il 60% in più, ha calcolato AlmaLaurea. Del resto un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più del coetaneo italiano: lo ha rilevato il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, segnalando che a partire sono soprattutto ingegneri e informatici, le figure che alle imprese italiane mancano di più. E i salari, intanto, restano gli unici dell’area Ocse a essere calati in termini reali dal 1990, con un potere d’acquisto sceso dell’8,6% tra il 2019 e il 2025. Per i più giovani, calcola l’Ocse, la retribuzione media è ferma ai livelli del 1990.

Costa pure, questo spreco. Il Cnel ha stimato in quasi 160 miliardi il valore del capitale umano uscito tra il 2011 e il 2024, il 7,5% del Pil. Lo pagano soprattutto Lombardia con 28,4 miliardi, Sicilia con 16,7, Veneto con 14,8. Nello stesso periodo se ne sono andati 630mila giovani tra i 18 e i 34 anni, 78mila nel solo 2024, e la quota di laureati tra loro è salita dal 33,8% dell’intero arco al 42,1% dell’ultimo triennio. Per il Sud il conto è doppio: prima la partenza verso l’estero, poi quella verso il Centro-Nord. L’esodo, insomma, diventa sempre più qualificato. Triplicati i laureati rispetto a fine anni Novanta, e ancora sotto l’Europa: pochi, e pure in fuga.

Governare, mica comandare

Qui si vede la differenza tra chi governa e chi grida. La remigrazione che servirebbe è un’altra: far restare, e magari tornare, quei 630mila. Solo che per riportarli servono cose noiose. Una casa che non costi un intero stipendio. Un salario che valga quanto quello tedesco. Servizi che funzionino, dai treni agli asili. Una vita culturale che non faccia sembrare provincia ogni città. Roba che si costruisce in anni, mica in un comizio.

E tutto questo nasce dal governo, non dagli slogan: dalla scelta di dove mettere i soldi, dal costruire nel tempo, dall’accettare che i risultati arrivino dopo il voto. Il generale Roberto Vannacci, che ha lasciato la Lega a febbraio e fondato Futuro Nazionale, la remigrazione la immagina invece al rovescio: prometterne l’espulsione, riempire un palco a Milano e incassare l’applauso. È più rapido, certo. Solo che mentre lui addita gli stranieri da rimandare indietro, gli italiani più istruiti continuano a partire da soli, in silenzio, con il biglietto pagato di tasca loro. E quei posti vuoti, in corsia o nei laboratori, non li riempie nessun comizio.

Le agevolazioni per il rientro dei cervelli il governo le ha messe, dice. Aspettiamo. Perché il talento si trattiene con un Paese serio, non con la paura. E un Paese serio va governato, non comandato.

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Occupazione a tempo indeterminato

Il premier pakistano Shehbaz Sharif annuncia per la regione «la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano». Poche ore dopo, lunedì 15 giugno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz scrive la frase opposta: l’esercito resta a Gaza “a tempo indeterminato”. Nello stesso comunicato, ripreso da Ynet, aggiunge che “il territorio sarà libero da residenti locali” e che questa “è la lezione principale degli eventi del 7 ottobre”.

L’intesa tra Stati Uniti e Iran, firma annunciata per venerdì 19 in Svizzera, dovrebbe chiudere le ostilità anche in Libano. Katz dice di no al ritiro, e di averlo già chiarito a Donald Trump e al segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth. In due anni e mezzo Israele ha preso circa mille chilometri quadrati di terra fra Gaza, Libano e Siria.

Intanto il ministero della Salute di Gaza conta 73.001 morti, quasi mille dei quali dall’inizio della tregua di ottobre, e oltre 173.200 feriti. Il 15 giugno una donna è stata uccisa ad Al Zawaida, nel centro della Striscia, in un attacco israeliano vicino a casa sua, riferisce l’agenzia palestinese Wafa. Quella che la Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha definito un’occupazione illegale da far cessare, il ministro che la comanda la dichiara ora senza scadenza.

L’inchiesta sugli abusi alla flotilla si allarga: il 16 giugno l’Australia ne apre una propria, accanto a quelle di Italia e Francia. A Bengasi, in un sito segreto, Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia restano detenuti dal 24 maggio; l’udienza del 9 giugno è saltata, nessuna data nuova.

Della pace firmata venerdì il comunicato di Katz lascia una sola riga certa, e la firma lui: il territorio “libero da residenti locali”.

