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Brescia

Brescia, da negazionisti a disperati: la parabola dei due no vax che hanno incendiato un hub vaccini


Da baldanzosi sostenitori delle teorie negazioniste, della fantomatica “dittatura sanitaria” ad agnellini pronti a chiedere scusa. È la parabola dei due no vax e negazionisti del virus che lo scorso 3 aprile hanno incendiato con due molotov un centro vaccinale a Brescia. Il primo maggio sono stati arrestati e accusati di terrorismo: davanti al giudice sono prima rimasti in silenzio, ma poi hanno rinnegato le loro farneticanti tesi chiedendo scusa alla cittadinanza. “Sono disperati, sanno di avere fatto una sciocchezza, intendono dimostrare di non essere terroristi”, hanno detto i loro avvocati.
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Cassieri, commessi e altri eroi dimenticati: l’insopportabile classismo nella corsa delle categorie ai vaccini

È tutta una questione di priorità, di scelte, di azioni: la trama di un tempo e della sua politica sta nell’agire svestito dalle parole che gli si mettono intorno per condire le sensazioni. Arriva il virus, arrivano i vaccini e decidere le priorità di chi mettere al sicuro è una cartina di tornasole che non consente troppe interpretazioni.

La Fondazione Gimbe, nella sua ultima rilevazione, racconta che oltre ai soggetti over 80 e a quelli ad elevata fragilità nella categoria “altro” dei vaccinati rientrano 572.692 dosi (il 39,6 per cento della categoria) somministrate a persone over 70 considerabili a rischio per fascia anagrafica e 873.787 (il 60,4 per cento) inoculate a soggetti di cui non è possibile rilevare altre indicazioni di priorità. Le percentuali degli “altri” sono addirittura al 19,5 per cento del totale in Sicilia, al 18,3 per cento in Calabria e al 16,4 per cento in Campania. Lì dentro, in base alle indicazioni regionali, ci sono le cosiddette professioni “a rischio” come insegnanti, magistrati, avvocati e così via.

L’essere umano è furbo in momenti di pace e diventa addirittura feroce in tempi di pandemia, quando c’è da correre per mettersi in salvo prima di tutti e in queste settimane abbiamo assistito alle diverse rivendicazioni (talvolta ridicole) delle diverse categorie professionali che smanacciano per superare la fila. 

Ora facciamo un passo di lato. Negli ultimi giorni solo a Roma sono morti due addetti alla vendita di supermercati: Rudy Reale era direttore di un Todis e prima di lui è mancato Riccardo, commesso di Carrefour. Qualche giorno prima era morta una commessa dell’IperSimply di Brescia.

Solo il 30 marzo, soltanto nella città di Roma, sono stati ufficializzati 20 nuovi contagi tra lavoratori di supermercati. E questi sono i dati ufficiali, quelli che sappiamo: «Faccio parte del Comitato Covid e nell’ultimo periodo mi hanno indicato 15 casi alla Coop di Roma Eur e altri 15 alla Coop di Roma Casilino. C’è omertà sui positivi ma questo non aiuta. E poi è saltato il tracciamento. Chi lavora nei supermercati non si ferma mai, neanche con la zona rossa. Per Pasqua rischiano di essere degli agnelli sacrificali», spiega Francesco Iacovone dei Cobas a Il Messaggero.

Ve li ricordate? Erano tra gli “eroi” della zona rossa (e lo sono ancora) eppure non vengono mai citati come priorità, non esistono nemmeno nella narrazione. Perché in fondo ci dicono che classismo sia una parola superata ma il concetto rimane sempre modernissimo: troppo poco nobili per essere prioritari.

