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Lobby Ue, un 2026 da record: 381 milioni di spesa dichiarata a Bruxelles e la più grande ondata di deregolamentazione

In milioni di euro, 381,75. È la spesa dichiarata per il 2026 dai principali gruppi di pressione che lavorano sulle istituzioni dell’Unione europea, secondo il rapporto “The EU Corporate Lobby League 2026” di Corporate Europe Observatory e LobbyControl, uscito l’11 giugno. Sono 173 soggetti con almeno un milione di budget dichiarato, quasi il 50% in più rispetto al 2020, e arrivano al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno con un accesso mai visto: nel 2025, ricorda il rapporto, il 40% degli incontri dei gabinetti dei commissari è stato con rappresentanti d’impresa, contro il 16% delle organizzazioni non governative, la cui quota è scesa dal 22% della prima Commissione von der Leyen.

Chi spende, e quanto

A guidare è la tecnologia: le ventitré aziende più grandi del settore dichiarano insieme 73 milioni, il 57,8% in più del 2020. Meta è la prima singola azienda, con oltre 10 milioni, cresciuti del 135% in sei anni. La segue Amazon con 9 milioni, poi Apple con 8, Microsoft con 7. Dietro la tecnologia vengono la finanza, 66,75 milioni, l’energia, 52 milioni, la chimica e l’agroindustria, 46,5 milioni. In sei anni i soggetti sopra il milione sono aumentati del 29%. Il primo singolo dichiarante resta la chimica: la sua federazione europea, CEFIC, da sola mette a bilancio 12,29 milioni.

E i soldi rendono. “La più grande ondata di deregolamentazione mai vista” nell’Unione, la chiama il rapporto: dieci pacchetti omnibus che tagliano in blocco regole esistenti, su sostenibilità, agricoltura, chimica, emissioni industriali, pesticidi. Sul digitale, il Digital Omnibus presentato a fine novembre 2025 viene descritto come “il più grande arretramento dei diritti digitali fondamentali nella storia dell’Ue”. Ai cinque tavoli di consultazione che lo hanno preparato sedevano 114 aziende e 9 organizzazioni della società civile. A marzo la presidente della Commissione von der Leyen ha rinviato una multa da un miliardo di euro a Google per le regole sulla concorrenza, per non irritare l’amministrazione Trump. Le tecniche, ricorda LobbyControl, vanno dalle riunioni riservate agli studi commissionati, fino alle porte girevoli che reclutano ex politici con la loro rubrica di contatti.

E qui rientrano anche le guerre, ma da dentro il palazzo. Una sezione del rapporto si intitola, senza giri di parole, “Big Energy usa la guerra in Iran per incassare”: l’industria fossile cavalca la crisi mediorientale per spingere idrogeno e gas e smontare le regole sul metano, mentre i profitti di Shell nei primi tre mesi del 2026 sono più che raddoppiati, a 6,9 miliardi di dollari. Il conflitto su cui l’Unione, come soggetto politico, resta a guardare, dentro Bruxelles diventa l’ennesimo argomento di vendita.

Un registro che non vincola

Il quadro, avvertono gli autori, è parziale e per difetto. Il registro per la trasparenza è volontario, senza sanzioni i dati valgono quanto le aziende decidono di dichiarare, e LobbyControl stima in 1,3 miliardi la spesa reale complessiva per il lobbying europeo. Sullo sfondo c’è ReArm Europe, il piano che spinge gli Stati verso 800 miliardi di spesa militare. Che il problema sia reale lo dicono gli stessi numeri del registro: l’anno scorso una segnalazione degli autori ha costretto nove gruppi a correggere le dichiarazioni, per quasi 48 milioni complessivi.

La raccomandazione del rapporto è semplice: un registro vincolante e un argine che tenga le lobby fuori dalle decisioni su clima e diritti digitali, come già si tenta con il tabacco. Intanto la spesa cresce, e l’accesso pure. Trecentottantuno milioni, dichiarati. Quelli veri, nessuno li conta.

