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Antimafia

I giornalisti (noti e inaspettati) del “sistema Montante” e l’antimafia amica dei potenti

Dovrebbe essere uno scoop e invece niente. C’è questo documento della Procura che riguarda l’arresto dell’ex numero uno di Confindustria Sicilia che va letto perché è un paradigma. Racconta delle amicizie e delle modalità del divo (decaduto) di una certa antimafia con giornalisti (anche di peso) che nonostante si adoperino per essere considerati cani da guardia contro il potere in realtà spesso sono molto vicini ai poteri di cui scrivono e, inevitabilmente, ne sono condizionati.

Ci sono nomi noti. Molto noti.

Di questo dossier difficilmente ne sentirete parlare perché raramente i giornalisti scrivono di colleghi (e infatti non è un caso che io ne scriva qui, nel mio piccolo blog). E ci sono tutti gli atteggiamenti. Leggetelo, parliamone.

Potete scaricare il pdf qui.

CNR-MONTANTE-XIII-giornalisti2

 

Così la ‘ndrangheta voleva gambizzare un magistrato. A Biella.

La ‘ndrangheta voleva gambizzare il magistrato Ernesto Napolillo perché durante un interrogatorio aveva alzato la mano come se volesse percuotere un indagato. È la confessione fatta dal pentito Cosimo Di Mauro, condannato a 8 anni e otto mesi in primo grado nel processo Alto Piemonte. Dopo la pena inflitta dal tribunale di Torino, l’uomo, considerato una figura di spicco dei clan a Biella, nello scorso settembre ha detto ai pm della procura guidata da Armando Spataro che collaborerà “perché sono stufo e voglio cambiare vita”.

E il retroscena, contenuto nei verbali di interrogatorio depositati sabato al processo d’appello, è una delle prime ricostruzioni fornite da Di Mauro. Il pentito ha raccontato che gli venne chiesto di sparare contro il pubblico ministero e che lui rifiutò di gambizzare Napolillo, all’epoca sostituto procuratore a Biella, messo sotto scorta alla fine del 2014 e dal 2016 in servizio ad Ancona.

Di Mauro ha riferito agli inquirenti del capoluogo piemontese che a chiedergli il “favore” fu Giuseppe F., soprannominato Peppone, insieme a un suo amico. “Il pm Napolillo – è a verbale – lo aveva interrogato e gli aveva fatto il gesto di menarlo. Questa cosa Giuseppe non l’ha sopportata e mi ha chiesto se fossi stato disponibile a gambizzare il magistrato. In cambio mi avrebbe dato i proventi della vendita dell’unico bene che possedevano lui e l’altro, una villetta a Massazza, in provincia di Biella, salvo trattenersi 50mila euro per loro”.

Secondo la ricostruzione di Di Mauro, l’uomo avrebbe detto: “Ci fate il favore e gambizzate il pm e vi diamo questa villetta”. Ma lui rispose “che a me insegnano che giudici e carabinieri non si toccano”. Un quarto personaggio presente alla conversazione, però, secondo Di Mauro “si dichiarò disponibile”.

(fonte)

Chissà che un giorno non salga un po’ di coraggio su Israele

A leggere i titoli dei quotidiani italiani viene subito un moto di voltastomaco: nel giorno in cui Israele compie i suoi settant’anni, cinquanta palestinesi morti ammazzati rimangono per terra insieme ai pezzi di migliaia di feriti. Trump ufficializza l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme e questi decidono di festeggiare bevendo sangue, mangiandosi cadaveri e godendo del pregiudizio internazionale di chi ancora ha il coraggio di raccontarli come una democrazia illuminata.

Verrebbe da chiedersi cosa dovrebbe accadere perché anche qui in Italia si possa puntare il dito contro le derive sanguinarie di Tel Aviv che continua ad essere raccontata come una capitale davvero democratica, davvero occidentale e davvero digeribile.

«La politica israeliana ha spazzato via ogni possibilità di uno Stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula “Due Popoli, Due Stati”. Lo Stato Palestinese non c’è più, è stato occupato, colonizzato. I territori palestinesi sono ormai come riserve indiane. Il vero problema che si pone è quello dei diritti umani e civili della popolazione. Uno Stato Palestinese non c’è più, c’è solo uno scenario sudafricano, in cui i palestinesi vivono una forma di apartheid. L’Europa pare non voler capire che questa situazione rappresenta una minaccia diretta: l’odio che Israele e Usa attirano verso tutto l’Occidente potrà portare a nuove reclute per il terrorismo, a nuove ondate di rifugiati, e saremo noi europei a pagare il prezzo di questa ferita aperta»: le parole, condivisibili da scolpire nelle dieci tavole dell’ennesimo eccidio in nome di un qualche dio sono di Massimo D’Alema. Sì, avete letto bene. M a s s i m o D’ A l e m a. Se D’Alema è l’unico a dire quello che la giustizia si aspetterebbe di ascoltare significa che forse c’è un problema.

