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Giornata mondiale del rifugiato, ricorrenza amara nell’anno in cui il diritto d’asilo arretra in Europa

Settantacinque anni fa, il 28 luglio 1951, a Ginevra si firmava la Convenzione sullo status di rifugiato: chi scappa da guerra e persecuzione ha diritto a chiedere protezione, e lo Stato che lo accoglie non può ricacciarlo dove rischia la vita. Oggi, 20 giugno, quel diritto compie gli anni con la Giornata mondiale del rifugiato. E l’Europa lo festeggia smontandolo.

A dirlo, alla vigilia, è SOS Humanity, l’organizzazione tedesca che gestisce la nave di soccorso Humanity 1. Parla di una crisi dello Stato di diritto nelle politiche migratorie europee, e richiama un memorandum per la protezione dei rifugiati promosso insieme ad altre sigle tedesche, da Pro Asyl a Diakonie ad Amnesty International. L’allarme poggia su due atti molto concreti che, nel giro di un mese, hanno spostato l’asticella.

Strasburgo e Bruxelles

Il primo è la Dichiarazione di Chişinău. L’hanno adottata il 15 maggio 2026 tutti i 46 Stati del Consiglio d’Europa, e pur non essendo vincolante chiede di rileggere la Convenzione europea dei diritti dell’uomo quando di mezzo ci sono stranieri da espellere o estradare. Amnesty International la legge come l’apertura di un sistema di diritti umani a due livelli: pieni per i cittadini, ridotti per i migranti. La stessa dichiarazione apre all’esame delle domande in Paesi terzi e agli hub di rimpatrio fuori dai confini europei. Da dove nasce? Da una lettera di nove capi di governo del maggio 2025, guidati da Italia e Danimarca, che accusava la Corte di Strasburgo di proteggere “le persone sbagliate”. 

Il secondo atto è già in vigore. Il Patto europeo su migrazione e asilo, dieci provvedimenti approvati nel 2024, si applica dal 12 giugno, una settimana fa. Introduce una procedura di frontiera obbligatoria per chi arriva dai Paesi con un tasso di riconoscimento sotto il 20%, fino a dodici settimane in cui, scrive Human Rights Watch, il richiedente resterà quasi sempre trattenuto. Famiglie con bambini comprese. Sulla carta è efficienza. Di fatto è detenzione amministrativa per chi non ha commesso alcun reato. L’Italia, da parte sua, ha fatto da apripista con i centri costruiti in Albania per spostare l’esame di una parte delle domande fuori dal proprio territorio.

La frontiera spostata in mare

E poi c’è il mare, dove la frontiera l’Europa l’ha già spinta verso sud da tempo. Dal 2016 l’Unione finanzia la cosiddetta guardia costiera libica perché intercetti i barconi e li riporti indietro. Tra il gennaio 2018 e il settembre 2025, secondo l’OIM, sono state riportate in Libia circa 145mila persone; Sea-Watch parla di oltre 169mila dal 2016. Rispedite nel Paese da cui erano fuggite, dentro quei centri di detenzione dove torture, percosse e stupri sono documentati da anni. Un respingimento per procura, vietato dalla Convenzione di Ginevra ma pagato con denaro europeo, circa 74 milioni solo per i programmi sul confine.

A ottobre un gruppo di eurodeputati ha chiesto alla Commissione di chiudere i rubinetti, citando tratta, lavoro forzato, violenze sessuali e torture. Bruxelles ha difeso la collaborazione definendola necessaria. E la stessa Humanity 1, in Italia, è già stata fermata per decreto: chi documenta cosa accade in mare diventa il problema da rimuovere.

Intanto il conto dei morti non si ferma. Nel 2025 l’OIM ha contato quasi 7.900 persone morte o scomparse sulle rotte migratorie, 1.330 solo nel Mediterraneo centrale, la rotta più letale del mondo. Dal 2014 sono oltre 80mila.