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Trump e Netanyahu hanno perso la guerra con l’Iran, e adesso festeggiano la resa

Donald Trump ha attaccato l’Iran il 28 febbraio per far cadere il regime e smantellare il nucleare. Quasi quattro mesi dopo il regime è in piedi, l’uranio arricchito è dov’era, e il quello festeggia. La guida suprema Ali Khamenei è morta sotto le bombe, certo: solo che al suo posto siede il figlio Mojtaba, eletto dall’Assemblea degli esperti l’8 marzo, una dinastia al posto della dinastia.

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Sanzioni, ciabatte e solito copione

In ginocchio sul molo di Ashdod, le mani legate dietro la schiena, mentre un ministro cammina tra loro e ne riprende il video per metterlo sui propri profili. Quel filmato, girato dopo l’abbordaggio del 18 maggio in acque internazionali, ora è agli atti di un fascicolo della procura di Roma. L’8 giugno i magistrati hanno iscritto Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, nel registro degli indagati. Tre le ipotesi di reato: sequestro di persona, tortura, tentato omicidio.

Così la magistratura italiana scrive una parola, “tortura”. La politica italiana ne scrive un’altra. Oggi, 15 giugno, il dossier sanzioni contro lo stesso ministro arriva al Consiglio Affari esteri a Lussemburgo. Serve l’unanimità dei ventisette, e la Repubblica Ceca si oppone, con Germania e Austria che frenano. Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, ha definito la scena degli attivisti inginocchiati una cosa che «si vede solo nelle dittature». Eppure, dice, «isolare Israele sarebbe un errore grave»: niente rottura dell’accordo commerciale tra Unione europea e Israele, e l’auspicio di «un governo di unità nazionale» a Gerusalemme che isoli gli estremisti.

Una sanzione su un solo uomo, e pure quella ferma a Praga. Lo Stato resta intatto, lo scambio pure. Ben-Gvir intanto risponde che l’Italia «è diventata il Paese delle ciabatte» e che l’accordo Usa-Iran «non vincola Israele».

A Bengasi, in un sito segreto, restano detenuti dal 24 maggio Domenico Centrone, 33 anni, e Dina Alberizia, 67, del convoglio di terra della Sumud. L’udienza del 9 giugno è saltata senza preavviso. La parola che il fascicolo già contiene, il governo non la mette in conto.

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Vannacci e lo slogan della remigrazione: il programma di Futuro Nazionale sbatte contro il muro dei numeri. Ecco perché

Cinque milioni e 560 mila. Tanti sono gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2026, secondo l’Istat: il 9,4 per cento della popolazione. Roberto Vannacci, alla costituente di Futuro Nazionale del 13 e 14 giugno, ha fissato il tetto al 4 per cento e ha promesso la remigrazione. Il conto è semplice: per arrivare a quella soglia bisognerebbe portar via più di tre milioni di persone. È da qui che il programma comincia a sgretolarsi.

Perché l’Italia, nel 2025, ha eseguito in tutto 6.772 rimpatri, dato del Viminale; nel 2024 erano stati 5.414. Anche al ritmo record dell’anno scorso, per spostare tre milioni di persone servirebbero più di quattro secoli. E ogni pratica, stima Frontex, costa intorno ai 5.800 euro: il totale supererebbe i 18 miliardi, solo di trasferimenti.

La maggior parte di quei cinque milioni e mezzo, poi, è regolare: lavora, versa contributi, ha un permesso valido. Più di un milione sono romeni, cittadini europei che il diritto dell’Unione vieta di rimpatriare. E anche restando ai soli irregolari, stimati dalla Fondazione Ismu in circa 339mila, al passo attuale servirebbero comunque decenni. Lo stesso vale in tutta l’Unione: nel 2024, su 453.840 ordini di espulsione europei ne sono stati eseguiti 119.155, poco più di uno su quattro, dati Eurostat. Il rimpatrio di massa non riesce a nessuno. La remigrazione è uno slogan, e sbatte contro l’aritmetica prima ancora che contro il diritto.

Le proposte che la legge già vieta

“La prima proposta che faremo”, ha annunciato Vannacci, “è riportare il libretto di lavoro a 14 anni”. Solo che in Italia l’età minima è 16 anni, e la regola poggia su tre pilastri: l’articolo 37 della Costituzione, il decreto legislativo 345 del 1999 che recepisce una direttiva europea del 1994, la convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro del 1973. Per mandare al lavoro i quattordicenni servirebbe smontare l’obbligo scolastico e violare insieme un trattato europeo e una convenzione Onu.

