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19 anni dopo, i temi del G8 di Genova sono più attuali che mai

Chissà quando avremo gli occhi per rivederlo, quel G8 a Genova, quella manifestazione che certa retorica squadrista continua a raccontare come un’orrida sequela di tafferugli (dimenticandone chirurgicamente le responsabilità), raccontando di una città messa a ferro e a fuoco e proiettando un film che non rispetta la realtà. Andrebbe rivisto, quel G8, per raccontare come una grave sospensione della democrazia (parole usate dall’Onu e riprese da importanti organizzazioni internazionali) possa passare sotto traccia ed essere normalizzata negli anni successivi.

Ma, no, questo non vuole essere un pezzo sui picchiatori seriali ben ammaestrati in divisa e nemmeno sulle forze di pubblica sicurezza che fabbricano prove false per giustificare la propria violenza. Dico, ve li ricordate i temi di quel G8? C’erano qualcosa come 300mila persone (che non sono i like su Facebook) che avevano preso i mezzi da tutto il mondo per arrivare a Genova a evidenziare una serie di problemi che per loro sarebbero stati lo scacco matto del futuro del mondo.

A Genova si contestavano il neoliberismo furioso, la concessione di veri e propri paradisi fiscali, la vittoria della finanza sull’economia, l’aumento della disuguaglianza sociale e soprattutto dell’ingiustizia sociale, l’impoverimento irrefrenabile delle classi medie, la sbagliata e ingiusta distribuzione di ricchezze nel mondo, la visione privatistica del mondo al danno del pubblico, il consolidamento delle lobby di potere e delle grandi multinazionali come inquinamento delle decisioni politiche, la redditizia instabilità del mondo mediorientale. Si parlava dell’ambiente prostituito al profitto e delle enormi conseguenze che ci sarebbero state a livello planetario, si parlava dell’aumento della diffusione di xenofobia e di razzismo.

Avevamo ragione noi, a Genova. Aveva ragione quel documento finale del Social Forum di Porto Alegre (lo trovate qui) del 2002 che oggi risuona ancora come agenda assolutamente contemporanea del mondo in cui siamo. Sono passati quasi 20 anni e i mali del mondo sono ancora gli stessi.

Quei temi non sono stati sfondati dai manganelli (a differenza delle teste e dei denti) e dimostrano che, no, non era violenza sistematica per zittire qualche contestazione ma era un pugno di ferro contro un cambiamento di un mondo che non vuole cambiare e che continua a crollare ogni giorno dei medesimi mali. Avevamo ragione noi, a Genova, in piazza, e oggi i grandi del mondo parlano quella stessa lingua. Solo che qualcuno ci ha rimesso qualche osso.

Leggi anche: 1. In Italia 13mila infetti, ma gli “untori” sono i migranti: signori, gli sciacalli sono tornati (di G. Cavalli) / 2. Caro Conte, l’unica opera strategica per l’Italia è investire nella scuola. Che cade a pezzi (di G. Cavalli)

L’articolo proviene da TPI.it qui

Minniticrazia capitolo secondo: promosso anche l’ex vicequestore che accusò i manifestanti di aver ucciso Giuliani

Ne scrive Matteo Pucciarelli su Repubblica:

Nell’immagine, il filmato nel quale si vede Lauro (l’agente in primo piano) lanciare un sasso contro i manifestanti il 20 luglio 2001, a Genova

Il poliziotto Adriano Lauro, 54 anni, è stato nominato questore di Pesaro. Era in piazza Alimonda il giorno in cui venne ammazzato Carlo Giuliani, il 20 luglio 2001. Ma diventò famoso soprattutto per un altro motivo. Quando i manifestanti che assistettero alla morte di Giuliani cominciarono a urlare “assassini, assassini” in direzione degli agenti, lui rispose andando ad inseguire un no global “lo hai ammazzato tu, sei stato tu con le pietre, pezzo di m….”. Pietre che in realtà poco prima aveva lanciato lui in direzione dei no-global.

