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La neolingua dei meloniani e quell’ossessione tragicomica per il maschile – Lettera43

Dopo che la prima premier donna della storia della Repubblica italiana ha chiesto di essere chiamata il presidente tra i suoi è scattata la guerra di pronomi per compiacerla. Il risultato è un «lessico povero» che «limita gli strumenti di ragionamento complesso e critico». Uno degli archetipi dell’Ur-fascismo elencati da Eco nel 1995. Oggi ci siamo arrivati.

La neolingua dei meloniani e quell’ossessione tragicomica per il maschile

Pochi giorni da alla Camera la deputata del Partito democratico Maria Cecilia Guerra è sbottata. Senza perdere la sua elegante gentilezza ha preso la parola e si è rivolta al presidente di turno, il forzista Giorgio Mulè, chiamandolo «signora presidente». Guerra ha sottolineato come poco prima il deputato di Fratelli d’Italia Marco Perissa in un suo intervento avesse chiamato «segretario» la leader dei dem Elly Schlein. «Quindi se è permesso rivolgersi a una donna con appellativo maschile, allora è consentito anche a me rivolgermi a lei al femminile a meno che non richiami tutti quelli che continuano a chiamare le donne al maschile. Lei tiene al suo genere, io tengo al mio», ha spiegato Guerra. Impagabile la reazione del maschio Mulè: «Onorevole Guerra, avrei qualcosa da ridire. La mia identità è quella e se si rivolge a me lo faccia come presidente, non si può rivolgere a me come ‘signora presidente’».

Il Giurì d'onore chiesto da Conte su Meloni si farà, l'annuncio del presidente della Camera Fontana
Giorgio Mulè (Ansa).

L’ossessione tragicomica di utilizzare il maschile per ogni ruolo che sembri importante

A proposito di cose da ridire. Il 2023 verrà ricordato anche per un aspetto meno importante ma molto significativo: per un intero anno una schiera di stampa, di politici della maggioranza, di commentatori televisivi, di conduttori radiofonici e analisti da ufficio o da bar hanno chiamato al maschile la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Per un intero anno la prima presidente del Consiglio donna nella storia della Repubblica italiana ha non solo accettato ma addirittura richiesto di essere chiamata al maschile e con quella forzatura di genere nel linguaggio ha preteso di essere vista come paladina della libertà e delle donne. Il risultato è un’ossessione tragicomica che spinge il malcapitato di turno – come nel caso del deputato Perrissa – a utilizzare il genere maschile per qualsiasi ruolo gli sembri importante convinto di onorare così la sua capa. Sembra una storia di Calvino: dopo il cavaliere inesistente e il visconte dimezzato anche la presidente maschio.

La neolingua dei meloniani e quell'ossessione tragicomica per il maschile
Marco Perissa (Imagoeconomica).

Meloni “uomo dell’anno” perché secondo Libero il femminile è una diminutio insopportabile

Nel 2023 dare dell’uomo a una donna è diventato un complimento e a nessuno dei portatori dell’egemonia culturale di questo governo scappa da ridere riguardandosi indietro. Anzi, peggio: l’ex portavoce della presidente del Consiglio ora direttore di Libero ha pensato di eleggere Giorgia Meloni “uomo dell’anno” in prima pagina per onorarne la capacità di prepotenza e di dominazione. Il direttore Sechi deve avere pensato che femmina fosse un sinonimo di mollezza e che servisse una parola sola per indicarne il verbo. C’è da scommettere che avrà pensato a quel “donna con le palle” già imbarazzante in un film western. Infine ha deciso che l’aggettivo migliore fosse “uomo”. Il femminile da quelle parti è una diminutio insopportabile per la leader. O il leader. Insomma, quella roba lì.

Giorgia Meloni è «l'uomo dell'anno» per il quotidiano Libero
Giorgia Meloni è «l’uomo dell’anno» per il quotidiano Libero

Fratelli d’Italia e quella celebrazione della donna-madre di fascistissima memoria

La zuffa sui pronomi è significativa perché contiene lo stesso seme che spinge una senatrice (o un senatore?) come Lavinia Mennuni – ovviamente di Fratelli d’Italia – ad andare in televisione per spiegarci che una donna si realizza solo se mamma. La celebrazione della madre e del fanciullo di fascistissima memoria si innesta in una carriera politica che si potrebbe riassumere così: battaglia per l’obbligo del presepe a scuola, sepoltura dei feti anche contro il volere delle madri, una protesta contro l’intitolazione di una piazza a Martin Lutero e 6 mila emendamenti presentati nel 2015 contro la delibera sulle unioni civili discussa in Campidoglio. La senatrice Mennuni (prendiamo lei come esempio, non ne abbia a male) è il prototipo di chi vuole esercitare la libertà di obbligare gli altri a fare quello che ritiene giusto.