Stesso destino per la revoca della cittadinanza a chi commette reati. L’articolo 22 della Costituzione vieta di privare qualcuno della cittadinanza per motivi politici, e le convenzioni internazionali impediscono di creare apolidi. Oggi la revoca esiste, ma solo per terrorismo ed eversione e solo dopo condanna definitiva. Estenderla ai reati comuni è incostituzionale: perdere la cittadinanza italiana significa perdere anche quella europea, e la Corte di giustizia dell’Unione europea già nel 2019 impone un vaglio di proporzionalità caso per caso.

Contro il calendario e contro la Gazzetta

C’è poi l’ora legale tutto l’anno, accolta da un applauso fragoroso. Solo che in Europa la regola la direttiva 2000/84: nessuno Stato la fissa da solo, serve il coordinamento dei Ventisette, e la riforma è ferma dal 2019. Vannacci però la promette per decreto.

E quando dice che «il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri», nega una legge in vigore. Il femminicidio è reato dal 17 dicembre 2025: articolo 577-bis del codice penale, ergastolo, legge 181. L’ha votata la Camera all’unanimità, 237 sì e nessun contrario, compresi i suoi ex alleati di Lega e Fratelli d’Italia.

Il resto sono promesse senza copertura: quoziente familiare, reddito di maternità, dighe nelle Alpi, tutte da pagare, parole sue, con “i soldi che diamo ai clandestini”. Soldi che, cacciando chi lavora e versa i contributi, sparirebbero insieme alle persone. Un programma che si autofinanzia tagliandosi le entrate, il cane che si morde la coda.

Sommando, resta poco. Un programma che sbatte contro i numeri, contro la Costituzione, contro i trattati europei resta quello che è: un raduno identitario travestito da piattaforma di governo. E si combatte con la calcolatrice, non con l’indignazione, perché ogni paragone con i tempi che furono gridato a sinistra gli regala il ruolo che cerca.

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Patentino antifascista, polemica strumentale: tutti i casi in cui è previsto il giuramento di fedeltà alla Costituzione repubblicana

Il 22 ottobre 2022, nel Salone delle Feste del Quirinale, Giorgia Meloni ha pronunciato la formula dell’articolo 93 della Costituzione: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi”. Senza quella firma il suo governo non sarebbe esistito.

Domenica la stessa Meloni ha definito “censura” e “patentino antifascista” la dichiarazione che gli editori dovranno sottoscrivere per esporre a Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria promossa dall’Associazione italiana editori (Aie) e in programma a Roma dal 4 all’8 dicembre 2026. Il documento chiede di aderire ai principi costituzionali, democratici e antifascisti. Il caso l’ha sollevato Il Giornale. Lei l’ha rilanciato così: “La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. La fiera replica che è solo “un’esigenza di chiarezza”.

La firma che lo Stato chiede a chi lavora per lui

Solo che quella firma lo Stato la chiede di continuo, e da decenni. L’articolo 54 della Costituzione stabilisce che chi esercita funzioni pubbliche le adempie “prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Il DPR 487/1994 fissa la formula per ogni dipendente pubblico: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato”. La stessa, parola più parola meno, vale per i ministri e per i militari, che l’articolo 575 del DPR 90/2010 impegna alla “salvaguardia delle libere istituzioni”. Magistrati, insegnanti, carabinieri, poliziotti: sono oltre 3,3 milioni di dipendenti pubblici, certifica il Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, e tutti hanno firmato la stessa promessa. La giura anche chi diventa cittadino italiano, come impone la legge 91 del 1992, promettendo di osservare “la Costituzione e le leggi dello Stato”. Nessuno l’ha mai chiamata patentino.

L’anti-antifascismo

Nel giuramento la parola “antifascista” non compare, dicono. Vero. E allora Chi giura promette di osservare la Costituzione, e la Costituzione, alla XII disposizione transitoria, vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. La legge Scelba del 1952 punisce l’apologia del fascismo, la legge Mancino del 1993 l’incitamento all’odio razziale. Un fascista che osserva lealmente la Costituzione è una contraddizione in termini. I costituzionalisti la chiamano per questo Costituzione antifascista, figlia della Resistenza.