Lo stesso funzionario venne duramente criticato nella causa civile promossa dai genitori di Carlo Giuliani (finita con un’archiviazione)  per non aver impedito che un poliziotto o un carabiniere mai identificato colpisse in testa con una pietra Carlo, steso a terra e ormai privo di vita dopo essere stato raggiunto dal proiettile esploso dal carabiniere Mario Placanica.

Dopo aver prestato servizio a Roma e poi alla polizia ferroviaria in Campania, adesso la promozione nella città marchigiana.

Ora Londra ammette: «quel black bloc a Genova era un nostro poliziotto»

(un articolo da ritagliare di Marco Grasso per Il Secolo XIX)

Rod Richardson fotografato a Genova

C’è una foto, nei giorni del G8 di Genova del 2001, che lo riprende davanti a una barricata. Rod Richardson posa fiero davanti all’obiettivo, coperto da un caschetto, una mascherina da saldatore e una maschera antigas. Fisico asciutto e muscoloso, maglietta scura, pantaloni da lavoro comodi, un fazzoletto al collo per i lacrimogeni. Sembra un perfetto “black bloc”. A sedici anni dal vertice è la polizia inglese, incalzata da una commissione parlamentare d’inchiesta di Londra, a svelare la verità: Rod Richardson era un poliziotto infiltrato, che assunse l’identità di un bimbo morto e visse sotto copertura tra i movimenti anarchici inglesi per almeno quattro anni.

L’identità del bimbo morto

È la prima volta in sedici anni che arriva una conferma ufficiale a quanto gli attivisti del Genoa Social Forum hanno sempre denunciato: erano presenti anche «provocatori» mischiati tra i manifestanti del blocco nero, tra i quali appartenenti a forze dell’ordine. Cosa ha fatto durante gli scontri del G8 e che ruolo ha avuto Rod Richardson? Chi lo coordinava e quale era il suo ruolo? Ha effettuato solo un’attività di intelligence o si è spinto anche a commettere reati? La polizia italiana era stata informata dai colleghi inglesi?

La rivelazione è il risultato di anni di lavoro della commissione guidata dal magistrato inglese Sir Christopher Pitchford, il cui mandato è di fare luce sull’uso disinvolto (in alcuni casi c’è il sospetto di veri e propri abusi) degli agenti undercover infiltrati dalla polizia britannica, e in particolare dalla special political unity, una sorta di corrispettivo della Digos italiana. Nell’istruttoria sta venendo fuori un po’ di tutto. Perquisizioni e monitoraggi illegittimi di movimenti politici, agenti che non si capisce esattamente a chi rispondessero e quali funzioni svolgessero, fino ad arrivare a drammi sentimentali: c’è chi, sotto nome falso, ha intrattenuto relazioni sentimentali e sessuali, o chi ha fatto un figlio e poi è “scomparso”. Il sospetto dei magistrati, che investe in qualche modo anche Genova, è anche un altro: che libertà di azione avevano gli agenti sotto copertura? Hanno commesso reati o hanno agito da provocatori? Hanno coordinato o organizzato azioni violente? E, in tutto questo, a chi riferivano e quale era la loro missione?

A queste domande la polizia metropolitana di Londra ha rifiutato di rispondere. Così come la commissione si è vista negare l’accesso alla vera identità di Richardson. Il quotidiano inglese The Guardian ha però rintracciato la madre del vero Rod Richardson, nato il 5 gennaio del 1973 e morto lo stesso giorno al St George Hospital di Tooting, per problemi respiratori o forse perché rimasto soffocato dal latte (questa è sempre stata la convinzione dei genitori): «Riteniamo che un ufficiale di polizia abbia rubato l’identità del bimbo – ha testimoniato l’avvocato della famiglia Jules Carey davanti alla commissione – e che sia stato impiegato sotto copertura almeno dal 2000 al 2003». Dopo quell’anno infatti parte per un viaggio in Australia e, dopo aver scritto ad alcuni amici che si stabilirà lì perché la compagna ha trovato un lavoro all’università, nessuno ne sente più parlare.