La senatrice di FdI Mennuni «L'aspirazione delle nostre figlie deve essere quella di diventare mamme»
Lavinia Mennuni  (Imagoeconomica).

La lezione dimenticata di Eco sull’Ur-fascismo e la creazione del machismo

Per Umberto Eco il fascismo è esistito prima della dittatura fascista in Italia. Ed è continuato a esistere dopo il 25 aprile 1945. Non nella stessa forma o con le stesse modalità, ma nell’insieme delle sue caratteristiche culturali, psicologiche e comunicative. Nell’aprile del 1995, tre mesi dopo la caduta del primo governo Berlusconi, Umberto Eco si trovava a New York per tenere una conferenza alla prestigiosa Columbia University ed elencò gli archetipi di quello che chiamò Ur-fascismo. Il 12esimo punto era lo spostamento del culto dell’eroismo su questioni sessuali, creando il machismo. In questo modo secondo Eco vengono giustificati il «disdegno per le donne e una condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste, dalla castità all’omosessualità». Controllo e repressione della sessualità, quindi. Ma quello che ci interessa è l’ultimo punto, il 14esimo: l’uso di una “neolingua” non intesa come l’idioma inventato da George Orwell nel libro 1984, ma come un «lessico povero» caratterizzato da «una sintassi elementare, per limitare gli strumenti di ragionamento complesso e critico». Eccoci qui.

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Femminicidio, una parola da chiarire

Per l’enciclopedia Treccani la parola dell’anno è “femminicidio”. L’occasione è buona anche per un ripasso generale in un Paese in cui spesso si pensa che femminista sia sinonimo di femminile, e in cui una schiera di maschi spaventati rivendica l’istituzione del reato di maschicidio esibendo l’ignoranza di chi è convinto che vi sia femminicidio ogni volta che viene uccisa una donna. Basta scorrere la stessa Treccani per imparare che la connotazione di genere del termine “femicide” risale alla seconda metà del Novecento, quando la studiosa Diana Russell ha distinto gli omicidi di donne per motivi accidentali o occasionali tutte quelle uccisioni di donne, lesbiche, trans e bambine basate sul genere, da quelle situazioni in cui la morte di donne, lesbiche, trans e bambine rappresenta l’esito o la conseguenza di altre forme di violenza o discriminazione di genere.

Nella categoria criminologica del femminicidio rientrano: gli omicidi di donne commessi durante o al termine di una relazione di intimità da parte del partner o ex; gli omicidi da parte di padri, fratelli o altri familiari in danno di figlie, sorelle o altre familiari che rifiutano un matrimonio imposto, o per qualsiasi altro motivo espressione di punizione nei confronti della donna, ovvero di controllo e di possesso; gli omicidi dei clienti o degli sfruttatori in danno delle prostitute; gli omicidi delle vittime di tratta; gli omicidi di donne a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere; ogni altra forma di omicidio commesso nei confronti di una donna o bambina perché donna. Come sottolineava la scrittrice Michela Murgia “femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa”. Chissà se lo capiscono.

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Pure Madrid chiude col nucleare, solo in Italia resta l’illusione

Mercoledì scorso in Spagna il Consiglio dei ministri ha deciso: il Paese abbandonerà il nucleare entro il 2035. Dopo la Germania che ha spento i suoi ultimi reattori ad aprile di quest’anno, un altro grande Stato europeo decide di rinunciare alla tecnologia che il governo italiano vorrebbe invece introdurre.

Così l’esecutivo guidato dal premier socialista Pedro Sànchez ha approvato il settimo piano generale per i rifiuti radioattivi, che stabilisce la tabella di marcia per il trattamento dei residui pericolosi provenienti dalle centrali nucleari. Proprio questo piano, la cui approvazione arriva con otto anni di ritardo, è un passo indispensabile affinché la Spagna possa intraprendere la chiusura ordinata delle cinque centrali che ha ancora attive, che inizierà nel 2027 e sarà completata nel 2035.