Quella formula, del resto, è nata apposta. La versione repubblicana ha cancellato il giuramento che dal 1931 imponeva ai dipendenti dello Stato e ai docenti fedeltà “al Re e al regime fascista”. Il giuramento è antifascista dalla nascita, anche quando la parola non c’è. Come “non rubare” non è scritto nel contratto di un cassiere ma vale lo stesso.

E quando la parola c’è, la chiede da anni anche chi oggi grida alla censura. Milano, con il sindaco Beppe Sala, fa firmare a chi usa spazi comunali l’impegno a rispettare “i valori della Costituzione italiana, repubblicana e antifascista”. Brescia lo prevede dal 2018. A Vicenza, Medaglia d’oro della Resistenza, la giunta leghista cancellò la clausola nel 2020, e i cittadini, con l’Anpi, la rivollero subito.

Persino per un passo carrabile. A Parma, il modulo per la concessione chiede di dichiarare l’adesione ai valori della Costituzione e il ripudio del fascismo.

Quindi la domanda vera è un’altra. Se chiedere fedeltà alla Costituzione antifascista è censura, allora era censura anche il foglio che Meloni ha firmato al Quirinale per diventare presidente del Consiglio. Solo che quel giorno l’ha chiamato giuramento. Adesso che a firmare sono gli editori, lo chiama patentino. La parola cambia soltanto a seconda di chi tiene la penna.

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Due popoli e due Stati, a Parigi la road map della società civile contro il piano Trump. Senza l’Italia

Venerdì 12 giugno, mentre all’Institut du Monde Arabe di Parigi le società civili israeliana e palestinese chiudevano la seconda edizione dell’Appello di Parigi per la soluzione a due Stati, il ministro degli Esteri Antonio Tajani apriva alla Farnesina la Conferenza dei Consoli d’Italia nel mondo. Due stanze diverse della stessa politica estera. A Parigi c’erano i ministri degli Esteri e alti funzionari di decine di Paesi, riuniti dal Paris Peace Forum e dal governo francese. L’Italia no.

La conferenza, presieduta dal ministro Jean-Noël Barrot, arrivava a tre giorni dal vertice G7 di Évian, dal 15 al 17 giugno, sotto presidenza francese. Si è chiusa con un appello in otto punti: cessate il fuoco permanente, stop agli insediamenti, ricostruzione di Gaza, riforma della governance, più sostegno alla società civile. Una road map costruita dal basso da chi quei due popoli li abita, e pensata come alternativa al piano promosso da Donald Trump.

Di alternativa si tratta, anche se nessuno lo dice ad alta voce per non irritare Washington. Il piano Trump in venti punti ha ottenuto a ottobre 2025, con l’intesa di Sharm el-Sheikh, il cessate il fuoco della prima fase: rilascio degli ultimi 20ostaggi ancora vivi e ritiro israeliano dietro la cosiddetta “linea gialla”. Poi si è fermato lì. Alla seconda fase, quella del disarmo di Hamas e della governance del dopoguerra, i negoziati non sono mai davvero arrivati.

Il piano fermo e la road map che resta

Da mesi Gaza vive in quella che gli analisti chiamano una condizione di “né guerra né pace”: l’esercito israeliano occupa ancora parte della Striscia, gli aiuti entrano troppo lenti, l’Onu avverte che restano sotto il minimo vitale. E i raid non si sono fermati, con centinaia di palestinesi uccisi nei mesi del cessate il fuoco proclamato. Il Board of Peace presieduto da Trump, dentro cui siede anche Tony Blair, sovrintende a una ricostruzione che non comincia.

Contro questo stallo le reti israelo-palestinesi hanno ripreso il filo del dialogo. Prima di Parigi c’era stato il People’s Peace Summit di Tel Aviv, diecimila persone in piazza per chiedere la fine della violenza. L’Alleanza per la pace in Medio Oriente mette insieme oltre 200 organizzazioni delle due società, una minoranza rumorosa che dice di rappresentare la maggioranza silenziosa di entrambe. A Parigi l’alta rappresentante europea Kaja Kallas ha annunciato oltre 20 milioni di euro per 88 organizzazioni della società civile, definendo quel lavoro indispensabile alla diplomazia. Belle parole. Solo che a un anno dal primo summit di Parigi gli organizzatori hanno dovuto ritrovarsi per ripetere le richieste già fatte nel 2025: il segno che nel mezzo nessuno ha mosso niente.