A certificare il suo passaggio da Genova nei giorni del 2001 ci sono svariate testimonianze e alcune fotografie, fornite da alcuni ex compagni di lotta, sotto choc dopo la rivelazione dell’identità del finto attivista. Una delle immagini ritrae il poliziotto davanti a un’auto in fiamme in corso Italia, una delle micce che scatenò successivamente le cariche della polizia, talvolta indiscriminate e indirizzate a parti pacifiche del corteo, mentre i manifestanti del blocco nero, sgattaiolavano per le vie della città in cerca di altri obiettivi. In un’altra foto Richardson appare bardato con le coperture delle tute bianche, in una zona che presumibilmente potrebbe essere compresa tra via Tolemaide e corso Torino. Alcuni ex attivisti hanno raccontato come “Rodders”, soprannome con cui era conosciuto tra nella galassia del «movimento anticapitalista», fosse un «bravo ragazzo», particolarmente «sprezzante nel violare la legge e affrontare i poliziotti» negli scontri di piazza. Impossibile o quasi sospettare che fosse un agente: un amico ha ricordato ai media britannici di una serata al karaoke in cui si scatenò cantando “Firestarter” dei Prodigy.

Accertamenti della Procura

La domanda ha sfiorato molti manifestanti reduci del G8: chi erano i black bloc, come si erano organizzati, e per quale motivo è stata così inefficace la loro identificazione e neutralizzazione? La polizia italiana – durante i processi a membri delle forze dell’ordine per le violenze e i depistaggi alla scuola Diaz, alle torture nella caserma di Bolzaneto e in quelli a carico dei manifestanti accusati di saccheggio e devastazione – ha sottolineato più volte la scarsa collaborazione da parte di polizie straniere.

Chi è davvero Rod Richardson, cosa ha fatto per le strade di Genova nel 2001, e a chi rispondeva? La Procura di Genova è stata informata dei recenti sviluppi dell’inchiesta della commissione britannica e segue con attenzione l’istruttoria. Non è escluso che il caso possa portare a nuovi accertamenti anche in Italia, per quanto, sedici anni dopo, anche il reato di devastazione e saccheggio, che prevede pene durissime, sia avviato alla prescrizione.

G8 di Genova: la verità è resistenza

Non è rimasto sangue solo sui muri della scuola Diaz a Genova, in quel 2001 che è stato l’anno delle prove generale del mondo che poi è stato. Bisognerebbe partire dalla considerazione che il sangue, tossico, ha inquinato una narrazione che non riesce a svicolare dal pregiudizio. Tutto quello che crediamo di sapere su Genova è falsato dalla miopia. Carlo Giuliani e piazza Alimonda, ad esempio, sono figli di una perversione disinformata: basterebbe prendersi il tempo di leggere l’inchiesta “L’orrore in piazza Alimonda” per avere coscienza di una millanteria diventata storia.

Ma perché eravamo in piazza a Genova in quel 2001? Il cosiddetto movimento “no global” altro non era che l’inizio di quel largo sentimento anti establishment che oggi è maturato e attraversa l’Europa. Dietro lo slogan “un altro mondo possibile” c’era il desiderio di un movimento transnazionale che puntasse alla giustizia sociale senza i condizionamenti sciacalli delle multinazionale. Oggi, 15 anni dopo, la lobby è delineata e riconoscibile: la finanza, nelle sue forme più malate, è la fotografia della multinazionale che tiene i fili del mondo.