È lo stesso problema che spinge certi quotidiani nazionali a titolare “scontri” per raccontare dello sterminio iperarmato di uno Stato contro ribelli inermi. È lo stesso problema di qualche vate antimafia che insiste nel non vedere le violenze di Netanyahu illudendosi di vederlo veramente leader.

Chissà se un giorno anche qui dalle nostre parti si avrà il polso di riconoscere che lo Stato che rappresenta quel popolo così storicamente oppresso oggi è diventato il simbolo di un’oppressione che insiste nel volersi condonare per ciò che ha subito senza prendersi la responsabilità di ciò che fa subire ad altri. Chissà quanto tempo servirà per riconoscere le vittime diventate aguzzini. Chissà quando si smetterà di torgliersi il cappello di fronte a Israele.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/17/chissa-che-un-giorno-non-salga-un-po-di-coraggio-su-israele/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La figlia di Borsellino: «Agli assassini di mio padre ho detto: raccontate la verità, solo così sarete uomini liberi»

L’incontro in carcere con Giuseppe e Filippo Graviano è stato guidato unicamente da un lungo, complesso percorso personale e dettato da una forte e urgente esigenza emotiva. Ho sentito la necessità, in quanto figlia di un uomo che ha sacrificato la propria vita per i valori in cui ha creduto e per amore della sua terra, di dovere attraversare questo ulteriore passaggio importante per il mio percorso umano e per l’elaborazione di un faticoso lutto. Un incontro che ha assunto come unico motore la necessità di esprimere un dolore profondo inflitto non solo alla mia famiglia, ma alla società intera. La richiesta di incontro con Giuseppe e Filippo Graviano nasce dunque come fatto strettamente personale. E chiedo che tale debba rimanere.

Sono andata da Giuseppe e Filippo Graviano con l’idea che può vivere e morire con dignità non soltanto il magistrato che sacrifica la propria vita, ma anche chi pur avendo fatto del male è capace di riconoscere il grave male che ha inflitto alle famiglie e alla società, è capace di chiedere perdono e di riparare il danno. Riparare il danno per me vuol dire non passare il resto della propria vita all’interno di un carcere, ma dare un contributo concreto per la ricerca della verità. Si tratta di un contributo di onestà che gli uomini della criminalità organizzata devono dare principalmente a loro stessi, perché chi uccide, uccide la parte migliore di sé. E poi soltanto contribuendo alla ricerca della verità, i figli potranno essere orgogliosi dei padri.

Ora è importante che io possa continuare quel dialogo che è stato interrotto, con enorme dispiacere registro la mancanza di una risposta ufficiale da parte delle istituzioni preposte a fronte di una mia richiesta reiterata alcuni mesi fa.

E voglio fare un’altra considerazione. Pur nell’ambito del profondo rispetto che nutro per le istituzioni, e pur cosciente della complessità del percorso che deve portare i giudici della corte d’assise di Caltanissetta alla stesura delle motivazioni della sentenza del Borsellino quater, da figlia ritengo che il passaggio di più di oltre un anno per il deposito del provvedimento sia un tempo troppo lungo. Anche dal deposito di quelle motivazioni dipende un ulteriore prosieguo dell’attività giudiziaria, della procura di Caltanissetta e del silente Consiglio superiore della magistratura, per far luce su ruoli e responsabilità di coloro che hanno determinato il falso pentito Scarantino alla calunnia. A causa di questo depistaggio, sono passati infruttuosamente 25 anni.

(fonte)

Caro Berlusconi, le “pulizie dei cessi” te le facevano gli amici e le figlie di Mangano

Altro che lavoro adatto agli odiati avversari del Movimento 5 Stelle. La “pulizia dei cessi“, dalle parti del Biscione, era affare degli amici di Vittorio Mangano. E non è una metafora: negli anni Novanta le pulizie negli uffici di Publitalia le faceva un gruppo di cooperative di servizi basate a Milano e gestite dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, che da diverse inchieste risultano essere stati in rapporti di amicizia con lo “stalliere” di Arcore condannato per mafia, morto nel 2000, e con l’allora braccio destro di Silvio Berlusconi Marcello Dell’Utri, ex numero uno della concessionaria pubblicitaria di Fininvest, cofondatore di Forza Italia, in carcere dal 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa e appena condannato anche per la trattativa Stato-mafia.