L’Italia che proclama e non si presenta

E qui torna l’assenza italiana, che pesa più di una distrazione d’agenda. Nel settembre 2025 l’Italia aveva votato a favore della Dichiarazione di New York sulla soluzione dei due Stati, approvata dall’Assemblea Onu con 142 sì, 10 no e 12 astenuti, e l’aveva pure co-sponsorizzata. Gli Stati che riconoscono la Palestina sono ormai 147. Il 9 giugno Tajani aveva ribadito che la politica estera italiana è “fondata sulla costruzione della pace” e che l’Italia è “pronta a fare la sua parte”.

Pronta dovunque, tranne che nella stanza dove la pace prova a costruirsi davvero. Intanto Giorgia Meloni è volata a Évian, accolta a Ginevra alla vigilia del G7 dove la stella è Trump, atteso con in tasca un possibile accordo Iran-Stati Uniti che Teheran non conferma. La road map della società civile chiede decisioni, non altre dichiarazioni. Sui due Stati il governo italiano le dichiarazioni le ha già messe tutte, votate e co-firmate. Poi, quando contava sedersi al tavolo di chi quella pace la prova sul campo, ha lasciato la sedia vuota.

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La sinistra che esulta perché Vannacci ruba voti a Meloni sta sbagliando bersaglio

Francesco Cancellato su Fanpage mette nero su bianco una cosa giusta: chi a sinistra festeggia perché Roberto Vannacci ruba voti a Giorgia Meloni non ha capito cosa arriva dopo. Il precedente è il Regno Unito del 2024. I Laburisti presero un voto su tre, il 33 per cento, e vinsero lo stesso, perché la destra si era spaccata tra conservatori e Reform Uk. La legge elettorale fece il resto.

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Italia “unica in regola” in Europa Anche no. E lo dice perfino l’articolo citato da Fratelli d’Italia per sostenerlo

L’8 giugno Fratelli d’Italia ha pubblicato su Instagram una grafica che riprende il titolo de Il Sole 24 Ore: l’Italia sarebbe «l’unica nazione dell’Eurozona» a rispettare i limiti di spesa del nuovo Patto di stabilità, mentre Francia e Germania sforano. Nella descrizione il partito di Giorgia Meloni attacca la sinistra che «pronosticava il baratro» e celebra una nazione «finalmente capace di farsi guardare con rispetto in Europa». Bella storia. Peccato sia gonfiata.

A sgonfiarla ci ha pensato Pagella Politica, che l’11 giugno è andata a leggere i documenti della Commissione europea, proprio quelli che il post sventola come prova. L’Eurozona conta 21 Paesi e l’Italia, in regola, è in compagnia: conformi o previsti conformi nel 2026 risultano anche Germania, Estonia, Irlanda, Grecia e Lettonia, più Cipro e Portogallo con qualche criticità. Lo scrive perfino lo stesso articolo del Sole ripreso da FdI: superano il tetto di spesa 15 dei 21 Paesi. Gli altri sei stanno sotto, e l’Italia è una dei sette.

Il dato vero, intanto, esiste: la crescita della spesa netta italiana per il 2026 è stimata all’1,4 per cento, sotto il limite dell’1,6, con un margine di 2 miliardi di euro. Anche il dato cumulato sta sotto il tetto, 0,8 per cento contro 0,9. Solo che da lì all’«unica in regola» ce ne corre, e il fact-checking firmato da Leonardo Becchi lo dice piano: un dato favorevole c’è, il primato è invenzione.