Forse varrebbe la pena ricordare che lo spettro della globalizzazione che aleggiava su Genova già nel 2001 aveva le sembianze del Fondo Monetario Internazione e del WTO. Ancora una volta la Storia rimette le questioni a posto e gli allarmisti diventano profeti. A Genova le istanze che stavano in piazza (osteggiate dai manganelli facili al servizio del potere) oggi sono diventate un vento politico. Nonostante le botte.

La giornalista canadese Naomi Klein (autrice di quel libro, No Logo, che è un manifesto) e l’intellettuale americano Noam Chomsky oggi sono i testimonial mainstream degli stessi principi che si concentrarono a Genova quindici anni fa. Nonostante gli sforzi della retorica del potere nelle strade della capitale ligure non c’erano “giovani balordi e incappucciati”; a Geniva sfilarono l’Arci, le miti Acli, i sindacati con la FIOM in testa, Legambiente, il WWF, diverse associazioni religiose, la rete Lilliput e il mondo della cooperazione internazionale e molte altre realtà volutamente estromesse dalla memoria. I cosiddetti “antagonisti” (altra definizione cara all’inquinamento della memoria) erano le più importanti realtà associative del Paese.

Così mentre oggi ci si riaccapiglia ancora su spari, pietre e estintore sarebbe il caso di resistere ripristinando la verità, se non la giustizia.

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Licenziato (finalmente) “il seviziatore di Bolzaneto”

La Asl 3 di Genova ha licenziato il medico Giacomo Toccafondi, 60 anni che durante il G8 del luglio 2001 a Genova avrebbe compiuto violenza sui ragazzi che lo avevano descritto come “il seviziatore di Bolzaneto”. Violenze su cui però non era stata raggiunta la prova visto che il responsabile dell’infermiera, accusato di omissione di referto, violenza privata, lesioni, abuso d’ufficio, era stato condannato ad 1 anno e 2 mesi per i reati omissione di referto e per due ingiurie. In appello e quindi in Cassazione aveva poi incassato la prescrizione anche se condannato a risarcire le vittime.

(via)

Scuola Diaz: 11 arresti 13 anni dopo

diaz_scuola_g8_irruzione_psDopo tredici anni (13) sono stati arrestati undici dei poliziotti responsabili della “macelleria messicana” all’interno della Scuola Diaz a Genova durante il G8 del 2001. Certo che in questi tempi di nuovismo (tra anno nuovo, pd nuovo e centrodestra nuovo) la notizia è passata pressoché inosservata come un normale raffreddore invernale ma non è facile dimenticare chi con grande sicumera ci diceva che alla Scuola Diaz non era successo nulla di illecito, dimenticare Castelli che definì normale lo stato delle stanze durante una visita alcuni giorni dopo senza notare il sangue sulle pareti, oppure il Ministro dell’Interno Bobo Maroni che oggi gioca a fare la verginella lassù in Lombardia, o il Ministro della Giustizia Nitto Palma oppure Gianfranco Fini che fu presente tutto il tempo nella sala operativa della Questura. Forse vale la pena di ricordare anche il brutto errore di Tonino Di Pietro che si accodò ai berluscones per negare una Commissione d’Inchiesta sul G8. Insomma è passata un’era eppure basterebbe così poco per ricordare.

Ci sono voluti quasi tredici anni ma adesso la vicenda dell’irruzione nella scuola Diaz, che chiuse nel sangue i giorni drammatici del G8 di Genova, può dirsi finalmente compiuta.

Fra Natale e Capodanno, su ordine del tribunale del capoluogo ligure, sono stati infatti arrestati 11 dei poliziotti condannati in via definitiva per l’irruzione del 21 luglio 2001 nella scuola dormitorio e per l’introduzione nella stessa di prove false che erano servite a giustificare la «macelleria messicana» (la definizione è di Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma) che aveva causato 87 feriti gravi e gravissimi. Gli ultimi due funzionari per cui sono scattati gli arresti, il pomeriggio del 31 dicembre, sono stati Spartaco Mortola, ai tempi del G8 capo della Digos Genovese poi diventato questore vicario di Torino e capo della Polfer nel capoluogo piemontese, e Giovanni Luperi ex dirigente Ucigos poi passato ai servizi segreti prima della pensione.