La Spagna dice addio al nucleare: il piano per l’uscita

Questa chiusura comporta un complesso processo di smantellamento delle strutture e il successivo trattamento dei rifiuti radioattivi. Fino a questo momento la dismissione delle centrali era stata messa in stand-by perché non si sapeva con esattezza che fine avrebbero fatto le scorie prodotte con il loro smantellamento. Le cinque centrali attualmente attive coprono da sole il 20% circa di tutto il fabbisogno energetico del Paese e il programma del governo è quello di sostituire questa percentuale con fonti rinnovabili.

I rifiuti di bassissima, bassa e media attività andranno a El Cabril, il magazzino situato nella provincia di Córdoba, che dovrà essere ampliato. Le scorie dalla pericolosità maggiore invece verranno stoccate in sette depositi temporanei accanto alle centrali dismesse. La decisione è arrivata dopo anni di trattative e cambi di programma:i rifiuti rimarranno nei depositi temporanei fino al 2070 circa, quando – stando ai piani attuali – verrà realizzato un deposito geologico nazionale dove stoccare le scorie in maniera permanente. La gestione dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento degli impianti costeranno circa 20,2 miliardi di euro, che saranno pagati grazie a un apposito fondo sostenuto dagli operatori degli impianti.

Una scelta condivisa

L’abbandono del nucleare non è una sorpresa nella penisola iberica, dopo essere stato al centro del dibattito politico durante la recente campagna elettorale con i conservatori del Partito popolare che promettevano in caso di vittoria – non realizzata – di investire nello svecchiamento delle centrali nucleari esistenti. “Non possiamo scollegare il 21% dell’energia installata in Spagna senza avere un altro 21% in grado di funzionare con energia rinnovabile”, disse il leader del PP, Alberto Nunez Feijoo, immaginando che “il prezzo dell’energia aumenterà in modo esponenziale”.

Recentemente contro lo spegnimento delle centrali nucleari si era mosso anche Manuel Perez-Sala, presidente della lobby aziendale Circulo de Empresarios che invitava il governo a non tenere “posizioni ideologiche” e a ritardare la transizione.

In Italia il nucleare è invece sempre presente nei pensieri del ministro Gilberto Pichetto Fratin. Come ha sottolineato il Wwf, ancora oggi la bozza di aggiornamento del Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC) continua a valorizzare gas naturale, biocombustibili e persino l’energia nucleare, “mostrandosi totalmente incoerente – scrive l’associazione – con gli obiettivi e le tempistiche della transizione energetica ed ecologica”.

Ieri un’indagine commissionata da Alleanza luce & gas, la energy company controllata da Coop Alleanza 3.0, ha evidenziato come l’80% degli intervistati considerano il futuro energetico dell’Italia legato alle energie rinnovabili e solo il 26% ritiene plausibile il rafforzamento del nucleare.

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Il Corano delle destre con le donne tutte gravide

La senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni ha trovato la soluzione per la crisi di natalità in Italia che dal 2014 è calata nel 72% dei Comuni italiani: “far diventare la maternità cool, con le ragazze di 18 anni che vogliono sposarsi e fare una famiglia”. La senatrice, ospite di Coffee Break su La7, ha detto: “la mia mamma mi diceva ‘ricordati che qualsiasi aspirazione tu abbia – io volevo fare politica – puoi fare quello che vuoi, ma non dimenticare che la prima deve esser quella di diventare mamma’. Questa è una cosa che noi donne dobbiamo ricordare alle nostre figlie”.

“Sennò, il rischio che si genera è che in nome di questa realizzazione professionale” ha spiegato la parlamentare, salti “la missione, sì dico missione perché è una cosa bella, di metter al mondo dei bambini”. “Gli uomini e le donne fanno grandi cose insieme”, ha continuato Mennuni, dicendo di non essere mai stata una da “femminismo separatista”, qualsiasi cosa significhi. E quindi la soluzione: “dobbiamo aiutare le istituzioni, il Vaticano, le associazioni nel far diventare la maternità di nuovo cool. Far sì che le ragazze di 18 anni, 20 vogliano decidere di sposarsi e vogliano metter al mondo una famiglia”.