Leggi anche: La pandemia economica non ha bollettini quotidiani, ma in Italia ci sono un milione di poveri in più (di G. Cavalli) // I lavoratori “indispensabili” ai tempi del Coronavirus sono quelli sottopagati e meno considerati (di G. Cavalli) // Sabino Cassese a TPI: “I magistrati chiedono il vaccino, ma gli autisti dei bus non mi pare abbiano mai pensato di sospendere il lavoro” // Vaccini, in Abruzzo il governatore Marsilio fa saltare la fila ai magistrati: “Voi potete vaccinarvi”

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Il piano piano vaccinale di Gallera

La Lombardia è in fondo alla classifica nella vaccinazione anti Covid: è stato usato solo il 3% dei vaccini a disposizione. E l’assessore alla Sanità della regione più martoriata dalla pandemia spiega che gli operatori sanitari sono in ferie e annuncia 10mila vaccini al giorno. Ma gli abitanti sono 10 milioni

Io un giorno, per qualche ora soltanto, vorrei affittare un angolo della testa di Gallera, sedermi in disparte in qualche angolo e ascoltare quello che ci ronza dentro, sentire quel turbinio di pensieri che spinge l’assessore alla Sanità della regione più martoriata dalla pandemia a rilasciare interviste che sembrano elaborati copioni di un teatro dell’assurdo, frasi che abbatterebbero in un attimo la carriera politica di chiunque e invece lui, Gallera sempre in piedi, continua impunemente a sfoderare assurdità una dopo l’altra e non si muove una foglia, non viene mai messo in discussione.

Partiamo dall’inizio: arriva il virus e la Lombardia esplode. Eravamo all’inizio dell’anno scorso e Gallera ci spiega che la Lombardia ha numeri così alti perché è stata la regione “più colpita”. La giustificazione, per quanto fosse superficiale, poteva anche starci: peccato che a livello di contagiati (con il 22% dei casi nazionali) e di deceduti (ben il 33%) la Lombardia abbia continuato e continui a svettare. Insomma, l’effetto “sorpresa” ormai non regge più come scusa. Poi ci sono stati i pessimi risultati della medicina generale e delle Rsa, storie piene di dolore e di lutti che hanno attraversato tutti i quotidiani per mesi. Poi c’è stato il fallimento del tracciamento e dei tamponi, con lombardi che si sono ammalati e dopo mesi non hanno nemmeno un tampone che lo certifica. Poi ci sono i numeri disastrosi della campagna vaccinale antinfluenzale: al momento attuale siamo a 1 milione e 135mila vaccini su una popolazione di 2.302.527 persone, con una percentuale del 49,32 per cento ben lontana dall’obiettivo prefissato e addirittura inferiore a quella dello scorso anno quando venne vaccinato il 49,8 per cento della popolazione over 65. Peggio ancora per i bambini dai 2 ai 6 anni: l’obiettivo era vaccinarne il 50% e siamo al 16,72 per cento del totale, con picchi verso il basso dell’8,23 per cento nella zona di Pavia e del 9,58 per cento a Brescia.

Ora ci sono i numeri sconfortanti della campagna vaccinale anti Covid: la Lombardia svetta, come al solito, in fondo alla classifica con un vergognoso 3% sui vaccini consegnati. E qui Gallera si erge a livelli impensabili. Ci spiega che i suoi operatori sanitari sono in ferie (come se il piano ferie in Lombardia fosse diverso, chissà perché, da quello delle altre regioni), ci dice che non vuole bloccare “interi reparti per eventuali reazioni allergiche” (buttando lì a caso un po’ di allarmismo di cui non si sa niente e non si hanno evidenze), poi rantola su un’eventuale mancanza di siringhe (ma come? E le altre regioni?) e infine si supera affermando: «Agghiacciante una simile classifica. Per non parlare di quelle regioni che hanno fatto la corsa per dimostrare di essere più brave di chissà chi. Noi siamo una regione seria. Partiamo domani con 6000 vaccinazioni al giorno nei 65 hub regionali. I conti facciamoli tra 15 o 20 giorni».

In sostanza nella testa di Gallera il Veneto, Lazio e tutte le altre regioni che stanno facendo meglio si sarebbero messe d’accordo bisbigliando e dandosi di gomito solo per fargli fare una brutta figura. Infine, convinto di calare l’asso, ci dice che la Lombardia a pieno regime riuscirà a fare 10mila vaccinazioni al giorno. Campa cavallo: con 10 milioni di abitanti il calcolo viene semplice semplice, tenendo conto che di vaccini per ogni persona ne vengono fatti due, basterebbero 2mila giorni. In Israele, 9 milioni di abitanti, solo per fare un esempio, sono a 150mila vaccini al giorno.