Quello che la grafica dimentica

La Germania, dipinta come fuori dai parametri, è valutata conforme dalla Commissione grazie alla flessibilità concessa per la spesa in difesa, pur con una spesa netta al 5,6 per cento contro un limite del 4,5. La Francia è a rischio sul dato annuale ma conforme su quello cumulato. E gli stessi documenti che FdI brandisce aggiungono che i conti italiani restano fragili: debito altissimo, produttività ferma, un deficit eccessivo da correggere entro il 2026, dopo che nel 2025 i tetti erano stati superati. Il rispetto dei limiti, del resto, è il compito di un Paese sotto procedura, mica una medaglia. Festeggiare l’obbligo come trionfo magari è un po’ eccessivo.

Un metodo, mica un incidente

Sarebbe un episodio, se fosse isolato. È la terza volta in quattro giorni che la macchina della comunicazione meloniana prende un numero vero, lo stacca dal contesto e lo gonfia. Il 9 giugno Pagella Politica aveva smontato l’annuncio dei 14 miliardi per l’energia: la flessibilità concessa da Bruxelles il 3 giugno esclude proprio il taglio delle accise e i sussidi agli idrocarburi già varati, cioè gli interventi che Meloni rivendicava di poter finanziare, mentre il commissario Valdis Dombrovskis definiva la riduzione «non mirata» delle accise «socialmente ed economicamente inefficiente». L’11 giugno, davanti a Camera e Senato in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, la presidente del Consiglio ha offerto altro materiale: undici dichiarazioni verificate, parecchie ritoccate. Il calo degli sbarchi «dell’80 per cento» regge solo scegliendo la finestra che conviene, i primi cinque mesi del 2026 contro il 2023: su base annua il calo è del 58 per cento, rispetto al 2022 del 37. I costi dell’accoglienza 2014-2016 diventano «tra gli 8 e i 10 miliardi», quando l’Osservatorio CPI della Cattolica ne conta circa 4,6 per la sola accoglienza: il doppio, con un arrotondamento disinvolto.

Il metodo è sempre quello, ed è chiaro: si parte da un dato vero, lo si stira fino al primato, si dà del gufo a chi verifica, mestiere che Pagella Politica fa dal 2012, contando sul fatto che il numero vero in mezzo regga tutto il resto. La grafica dell’8 giugno andrebbe incorniciata, anzi archiviata agli atti: è il manuale della propaganda di governo in un solo post. I fatti, dice FdI, raccontano un’altra storia. Già, e a quanto pare la raccontano pure a loro. Solo che stavolta era scritta nero su bianco.

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Salvini pensa al Ponte sullo Stretto, ma intanto sulla Sicilia un’estate a ostacoli per il trasporto ferroviario

Per andare in treno da Trapani a Messina, in Sicilia, servono dalle 7 ore e mezza alle 9 ore e mezza, con due o tre cambi e appena 4 corse al giorno. Sulla carta è un viaggio dentro la stessa regione, in pratica è una traversata. E’ la Sicilia del 2026: la Palermo-Agrigento è sospesa dal 15 maggio al 30 settembre per i cantieri, un intervento da 85 milioni di euro con 250 tra operai e tecnici al lavoro, treni cancellati e bus sostitutivi proprio nei mesi in cui l’isola si riempie di turisti.

Il resto è storia vecchia, anzi vecchissima. La Trapani-Palermo via Milo è chiusa dal febbraio 2013 per una frana, e la fine dei lavori oggi viene ipotizzata per il 2028, dopo tredici anni di annunci e rinvii. La Caltagirone-Gela è ferma dall’8 maggio 2011, quando crollò un viadotto. Quindici anni di autobus. «Il problema è l’immobilismo», ha detto a Collettiva Domenico Maimone, coordinatore delle attività ferroviarie della Filt Cgil Sicilia, descrivendo una rete di oltre 1.300 chilometri ancora in larga parte a binario unico, dove per realizzare i lavori si è dovuto scegliere chi penalizzare tra pendolari e turisti. La scelta è caduta sull’estate, perché gli abbonati garantiscono i ricavi da settembre a giugno, e così il disagio è finito addosso a chi arriva in vacanza e a chi in vacanza proprio non può andarci. E i lavoratori delle tratte chiuse, racconta il sindacalista, si sono arrangiati: chi ha bruciato le ferie arretrate, chi è passato al part-time, chi ha accettato la trasferta.