Dunque, il governo femminile più patriarcale della storia non invita le donne a realizzarsi, studiare, stare nel mondo: le vuole gravide. E questi non sono nemmeno sfiorati dal fatto che per fare figli servano il lavoro, uno stipendio e servizi decenti. Umberto Eco diceva che tra i segnali d’allarme di fascismo rientra anche il controllo e la repressione della sessualità. Le donne secondo Meloni sono questa roba qua. L’importante è che non portino il velo, ma sotto sono identiche.

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Il poco senso dell’attendibilità di Giorgia Meloni

Con la consueta e analitica pazienza nella redazione di Pagella Politica si sono messi a verificare la veridicità di un anno di dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in attesa della conferenza stampa di fine anno che si svolgerà all’inizio dell’anno nuovo per problemi di salute (il 4 gennaio ndr). 

Le 182 dichiarazioni analizzate da Pagella Politica permettono di cogliere una tendenza che a conti fatti non pare proprio volgere nel lato della verità. Complessivamente, le dichiarazioni «attendibili» sono state 59 (il 32,4 per cento sul totale), quelle “imprecise” 53 (29,1 per cento), mentre quelle «poco o per nulla attendibili» 70 (38,5 per cento). In altre parole, quasi il 70 per cento delle dichiarazioni di Meloni, tra quelle che abbiamo sottoposto al nostro fact-checking, è risultato impreciso o poco o per nulla attendibile.

Non è difficile immaginare che Meloni abbia commesso meno errori sul tema del lavoro, con circa il 54 per cento delle dichiarazioni verificate attendibili mentre si sia lasciata prendere dalla propaganda mendace quando ha parlato di immigrazione con oltre il 70 per cento di dichiarazioni verificate poco o per nulla attendibile. 

Come spiega Pagella Politica nel 2023 la presidente del Consiglio ha fatto dichiarazioni più attendibili nei discorsi ufficiali, come le comunicazioni in Parlamento in vista delle riunioni del Consiglio europeo, l’organo che raccoglie i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri dell’Unione europea. Meloni è stata invece più imprecisa negli “Appunti di Giorgia”, la video rubrica sui social network in cui racconta le misure adottate dal suo governo. Perché sia allergica ai giornalisti è facile immaginarlo.

Buon venerdì. 

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Coldiretti è la Bibbia per il governo, ma non se parla di clima

Con la rielezione di Ettore Prandini alla presidenza della Coldiretti, sancita all’unanimità nell’assemblea del 20 dicembre, si è rinnovato l’asse tra l’organizzazione e il Governo e, in particolare, con Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, sovranità alimentare e foreste. Una vicinanza programmatica che ha consentito al sindacato di Palazzo Rospigliosi di piazzare diversi colpi a favore nelle decisioni dell’esecutivo di Giorgia Meloni in questo 2023, a partire dalla legge sul cosiddetto cibo “sintetico” dello scorso novembre, contestato da più parti. Del legame Coldiretti-governo si potrebbe chiedere anche a Benedetto Della Vedova, ex segretario di +Europa che fu aggredito dal presidente di Coldiretti di fronte a Montecitorio e dovette assistere qualche giorno dopo al buffet organizzato alla Camera con i prodotti dell’associazione di agricoltori.

L’analisi della Coldiretti

Ieri invece il governo ha deciso di chiudere le orecchie. L’analisi della Coldiretti sulla base delle previsioni della banca dati Noaa, il National Climatic Data Centre che registra le temperature mondiali dal 1850 ha certificato al 99% la probabilità che il 2023 si classifichi come l’anno più caldo mai registrato nel Pianeta dopo che la temperatura sulla superficie della terra e degli oceani è risultata addirittura superiore di 1,15 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo, nei primi undici mesi dell’anno. Una tendenza al surriscaldamento confermata anche in Italia, dove nello stesso periodo la temperatura è stata di 1,05 gradi superiore la media storica secondo Isac Cnr ma con anomalie che – sottolinea la Coldiretti – hanno raggiunto i 10 gradi a fine dicembre in certe aree del Paese. Il caldo anomalo di inizio inverno sconvolge la natura e rischia addirittura di far ripartire le fioriture con il pericolo di esporre le coltivazioni a danni rilevantissimi. A preoccupare è anche il rischio siccità, soprattutto sull’Italia centro-meridionale, dove stanno emergendo i primi sintomi di stress idrico che, accompagnati alla scarsità di neve in diversi settori dell’arco alpino e su gran parte della dorsale appenninica, fanno scattare un campanello d’allarme. Senza dimenticare che se non arriva il freddo le popolazioni di insetti che causano danni alle colture potrebbero sopravvivere e svernare per attaccare i raccolti nella prossima primavera.