Settantacinque anni dopo Ginevra la promessa era semplice: nessuno va rimandato verso il pericolo. Domani la si celebra con cortei e comunicati, mentre i governi che l’hanno firmata lavorano a smontarla un comma alla volta. Marie Michel, di SOS Humanity, parla di un diritto individuale all’asilo ormai sotto attacco in Europa. E a guidare l’assalto, stavolta, c’è anche l’Italia.

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Lo sterminio certificato dall’Onu

Duemilaseicentosessantotto bambini palestinesi uccisi a Gaza dalle forze israeliane nel 2025, altri 4.588 ancora in fase di accertamento. Sono cifre che le Nazioni Unite dichiarano verificate.

Il rapporto annuale dell’Onu sui bambini e i conflitti armati, firmato dal segretario generale António Guterres e diffuso questa settimana, conta 38.558 violazioni gravi nel mondo su 24.174 minori: il totale più alto da quando il monitoraggio esiste, dal 1996. Per la prima volta in trent’anni a guidare l’elenco dei responsabili sono le forze di uno Stato e non i gruppi armati. In testa c’è l’esercito israeliano con le sue forze di sicurezza, 12.445 violazioni, davanti a Congo, Myanmar e Somalia.

L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha risposto il 18 giugno definendo il documento «uno dei più grandi fallimenti morali nella storia delle Nazioni Unite» e accusando Guterres di confondere «uno Stato democratico che lotta per la sopravvivenza» con le organizzazioni terroristiche. Settimane prima lo stesso Guterres aveva inserito Israele in un’altra lista, quella sulla violenza sessuale nei conflitti, e il governo aveva minacciato di rompere ogni rapporto con lui.

Il rapporto attribuisce ai coloni 326 violazioni gravi e avverte che nel 2026 potrebbero entrare anch’essi nell’elenco. Il 19 giugno il Consiglio europeo ha condannato “la continua e crescente violenza dei coloni contro i civili palestinesi” e chiesto misure contro i ministri estremisti. Per ora restano parole senza decisioni vincolanti.

A Bengasi, dal 24 maggio, restano detenuti Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, i due italiani del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla: il procuratore libico ha prolungato le indagini di altri trenta giorni, senza fissare un’udienza.

L’elenco delle Nazioni Unite esiste dal 1996. Per la prima volta il primo nome è quello di un esercito di Stato.

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La parabola atlantica (discendente) di Giorgia Meloni

Per farsi umiliare come ieri serve un metodo: corteggiare Donald Trump senza pudore e spacciare l’infatuazione per politica estera. Giorgia Meloni quel metodo l’ha applicato alla perfezione. Ieri il presidente americano al telefono con La7 ha spiegato agli italiani che la loro premier lo avrebbe «implorato» di fare una foto con lui al G7 di Evian, e che gliel’ha concessa perché «mi ha fatto pena». Roba da asilo, certo. Solo che l’asilo, stavolta, è il rango internazionale dell’Italia.

Trump fa quello che è: non si sente presidente degli Stati Uniti, si sente Trump, e il Paese che dovrebbe rappresentare gli pare un orpello. Insulta una persona, che è pure capo di governo, convinto di non toccare uno Stato. E lo fa con la spocchia del maschio che alla donna concede l’elemosina e poi la racconta, perché esibire l’umiliazione vale più del galateo fra alleati.

Il guaio vero, però, se lo è cercato lei. Meloni si è venduta per anni come «ago della bilancia», il ponte tra Washington e Bruxelles, l’unica capace di parlare al tycoon. Ha scambiato una simpatia per una carica e ha spacciato come asse geopolitico uno strascico sentimentale. Risultato: l’Italia ridotta a straccio, appesa alle bizze di un signore che la tratta a seconda dell’umore.

Da Bruxelles la premier ha replicato che «io e l’Italia non imploriamo mai», e che le dispiace vedere Trump così arrendevole con i nemici dell’Occidente. Dignità tardiva. Il gelo, del resto, viene da lontano: era già esploso sull’Iran, con l’equilibrismo del né approvare né condannare, la difesa del Papa dagli attacchi del Tycoon, il no alla base di Sigonella e da pupilla del presidente lei era scivolata a imputata di scarso coraggio nel giro di una stagione. E mentre Antonio Tajani disdice in fretta la trasferta americana per salvare la faccia, la sostanza resta.