Un legame anche lavorativo, visto che le tre figlie di Mangano – Cinzia, Loredana e Marina – erano amministratrici di una delle coop della galassia di Sartori, che offrivano oltre alle pulizie pure servizi di facchinaggio, trasporto merci e movimentazioni di magazzino.

Sartori e Currò furono arrestati una prima volta nel 1999 con l’accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico di droga e concussione. Per questi reati furono assolti e l’inchiesta sfociò solo in due condanne per reati minori.

Quattro anni dopo, nel settembre 2013, Cinzia Mangano e il cognato Enrico Di Grusa, marito di sua sorella Loredana, furono invece arrestati nell’ambito di un’altra indagine della Dda di Milano sulla stessa rete di cooperative. Nel 2014 la Mangano è stata condannata a sei anni e quattro mesi solo per associazione a delinquere semplice. Nel 2015 la condanna è stata confermata in appello.

(fonte)

Paolo Borrometi. La calunnia è un venticello, la mafia la cavalca.

Paolo Borrometi si è inventato l’attentato. La Procura è un’accozzaglia di ignoranti che non sanno nemmeno leggere e che si divertono a creare allarme. Il mafioso Salvatore Giuliano è una brava persona ed è stato frainteso.

Si potrebbe riassumere in tre fasi la deliranti tesi difensiva dell’avvocato (ex senatore del Movimento Sociale, come ci tiene a farci sapere dalla sua carta intestata) Luigi Caruso Verso che oggi ha trovato il tempo di imbracciare carta e penna per scrivere una lettera aperta, una di quelle belle lettere accorate che ogni tanto gli avvocati partoriscono in difesa dei propri assistiti, per dirci che Paolo Borrometi è “un falso eroe” e poiché il mafioso Giuliano, scrive l’avvocato, avrebbe detto a Vizzini di “lasciare perdere e di non prestare attenzione alle continue provocazioni (ha scritto proprio così, “provocazioni” nda) del Borrometi mentre per gli inquirenti (che siano tutti… della Val Padana? ha scritto proprio così) il Giuliano consigliava di farlo ammazzare”.

È scritto tutto qui:

BUFALA BORROMETI

La calunnia è un venticello. La Sicilia (di Ciancio) ha già sparato la notizia in prima pagina. La mafia ancora una volta sorride. Parlate di un attentato inventato e vedrete che qualcosa comunque resterà.

E soprattutto l’avvocato si dimentica che il suo assistito è a processo per minacce di morte, violenza privata aggravata da metodo mafioso ed appartenenza mafiosa verso Paolo Borrometi.

Italia, 2018.

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«Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione»

Davvero non c’è una spiegazione alle stragi d’Italia, agli omicidi eccellenti, alle collusioni pericolose? Davvero sono passati troppi anni dagli eventi per capire, per sapere, per ricordare? Davvero non c’è soluzione alle questioni del presente, che ci attanagliano ogni volta che parliamo del triangolo tra criminalità, politica e giustizia? Una croce a cui il nostro Paese sembra inchiodato da decenni senza molte possibilità di riscatto, con protagonisti che – a tutt’oggi – occupano le pagine dei giornali e portano i nomi di politici notissimi e faccendieri incarcerati, di imprenditori e amministratori della cosa pubblica che hanno raccolto scabrose eredità del passato, perfino di imbelli candidati alle elezioni prossime venture.

Ci interessa ancora la verità dei fatti o siamo rassegnati, ormai, a farci bastare la loro apparenza? Magari perché questa verità è scomoda da accettare o troppo complessa da esaminare, mentre la post-verità – che ne è la ’narrazione’ superficiale e banalizzata, come ricordano gli Oxford Dictionaries – grazie ad abbellimenti e sottrazioni riesce a distorcerla, trasformandola in qualcosa d’altro, più facilmente ricevibile? A evitarci, insomma, tutte quelle domande a cui non sappiamo dare risposta, riuscendo così a schivare anche le conseguenze che le risposte comporterebbero.

Il tema della post-verità, che non liquida la verità ma la rende superflua e irrilevante, è sotteso – fin dal titolo – al libro ”La verità sul processo Andreotti”, uno svelto volumetto (pp. 87, Editori Laterza), appena uscito in libreria, denso di nomi, fatti e date ma, soprattutto, di chiarimenti. È scritto da due magistrati, Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, che hanno deciso di analizzare quel procedimento dal loro osservatorio privilegiato.