Che scoperta!

Siamo di fronte – dice Coldiretti – ad una evidente tendenza alla tropicalizzazione con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal caldo al maltempo con effetti devastanti come dimostrano le alluvioni in Romagna e in Toscana”. L’agricoltura italiana è l’attività economica che più di tutte le altre vive quotidianamente le conseguenze dei cambiamenti climatici ma è anche il settore più impegnato per contrastarli” ha affermato Prandini nel sottolineare che “i cambiamenti climatici impongono una nuova sfida per le imprese agricole che devono interpretare le novità segnalate dalla meteorologia e gli effetti sui cicli delle colture, sulla gestione delle acque e sulla sicurezza del territorio”.

Ma ieri Lollobrigida, il ministro Matteo Salvini e gli altri membri del governo non hanno trovato il tempo di ossequiare Coldiretti sul cambiamento climatico. I partiti della maggioranza sono pronti a immolarsi per la sovranità alimentare, utile a sfamare la propaganda, ma poi non trovano il tempo di aprire una discussione sul cambiamento climatico. Un campo dove i negazionisti trovano ampio ascolto a destra. E in vista delle prossime scadenze elettorali, guai a contraddirli.

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Beni confiscati alle mafie, il governo si dimentica dei fondi

In Italia esiste un serio problema di gestione dei beni confiscati alla criminalità e se non fossimo allucinati dalle missioni effimere stile Caivano forse sarebbe il caso di parlarne. Ad agosto di quest’anno è stato dato alle fiamme un terreno confiscato all’ex capo di Casalesi Francesco Schiavone, detto Sandonkan. In provincia di Caserta ci sono stati altri due incendi in terreni confiscati, come anche in Calabria, mentre non si contano le intimidazione e i danneggiamenti.

Eppure sui beni confiscati pesa la decisione vigliacca del governo di cancellare fondi del Pnrr per i beni sottratti alle mafie in Italia. Un problema di cuii non si parla, al punto che Libera, Cgil, Avviso Pubblico, Legambiente, Arci e Acli hanno scritto una lettera al ministro competente per il Pnrr, Raffaele Fitto.

Beni confiscati alle mafie, tutto tace

Il motivo è avere chiarimenti sulla cancellazione del bando e sul reperimento di risorse alternative a copertura di quanto presentato nell’ambito dell’Avviso: “Dopo la decisione del Governo dello scorso luglio di cancellare con un tratto di penna i 300 milioni di euro previsti dal Pnrr per la rifunzionalizzazione e la valorizzazione dei beni confiscati, e dopo l’approvazione della quinta rata del Pnrr da parte dell’Unione europea, chiediamo al ministro di poter avere chiarimenti sull’avanzamento del bando e sul reperimento di risorse alternative a copertura di quanto presentato nell’ambito dell’Avviso. Chiediamo che vengano presentate le misure attraverso le quali saranno tutelate le Amministrazioni comunali che stanno portando avanti le proposte progettuali attraverso gare d’appalto e aggiudicazioni, e con le quali si darà sostegno a tutti i progetti risultati vincitori del bando. In un clima di forte crisi economica e sociale del nostro Paese, il rischio che alcuni Comuni possano incorrere in procedure di dissesto o di incertezza finanziaria non è accettabile”.

Un regalo ai clan

“Le norme sull’attacco ai patrimoni mafiosi e sul riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie hanno compiuto, in questo 2023, rispettivamente 41 e 27 anni. La cancellazione del finanziamento di circa 300 milioni di euro previsti dal Pnrr per la rifunzionalizzazione e la valorizzazione dei beni confiscati, fondi definanziati dal Ministro Fitto e che sarebbero poi dovuti arrivare da ulteriori provvedimenti di cui ancora non c’è traccia, rischia di essere un freno all’avanzamento della lotta alle mafie e alla corruzione – ricordano le associazioni che hanno sollevato il caso.