Perché su quell’amicizia Meloni ha costruito quasi tutta la sua statura internazionale, dall’inaugurazione del 2025 da unica europea in platea fino alle foto a Mar-a-Lago. La merce su cui aveva puntato l’ha tradita in diretta Tv. E all’estero la fotografano per quello che è oggi: una premier che ha appeso la propria autorevolezza a un selfie e adesso lo smentisce davanti alle telecamere. Chiede rispetto per l’Italia: bastava non offrirla in saldo.

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Carne coltivata: l’Ue non ha vietato di produrla, ma solo di darle certi nomi. Pagella Politica corregge il ministro Lollobrigida

Il 17 giugno Francesco Lollobrigida pubblica su Instagram una grafica gialla: “Da Europarlamento stop a carne sintetica e meat sounding”, e sotto, come da curva dello stadio, “avevamo ragione noi”. Nel post il ministro dell’Agricoltura rivendica di essere stato “il primo al mondo a vietare la produzione e il commercio della carne sintetica” e annuncia che adesso “anche il Parlamento europeo segue la linea italiana”.

Peccato che il Parlamento europeo non abbia vietato niente.

Il 16 giugno 2026 l’Aula di Strasburgo ha approvato, con 560 voti favorevoli, 75 contrari e 25 astensioni, la riforma dell’organizzazione comune dei mercati agricoli, l’Ocm, un regolamento pensato per rafforzare la posizione degli agricoltori nei contratti di filiera. Il grosso del testo sta lì: contratti scritti obbligatori, organizzazioni di produttori più forti, prezzi che dovrebbero coprire i costi reali in azienda. Dentro c’è pure una norma sulle parole: si introduce una definizione di carne come “parti commestibili degli animali” e si riservano 31 denominazioni, da beef a bacon, da bistecca a costine, ai soli prodotti che la carne la contengono davvero. Chi vende qualcosa ottenuto da colture cellulari quei nomi non potrà appiccicarli sull’etichetta.

Si blinda un nome, si lascia in piedi il prodotto. La carne coltivata, quella cresciuta in laboratorio da cellule animali, in Europa resta dove stava: senza autorizzazione come novel food, quindi già fuori dal mercato prima ancora del voto. Il regolamento stabilisce come la potrai chiamare il giorno in cui arriverà. Sul se la puoi produrre, tace.

Cosa ha letto il ministro

Lollobrigida interpreta “denominazioni riservate” come “divieto”. Legge una regola sull’etichetta e annuncia uno “stop” alla produzione.

E poi c’è il calendario a frenare ulteriormente gli entusiasmi. Quel testo non è ancora legge. L’accordo provvisorio tra Parlamento e Consiglio risale al 5 marzo 2026, l’Aula lo ha confermato a giugno, ma per entrare in vigore manca ancora il via libera formale del Consiglio dell’Unione europea. Il ministro festeggia una norma che deve ancora chiudere il giro, e intanto la spaccia per vittoria definitiva.

La linea italiana, e la confusione che la segue

La linea italiana esiste davvero, ed è un’altra cosa. La legge 172 del 2023, in vigore dal 16 dicembre di quell’anno, voluta dallo stesso Lollobrigida insieme al ministro della Salute Orazio Schillaci, vieta sul serio produzione, vendita e importazione della carne coltivata sul territorio nazionale. Un divieto pieno, oggi l’unico statale al mondo. Strasburgo ha fatto qualcosa di molto più stretto, ha protetto dei nomi, e su quei nomi va davvero nella stessa direzione di Roma. Sul divieto di produrre, l’Aula non l’ha seguita: quel passaggio italiano non lo ha ripreso. La relatrice del testo, la francese Céline Imart (Ppe), ha insistito su etichette e trasparenza per i consumatori, mai sulla messa al bando.