Sarebbe una tragicommedia se non ci fossero di mezzo però tutti questi morti, questi contagi che ora tendono a risalire, questo futuro che appare ancora nero. Ma davvero, sul serio, lo dico anche ai leghisti che sostengono questo governo in Lombardia, cosa altro serve? Cosa, ancora?

Buon lunedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

I rider di Uber Eats erano schiavizzati: la compagnia commissariata per caporalato

L’inchiesta su Uber Italy che vede coinvolte 10 persone per caporalato tra cui la manager di Uber Gloria Bresciani è la perfetta fotografia di un momento storico, al di là poi della rilevanza giudiziaria: sistematizzare le disperazioni per poterle spolpare fino all’ultimo centesimo appoggiandosi sulle povertà e nascondendosi dietro l’algoritmo di una piattaforma è il comandamento degli sfruttatori del 2020, gli schiavi non sono più solo nei campi con le schiene spezzate ma macinano chilometri sotto il sole o sotto la pioggia per la miseria di una lavoro sottopagato a cottimo come nelle peggiori storie di secoli fa.

È uno schiavismo scintillante, quello del delivery che ci porta comodamente i cibi a domicilio, che una certa narrazione è riuscito addirittura a rivenderci come una conquista. Solo che nel vocabolario impolverato dei diritti ormai sembra essersi smarrito il senso che una “conquista” lo è se porta vantaggi a tutti e invece qui ci troviamo di fronte a lavoratori, ancora una volta, stretti nella morsa di azienda e clienti.

Tra gli indagati anche Danilo Donnini e Giuseppe e Leonardo Moltini, amministratori della Flash Road City Srl e della Frc Sr, che andavano a cercare carne da macello da fare salire in bicicletta nelle sacche più in difficoltà delle storture politiche: i “pericolosi” immigrati in attesa di protezione umanitaria, quegli stessi che vengono già mangiati da certa propaganda politica, tornavano utilissimi per diventare manovalanza. Sono perfetti, se ci pensate, per un certo tipo di capitalismo: si ritrovano in una posizione di debolezza per reclamare diritti e hanno troppa fame per rinunciare a un lavoro.

Si legge nelle carte del pm di Milano Paolo Storari che gli indagati “approfittavano dello stato di bisogno dei lavoratori, migranti richiedenti asilo dimoranti nei centri di accoglienza straordinaria, pertanto in condizione di estrema vulnerabilità e isolamento sociale” e li destinavano al lavoro per il gruppo Uber “in condizioni di sfruttamento”. Pagamenti a cottimo per 3 euro a consegna, indipendentemente dalle distanze da percorrere e dalla fascia oraria, mance dei clienti che venivano sottratte, punizioni arbitrarie: “Abbiamo creato un sistema per disperati, ma i panni sporchi si lavano in casa”, diceva intercettata al telefono la manager di Uber. Consapevoli di essere degli schiavisti e sicuri di poter ambire all’impunità. Forse sarebbe il caso di imparare presto i nuovi riferimenti per riconoscere le nuove schiavitù. In fretta.

Leggi anche: Rider sfruttati, Uber Italia commissariata dal tribunale

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Sucidi in carcere: 20 volte in più della popolazione libera, ma la politica fa finta di niente…

L’ultimo è di qualche giorno fa: un ragazzo ventiduenne suicida nel carcere di Brescia in una vicenda da chiarire in molti suoi particolari. Il giovane era caduto in un forte stato depressivo dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da un imprenditore che gli offriva capi d’abbigliamento in cambio di prestazioni sessuali. La Procura di Brescia proprio in questi giorni stava chiudendo le indagini ma il giovane si è tolto la vita nella sua cella.