Un’estate di bus sostitutivi

Solo che il problema ha smesso da tempo di essere siciliano. Per l’estate sono state annunciate 8 interruzioni programmate sulle linee principali, con circa 1.300 cantieri attivi ogni giorno: l’alta velocità Firenze-Roma si ferma dal 10 al 28 agosto, la Milano-Venezia dal 2 al 16 agosto con allungamenti fino a 90 minuti, la Milano-Bologna dal 10 al 17 agosto, e la Milano-Genova resta chiusa dal 20 luglio al 28 agosto per i lavori sul ponte sul Po. Dal 2023 le interruzioni programmate sulla rete sono cresciute del 115 per cento, e il Codacons ricorda che questa è la terza estate consecutiva passata tra deviazioni, bus e treni soppressi, chiedendo almeno una riduzione delle tariffe sulle tratte colpite. Del resto i pendolari sanno già come va a finire: sulla Palermo-Agrigento, dopo i lavori estivi del 2024, il comitato dei pendolari aveva contato in meno di cinque mesi 83 treni soppressi e oltre 14 mila minuti di ritardo.

I cantieri, certo, servono: il Pnrr ha scadenze rigide e l’infrastruttura paga decenni di manutenzione mancata. Eppure chi governa i trasporti italiani da quasi quattro anni ha scelto di raccontare un’altra storia, e di metterci pure la faccia.

Il ministro del ponte

Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, ha un dossier solo: il ponte sullo Stretto. Un’opera lievitata dai 3,9 miliardi della prima progettazione del 2006 agli attuali 13,5 miliardi, con la Corte dei conti che nell’autunno 2025 ha negato il visto alla delibera di approvazione e un nuovo voto del Cipess atteso entro fine giugno, mentre l’entrata in esercizio è già slittata al 2034. Il governo ha addirittura spostato 2,8 miliardi dal ponte a Rfi per puntellare i conti dei cantieri ferroviari, un travaso che il ministro ha salutato con “grande soddisfazione”. Lui, da parte sua, ha smesso di dare date: «prima voglio vedere la carta e poi partono i lavori», dice. E intanto, sul Ponte, è arrivata la Procura.

Il quadro è chiaro, senza troppe analisi: la propaganda corre verso un’opera che esiste solo nei rendering, mentre chi parte da Agrigento sale su un autobus, chi abita a Niscemi aspetta un treno dal 2011 e chi va da Trapani a Messina mette in conto nove ore. Il ministro promette il 2034. I siciliani, intanto, devono attraversare l’estate del 2026.

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Tre anni killer in Cisgiordania

In Cisgiordania tre anni hanno ucciso più dei diciassette anni precedenti. Tra il 2006 e il 2022 i civili palestinesi uccisi da esercito e coloni israeliani erano stati 1.036, tra cui 225 bambini. Dal 2023 sono 1.244, con 268 bambini. Lo certifica Oxfam l’11 giugno, sui dati delle Nazioni Unite, e il conto si rovescia.

Negli stessi tre anni gli sfollati forzati sono oltre 46 mila, contro i 13 mila dei quattordici anni precedenti. Le barriere che bloccano la circolazione di tre milioni di palestinesi sono salite a 925, il 43% in più. Solo nei primi mesi del 2026 si contano oltre 540 attacchi dei coloni, 33 uccisi, più di 2.200 sfollati, 60 infrastrutture idriche distrutte, l’acqua compromessa per 32 comunità.

“Mentre gli occhi del mondo erano puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza”, dichiara Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, “in Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica”.

E la sequenza è scritta. A luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia stabilisce che gli Stati devono astenersi dai rapporti economici che sostengono l’occupazione illegale. Il 14 maggio 2026 i leader di opposizione Bonelli, Conte, Schlein e Fratoianni depositano alla Camera una legge per vietare l’import di beni e servizi dagli insediamenti. Da un mese è ferma. Intanto l’Italia continua a comprare da Israele circa un miliardo l’anno.

A Bengasi Domenico Centrone e Dina Alberizia, fermati il 24 maggio, restano detenuti e in sciopero della fame; Amnesty il 10 giugno ne ha chiesto il rilascio. La contabilità della Cisgiordania ha già scritto quale numero cresce. La legge che dovrebbe fermarlo aspetta in un cassetto.

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