Dottor Caselli, affermate di voler ristabilire una prospettiva corretta contro il negazionismo.

L’idea del libro scritto con Lo Forte, collega della Procura di Palermo e pm nel processo Andreotti, nasce dalla constatazione che la verità sul processo è stata fatta a brandelli. La Cassazione ha confermato in via definitiva la sentenza della Corte d’appello di Palermo, che ha dichiarato “il reato di associazione a delinquere [con Cosa nostra] commesso fino alla primavera del 1980”, ma prescritto per decorso del tempo. Eppure un’ossessiva campagna di fake news – a tutti i livelli – ha truffato il popolo italiano (in nome del quale le sentenze vengono pronunciate), facendogli credere che l’imputato sia stato pienamente e felicemente assolto. Non esiste in natura un imputato assolto per aver commesso il fatto! È un’offesa alla logica e al buon senso. Eppure, ancora recentemente ho letto che Andreotti non fu condannato “perché non si riuscì a dimostrare che si fosse mai adoperato personalmente per favorire Cosa nostra”. Invece è scritto a tutto tondo nella sentenza della Corte d’appello – confermata in Cassazione – che l’imputato “con la sua condotta […] ha non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale e arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo, manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. E tutto questo sulla base di un elenco dettagliato di fatti gravi, tutti provati. Non fu condannato solamente in quanto il reato commesso era prescritto. Senza che l’imputato avesse rinunciato alla prescrizione, come avrebbe potuto.

Una vicenda emblematica del processo Andreotti?

Tra i tanti fatti gravi provati, ne ricordo uno in particolare. La partecipazione a due incontri con Stefano Bontade e altri boss (presenti Lima e i cugini Salvo) per discutere di fatti criminali riguardanti Piersanti Mattarella, l’onesto presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980. Senza che Andreotti abbia mai denunciato, a nessuno, gli elementi utili a far luce su tale delitto che pure conosceva, in quanto derivanti dai diretti contatti avuti coi mafiosi.

Esistono somiglianze con l’attuale processo sulla trattativa Stato-mafia?

Lo Forte ed io abbiamo pensato che potesse essere utile nel caso Andreotti chiarire le vicende processuali in sé, anche per comprendere meglio alcuni aspetti essenziali della storia del nostro Paese. Lo sviluppo della trattativa Stato-mafia (su cui è ancora in corso un delicato processo a Palermo, attualmente in gran parte a giudizio in primo grado, con alcune posizioni trattate in “abbreviato”), nel libro viene inquadrato nell’ambito della politica di “relazioni esterne” con la società e lo Stato, che caratterizza tutta la storia di Cosa nostra. Un susseguirsi di rapporti – a seconda della stagione – di coesistenza o di compromesso, di alleanza o di conflitto: dalla strage di Portella della Ginestra al Golpe Borghese; dagli omicidi politici mafiosi degli Anni Settanta/Ottanta alla stagione del pool antimafia e del maxiprocesso; dalla strategia stragista degli anni ‘92-’93, con la cornice appunto delle “trattative”, fino agli scenari attuali.

Come valuta la recente riforma delle intercettazioni?

Il mio giudizio coincide con l’intervento di Roberto Scarpinato, che MicroMega ha pubblicato integralmente. Vero è che il ministro Andrea Orlando ha promesso una sorta di “monitoraggio”, con riserva di modificare la riforma all’esito ove le perplessità di Scarpinato e altri risultassero riscontrate in concreto. Ma non sappiamo chi sarà il nuovo ministro della Giustizia. Se fosse ancora Orlando, secondo me, ci si potrebbe fidare. Ma se non fosse lui? Se fosse, per esempio, l’avvocato Giulia Bongiorno (una delle possibili candidate del centro-destra) avrei qualche perplessità in più. Non tanto per la sua posizione nel merito della riforma (anche Bongiorno ha espresso alcune critiche), quanto piuttosto per quel che dell’avvocato si può leggere nelle prime due pagine dell’introduzione al nostro libro sul processo Andreotti. Una questione di metodo, spoglia di profili “personali”.

Il tema della legalità è uno dei grandi assenti di questa campagna elettorale.