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Pagamenti della Pubblica amministrazione all’edilizia: Bruxelles chiude l’infrazione, ma per i costruttori i conti non tornano

Il 29 aprile 2026 la Commissione europea ha archiviato la procedura d’infrazione più longeva aperta contro l’Italia: dodici anni di contenzioso sui tempi dei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. L’ha chiusa perché i numeri arrivati da Roma erano in regola. La Ragioneria generale dello Stato certifica un tempo medio di pagamento sceso a 27,2 giorni sulle fatture del 2025, da 29,9 dell’anno prima, sotto la soglia dei 30 giorni della direttiva 2011/7. Il debito commerciale della PA è sceso dai 31,2 miliardi del 2018 ai 23,2 del 2024: il miglioramento è reale, e per dodici anni la minaccia della sanzione europea ha tenuto il governo sotto pressione. Pratica chiusa.

Solo che, chi lavora nei cantieri racconta una realtà leggermente diversa. Lo ha detto la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio, nella conferenza stampa per gli 80 anni dell’associazione: «La situazione è decisamente migliorata, quindi evidentemente, oltre alla buona volontà, anche la ‘spada di Damocle’ della procedura di infrazione aveva avuto i suoi effetti… Ad aprile di quest’anno abbiamo saputo che l’Europa stava chiudendo questa procedura perché i dati ricevuti dall’Italia mostravano che le imprese vengono pagate a 25 giorni dalla produzione. Non so se magari siamo un termometro non rappresentativo ma questi 25 giorni nessuno di noi li ha mai visti». Conta da dove parte il cronometro.

Dove parte il cronometro

Il tempo medio che la Ragioneria misura corre dalla ricezione della fattura. E la fattura, in un appalto pubblico, arriva tardi nella catena. Prima il direttore dei lavori firma lo stato di avanzamento, il Sal; poi il Rup (Responsabile unico del procedimento), verificata la regolarità contributiva, emette il certificato di pagamento entro 7 giorni; solo allora l’impresa fattura. I mesi di attesa stanno quasi tutti a monte, prima che il cronometro ufficiale si accenda. Nel frattempo l’azienda anticipa, sconta i crediti in banca, paga interessi pur di tenere aperto il cantiere mentre lo Stato si conta virtuoso.

E c’è dell’altro. Un sondaggio Ance del marzo 2024, a cui hanno risposto 278 imprese, ha registrato ritardi nel 59% dei casi. Il 62% si è sentito chiedere di ritardare l’invio delle fatture, il 53% di posticipare il Sal, il 27% di accettare termini oltre quelli di legge, il 18% di rinunciare agli interessi di mora. La stazione appaltante, del resto, sposta il via quando le conviene.

Il Mef, interpellato su quel sondaggio, ha risposto che nel 2024 le fatture dell’edilizia sono state saldate in media in 27 giorni, in regola. L’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica ha replicato che la misura ignora il pezzo che salta: i ritardi spinti a monte restano fuori dal conteggio. A decidere quando far partire il cronometro è la stessa amministrazione che quel cronometro dovrebbe giudicare. Si saldano in fretta le fatture che arrivano quando la cassa è già pronta, e chiudere la procedura premia la misura, non il pagamento.

La rete tolta con il Pnrr in uscita

Bruxelles ha tolto la rete in un momento preciso. Nel 2025 gli investimenti in costruzioni sono calati dell’1,1%, molto meno del -7% temuto, perché le opere pubbliche trainate dal Pnrr sono cresciute del 21% e hanno coperto il crollo dell’edilizia abitativa, -15,6%. Il Piano si chiude il 31 agosto 2026, e dopo quel traino non torna. Le commesse pubbliche che hanno fatto da scudo si assottigliano, e con loro la leva che costringeva gli enti a saldare in tempo. Per dodici anni la sanzione possibile è stata l’argine più solido; ora resta la buona volontà.

E i pagamenti hanno già ripreso a rallentare dall’estate 2025, lo ammette la stessa Ance. Le imprese che il Pnrr ha patrimonializzato, in un settore che vale circa il 12% del Pil e che ha creato 350 mila posti di lavoro in pochi anni, rischiano di scivolare indietro proprio mentre sparisce la spada di Damocle che le proteggeva. La prima condanna della Corte di giustizia Ue, il 28 gennaio 2020, aveva pesato più di qualsiasi appello. Archiviata la pratica, resta un tempo medio di 27 giorni che, a sentire chi sta nei cantieri, comincia a correre quando conviene all’amministrazione.

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