Sgomberare i fascisti invece “non è prioritario”
Difenderanno l’illegalità fino alla fine. Però intanto ci promettono di salvare l’Italia. Ma va là, su.
Difenderanno l’illegalità fino alla fine. Però intanto ci promettono di salvare l’Italia. Ma va là, su.
Sì, è vero, ancora una volta ci sono due navi in mezzo al mare, per l’esattezza le navi Sea-Watch e Sea-Eye, che hanno raccolto 49 persone (tra cui quattro bambini e almeno sei donne) e che da giorni stanno in balìa delle onde con i viveri che scarseggiano e con il freddo che ovviamente arriva.
Pensateci, sembra una storia vecchia ormai quella di qualche disperato, stremato dalla fame e sfinito dal freddo, che fugge dalle torture libiche e si ritrova rimbalzato dall’Europa, alla deriva. E anche il fatto che tutto venga vissuto come un già visto e quindi meritevole di minor indignazione e più tenue considerazione è un abisso di ferocia: abituarsi alla sofferenza altrui, disimparare l’empatia e farsi venire a noia l’orrore solo perché si ripete, ci rende colpevoli. Ancora di più.
Questi 49 non li vuole nessuno. Nessuno. Attenti, non stiamo parlando solo del truce ministro dell’Interno Matteo Salvini (che con una barca di migranti in mezzo al mare prova più soddisfazione che con un pane e nutella o qualche gnocco al ragù), non li vuole il liberale Macron, non li vuole Malta, non li vogliono gli olandesi e non li vuole nemmeno il socialista Sanchez. È l’Europa che si sbriciola, ancora, dopo essersi professata frontiere aperte sulla libera circolazione di tossici capitali finanziari e che invece diventa fortezza quando si tratta di diritti e di bisogni. Anche questa è una scena già vista.
E non è tutto, no: un continente di 500 milioni di persone che teme 49 poveracci è la fotografia perfetta del pessimo stato della pietà umana, proprio nel continente che si professa cristiano non senza un certo senso di superiorità. Significa fare carta straccia non solo della Costituzione italiana ma soprattutto delle Convenzioni internazionali sul diritto del mare e sulla protezione dei rifugiati, quelle stesse che l’Europa sventola come certificato di superiorità giuridica. È un calpestamento del diritto. Per intendersi. Un’illegalità diffusa e tollerata.
Tutto qui? No. In realtà ci sono già città che si sono fatte avanti per accogliere quegli uomini in mare: sono trenta città tedesche (Berlino, Amburgo, Brema, le principali) che hanno già dichiarato la propria disponibilità. “Se li prendano loro!” urlacciano i sovranisti impastati nella loro bava. Peccato che la Germania non abbia porti nel Mediterraneo e che proprio per questo impedire lo sbarco (con una soluzione già a portata di mano) è ancora più incivile.
A proposito di porti chiusi poi ci sarebbe da sottolineare per l’ennesima volta che, nonostante i tweet festanti dell’ingordo vicepremier leghista, la decisione spetterebbe al ministro Toninelli. Toninelli invece tace, con tutto il suo partito pentastellato al seguito. E chissà se davvero i biliosi hanno compreso che gli sbarchi in realtà continuano sulle nostre coste nonostante la propaganda: lo scorso novembre il sindaco di Lampedusa (che è della parte di quelli che governano) ha detto: “facendo un calcolo sommario direi che negli ultimi cinque mesi sono arrivate più di tremila persone”. Solo a Lampedusa, sia chiaro.
Torna in mente la famosa poesia di Primo Levi:
«…Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi, alzandovi;/ ripetetele ai vostri figli. /O vi si sfaccia la casa,/ la malattia vi impedisca,/ i vostri nati torcano il viso da voi»
Buon giovedì.