Messo davanti alla smentita di Pagella Politica, il ministro ha risposto spostando il bersaglio: la “poltiglia cellulare”, ha scritto, in Europa non è prodotta né venduta, e comunque non potrà chiamarsi carne. Vero, solo che è un’altra frase rispetto a “l’ha vietata il Parlamento europeo”. Dal “vietato” al “non si può chiamare carne” corre lo stesso spazio che separava il post dalla realtà.

“Avevamo ragione noi”, ha chiuso. Su cosa, andrebbe spiegato con calma: sul nome che cambia, sul divieto che non c’è, o sul testo che il Consiglio deve ancora votare. Tre risposte diverse, e nessuna coincide con la grafica gialla.

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La frontiera blindata l’hanno firmata gli europeisti

La penna che ha scritto il regolamento sulle procedure d’asilo, l’architrave del nuovo Patto migrazione e asilo, è di Fabienne Keller, gruppo Renew. La penna del regolamento rimpatri, approvato dal Parlamento europeo il 17 giugno con 418 voti, è di Malik Azmani, ancora Renew. I due testi che blindano la frontiera europea portano la firma del centro che si proclama europeista. A votarli…

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I soliti (coloni) introvabili sospetti

A Jiljilya, a nord di Ramallah, i coloni hanno trovato sbarrata la porta della moschea e hanno dato fuoco alla sala delle abluzioni. Era la notte del 17 giugno. Sul muro esterno, la firma: “vendetta”, “notte delle moschee”, “un saluto dai Giovani delle Colline”. Stesso copione, intorno alle tre, a Mazra’a al-Nubani, con bottiglie molotov. Osama Abdullah, capo del consiglio del villaggio, all’Afp parla di soffitto e muri anneriti.

L’esercito israeliano ha confermato incendio e scritte. Poi ha messo a verbale che “le forze hanno cercato i sospetti”, i quali però “erano fuggiti prima del loro arrivo”. Gli incendiari si firmano sul muro e per lo Stato restano introvabili.

Il quadro lo ha fissato l’11 giugno Stéphane Dujarric, portavoce del segretario generale dell’Onu, per conto di OCHA: nel solo 2026 gli attacchi dei coloni con vittime o danni hanno superato quota mille, in oltre 230 comunità, sei al giorno, «più alta di qualsiasi anno mai registrato». Jiljilya in quel conto c’era già: il 16 maggio un attacco aveva sfollato 137 persone, 81 bambini, ventidue famiglie beduine. Lo stesso villaggio colpito due volte in un mese, prima la fuga poi il rogo.

La Cisgiordania è territorio occupato, e la Corte internazionale di giustizia nel parere del luglio 2024 ha dichiarato illegale la presenza israeliana. Lì oltre cinquecentomila coloni vivono accanto a tre milioni di palestinesi, e gli arresti per le loro violenze restano rari, le condanne ancora meno. Intanto a Gaza il Ministero della Salute ha certificato il 17 giugno 1.005 uccisi dall’inizio della tregua di ottobre.

Restano a Bengasi dal 24 maggio Domenico Centrone, 33 anni, di Molfetta, e Dina Alberizia, 67: il procuratore libico ha prorogato le indagini di altri trenta giorni. Oggi Amnesty e Global Sumud in presidio a Bari, in piazza Gaza.

I sospetti, mette a verbale l’esercito, “erano fuggiti”. Il rogo certificato, gli incendiari firmati e introvabili.

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Nuovo regolamento Ue sui rimpatri: a parole liberali e cristiani, ma poi Forza Italia ha votato a favore insieme a Vannacci

Il 17 giugno il Parlamento europeo ha licenziato il regolamento rimpatri: 418 voti a favore, 218 contrari, 30 astenuti. In quei 418 c’è Forza Italia, e accanto a Forza Italia c’è il gruppo dell’Europa delle nazioni sovrane, la famiglia dell’AfD tedesca dove siede Roberto Vannacci. Stesso sì, stesso tabellone.