Paradossalmente viene da dire: meglio così! Che in campagna elettorale non siano inflitti ulteriori colpi a un vocabolo – quello della legalità – che soffre da tempo. Che va protetto e usato con parsimonia per evitarne la strumentalizzazione da parte di personaggi impresentabili, che hanno scelto di convivere (se non peggio) con il malaffare. La speranza è che nella nuova legislatura si parli di legalità non più come slogan, ma come obiettivo vero. Da perseguire senza cedere a quell’altra tentazione tipica di certa politica: l’evaporazione dei fatti, la cancellazione del mondo reale che ci circonda. Il mondo reale, oggi, parla di una grandissima quantità di risorse sottratte dall’illegalità economica (evasione fiscale, corruzione e mafia). Una rapina che si traduce nel colossale impoverimento della nostra collettività. Senza risorse, la qualità della vita è fatalmente destinata a peggiorare. Perciò la legalità non è solo questione di “guardie e ladri”, ma costituisce per tutti un vantaggio, una diretta convenienza. La buona politica dovrebbe muovere in questa direzione. Non correre con occhi bendati in direzioni di cui s’ignora il senso oppure in una direzione conosciuta e utile sempre e soltanto ai “soliti noti”.

Cos’è più urgente fare per migliorare la situazione della giustizia in Italia? Quali misure dovrebbe attuare un futuro governo?

Diciamo prima quel che non si dovrebbe fare mai. La separazione delle carriere fra pm e giudici, che invece tanto sta a cuore a molti avvocati e a Silvio Berlusconi, il quale va ancora raccontando la storiella dei magistrati che prendono il caffè insieme e quindi per ciò stesso farebbero… pastette. La separazione sarebbe una vera jattura, perché in tutti i paesi in cui c’è separazione, il pm di fatto prende ordini o riceve direttive vincolanti dal governo. Dovremmo, in Italia, rinunciare all’indipendenza dei pm e darli in pasto a certa politica, quella che – ripeto – è fatta anche di impresentabili? Sarebbe un vero e proprio suicidio per la prospettiva di una giustizia che punti alla eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Quanto alle misure da attuare in positivo mi limito a due punti essenziali: la riforma della prescrizione (siamo l’unico paese al mondo, in cui essa non si interrompe mai) e la riforma dei gradi giudizio. Se proprio non si vogliono ridurre (anche in questo caso siamo l’unico paese al mondo con un rito processual-penale di tipo accusatorio che tollera una pletora di gradi), almeno si introducano dei severi filtri di grado in grado, per impedire i ricorsi inutili, pretestuosi e dilatori. Altrimenti il processo non finisce mai! È ipocrita lamentarsi poi se tutto ciò comporta una giustizia denegata al posto della giustizia.

Sta emergendo un fenomeno nuovo di cui si parla ancora poco: le mafie organizzate da immigrati nel nostro Paese, ad esempio quelle nigeriane.

Le mafie di “importazione” (dalla Nigeria come dall’Est europeo) vanno contrastate con la stessa determinazione con cui si combattono le organizzazioni “indigene”. Forze dell’Ordine e magistratura già lo fanno. Probabilmente servirebbero strumenti legislativi (un aggiornamento del 416 bis) specificamente mirati su queste nuove realtà.

Mafie, criminalità, immigrazione senza regole alimentano un clima di tensione, aggressività e timori incontrollati, utilizzati a volte per fini politici distorti e dalla cattiva informazione. È esagerato parlare di governo della paura?

Paura e insicurezza sono problemi seri da affrontare e possibilmente da risolvere. Invece sempre più di frequente si rivelano occasioni da sfruttare. Questi mali da sanare, sembrano essersi trasformati in opportunità d’investimento politico e massmediatico. Prima si accresce la paura – che c’è per cause obiettive – ma ci si lavora su per espanderla. Poi, invece di governarla, si finisce per restare governati dalla paura, nel senso che è la paura che oggi (molte, troppe volte) sembra dettare le scelte della politica e dei media. Con rischi evidenti di deriva democratica.

Come si comporta una società che ha paura?

Qui ‘rubo’ una formula al mio amico, don Luigi Ciotti: la sicurezza rischia di trasformarsi in una specie di killer. Nel senso che (intesa in un certo modo) cancella o, quantomeno, pregiudica decenni di lavoro sulle radici della violenza. Se la paura è un’opportunità di investimento, facilmente avremo non riforme vere, ma più che altro gesti simbolici, rassicuranti, un’indignazione che spesso può essere in prevalenza strumentale. Inoltre (forse non ce ne rendiamo conto, ma è sempre più così) impariamo a vivere nell’ostilità contro tutto e tutti, specie quando non si va oltre il recinto delle nostre individualità, degli interessi particolari o personali. Tuttavia vivere immersi nella cultura del sospetto non è più vita: succede che si modifica, in negativo, la qualità della nostra esistenza. Anche perché si comincia così e poi non si sa dove si va a finire. Oggi i rom, domani chissà.