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Giulio Cavalli torna in libreria con Carnaio (Fandango), un romanzo di grande attualità. Il protagonista, Giovanni Ventimiglia, è un pescatore, e da tutta la vita raccoglie nelle sue reti acciughe e granchi, anche se negli ultimi anni il mare è diventato avaro e sulla sua piccola nave non ha più un equipaggio. Il pesce lo vende nel mercato di DF, un paesino come tanti, con un parroco che fa la predica ma va a puttane, un sindaco che è figlio di sindaco, un emittente locale che scalda i cuori delle casalinghe con il suo conduttore brizzolato. Ma un giorno di marzo Giovanni nella sua rete si ritrova un cadavere, un uomo che in ammollo dev’essere stato per giorni, un ragazzo non di quelle parti, forse dell’Est o del Sud, uno di colore comunque. E dopo di lui, i ritrovamenti di cadaveri sbiaditi dall’acqua, tutti giovani, tutti alti uguali e con lo stesso peso, tutti neri si susseguono, senza che le autorità locali riescano a trovare un filo, cumuli di cadaveri da seppellire, identificare, gestire. E da DF chiedono aiuto, ma la politica nazionale li ignora, tanto che, dopo una serie di onde anomale che hanno lasciato a DF migliaia di corpi, i cittadini troveranno una soluzione per mettere a profitto la situazione…

Carnaio è un incubo di carne e soldi, il racconto di un mondo prossimo, in cui i cadaveri diventano merce di scambio e fonte di profitto. Cavalli affronta un tema attualissimo (le stragi in mare, il razzismo e l’egoismo dell’Occidente) ma lo fa con il suo stile personale.
Cavalli, classe ’77, scrittore e autore teatrale, dal 2007 vive sotto scortaper il suo impegno nella lotta contro le mafie. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali ricordiamo Nomi, cognomi e infami (2010); L’innocenza di Giulio (2012) e Mio padre in una scatola di scarpe (2015). Inoltre, è stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia.
«Perché mai tutti sparlano di tutti? Credono tutti di rimetterci qualcosa se riconoscono il più piccolo merito a qualcuno».
Si potrebbe partire dalla massima di Johann Wolfgang Goethe per aprire una riflessione sullo sgombero che ha visto per la prima volta lo Stato (e il Comune di Roma e Regione Lazio) alzare la voce con la schiena dritta contro il clan dei Casamonica, facendoli sloggiare dalle loro ricche (e abusive) abitazioni ristabilendo la legalità e, soprattutto, forse è proprio l’aspetto più importante, dimostrando di essere più forte di qualche mafiosetto che pascolava impunito facendo da padrone in un intero quartiere.
Un segnale importante, comunque la si possa pensare, soprattutto perché lo sgombero dei Casamonica parte dal lontano 1997 (risalgono a quell’anno le prime contestazioni di abusivismo) e fino a oggi nessuno ha avuto il polso (o la voglia, o il potere, o la giusta squadra) per dare concretezza a un’ordinanza definitiva di demolizione. E chiunque mastichi di mafie e di criminalità sa bene quanto simbolicamente conti sfoggiare la propria impunità, con la propria bella villa in una zona che è area archeologica.
E forse la buona opposizione (meglio: la buona politica) potrebbe occuparsi più della vittoria di Roma e dello Stato piuttosto che fare spremersi con tutte le forze per dimostrare quanto sia merito di uno o dell’altro in una continua (e poco credibile) rincorsa al discredito altrui senza occuparsi di piuttosto di riaccreditarsi di fronte all’opinione pubblica. Perché è vero che Zingaretti fin da gennaio ha meritoriamente preso in mano la situazione con una delibera che ha acquisito l’immobile e l’ha destinato all’abbattimento ma il VII Municipio e il comune di Roma hanno messo energie e risorse perché tutto questo avvenisse. In Italia: la patria degli ordini di demolizione inevasi.
Forse chi ha avuto vita facile è stato il ministro Salvini che si è ritrovato con l’opera già quasi compiuta. Ma, con tutta la distanza che mi separa da Salvini, non stupisce che un ministro dell’Interno sia presente a un evento del genere. L’ha fatto con petulante protagonismo? Beh, è la sua natura.