Per mesi gli azzurri hanno spiegato di essere un’altra cosa. Liberali, cristiani, europeisti, gente di Partito popolare. Antonio Tajani ha ripetuto che Forza Italia è «una grande forza liberale», ha spostato la barca verso il centro, ha corteggiato perfino Carlo Calenda per allargare il campo dei moderati. In casa il partito ha messo la faccia su qualche battaglia di marca liberale, dal fine vita alla riforma della prescrizione, e ha fatto del garantismo la propria cifra. Tutto legittimo, perfino sincero. Solo che la prova del nove non era un convegno tra moderati: era il tabellone di Strasburgo. E sul voto che contava davvero quei distinguo sono evaporati in un pomeriggio.

Il cordone che si scioglie

A Strasburgo è saltato l’argine che a Bruxelles chiamavano cordone sanitario, quello che teneva l’estrema destra fuori dalle decisioni vere. Il regolamento è passato con i popolari del Ppe insieme ai conservatori dell’Ecr di Fratelli d’Italia, ai Patrioti della Lega e ai sovranisti dell’Esn, il gruppo nato attorno all’Afd. Una maggioranza che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen non controlla, e che sull’immigrazione si salda a destra.

Conviene capire cosa hanno votato i liberali. Il testo consente di trattenere chi riceve un ordine di rimpatrio fino a 24 mesi, prorogabili a 30. Apre i return hub, centri di detenzione in Paesi terzi sul modello dei due centri albanesi di Gjader e Shengjin. Autorizza le perquisizioni nelle abitazioni private. Cancella la sospensione automatica dell’espulsione quando il migrante fa ricorso, e lascia la tutela alla valutazione caso per caso dei giudici. Trenta mesi di detenzione amministrativa e ispezioni domestiche, votati da chi si dice garantista. Del resto, quando in ballo ci sono i migranti, il garantismo azzurro prende le ferie.

Cristiani fino al tabellone

Mentre l’aula approvava, gli eurodeputati di destra scandivano «send them back», e dai banchi opposti partivano grida di vergogna. Vannacci, che la Lega l’ha lasciata il 3 febbraio per fondare Futuro Nazionale, ha festeggiato sui social riassumendo il suo voto in una parola: «Remigrazione». La stessa che la sua costituente romana ha appena scritto nel programma, presa di peso dall’AfD.

C’è un dettaglio che rende la scena più nitida. Dal centrodestra Vannacci è trattato da appestato: il sottosegretario leghista Nicola Molteni gli ricorda che il governo non prende lezioni da chi ieri stava in maggioranza e oggi siede con l’opposizione, da Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ripete che chi vota contro Giorgia Meloni non è un alleato. Poi, sul regolamento, votano tutti dalla stessa parte. Il reietto e i moderati, l’Esn dell’AfD e il Ppe di Tajani.

E i cristiani? A Castel Gandolfo, sul tema della remigrazione, Papa Leone XIV ha tagliato corto: dire «lo mandiamo via, così ci laviamo le mani del problema» non gli sembra una risposta cristiana. Forza Italia, che del cristianesimo fa un vessillo identitario, ha votato il provvedimento che l’estrema destra festeggia come l’inizio della remigrazione. Il Papa da una parte, il voto azzurro dall’altra.

Poi c’è l’aritmetica, impietosa con tutti. Nel 2024 l’Unione ha emesso 453.840 ordini di espulsione e ne ha eseguiti 119.155, poco più di uno su quattro, dati Eurostat. L’Italia, nel 2025, di rimpatri ne ha eseguiti 6.772, numero del Viminale. Trenta mesi di gabbia e perquisizioni in casa non spostano quelle cifre: servono a far sembrare più dura una macchina che resta inceppata. Forza Italia ha barattato la sua diversità per un posto su quel tabellone. Liberale e cristiana, dice.

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La geografia delle aree ad alta densità mafiosa secondo il Csm: 11 procure da Caltanissetta a Roma. Il Nord è fuori dai radar

Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno. Sono le 11 procure che la quinta commissione del Csm (Consiglio superiore della magistratura) ha collocato, con la delibera dell’11 giugno 2026, nelle «zone ad alta densità mafiosa». Dieci stanno nel Mezzogiorno. L’undicesima è Roma, e da lì in su il confine si chiude: nella geografia che ne esce la mafia si ferma prima della Pianura padana.