Ma la sicurezza non è argomento più che valido, tanto più per chi – come lei – ha trascorso una vita da magistrato?

Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione: i timori si autoalimentano. Le risorse a disposizione saranno prevalentemente, se non esclusivamente, convogliate su controlli e sempre più controlli (tipica la richiesta di impiego dell’esercito), su forme di repressione, nuovi reati e così via. Sempre meno, invece, saranno le risorse impiegate per scuole, ospedali, alloggi, più lampioni in periferia, trasporti pubblici meno degradati, politiche di inserimento e integrazione. Col risultato che, nel medio-lungo periodo, la criminalità invece di diminuire rischia di aumentare o rimanere sui livelli che già la caratterizzano. Il che comporta un aumento dell’insicurezza. Ecco il cortocircuito, pericoloso quando non si superano i luoghi comuni. Quando non si cerca di ragionare con la testa anziché con la pancia.

www.micromega.net , 1 marzo 2018

Chi è Nino Vadalà, l’uomo arrestato per l’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak

(da Fanpage)

Anche gli italiani in Slovacchia avevano cominciato a prenderne le distanza: lo stile di vita e, soprattutto, le parentele con gli ambienti criminali calabresi millantate dall’imprenditore, avevano finito per renderlo inviso alla maggior parte dei suoi connazionali emigrati nel Paese dell’Europa centrale. Ma c’era anche chi, come i vicini delle sue proprietà agricole, avevano conosciuto l’altra faccia dell’uomo d’affari, quella delle minacce e intimidazioni in stile mafioso.

Antonio Palombi, un pensionato italiano da anni residente in Slovacchia, ha incontrato Vadalà nei primi anni duemila. Fanpage.it ha raggiunto Palombi che non ha avuto difficoltà a raccontare come è diventato il suo socio, finendo per perdere tutto quello che possedeva. “Non sapevo chi fosse, si presentò dicendo che il consolato lo aveva indirizzato a noi, come spesso accadeva, lo aiutammo a registrare la società con la quale voleva fare attività agricole. Si è presentato come un ragazzo di campagna e mi piacque ma – continua il pensionato – quando si stabilì a Michalovce, dove diceva di avere parenti, per diversi anni lo vidi solo di sfuggita”.

A Michalovce, alcuni Vadalà si erano infatti stabiliti sin dall’inizio degli anni Novanta quando, col crollo del regime comunista, era diventato possibile fare affari facili anche per persone gravate dal peso di uno scomodo cognome che, seppur diffusissimo in Calabria, evoca subito il ricordo di gravissimi fatti di sangue. Il giornalista reggino Lucio Musolino, specializzato nella cronaca giudiziaria e memoria storica delle ‘ndrine della Jonica, riconosce nella foto di Nino, il figlio di Giovanni “Cappiddazzu” Vadalà, nipote di Domenico “Micu U lupu”, storico capo cosca sopravvissuto ad una sanguinosa faida tra ndranghetisti. Il fratello, invece, è il gestore degli interessi delle cosche nel sistema degli appalti pubblici.

Assieme allo zio di Nino è emigrato a Michalovce anche Diego Rada, che diventerà poi suo suocero. Hanno già delle attività agricole e forse fanno anche altri affari visto che, sin dalla fine del comunismo, l’ex Cecoslovacchia è diventata una delle principali fonti di approvvigionamento illegale di armi per il crimine organizzato italiano.

E’ lo stesso giornalista ucciso a raccontare, nell’apertura del suo ultimo articolo, come quattordici anni fa proprio a Michalovce fosse stato arrestato Carmine Cinnante, un italiano che si apprestava a ritornare in Italia con una mitragliatrice cecoslovacca modello 26 dotata di apposito puntatore laser probabilmente destinata a rifornire l’arsenale della cosca capitanata dal boss Guirino Iona di Belvedere Spinello di cui Cinnante era sodale.

Più o meno nello stesso periodo, almeno secondo la polizia italiana, Nino Vadalà facilita la latitanza del killer Dominic Ventura e affianca il boss Antonio Zindato nelle sue spedizioni punitive romane contro dei soggetti che “danneggiano la famiglia”. Preoccupato per gli esiti del processo, che lo vedrà comunque prosciolto, Nino decide di raggiungere i parenti che già vivono in Slovacchia ed inizia le sue molteplici e caotiche attività imprenditoriali.