L’avvenuto sgombero tra l’altro dimostra anche l’importanza del giornalismo investigativo (sì, quello degli sciacalli) che ancora una volta dimostra l’importanza del fare luce per spingere la politica ad agire: Federica Angeli, Floriana Bulfon, Lirio Abbate e altri colleghi hanno permesso all’opinione pubblica di conoscere lo strapotere del clan Casamonica, smutandando i prepotenti.
Ci sono decine di decisioni e di inazioni per cui l’amministrazione di Roma è criticabile (e da queste parti non le abbiamo mai risparmiate) ma giocare di sponda su un atto che a Roma si attendeva da decenni risulta piuttosto imbarazzante.
Come diceva il mentore di Mr Orange nel film Le Iene: «Le cose importanti da ricordare sono i dettagli, i dettagli rendono la storia credibile».
Bene lo sgombero, quindi. Al di là del tifo.
Buon mercoledì.
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Ci sono due correnti di pensiero in giro tra quelli che si ostinano a non sopportare la bruttura che infondono alcuni atti di questo governo: c’è chi dice che non bisogna cadere nella tentazione di rispondere alle provocazioni per non dare più risalto del dovuto ai provocatori e c’è chi invece ritiene alcune pessime decisioni (e azioni) di questo governo ben più di semplici provocazioni e ritiene necessario ribattere. Sempre. Colpo su colpo. Senza cedere alla fatica. Personalmente non amo la tanatosi degli opossum, fingersi morti aspettando che passi, e allora tocca parlare di Stefania Pucciarelli, eletta ieri presidente della commissione per la tutela dei diritti umani con i voti, badate bene, di Lega e 5 Stelle.
Le competenze, innanzitutto, in tema di meritocrazia: Stefania Pucciarelli (il suo curriculum è qui) è in possesso di licenza media e si dichiara casalinga. Nessun elitarismo, per carità, ma su un tema così spesso, vasto e impegnativo sarebbero molti ad avere le vertigini ritrovandosi in ruolo di tale responsabilità. Lei no. Stefania Pucciarelli si dichiara orgogliosa e emozionata, pronta a lavorare “pancia a terra”.
Ma chi è Stefania Pucciarelli? È una leghista appassionata di ruspe (ma va?) che esultava lo scorso 8 novembre per l’abbattimento di un campo nomadi abbattuto “finalmente – scrive Pucciarelli – per ristabilire la legalità”. Poco male, direte voi. Aspettate. La scorsa estate sul suo profilo Facebook aveva pensato bene di mettere un mi piace su un commento di un suo fan sui migranti che recitava testualmente così: «Certe persone andrebbero eliminate dalla graduatoria dal tenore di vita che hanno. E poi vogliono la casa popolare. Un forno gli darei». È indagata per odio razziale. Poi ovviamente (come è loro abitudine) ha detto di essersi sbagliata. Come al solito. Benissimo. È famosa per le sue battaglie contro i “finti profughi” (chissà come li riconoscerà poi, quali abilità d’indagine nascosta): “spreco di soldi per i migranti” aveva dichiarato fiera lo scorso 23 agosto meritandosi addirittura un articolo su “Città di Sarzana”.
E poi. Il 23 settembre scorso ha applaudito le ronde di Casa Pound parlando di “isteria e ipocrisia antifascista segno di una sinistra finita”. E poi. Ha definito un “palese atto di egoismo e inaccettabile pretesa” il dibattito sulla genitorialità degli omosessuali. Ha applaudito le azioni di polizia contro “i questuanti” nella città di Sarzana. Non è finita: nel luglio 2012 scrisse che “se uno deve pagare per essersi difeso, è meglio che la mira la prenda per bene” riferendosi alla vicenda di Ermes Mattielli, il cittadino veneto condannato per avere sparato a dei ladri.
Ne ha anche per gli alleati grillini: “Ora capisco perché le zecche dei centri sociali non vanno a tirar sassi nei comizi del Pd e dei 5 Stelle: in loro hanno trovato chi li tutela” scrisse nel 2015 quando il Movimento 5 Stelle si dichiarò a favore dell’introduzione del reato di tortura (ah, bei tempi andati).