La scelta non è un esercizio di cartografia perché decide chi può guidare quelle procure. Negli uffici dell’elenco l’esperienza antimafia pesa nelle nomine dei vertici; fuori da quell’elenco scivola tra i titoli secondari. A Milano, Torino e Bologna, per aspirare al posto di procuratore o di aggiunto, aver lavorato in un pool antimafia smette di essere decisivo. Il messaggio è semplice: dove la mafia ammazza serve chi la conosce, dove si limita a comprare basta un buon amministratore di carriere.

La sentenza che dice il contrario

L’Emilia-Romagna è un distretto di mafia, e a dirlo non è un convegno. Lo ha certificato la Corte di Cassazione il 7 maggio 2022, chiudendo il processo Aemilia, il più grande mai celebrato contro la ‘ndrangheta al Nord: oltre 70 condanne definitive, l’indagine aperta nel 2015 con 117 arresti, la cosca dei Grande Aracri arrivata da Cutro, in provincia di Crotone, e annidata nell’edilizia, nella logistica, nel movimento terra. La procuratrice generale Lucia Musti la definì la nona sentenza per associazione mafiosa nella regione. La nona, su un territorio dove i clan hanno preferito le banche ai kalashnikov. Eppure Bologna resta fuori dall’elenco.

Anzi, dalla stessa Bologna arriva il secondo movimento. Il 27 maggio la quinta commissione ha escluso Beatrice Ronchi dalla corsa per il posto di aggiunto: la pm che ha rappresentato l’accusa in Aemilia e firmato le inchieste Grimilde e Perseverance contro i clan calabresi radicati in regione. 112 magistrati hanno sottoscritto un documento per chiedere al plenum di rivedere la scelta. Il criterio che l’ha tenuta fuori premia l’anzianità sull’esperienza specifica, esattamente l’opposto di quello che il Consiglio pretende al Sud.

Il sistema si difende

Il Csm non nega le mafie al Nord, sarebbe impossibile davanti a sentenze passate in giudicato. Sostiene che Milano, Bologna e Torino non tocchino la densità del Sud. Roberto Fontana, unico componente milanese del Consiglio, ha difeso la delibera: esistono «territori ad alta intensità mafiosa» e altri dove la presenza «può dirsi bassa», e la Lombardia andrebbe nella categoria di mezzo. «Per quanto nel distretto di Milano – ha spiegato il consigliere a Il Giornale – vi siano stati negli ultimi vent’anni numerosi maxi processi in materia di criminalità organizzata mafiosa, io, operando una ragionevole comparazione con le forme e l’intensità del fenomeno (sotto il profilo del livello di penetrazione nel tessuto sociale) in alcune province del Sud, non avrei dubbi nel collocare la Lombardia nella seconda categoria».

Intanto, il processo più importante alla criminalità organizzata in Lombardia, è entrato nel vivo con due pm sotto scorta raddoppiata per minacce di morte. Una città che le relazioni della Dia fotografano da vent’anni come capitale economica della ‘ndrangheta finisce a metà classifica.

«Ma in che mondo vivono costoro?», ha reagito Nando Dalla Chiesa, che Milano la chiama la metropoli dove più si saldano le mafie. Libera ha portato presidi e flash mob davanti ai tribunali del Nord, da Torino a Bologna a Reggio Emilia, con uno slogan che è già una smentita: le mafie sono anche qui, e a dirlo sono i dati.

Il Consiglio riconosce la mafia dove ha sparato e sciolto i comuni, molto meno dove ricicla, investe e compra il silenzio. È la lettura che le ‘ndrine del Nord conoscono meglio di tutti: restano invisibili proprio dove conviene esserlo, e adesso pure col timbro di un organo dello Stato che archivia la loro presenza come faccenda meridionale. Il 41 bis sta al Sud, i capitali stanno al Nord. Il confine, stavolta, lo ha disegnato il Csm.