Ma i suicidi in carcere continuano a essere una tragedia silenziosa che si ripete con feroce regolarità. Il 2 ottobre scorso si è tolto la vita Carlo Romano, detenuto a Rebibbia da sei mesi: aveva 27 anni e conclamati problemi psichici che l’avevano già spinto a tentare il suicidio e per questo era passato alla sorveglianza a vista che gli era stata revocata proprio il giorno precedente. La Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni sottolinea che si tratta dell’ennesimo caso di una persona «che forse poteva essere curata all’esterno». Lo scorso 28 settembre è toccato a un uomo di origini albanesi che era in attesa di giudizio nel carcere di Bologna, il compagno che condivideva la camera con lui non si sarebbe accorto di nulla. Solo il giorno precedente, il 27 settembre, nel carcere di Castrovillari (CS) un detenuto marocchino ha approfittato del cambio turno della polizia penitenziaria per impiccarsi con un lenzuolo. Nella notte tra il 29 e il 30 agosto si è impiccato nella sua cella, dove si trovava solo, Omar Araschid, di origini marocchine, era recluso nell’area dei “sex offenders” e avrebbe nuovamente guadagnato la libertà nel 2021.

Il 27 agosto nel carcere di Pescara il 63enne Dante Di Silvestre aveva ricevuto da due giorni il diniego di lavorare fuori dal carcere dal magistrato dell’Ufficio di sorveglianza, per lui è stato un colpo durissimo, ha messo da parte gli effetti personali e un biglietto per la moglie e approfittando del regime di semilibertà che gli era stato riconosciuto per il suo comportamento esemplare, nel cortile del carcere ha utilizzato una corda che usava per il lavoro e si è impiccato a una sbarra. Di Silvestre era in carcere dopo la sentenza definitiva a 11 anni, con i benefici di legge aveva già scontato quasi metà della pena e aveva ottenuto la semilibertà. Poi, ancora: a Milano un 42enne algerino era stato fermato per tentato furto, era in una stanza da solo in Questura in attesa di fotosegnalamento. Si è tolto la maglietta, l’ha legata alle grate della finestrella della stanza vuota e l’ha stretta al collo. Quando gli agenti l’hanno trovato era già troppo tardi. Il 20 agosto si è impiccato al carcere Pagliarelli di Palermo Roberto Faraci, 45 anni, entrato in prigione da pochi giorni, anche lui sfruttando il fatto si essere stato lasciato solo.

È una moria di storia e di persone impressionante, che si ripete con cadenza mostruosa. Il 19 agosto un suicidio nel carcere di Lecce, il 17 Giuseppe Randazzo a Caltagirone, il 12 agosto sempre al Pagliarelli di Palermo (dove sono avvenuti ben 3 suicidi nel solo mese di agosto) si è impiccato (il solito drammatico cliché) Emanuele Riggio. Il 30 luglio nel carcere di Fermo si è suicidato un 23enne, di cui dalle cronache non si riesce nemmeno a risalire al nome. Aveva 23 anni anche Giovanni Cirillo che si è ammazzato il 26 luglio a Salerno e ne aveva 24 invece il detenuto che si è ammazzato a Como nello stesso carcere dove un mese prima in un’altra sezione si è tolto la vita, impiccandosi con la corda della tuta da ginnastica, un detenuto tunisino di 33 anni. In quell’occasione erano stati i compagni di cella, di ritorno dopo il periodo trascorso all’aria, a trovare il corpo senza vita. La conta dal 17 gennaio di quest’anno (quando si verificò il primo suicidio nel carcere di Monza) a oggi è incivile: 45 suicidi dall’inizio dell’anno, tutti per impiccamento tranne 4 casi di suicidi per asfissia provocata da gas. A questi numeri si aggiungono 27 casi di morti da accertare, tutt’ora al vaglio degli inquirenti.

Secondo il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, sarebbero 1100 i tentativi di suicidio ogni anno evitati dagli agenti. Il Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, adottato il 21 luglio del 2017, non ha rallentato la catena di suicidi: 52 nel 2017, 67 nel 2018, 53 nel 2019. La frequenza dei suicidi in carcere è di 20 volte superiore alla norma, mentre quella tra gli agenti penitenziari è 3 volte superiore alla norma e risulta anche la più elevata tra tutte le Forze dell’Ordine. Secondo il sito ristretti.it «è facile concludere che i detenuti si uccidono a centinaia (e tentano di uccidersi a migliaia) in primo luogo perché percepiscono di non essere più portatori di alcun diritto: privati della dignità e della decenza, trascorrono la propria pena immersi in un “nulla” senza fine».