Cos’è la nomina di una persona così in una commissione del genere? Vilipendio ai diritti umani. Vilipendio alla dignità delle cariche pubbliche. Una schifezza perpetrata in un lurido tempo con il colpevole assenso degli alleati. E forse sarebbe il caso di chiamare le cose con il loro nome: questo non è populismo, questo è letame che puzza dello stesso odore di altri pessimi tempi.
Come scrisse Arthur Schnitzler «Quando l’odio diventa vile si mette in maschera, va in società e si fa chiamare giustizia». Oppure presidente di commissione.
Buon giovedì.
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I giornali di destra (che non hanno nulla a che vedere con quella che era la destra liberale di questo Paese ma che oggi si definiscono destra per essere condonati nel loro perpetuo bullismo) l’hanno definita una provocazione eppure la lettera del sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci indirizzata alla sindaca di Roma Virginia Raggi, al Prefetto di Roma Paola Basilone e al ministro dell’inferno Matteo Salvini è piuttosto chiara. Pascucci chiede di sgomberare l’immobile al numero 8 di via Napoleone III, a due passi dal Viminale, “occupato dal 2003 dal movimento politico CasaPound – si legge nella lettera – che ha trasformato tale immobile pubblico nella sede ufficiale del partito”. Il palazzo abusivamente occupato tra l’altro è anche adibito a comoda abitazione da Simone Di Stefano, leader di CasaPound, che al momento della presentazione delle liste per le politiche del 2013 ha dichiarato come residenza anagrafica proprio via Napoleone III, civico 8. C’è anche la moglie del presidente Gianluca Iannone, Maria Bambina Crognale, imprenditrice della ristorazione che alla Camera di Commercio nel 2014 aveva dichiarato quello stesso domicilio.
Dice Pascucci di aver sentito il bisogno di scrivere perché “come sindaco io voglio essere tranquillo che il ministro dell’Interno intenda far rispettare la legge ovunque questa venga infranta – afferma Pascucci – senza andare a colpire qua e là. Per questo motivo ho inviato questa lettera e mi aspetto una risposta forte e decisa come quelle date finora sui migranti o sui campi rom. Sono certo che Salvini farà rispettare la legge anche ai neofascisti di CasaPound”.
A questo proposito, tra l’altro, risulta curioso che proprio la sindaca di Roma Virginia Raggi stia spingendo per chiudere la Casa Internazionale delle Donne (che invece un affitto lo paga, pur non riuscendo a rispettare tutto il dovuto) motivando la propria scelta con il refrain della legge uguale per tutti, come se l’attività pluriennale di un presidio fondamentale del femminismo nazionale fosse un bene da valutare al chilo al pari di un affitto qualsiasi.
La politica però è molto più semplice del troppo rumore che ci si costruisce attorno: che la Casa Internazionale delle Donne abbia già ricevuto lo sfratto mentre l’abusiva sede di CasaPound stia imperterrita nella propria tranquillità è un fatto. Che la richiesta di legalità di un piccolo sindaco diventi una provocazione è un altro fatto. A ognuno le sue conclusioni.
Buon lunedì.
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Questa estate il ministro di ferro vuole fare capire di che pasta è fatto, quanto è forte e cattivo, come con Lui le cose cambieranno, i treni ricominceranno ad arrivare in orario e alla fine farà anche cose buone. Il primo segnale della legalità che torna di moda (insieme all’onestà tanto declamata) sarà la certezza della pena esercitata attraverso le multe. Più multe per tutti, multe come manifesti elettorali che verranno elevate perché si senta il fiato sul collo del ministro del cambiamento. Ci vogliono le palle per fare il ministro così, come lo fa Lui.
Innanzitutto si debellerà il pericolosissimo fenomeno che da anni attanaglia la sicurezza delle spiagge e la vita delle nostre donne e dei nostri bambini dando un colpo di mano a chi tutti i giorni tutte le estati attenta alla salute dello Stato: i vù cumprà. Questi terroristi dell’ammennicolo che distruggono l’artigianato da autogrill e irrompono nella quiete del cruciverba da sdraio vanno estirpati alla radice e quindi Lui ha deciso che d’ora in poi verranno multati i clienti. Qualcuno potrebbe obiettare che forse si potrebbe fare di più contro lo sfruttamento e gli sfruttatori (italianissimi e bianchissimi) di chi vende foulard e occhiali da sole sotto il caldo cocente ma il nostro eroico Ministro ha deciso che non c’è nulla di meglio che appioppare multe fino a 7.000 euro a chi commetterà il furioso reato di acquistare un pareo. Puntare contro i poteri forti, del resto è la caratteristica fondante del Ministro.