Ivan Brada, un criminologo e veterano del giornalismo di inchiesta della Tv di stato slovacca, ha spiegato a Fanpage.it come, prima di Kuciak, avesse iniziato a considerare Nino un soggetto di interesse giornalistico. “Un mio informatore me ne segnalò il nome in relazione alla transazione immobiliare di due società, la ALTOspol e la KANNONE nel 2013 o 2014 quando feci le prime visure camerali, ed a distanza di qualche mese cominciò a farmi pervenire registrazioni audio e qualche video riguardanti Palombi e Vadalà. Quella operazione nello specifico sembrava una piccola evasione Iva o forse una semplice truffa ai danni di Palombi ma le attività agricole ed energetiche di Vadalà, i contributi europei erano fortemente sospetti”.

Brada avrebbe voluto realizzare un servizio giornalistico per Reporteri, il programma televisivo per cui lavora ma “la TV di stato, più che ogni altro media slovacco soffre la mancanza di risorse e di capacità produttive. Anche oggi, volendo, non potrei mandare in onda nulla… siamo persino senza direttore da mesi”.

Le attività di Nino Vadalà saranno comunque ora analizzate in dettaglio dagli inquirenti, i cui mezzi investigativi dovrebbero superare quelli dei media slovacchi che infatti sembrano concentrarsi sulla sua partnership con Mária Trošková (nella foto), consocia nella Gia Mangement, ma anche segretaria del primo ministro slovacco Robert Fico. Per l’opposizione, la Trošková sarebbe la prova di un collegamento tra lo Stato e la mafia, ragione sufficiente per aprire una crisi di governo. Per questo i media slovacchi soppesano al momento ogni possibile indizio utile a dirimere la reale portata dello scandalo.

Maria Troskova, l’ex modella socia in affari di Vadalà e assunta nel gabinetto del premier slovaccoin foto: Maria Troskova, l’ex modella socia in affari di Vadalà e assunta nel gabinetto del premier slovacco

Bisogna infatti considerare che Vadalà forse è stato arrestato non solo e non tanto perché sospettato del duplice omicidio, ma possibilmente perché, in seguito alla rivelazione del suo nome, è stata bruciata la segretezza relativa ad una investigazione internazionale di polizia ancora in corso, forse quella iniziata nel 2014 intorno ad un grosso traffico di cocaina, intercettazioni nelle quali compariva il nome di Antonino Vadalà e diverse utenze telefoniche slovacche.

Quanto al filo che legherebbe l’arrestato Vadalà al premier Fico, Palombi è categorico:Vadalà conobbe Fico grazie a Denisa, la sua amante storica (nella foto sotto).E’ lei l’esperta di bandi europei che ha aiutato l’imprenditore calabrese a prendere i finanziamenti. E sarebbe sempre lei ad averlo introdotto nell’ambiente politico presentandogli Robert Fico.

Infine, Mária Trošková, l’altra figura al centro del reportage di Kuciak, è stata per anni socia in affari di Vadalà e fino a ieri, quando ha rassegnato le dimissioni, era una stretta collaboratrice a Fico. Altri due testimoni, uno slovacco e un italiano, che sotto garanzia di assoluto anonimato hanno affermato di essere sicuri che Vadalà e Fico si conoscessero ed incontrassero saltuariamente. “L’ho accompagnato sino alla porta della segreteria”, ci ha raccontato, visibilmente emozionato e spaventato l’italiano. Vista la serietà dell’argomento e la sorte toccata a Jan e Martina ha tutte le ragioni per esserlo.

Tre italiani arrestati per l’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak. Ecco le priorità.

La questione delle mafie è un allarme internazionale. E noi ne siamo i primi responsabili. Quello che sta succedendo in Slovacchia è di una gravità inaudita eppure qui da noi la campagna elettorale non riesce a guardare più in là dei piccoli cortili.

L’imprenditore italiano Antonino Vadalà è stato arrestato dalla polizia slovacca, che indaga sulla morte del giornalista ucciso, Jan Kuciak. Lo scrive il quotidiano locale Korzar. Secondo i media, stamattina la polizia ha fatto irruzione negli appartamenti dell’imprenditore, a Michalovce e a Trebisov, nell’est del Paese. Insieme a lui sono stati arrestati anche il fratello Bruno e il cugino, Pietro Catroppa. Della famiglia Vadalà e dei presunti legami con la ‘ndrangheta ha scritto Kuciak nel reportage pubblicato ieri dal suo giornale.