Ma la notizia fatica sempre ad arrivare ai giornali e fatica infilarsi nel dibattito pubblico. Rimangono le brevi di cronaca date ogni tanto su qualche sito locale: la politica fa spallucce (se addirittura non invoca ancora meno diritti) e l’opinione pubblica è colpevolmente distratta. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri – sosteneva Voltaire – poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione»: qui la situazione è sempre nera, nerissima ma i palazzi sembrano non accorgersene.

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Dramma di Caivano, il diritto di amarsi di Ciro e Paola e le donne vissute come proprietà privata

È stata Cira, anzi no, è stato Ciro che però era Cira e che era una trans, poi si correggono è stato un trans, poi qualcuno che scrive che fosse un amore gay, addirittura un telegiornale nazionale in prima serata, quello spicchio di tempo che dovrebbe essere pedagogico oltre che informativo e l’attenzione di troppi giornali e telegiornali e troppi commentatori va a finire tutta lì, sulla transizione di Ciro Migliore e la morte di Maria Paola Gaglione, morta a causa di un inseguimento che ha ribaltato la motocicletta su cui Maria Paola viaggia finisce quasi in secondo piano, è troppo ghiotto il piatto del trans per fermarsi alla cronaca e alla narrazione dei fatti e così, ancora una volta, oltre al lutto si aggiunge il dolore e la sofferenza di una stampa che sembra non avere le parole per raccontare la realtà che ci circonda, che ancora incespica nel raccontare il presente e che ancora punta il dito sulla vittima piuttosto che sul presunto colpevole.

I fatti, intanto: Maria Paola Gaglione, 22enne di Caivano, ama Ciro Migliore, un uomo trans, nato biologicamente donna ma in transizione verso il sesso maschile. I due sono in motorino e il fratello Michele comincia a inseguirli. Il fratello non sopportava la relazione tra i due: «Non volevo ucciderla, ma solamente darle una lezione», dice il fratello agli inquirenti che lo accusano di morte in conseguenza di altro reato e di violenza privata. Ieri il gip ha convalidato l’arresto. «L’aveva infettata», dice lui parlando della sorella e del suo amore. Mentre li inseguiva urlava minacce di morte. Quando avviene l’incidente (le cause sono tutte ancora da accertare e al vaglio degli inquirenti) Maria Paola Gaglione rimane uccisa sul colpo mentre Ciro è sanguinante a terra e comincia a essere pestato dal fratello. A completare il quadro ci sono poi le voci della famiglia, i genitori di Maria Paola giustificano il fratello dicendo in diverse interviste che il giovane sicuramente non voleva speronare ma che il gesto era di “aiuto” per quella sorella e la sua relazione non accettata.

Si tratta, per l’ennesima volta, di una donna che viene vissuta come proprietà privata (in questo caso dal suo fratello maggiore) e che non viene considerata libera di vivere la sua relazione perché l’amore che nutriva per il suo compagno non rientrava nei canoni tradizionali di una famiglia che, lo dice bene don Patriciello che conosce i protagonisti, «non avevano gli strumenti culturali» per affrontare una situazione del genere. Siamo di fronte, una volta ancora, a un femminicidio (quanto preterintenzionale e quanto volontario lo deciderà ovviamente il processo) in cui perde la vita una donna che è stata giudicata da un contesto che non ha l’educazione sentimentale per affrontare la complessità dell’amore che spesso segue linee ben diverse dai canoni tradizionali.