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Carcere di Sollicciano, sette sezioni sotto sequestro: è la prima volta in Italia per una struttura penitenziaria

Il 16 giugno 2026 lo Stato ha messo i sigilli a se stesso. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze, su richiesta della Procura, ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano: le sezioni 1, 2 e 7del reparto giudiziario maschile, le 9, 10 e 12 del penale, più l’area “Accoglienza”. Non era mai accaduto in Italia. E il meccanismo giuridico dice già tutto: quei reparti sono stati trattati come luoghi di lavoro, e su un luogo di lavoro valgono regole di igiene, abitabilità e sicurezza degli impianti che lì dentro mancavano.

A far scattare l’inchiesta, condotta da Squadra mobile, Guardia di finanza e tecnici della ASL, sono stati oltre 300 ricorsi presentati dai detenuti ai magistrati di sorveglianza. Dentro quelle celle si gela d’inverno e si soffoca d’estate, l’acqua calda spesso non arriva, ci sono cimici nei materassi, umidità e impianti elettrici fatiscenti. Su 502 posti regolamentari ne risultano disponibili 369, eppure i detenuti registrati erano 641. Nel 2025 a Sollicciano si sono tolti la vita quattro reclusi, un altro il 29 gennaio scorso. La procuratrice Rosa Volpe ha disposto il trasferimento di oltre 200 persone, metà dei reclusi delle sezioni maschili: vanno spostate, perché quei luoghi non possono più ospitarle.

Le promesse e il cantiere che non c’era

Torniamo indietro, al 21 marzo 2025, sempre lì: Antigone e Magistratura democratica visitano Sollicciano e ne chiedono la chiusura immediata. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non si muove. La legge di bilancio 2025 stanzia 9 milioni per riqualificare l’istituto, e il Dap affida la progettazione dei lavori soltanto il 15 maggio 2026, sul degrado denunciato da anni. Intanto il ministro Carlo Nordio ritiene la cosa risolvibile in fretta: «Entro il 2026 il problema del sovraffollamento sarà risolto», dice. Il suo piano carceri promette 10.676 nuovi posti entro dicembre 2027. Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone, lo legge così: “Il governo non vuole regole, non gradisce controlli”.

I numeri spiegano perché. Al 30 aprile 2026, secondo il XXII Rapporto di Antigone, nelle carceri italiane c’erano 64.436 detenuti su 46.318 posti effettivi: tasso reale al 139,1%, 73 istituti oltre il 150%, 8 oltre il 200%. Da quando è partito il piano i posti disponibili sono calati di 537. La criminalità, intanto, cala: i reati nei primi mesi del 2025 sono scesi dell’8%. A crescere sono i reati: 55 nuovi, introdotti dal governo Meloni dall’inizio della legislatura. E le celle si riempiono.

L’Italia vista da Strasburgo

Il confronto europeo inchioda. Nelle statistiche penali Space del Consiglio d’Europa, aggiornate al 31 gennaio 2025, l’Italia conta 121 detenuti ogni 100 posti: peggio fanno solo Turchia e Francia (131) e la Croazia (123). Un anno prima l’indice italiano era 118, e cresce mentre la media dei sistemi vicini al pieno resta ferma. Non è una sorpresa piovuta dal cielo. L’8 gennaio 2013, con la sentenza pilota Torreggiani, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva già condannato l’Italia per trattamento inumano: celle sotto i tre metri quadri, acqua calda assente. La stessa partita è già davanti alla Corte costituzionale, che sulle condizioni di Sollicciano si pronuncerà a settembre. Tredici anni dopo, le stesse parole tornano dentro un decreto di sequestro.

Per anni il Dap, i ministri e le cabine di regia hanno annunciato fondi e scadenze, mentre i giudici raccoglievano testimonianze. A riaffermare un limite minimo di dignità è stata una Procura, non il governo che chiedeva legalità. Lo Stato ha dovuto mettere i sigilli a se stesso. Il sovraffollamento risolto entro l’anno, intanto, resta una frase pronunciata davanti a un carcere che un tribunale ha dichiarato inabitabile.