Parliamo di 300 milioni di euro per la realizzazione di 200 progetti nelle otto Regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia). Nel dicembre 2022 vi è stata l’approvazione con decreto di una graduatoria e relativi finanziamenti. L’iter è proseguito con ulteriori adempimenti tecnici dell’Agenzia, fino all’approvazione del Decreto del 19 dicembre 2022, che ha approvato le graduatorie e i finanziamenti, poi integralmente sostituito da un successivo decreto del 21 marzo 2023. ll 27 luglio 2023 il ministro Fitto ha presentato la proposta di revisione del Pnrr, per un totale di 15,89 miliardi di euro. Una serie di misure sono state definanziate completamente, tra cui quella relativa alla ‘Valorizzazione dei beni confiscati alle mafie’. L’annuncio del governo di intervenire non è stato seguito da nessun documento ufficiale. Anzi, l’Agenzia per la Coesione prosegue l’iter amministrativo con una serie di atti formali. La lotta alle mafie rimane relegata al prossimo intervento ad “alto impatto” ma bassa resa.

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Sulla legge bavaglio a fare spavento è la mollezza che si respira intorno

Come ha fatto notare in un suo intervento sul quotidiano Domani il professore ordinario di Diritto processuale penale all’università La Sapienza di Roma Glauco Giostra l’emendamento bavaglio del deputato di Azione Enrico Costa è anche inutile. La norma votata di gran carriera dai partiti di destra e dai calendiani di Azione e dai renziani di Italia viva secondo Giostra “oltre che inutile” sarebbe anche “controproducente”: “Non si comprende per quale ragione, infatti, dovrebbe risultare meno pregiudizievole – scrive Giostra – per l’immagine dell’indagato una sintesi giornalistica dei motivi che ne hanno determinato la custodia cautelare rispetto alla motivazione del giudice. Tanto più che il provvedimento legislativo – prosegue il giurista – emanato in attuazione della stessa direttiva europea vieta all’autorità giudiziaria e non all’operatore dell’informazione «di indicare pubblicamente come colpevole» l’indagato «fino a quando la colpevolezza non sia stata accertata con sentenza irrevocabile»”. Per Giostra “infine, inquieta la tendenza a coprire con le paludate vesti del garantismo insistenti proposte di segreto; di quel segreto che per Beccaria è il più potente scudo della tirannia”. 

Oggi il sindacato dei giornalisti organizza una protesta simbolica che coinvolgerà i presidenti e i segretari delle Associazioni regionali, i cronisti e giornalisti tutti. A seguire, il 3 gennaio prossimo sarà convocata la Conferenza dei Comitati di redazione per stabilire la scansione temporale delle azioni che dovranno portare allo sciopero generale, “uno sciopero contro la censura di Stato e per rivendicare l’identità e la dignità della nostra professione”, scrive Fnsi. A fare spavento è la mollezza che si respira intorno. 

Buon giovedì. 

Nella foto: immagine dal sito dell’Ordine nazionale dei giornalisti

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Massacri da Gaza a Kiev e l’Italia fa l’ambigua

L’emittente araba Al Jazeera riporta che almeno sei persone sono morte in un attacco di droni israeliani sul campo profughi di Nur Shams a est della città di Tulkarem, in Cisgiordania. Ci sono anche diversi feriti. Il relatore speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) sui diritti umani degli sfollati interni ha affermato che Israele sta “lavorando per espellere” la popolazione civile dalla Striscia di Gaza.

“Israele sta cercando di alterare in modo permanente la composizione della popolazione di Gaza con ordini di evacuazione in continua espansione e attacchi diffusi e sistematici contro i civili e le infrastrutture civili” nel sud di Gaza, ha detto Paula Gaviria Betancur in un comunicato diffuso dall’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Unhchr). Secondo la Betancur, Israele ha rinnegato le sue promesse di sicurezza nel sud di Gaza attraverso i suoi ordini di evacuazione che invitano i palestinesi a evacuare dalla parte settentrionale a quella meridionale dell’enclave.

Perfino il ministro degli Esteri nonché capo di Forza Italia Antonio Tajani ieri ha dovuto ammettere che a Gaza “ci sono troppi civili palestinesi morti”: “la bussola dev’essere una reazione proporzionata, colpire Hamas, mandare i militari di Hamas fuori da Gaza e arrivare ad una pace, magari con l’interregno di una presenza delle Nazioni Unite sul territorio”. A proposito di Tajani: sulla questione ucraina il ministro dice che “tutti quanti vogliamo che si arrivi alla pace”, “una pace giusta”. La domanda appare scontata: i commentatori e alcuni giornali si sono accorti di qual è la posizione dell’Italia nei conflitti? A vederlo da fuori sembra proprio di no.

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