Per questo in molti in queste ore continuano a chiedere che arrivi al più presto quella legge contro l’omotransfobia che giace da mesi in commissione (e che ha diviso il Parlamento): le associazioni Lgbt locali tra l’altro sottolineano come Ciro fosse vittima dell’odio e delle minacce da parte della famiglia di Maria Paola. Il tragico evento accaduto qualche giorno fa è solo la coda di un odio che parte da lontano e che si è perpetrato per mesi. Poi c’è la questione, sempre poco raccontata e spesso raccontata in modo piuttosto distorto di queste famiglie che si ritengono proprietarie della vita e delle scelte dei propri figli: Sana Chhema, una 25enne pakistana viveva a Brescia dove aveva studiato e dove lavorava ed è stata uccisa dal padre e dal fratello che non accettavano il fatto che si fosse innamorata di un ragazzo italiano, era l’aprile del 2018 e nel 2016 Nina Saleem, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre, dallo zio e da due cugini perché aveva un fidanzato italiano e perché vestiva troppo all’occidentale. In quel caso fu facile addossare le colpe degli omicidi all’arretratezza delle famiglie straniere e sentirsi assolti come se fossero fatti di cronaca lontani da noi eppure la trama, il nocciolo della storia anche in questo caso è lo stesso, con cognomi italianissimi.

E a proposito di arretratezza forse sarebbe il caso anche di ricordare che Caivano, luogo in cui si è consumata la tragedia, è uno dei luoghi con i più alti indici di dispersione scolastica e con il più basso indice di presenza di nidi a tempo pieno d’Italia. Perché forse oltre alla legge servirebbe anche un’educazione sentimentale e una formazione culturale di cui si continua a discutere e che continua a non essere un serio progetto politico. Serve la legge, certo, ma serve la cultura. E ancora una volta siamo qui a ripetercelo.

E allora ci si chiede se non sia il caso di allargare lo sguardo, al di là del brutto giornalismo che si ferma su Cira che è diventato Ciro, e domandarsi quanto tempo ancora debba passare perché il diritto di amare, amare senza creare nessun danno agli altri, diventi finalmente una libertà da praticare senza paura e senza ritorsioni. Comunque vada a finire la vicenda giudiziaria.

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Com’è facile riciclarsi per un Prefetto

Un articolo importante di Andrea Tornago. Brescia sarebbe molto meno raccontata senza di lui:

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Narcisa Brassesco Pace

Doveva lasciare l’incarico a fine 2015 raggiunta l’età della pensione, ma ha rassegnato le dimissioni in anticipo. Il prefetto di Brescia, Narcisa Brassesco Pace, indagato per abuso d’ufficio in un’inchiesta rivelata da ilfattoquotidiano.it ha lasciato il suo incarico dal 1 aprile. Il 9 dovrà comparire davanti al giudice per l’udienza preliminare insieme ad altri 5 indagati, accusato di essere “istigatore e determinatore” di un ricorso – per far togliere unamulta al figlio di un imprenditore – definito “manifestamente infondato” dal pm e contenente “dichiarazioni false”.

“Lascio all’improvviso e molti di voi me ne hanno chiesto la ragione – ha argomentato il funzionario nel suo discorso d’addio – poiché questa esperienza volge al termine, naturalmente, è un corso naturale”. In realtà – secondo fonti vicine alla Prefettura – il Viminale non avrebbe visto di buon occhio un suo possibile rinvio a giudizio nel medesimo distretto in cui, fino a fine marzo, ha ricoperto l’incarico di prefetto. A reggere il palazzo del governo sarà il viceprefetto aggiunto Salvatore Pasquariello, ma l’ex prefetto Brassesco Pace, a Brescia dal 2009 su proposta dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, ha già trovato un nuovo lavoro.

Dal 2 aprile è presidente del cda di Capital Shuttle, società di consulenza finanziaria per i grandi patrimoni della banca Ipibi Financial Advisory (gruppo Veneto Banca). Oltre all’incarico nella finanziaria che controlla la banca Ipibi – i soci di Capital Shuttle sono Finnor (9,5%), veicolo che fa capo a Osvaldo Bossetti, Ubi Fiduciaria (9,4%), l’ad Marangi (8,3%) e la B.Ifigest (6,7%) di Gianni Bizzarri – sarà anche membro del cda di Sogea, società di formazione per manager partecipata da Confindustria, “su proposta del presidente della Rina di Genova, cavaliere del lavoro Ugo Salerno”.