“È verosimile che dietro l’omicidio ci siano le famiglie calabresi . È ovvio che la ‘ndrangheta è capace di fare queste cose”, ha commentato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, ai microfoni di “6 su Radio 1”. “La ‘ndrangheta – ha aggiunto – è radicata, non infiltrata, non solo in tutta Italia ma anche nei Paesi europei come Germania, Svizzera ma anche nell’est europeo, oltre che in Slovacchia anche in Bulgaria e in Romania. La ‘ndrangheta si sta estendendo verso l’Est. Va dove c’è da gestire potere e denaro e dove ci sono da gestire opportunità. Le mafie stanno acquistando latifondi per piantare vigneti, per piantare colture, il cui fine è quello di arrivare ai contributi europei. Un fenomeno che accade in Italia ma anche fuori. Il dramma è che l’Europa non è attrezzata sul piano normativo a contrastare le mafie, in particolare la ‘ndrangheta. In Europa da decenni non c’è la percezione dell’esistenza della mafia, prova ne è che gli Stati europei non vogliono attrezzarsi sul piano normativo come l’Italia. Ancora stanno discutendo se inserire nel loro ordinamento l’associazione a delinquere di stampo mafioso”.

L’omicidio del giornalista 27enne ha già fatto cadere le prime teste a Bratislava: oltre alle dimissioni del ministro della Cultura, hanno fatto un passo indietro dall’ufficio del governo i due coinvolti nell’inchiesta del giovane reporter sugli affari della ‘ndrangheta calabrese in Slovacchia. Si tratta di Maria Troskova, ex fotomodella e oggi assistente del premier Robert Fico, e del segretario del consiglio di sicurezza Vilian Jasan. Nel reportage incompiuto di Kuciak, che oggi il suo giornale ha pubblicato integralmente, i due sono indicati come persone vicine a un imprenditore italiano che farebbe parte dell’orbita ‘ndranghetista.

“Collegare i nostri nomi con un atto deprecabile (l’assassinio del giornalista) come fanno alcuni politici e media è assurdo”, hanno affermato i due in una nota comune. “Di fronte alla strumentalizzazione dei nostri nomi, nella lotta politica contro il premier Fico, abbiamo deciso di lasciare i nostri incarichi all’Ufficio del governo fino alla conclusione delle indagini”, hanno scritto nella dichiarazione congiunta, esprimendo le condoglianze alle famiglie di Kuciak e della sua compagna. A proteggere i suoi collaboratori, lo stesso premier: “Non potete connettere le persone con un assassinio premeditato senza presentare una prova rilevante”, aveva detto ieri. In giornata sono arrivate anche le dimissioni del ministro della Cultura Marek Madaric (Smer, democratici sociali). “Il ministero della Cultura è il dicastero più vicino ai media. Dopo quello che è successo, non riesco ad immaginare di rimanere a fare il ministro. La mia decisione è connessa con l’assassinio del giornalista”, ha detto Madaric, che con le indagini giornalistiche di Kuciak non ha nulla a che fare. L’opposizione chiede invece le dimissioni del ministro dell’Interno Robert Kalinak e del capo della polizia Tibor Gaspar.

A scatenare il terremoto politico a Bratislava, l’avvio delle indagini della polizia e la pubblicazione dell’articolo di Jan Kuciak sulle attività della ‘ndrangheta in Slovacchia. Il giovane si è occupato in particolare di quattro famiglie ritenute dell’orbita della criminalità calabrese, con le mani in pasta soprattutto nell’agricoltura, nel fotovoltaico, nel biogas e nell’immobiliare. Il reporter ha anche indagato i legami tra la malavita e gli ambienti politici vicini al premier. Secondo Kuciak, i clan hanno in Slovacchia decine di società e grazie a frodi e manipolazioni sfruttano milioni di euro dai fondi europei. “Hanno cominciato a svolgere attività imprenditoriali qui, a sfruttare i fondi europei, ma soprattutto a costruire rapporti con importanti persone degli ambienti politici, fino all’ufficio del governo della Repubblica slovacca”, ha scritto Kuciak. Il quotidiano ceco Mlada fronta Dnes scrive che uno degli imprenditori calabresi in questione ha un business nel settore immobiliare anche nella Repubblica Ceca, con sede in via Na Prikope, una delle strade più prestigiose di Praga.

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