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Legge elettorale, dubbi (e calcoli) a destra sulla riforma: contro Vannacci, meglio tenersi il Rosatellum

C’è una mossa che alla maggioranza conviene più di qualsiasi riforma: non muovere niente. Tenersi il Rosatellum, la legge del 2017 che il centrodestra ha promesso per anni di cancellare, e lasciare che siano le urne a fare il lavoro. In commissione Affari costituzionali della Camera, a metà giugno, il leghista Stefano Candiani l’ha quasi ammesso: «Più facile restare con l’attuale legge elettorale». Se l’iter della riforma avanzi spedito (leggi pezzo a pagina 3), anche i dubbi iniziano a farsi strada.

Il calcolo ruota tutto attorno a un numero. Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, l’ex vicesegretario della Lega che il 13 e 14 giugno ha tenuto a Roma la sua assemblea costitutiva, è dato al 5,3% dalla Swg per il Tg La7, appaiato proprio al Carroccio. Davanti restano Fratelli d’Italia al 27,9% e il Pd al 22,1%, con le due coalizioni separate da pochi decimali. E con quel peso la simulazione dello stesso istituto dice tutto: se Vannacci entra nella coalizione, il centrodestra arriva al 47,1% e supera il campo largo fermo al 45,1%; se corre da solo, scende al 42,6% e perde.

E allora la convenienza si ribalta. Vannacci costruisce Futuro Nazionale come opposizione da destra al governo, e intanto accusa il nuovo testo di non prevedere le preferenze «che tanti avevano promesso». Con la legge in vigore può fare la campagna che gli riesce meglio: da solo, senza patti di maggioranza, raccogliendo i delusi e gli arrabbiati di una destra che governa e quindi non può più urlare. Poi, a urne chiuse, diventa l’ago della bilancia. E lì arriva il momento del “senso di responsabilità”: per non lasciare il Paese alla sinistra, l’alleato che fino al giorno prima ti dava del traditore torna utile. Carlo Calenda (Azione) ne è convinto da settimane, Meloni finirà per allearsi con lui. Matteo Renzi (Italia Viva) la mette giù più brutale: senza Vannacci, la destra perde.

Il premierato promesso e tradito

Qui scatta il primo tradimento. Torniamo indietro, al 18 giugno 2024: il Senato approva il premierato, l’elezione diretta del presidente del Consiglio, quella che Giorgia Meloni ha chiamato «la madre di tutte le riforme». Da allora il testo è fermo nella stessa commissione della Camera, dove oggi si discute di legge elettorale, e dopo la batosta referendaria è considerato congelato.

Il premierato prometteva di togliere al Parlamento i giochi del dopo-voto, di mettere sulla scheda un premier e una maggioranza già scelti dagli elettori. Tenersi il Rosatellum è esattamente l’opposto: il governo lo decidono, dopo, i numeri e i giochi di palazzo. La destra che giurava di “restituire la scelta ai cittadini” finirebbe per consegnarla, intera, alle trattative post-elettorali.

La quarta riforma mancata

Il secondo tradimento è una conta. Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 ha bocciato la separazione delle carriere con il 53,74% di no, e la riforma della giustizia è caduta. L’autonomia differenziata, la legge 86/2024 cara alla Lega, l’ha smontata la Corte costituzionale. Il premierato è nel congelatore. Restava la legge elettorale, l’unica arma ancora in mano all’esecutivo.

Abortire anche quella vuol dire chiudere la legislatura con quattro riforme annunciate e nessuna portata a casa. «Zero riforme», l’aveva sintetizzato mesi fa Giuseppe Conte (M5S), e la matematica finora gli sta dando ragione.

Intanto il testo dovrebbe arrivare in Aula entro il 26 giugno, in commissione la maggioranza ha presentato appena quattro emendamenti, e Futuro Nazionale continua a togliere deputati alla Lega e a Forza Italia. Francesco Lollobrigida giura che l’ingresso di Vannacci «non è all’ordine del giorno». Chiarissimo. Sempre che il partito che prometteva di ridare ai cittadini la scelta del premier alla fine, per sopravvivere, non finisca per tenersi la legge che fa scegliere tutto alle segreterie, e il governo a chi conta i seggi la mattina dopo.

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