Brassesco Pace l’ha annunciato nel corso della cerimonia di addio che si è tenuta negli appartamenti istituzionali del prefetto a palazzo Broletto venerdì 27 marzo, alla presenza del gotha dell’imprenditoria e della finanza di Brescia e Bergamo. Già nel 1999 la funzionaria aveva interrotto la sua carriera prefettizia per lavorare nel privato come segretario generale della holding S.G.F.(logistica) e direttore generale del Gruppo Aprile Spa, società operativa nel settore del trasporto marittimo e aereo.

“Ringrazio tutti gli imprenditori – ha sottolineato Brassesco Pace – e una particolare gratitudine al presidente degli industriali, cavaliere del lavoro Marco Bonometti, sulle cui eccezionali qualità umane e professionali non debbo qui soffermarmi”. Le conclusioni del suo mandato, infatti, le tira proprio il presidente di Aib, l’associazione industriale bresciana: “Il prefetto ha saputo motivare i suoi collaboratori orientandoli ai bisogni delle imprese”. Tra i presenti all’addio di Brassesco Pace anche il cardinale Giovanni Battista Re, l’onorevole Stefano Saglia(sottosegretario allo Sviluppo Economico dell’ultimo governo Berlusconi) l’ex presidente leghista della provincia di Brescia Daniele Molgora e l’onorevole Guido Galperti del Pd.

Mentre i migranti e l’associazione Diritti per tutti hanno festeggiato l’addio del prefetto distribuendo il dolce tipico pachistano Jalebi sotto al palazzo del governo. Brassesco Pace, infatti, è stata anche al centro di una recente polemica con il capo dipartimento immigrazione del Viminale Mario Morcone, “sconcertato” per il rigetto dell’80 percento delle domande di emersione degli immigrati a Brescia contro una media nazionale del 20 percento. Nonostante gli inviti, non c’erano il sindaco di Brescia Emilio Del Bono e i vertici della magistratura bresciana.

Cosa c’entra la Lega Nord con la ‘ndrangheta (a Brescia)

enio-morettiTredici richieste di condanna, un’assoluzione. E le motivazioni, così come la genesi dell’inchiesta, sono nero su bianco nella memoria che il sostituto procuratore Paolo Savio ha consegnato alla corte al termine della sua requisitoria. Che non fa sconti. In aula, in prima fila accanto al suo avvocato, Enio Moretti, ex consigliere regionale della Lega, a processo con altri 13 imputati: per l’accusa sarebbe «il regista» di un sistema illegale basato sull’emissione di fatture gonfiate (milionarie) e crediti d’imposta inesistenti utilizzati da una galassia di società satellite per pagare in modo illecito i contributi dei dipendenti tramite compensazione. Per lui il pm chiede 5 anni e 3 mesi, così come per il fratello Renato.

Pene più lievi per i fratelli Vincenzo (4,2 anni) – ritenuto dall’accusa il «prestanome nullatenente a cui venivano intestate le società di subappalto riconducibili ai Moretti» – e Rocco Natale (4,1 anno) – «molto più che un consulente, un socio: colui che le fatture le emetteva». Per altri nove imputati le richieste di condanna vanno dai 4 ai 20 mesi di reclusione. Non solo. L’accusa vuole la confisca di tutti i beni sottoposti a sequestro preventivo, tra proprietà e conti correnti.
Ma il punto – chiarisce il pm – è capire come si sia arrivati a questo processo. E come l’inchiesta si sia «ribaltata»: era nata per «verificare se la famiglia Moretti fosse vittima di una pesante pressione mafiosa» salvo poi scoprire che «le tre società di Moretti presentavano discrasie patrimoniali pesantissime e venivano cedute in procinto di fallimento ai due fratelli calabresi». Da ostaggio di una presunta estorsione, dunque, i Moretti «diventano protagonisti delle attività illecite: le società esistevano solo sulla carta. E servivano per compensare i contributi».