I due, in base alla sentenza definitiva emessa dalla Cassazione nel luglio scorso, devono scontare ancora rispettivamente otto mesi e un anno di reclusione (sui quattro di condanna). Li passeranno agli arresti domiciliari e devono ringraziare il decreto «svuota carceri» del ministro della Giustizia Cancellieri se per loro non si sono aperte le porte di una cella dopo che il tribunale di Sorveglianza di Genova, nei giorni scorsi, ha respinto le richieste di affidamento ai servizi.

Stessa sorte, soltanto poche ore prima, era toccata anche a Francesco Gratteri, ex capo dello Sco ed ex numero 3 della Polizia e una carriera piena di successi e encomi nella lotta contro la mafia (fu tra i poliziotti che fecero scattare la manette ai polsi di Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca) prima della sospensione dal servizio e della condanna definitiva che lo consegna adesso ad un anno di arresti domiciliari sui quattro a cui lo aveva condannato la Cassazione.

Dopo una battaglia legale durata anni, dopo tre processi, continui rinvii, silenzi, coperture istituzionali, depistaggi e infine prima la prescrizione, che ha cancellato le accuse di violenze lasciando in piedi solo quelle per la costruzione di prove false, e poi l’indulto, nei giorni scorsi è finito agli arresti anche l’ex capo dello Sco Gilberto Caldarozzi, per cui la Cassazione ha respinto il ricorso con cui chiedeva la cessazione della detenzione domiciliare e l’affidamento ai servizi sociali, che deve scontare gli otto mesi restanti della condanna originaria a 3 anni e 8 mesi (ridotta grazie all’indulto).

Stesso provvedimento, visto che il tribunale di sorveglianza ha negato per tutti l’affidamento ai servizi, anche per Nando Dominici, ai tempi del G8 capo della squadra Mobile di Genova e oggi pensionato, Filippo Ferri, ex capo della squadra mobile di Firenze e oggi responsabile della sicurezza del Milan, Massimo Nucera, l’agente che finse di essere stato accoltellato all’ingresso nella scuola Diaz, Salvatore Gava, ex capo della Mobile di Viterbo che ha lasciato la divisa, Fabio Ciccimarra, ex capo della Mobile de l’Aquila, e l’ispettore capo Maurizio Panzieri.

Tutti, durante gli arresti domiciliari che varieranno dagli otto mesi all’anno di detenzione, potranno godere di alcune ore di permesso, potranno utilizzare il telefono e godere degli sconti di pena per buona condotta. E per molti di loro non ancora arrivati alla pensione, una volta terminata la sospensione del ministero dell’Interno legata all’interdizione dai pubblici uffici, la carriera in polizia potrebbe anche ripartire dopo le molte promozioni accumulate in questi quasi tredici anni.

Massimo Solani per L’Unità

Un completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto

Nella caserma di Bolzaneto, nei giorni successivi al G8 di Genova del 2001, il “clima” fu quello di un “completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto”. La Cassazione motiva così la sentenza emessa il 14 giugno scorso, a carico degli agenti imputati per le violenze sui no global.

“Furono negati cibo e acqua” ai giovani fermati. “Fu vietato loro anche di andare in bagno e dovettero urinarsi addosso”. Un “trattamento gravemente lesivo della dignità delle persone”. Accuse pesanti quelle scritte di giudici della Cassazione.

“Vessazioni continue e diffuse in tutta la struttura” quelle a cui vennero sottoposti i no global reclusi. Non si trattò di “momenti di violenza che si alternavano a periodi di tranquillità – osservano gli ‘ermellini’ – ma dell’esatto contrario”. Un clima violento che sfociò nella costrizione rivolta ai fermati di inneggiare al fascismo.

