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congresso

Un bivio

Fare politica significa fare delle scelte. Decidere se si vuole prendere una direzione piuttosto che un’altra: parteggiare, insomma. Per questo sul #congressoSEL ho ripetuto e continuo a ripetere (da non tesserato: per chi mi chiede come mai non sono intervenuto) che al di là delle parole conta il percorso politico che si decide di intraprendere. Le terre di mezzo sono sempre pericolose, qui.

 

La scelta non è dunque “rinchiudersi nel partitino” né tantomeno sciogliersi nell’indistinto “campo largo dei democratici”

Un emendamento molto interessante presentato al Congresso (sottovoce) di SEL a firma di Barbara Auleta, Stefano Ciccone, Enzo Mastrobuoni e Carolina Zincone:

SEL deve lavorare dunque per un processo di aggregazione e confronto che porti alla costruzione di una nuova forza autonoma della sinistra, popolare, plurale, unitaria e innovativa. Non la sommatoria di frammenti di ceto politico teso all’autoconservazione, ma una nuova esperienza capace di aggregare risorse per produrre capacità di iniziativa ed elaborazione. Il rilancio di una autonomia politica e culturale della sinistra e la costruzione di una coalizione di governo trasformatrice sono due obiettivi non in contrapposizione ma oggi inscindibili. La costruzione di un’alleanza capace d’innovazione non è infatti, oggi, un dato scontato ma un obiettivo da conquistare per il quale è necessario si batta un soggetto della sinistra forte. La scelta non è dunque “rinchiudersi nel partitino” né tantomeno sciogliersi nell’indistinto “campo largo dei democratici”, ma costruire una sinistra più larga di noi, capace di coniugare governo e trasformazione ponendola in relazione con le domande della società. Dobbiamo metterci in relazione con la domanda sociale che chiede di rompere con la religione dei vincoli di bilancio che ha pesato a sinistra e aprire un dialogo con l’istanza di cambiamento e con la critica alla degenerazione dei partiti che hanno alimentato l’astensione o il voto al Movimento 5 Stelle. Va ricostruito un rapporto con quella sinistra che non ha creduto a sufficienza nella nostra proposta e che oggi cerca una risposta più convincente. Ma questo ruolo e questo processo per essere vero e con i piedi ben piantati nella realtà non si costruisce come rapporto tra stati maggiori dei partiti e dei movimenti, si costruisce producendo fatti politici, stando sin da ora nei processi reali costruendo relazioni e nuovi rapporti con associazioni, gruppi, singole personalità con cui definire patti ed accordi anche su singole campagne.

La missione (per ora, opinione personale, fallita) è questa qui. Era questa qui. E difficilmente sarà rispettata. Ma spero di sbagliare.

Stili congressuali

Ognuno ha i congressi come se li merita. Il Celeste Formigoni è tutto teso ai progetti e ai valori, come sempre, eh:

 

 

 

Filare per le tessere

Non è vero che le questioni dei tesseramenti nel PD non sono una priorità per la politica del Paese. Non sono d’accordo. Se il più importante partito del centrosinistra in Italia (di cui ognuno può pensare ciò che vuole, per carità) non riesce a governare il momento più “democratico” del proprio percorso di scelta della classe dirigente diventa difficile pensare al governo dell’Italia. E non c’è niente di cui rallegrarsi: il mors tua vita mea in politica porta inevitabilmente allo scollamento e la sfiducia; ne perde la democrazia.

Come dice Civati:

Se ci si candida alla segreteria del Pd, ci si deve occupare anche di questo. Si deve lavorare per un rispetto religioso delle regole e per la tutela del voto democratico, all’insegna di una credibilità che non possiamo certo ritrovare facendo cose incredibili.

A me dispiace che la cosa colpisca solo me. E che sia il solo a pensare che per occuparci bene di disoccupati e di altre questioni più importanti, si debba avere un partito rigoroso e libero, che raccolga un mucchio (sì, un mucchio) di persone perbene e non masnade di cialtroni: che sia, in una parola, democratico.

Non posso che esserne d’accordo.

Apriti SEL!