È il 24 novembre del 2007: secondo la ricostruzione del pm a Orzinuovi prende forma un «tentativo di affrancamento tra una struttura di stampo mafioso in Valtrompia riconducibile ai Piromallo Molè di Gioia Tauro con un altro gruppo criminoso di Oppido Mamertina». A questo summit «partecipa anche Vincenzo Natale». Che il 18 agosto 2008 «viene controllato a Oppido Mamertino con un parente di Francesco Scullino ed Enio Moretti, all’epoca consigliere regionale». E titolare della Conar, che finisce sotto la lente degli inquirenti. L’azienda avrebbe ridotto i costi grazie ai subappalti: ma gli operai erano gli stessi. «Perché ad amministrarle erano i Moretti», incalza l’accusa: «I conti correnti di Vincenzo Natale e delle imprese che amministrava erano esclusiva gestione della Conar».

Eppure nell’agosto 2011 Vincenzo (Cecè), intercettato, chiede aiuto a Enio. «Non ho soldi. Collaboro con te da tanti anni, devo prendere una decisione, non posso più scherzare». «Rocco mi ha detto di non dargli niente, di lasciarlo qua che fa meno danni – riferirà Moretti a un amico – Lui gli dà 1.500 euro al mese, da noi ne prende mille». In un’altra telefonata l’ex consigliere regionale si sarebbe offerto di «fare un piacere» all’amico di un amico, «usando una società, la Conar, che realmente esiste. Gli faccio anche un contrattino, la sistemiamo bene, perché dopo le coperture tanto me le faccio fare da Cecè che mi riconosce le spese». Eppure Moretti si sarebbe lamentato con Rocco («spendiamo troppo») che gli avrebbe mandato un prospetto sui contributi risparmiati. Decine di migliaia di euro.
La parola alle difese il 25 marzo.

(clic)

A cosa serve la Brebemi? Ad interrare rifiuti tossici.

xInaugurazione-Brebemi-765-x-420.jpg.pagespeed.ic.SdpQb_0pSLiqwnB7LCdv“La Brebemi è servita ad interrare rifiuti”.  E’ stata questa la clamorosa affermazione emersa durante l’audizione del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e del sostituto procuratore Roberto Pennisi  presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti il 4 novembre scorso.

Pennisi ha dhichiarato, infatti, che frequentemente si reca con il treno da Brescia a Napoli è, poiché la ferrovia corre parallelamente alla BreBeMi, ha avuto modo di costatare che è “sempre vuota”; in particolare il giudice ha precisato che l’autostrada è oggetto di una importante indagine della Dda di Brescia per traffico illecito di rifiuti. 

Nello stesso giorno lo stesso giorno dell’audizione di Roberti e Pennisi sono stati auditi anche il direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Giuseppe Peleggi Rocco Antonio Burdo, Direttore dell’ufficio intelligence della Direzione centrale antifrode e controlli, ai quali il commissario Bartolomeo Pepe ha chiesto notizie in merito ad una indagine del procuratore di Brescia Pier Luigi Maria Dell’Osso, la quale ha per oggetto un traffico di rifiuti tossici ( cianuri, fluoruri, bauxite e altro) che arriverebbero in container trasportati dalle navi attraverso l’Oceano indiano e il canale di Suez provenienti addirittura dall’Australia o su dall’Est Europa.

Burdo ha confermato che ci sono tre  inchieste sul territorio nazionale al riguardo. Una di queste è partita da Brescia e da Bergamo e riguarda un monitoraggio di prodotti elettrodomestici rottamati (Raee), che inizialmente sembravano riferibili all’attività di migranti che avevano messo nei container frigoriferi e lavatrici usate, perché venissero utilizzati tal quali presso i Paesi di origine”. Dietro questo traffico ci sarebbero le mafie ed in particolare la Ndrangheta calabrese, la quale ha in Lombardia profonde ramificazioni.

La società che gestisce l’autostrada respinge al mittente le denunce che essa sia desolata, ma la verità è che, fino ad oggi, essa non ha havuto volumi di traffico tali da giustificare la sua costruzione.

(clic)

A Brescia intanto

Arriva Roberto Pennisi nella sezione bresciana della DIA.

Ormai anche agli amministratori negazionisti più arditi conviene fare un po’ di antimafia da parata per non farsi cogliere di sorpresa in occasione dei futuri arresti per associazione mafiosa.