In quei giorni caldi di luglio, la caserma di Polizia di Bolzaneto si trasformò in un “carcere provvisiorio” dove lo Stato di diritto fu soffocato da “un’atmosfera di soverchiante ostilità” a cui tutti, o quasi tutti, gli agenti contribuirono distribuendo violenza fisica e psicologica su ogni recluso: “Non c’erano celle dove non volassero calci e pugni e schiaffi” al minimo tentativo di protesta.

La Cassazione punta il dito contro chi era preposto al comando: “Non è da dubitarsi – scrivono i magistrati della Suprema corte – che ciascuno dei comandanti dei sottogruppi, avendo preso conoscenza di quanto accadeva, fosse soggetto all’obbligo di impedere l’ulteriore protrarsi delle consumazioni dei reati”. Cosa che non avvenne in quell’isola senza diritto in cui era stata trasformata la caserma di Bolzaneto.

20 luglio 2001. Perché?

Non riesco più a commemorarlo Carlo Giuliani e quella Genova del 2001. Non riesco nemmeno a rivedere le immagini. Non sopporto le barricate che ancora dopo undici anni si levano ogni anno.

Che poteva starsene a casa.

Che Genova è stata messa a ferro e fuoco da quattro scalmanati.

Che la sospensione della democrazia è un’esagerazione perché lo Stato deve difendersi.

Tutte queste altre cose qui.

E nessuno, dico nessuno, che risponde a questi perché.

Perché?

Riscrivere il passato per preparare il futuro. Da Genova.

No, la verità ufficiale non solo non racconta la storia di quei giorni, ma la sua palese asimmetria offende il buon senso. Non avvicina la giustizia, ma la allontana, e non rappresenta certamente un’occasione per chiudere una ferita, ma piuttosto un inganno. Siamo all’autoassoluzione dello Stato e alla riduzione delle giornate di Genova a una storia di disordini e casini sfuggita di mano un po’ a tutti.
Genova è stato ben altro. Lo sa chi c’era e chi non c’era. E, soprattutto, lo sa benissimo chi allora sospese l’ordinamento democratico ed organizzò la repressione contro il movimento antiliberista, nell’intento di stroncarlo sul nascere. L’operazione Diaz di undici anni fa doveva coprire tutto ciò, legittimando ex post la bestiale repressione, e da quel punto di vista fu un fallimento. Oggi c’è il teorema che sostiene che a Genova ci fu una situazione di “devastazione e saccheggio” e che quindi gli “errori” delle forze dell’ordine vanno letti in quel contesto. E quel che è peggio -e moralmente ripugnante- è che sull’altare di quel teorema sono state sacrificate dieci persone.
Sarebbe però un errore grossolano pensare che qui si tratti soltanto di mettere in sicurezza gruppi di potere, cricche e uomini politici ancora in vista. Certo, si tratta anche di questo, ma c’è dell’altro, perché riscrivere il passato serve sempre per preparare il futuro. Non è, infatti, un caso che alle parole del Ministro Cancellieri e alle scuse del Capo della Polizia Manganelli non sia seguito alcun fatto degno di nota, mentre la conferma in sede di Cassazione del reato di “devastazione e saccheggio” è densa di concretissime implicazioni presenti e future.
Negare la politicità di Genova, oscurare le centinaia di migliaia di persone che allora scesero in piazza e ridurre il tutto a fatto di ordine pubblico è pienamente coerente con quello sta succedendo ora, in tempi di crisi e governi tecnici, dalla Val di Susa alle cariche contro gli operai delle cooperative di Basiano. Anche per questo, non è possibile scendere a compromessi con una verità ufficiale che non è compatibile con quello che avvenne undici anni fa, che non fa giustizia e che getta più di un’ombra sul futuro.

Luciano su Il Manifesto di oggi.

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