Abbiamo bisogno di una discussione vera e trasparente per affrontare la nuova fase senza equivoci o ipocrisie. Ma è necessario aprirci sin da ora, prima del congresso, per contribuire a costruire una sinistra più grande di noi, capace di pensare il cambiamento e di cimentarsi con la sfida del governo.
La qualità del nostro congresso non dipende solo dalla nostra discussione ma da quanto sapremo costruire nei movimenti, nelle lotte sindacali, nelle esperienze associative che producono nuova politica, nuovi saperi, nuova socialità.
Per farlo dobbiamo cambiare pelle, liberare la nostra discussione, aprire i nostri spazi di partecipazione, liberarci dei notabilati, vincere una cultura che “militarizza” il confronto politico e rimuove il disagio.
Non è più possibile tenere distinte le forme di partecipazione dalla qualità e credibilità della proposta politica. Dalla capacità di SEL di affrontare questo nodo dipende la sua credibilità, la possibilità di svolgere un ruolo autonomo e al tempo stesso unitario, di raccogliere domande e intelligenze, di interloquire con ciò che si muove nella società, di sviluppare la sua capacità di elaborazione.
Non basta stigmatizzare l’antipolitica, per esorcizzarla, bisogna cambiare la politica, a cominciare da noi.

A cosa serve Sel 
SEL deve lavorare alla costruzione di un processo di aggregazione e confronto che porti alla costruzione di una nuova forza della sinistra, plurale, unitaria e innovativa. La manifestazione di piazza SS. Apostoli ce lo ha ricordato ma è rimasta senza seguito anche per una nostra incertezza di prospettiva. Non la sommatoria di frammenti di ceto politico teso all’autoconservazione, ma una nuova esperienza capace di aggregare risorse per produrre un’elaborazione inedita.
La missione costitutiva di SEL è uscire dall’asfittica alternativa tra la rinuncia alle proprie ragioni per accedere al governo e la marginalità per rimanere fedeli a se stessi.
La costruzione di un’alleanza capace d’innovazione non è però, oggi, un dato scontato ma un obiettivo da conquistare.
È quindi fuorviante contrapporre il rilancio di una autonomia politica e culturale di sinistra alla costruzione di una  coalizione di governo: si tratta di due obiettivi oggi inscindibili.
La scelta non è dunque “rinchiudersi nel partitino” né tantomeno sciogliersi nell’indistinto “campo dei democratici”, ma costruire una sinistra più larga di noi, capace di coniugare governo e trasformazione ponendola in relazione con le domande della società.
Con l’iniziativa di Carlassare, Don Ciotti, Landini, Rodotà e Zagrebelsky e con l’appuntamento del 12 ottobre si apre un nuovo cantiere che mette al centro la difesa della Costituzione. Si è aperto un percorso di cui SEL deve essere protagonista e non mero interlocutore, contribuendo a orientarlo e a rafforzarlo.
È una sfida che non vale solo per l’Italia ma che riguarda l’Europa e non si esaurisce nella mera adesione a una o all’altra famiglia: è necessario ricostruire una soggettività che promuovendo nuove forme di mobilitazione tra i cittadini europei cambi le politiche e il ruolo dell’Europa.

Un documento-appello che trovate qui. E che è utile a tutto il centrosinistra per una riflessione più ampia.

I trapezisti della sinistra

Sinistra Ecologia Libertà celebrerà tra qualche mese il suo Congresso su una linea politica che discuteremo insieme, ma di cui conosciamo già i sommi capi: rafforzamento di una sinistra di governo in Italia, nel solco del socialismo europeo che si cimenti con la (ri)costruzione di una coalizione di centrosinistra e che sappia coniugare le ragioni del lavoro, dei diritti per tutte e tutti e della conversione ecologica. Tutto questo si può fare prescindendo dal Partito democratico o da quello che succede al suo interno? Ovviamente no. Chiunque si dica di sinistra non può essere indifferente a quanto accade nel più grande partito del centrosinistra. Personalmente, non mi sfugge la carica innovativa, a cui ogni tanto corrispondono contenuti non proprio nuovi, di Renzi, la fresca radicalità di Civati, che ad esempio è il meno vicino alle larghe intese, o la profondità di riflessione sull’Europa e sulla prospettiva di Cuperlo. Non mi sottraggo al punto decisivo[…]

Cioè? (il post di Sergio è qui)

Equivicini

Quindi alla fine mi dicono che quelli di SEL dovrebbero essere “equidistanti” (dicono così ma qualcuno è piuttosto “equivicino”) dal congresso del PD. La direzione suggerita non mi stupisce (del resto ne avevo già parlato qui e già non avevo capito qui) ma non la condivido. O si ha la forza di prendere le distanze dal PD (a cascata dappertutto, eh) o si decide di condizionarlo (era il mantra e la promessa della dirigenza in campagna elettorale): aspettare di vedere cosa succede per trovare una narrazione post-congresso mi sembra una pessima idea.

Anzi, sarebbe bello che ci fosse una stessa mozione al congresso Pd e al congresso di SEL (ci sarà, no?). Allora come farebbero gli equivicini?

Civati non datur

Siccome in molti hanno scritto, commentato, criticato e discusso il mio post di ieri e siccome la politica è una cosa bellissima per chi non si trova costretto a farla per sopravvivere, volevo tornare sull’argomento “congresso PD” così come lo sento, come la penso e con tanti saluti per chi teme il dialogo e lo scontro (sano e democratico) che arricchisce.

Vedo due possibilità per la “sinistra” (e qui lo so: la sinistra non esiste più, c’era una volta la sinistra, dobbiamo essere post-ideologici, sono tutti uguali e tutte queste altre cose qui a cui avevo già risposto tempo fa proprio qui) che sia SEL, che sia la “diffusissima” sinistra granulare di questi ultimi anni o che sia chi a sinistra ha preferito non votare: fregarsene del congresso PD o prendere posizione. Il resto è equilibrismo già stanco, stucchevole e timido quasi pavido.

O si decide che il Partito Democratico sia ormai irrecuperabile, troppo filoberlusconiano o schiavo dei 101 e allora ci si mette il cuore in pace e si decide di fare altro prendendosene la responsabilità (anche elettorali, senza accorpamenti dell’ultimo secondo per garantirsi posti in Parlamento con questa legge elettorale) oppure ci si dice apertamente che per cambiare la sinistra (e il centrosinistra) è necessario lavorare per un Partito Democratico che non continui a barcollare su derive centrodestrose e ritrovi il filo e il segno o piuttosto si rompa. Tertium non datur, scrivevamo al Liceo.

Per questo credo che tutte le altre interviste (e le loro smentite) come lunghissime perifrasi servano poco al dibattito e troppo all’attendismo che ha portato il M5S ai risultati recenti.

Io non ho grandi certezze anzi sono pieno di dubbi ma quello che so è che tra i candidati attuali al congresso del PD c’è qualcuno che ha portato avanti da sempre i temi (e spesso anche i modi) che stanno a cuore alla sinistra come vorrebbe essere e a molti punti di programma di SEL: Pippo Civati. Civati tra Marchionne e FIOM è sempre stato dalla parte della FIOM (al contrario di Renzi, per dire), ha avuto sempre le stesse parole sui diritti in tutte le loro declinazioni, ha una visione ambientale vicina all’ecologismo europeo e ritiene questo Governo un tradimento del patto con gli elettori. Insomma: può non piacere ma mi sembra che abbia le idee chiare. Anche Renzi ha avuto la possibilità (eccome) di chiarire le proprie posizioni e i propri orientamenti: possono piacere o no ma la sinistra è un’altra cosa, per carità.

Mi si dice che Civati non ha possibilità di vincere (ma nessuno di questi mi sa dire se SEL o il post-SEL o qualsiasi altra cosa oggi immaginabile possa raggiungere il 30%, perché vogliamo governare, spero), mi si dice che vincerà comunque Renzi (e allora dovrebbe essere un fanculo all’homo faber fortunae suae che è la molla della politica, o no?) e mi si dice che alla fine comunque sarà sempre “imbrigliato” (lui, capite, e me lo dicono quelli che parlano di PD e col PD ogni santissimo minuto) e mi si dice che le cose non cambiano.

Pochi giorni fa mentre facevamo un evento insieme ad Arzo Gianluca Grossi diceva che per cambiare il mondo bisogna essere capaci di farsi cambiare dal mondo.

Ecco, ad oggi di strade ne vedo due e non capisco perché Civati non datur.

Mescolarsi

E’ il verbo usato da Vendola nei confronti del PD. E detto così è tutto da capire. Abbiamo praticato il PD, una frequentazione, verrebbe da dire. Il risultato si gioca tutto sul prossimo Presidente della Repubblica. Lì vediamo quanto abbiamo pesato: perché i voti si contano e si pesano.

Mescolarsi potrebbe essere un semplice accumulo e questo (lo sappiamo in molti) non ha una sintesi reale nel partito: non ha sbocchi. Nella sua intervista a La Stampa Nichi aveva parlato di un soggetto unico della sinistra, presagendo una scissione democratica che ormai è diventata un mantra e che non accade mai. Il confine sottile tra responsabilità e testimonianza si gioca su una convergenza valoriale e non elettorale e, per come stanno ora le cose nel poliforme PD, sembra un’alchimia rassicurante per i posti più che per gli obbiettivi. Il prossimo congresso si gioca tutto qui, lo sappiamo vero?