Ma questo è solo l’inizio: verranno multati i commercianti che subiscono attentati e racket perché a ben vedere è colpa loro se esistono le mafie, verranno ovviamente multati i minacciati così stupidi da denunciare e poi così costosi da dover difendere, saranno multati gli ammalati per sconfiggere una volta per tutte il problema dei costi della sanità pubblica, multeranno le vecchiette che si fanno scippare per strada e così si sconfiggeranno gli scippi, verrà istituita una multa per chi nascerà in Africa (estinguibile in comode rate fin dal lieto giorno da parte dei genitori) per anticipare i costi del carburante della nostra Guardia Costiera e infine saranno multati i poveri. Anzi no, i poveri no, per quelli c’è la multa già ideata dall’ex ministro Minniti.
E sarà un’estate bellissima. Tutti ci potremo dire che davvero il vento è cambiato e che tutti finalmente hanno paura di subire un reato e così, naturalmente, i reati caleranno. Perché non bisogna prendersela solo con i poveri stranieri, è giusto prendersela anche con i nostri. E le spiagge saranno sicure, le strade saranno sicure, le nostre case saranno sicure. Evviva il Ministro.
Buon lunedì.
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Davvero non c’è una spiegazione alle stragi d’Italia, agli omicidi eccellenti, alle collusioni pericolose? Davvero sono passati troppi anni dagli eventi per capire, per sapere, per ricordare? Davvero non c’è soluzione alle questioni del presente, che ci attanagliano ogni volta che parliamo del triangolo tra criminalità, politica e giustizia? Una croce a cui il nostro Paese sembra inchiodato da decenni senza molte possibilità di riscatto, con protagonisti che – a tutt’oggi – occupano le pagine dei giornali e portano i nomi di politici notissimi e faccendieri incarcerati, di imprenditori e amministratori della cosa pubblica che hanno raccolto scabrose eredità del passato, perfino di imbelli candidati alle elezioni prossime venture.
Ci interessa ancora la verità dei fatti o siamo rassegnati, ormai, a farci bastare la loro apparenza? Magari perché questa verità è scomoda da accettare o troppo complessa da esaminare, mentre la post-verità – che ne è la ’narrazione’ superficiale e banalizzata, come ricordano gli Oxford Dictionaries – grazie ad abbellimenti e sottrazioni riesce a distorcerla, trasformandola in qualcosa d’altro, più facilmente ricevibile? A evitarci, insomma, tutte quelle domande a cui non sappiamo dare risposta, riuscendo così a schivare anche le conseguenze che le risposte comporterebbero.
Il tema della post-verità, che non liquida la verità ma la rende superflua e irrilevante, è sotteso – fin dal titolo – al libro ”La verità sul processo Andreotti”, uno svelto volumetto (pp. 87, Editori Laterza), appena uscito in libreria, denso di nomi, fatti e date ma, soprattutto, di chiarimenti. È scritto da due magistrati, Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, che hanno deciso di analizzare quel procedimento dal loro osservatorio privilegiato.
Dottor Caselli, affermate di voler ristabilire una prospettiva corretta contro il negazionismo.
L’idea del libro scritto con Lo Forte, collega della Procura di Palermo e pm nel processo Andreotti, nasce dalla constatazione che la verità sul processo è stata fatta a brandelli. La Cassazione ha confermato in via definitiva la sentenza della Corte d’appello di Palermo, che ha dichiarato “il reato di associazione a delinquere [con Cosa nostra] commesso fino alla primavera del 1980”, ma prescritto per decorso del tempo. Eppure un’ossessiva campagna di fake news – a tutti i livelli – ha truffato il popolo italiano (in nome del quale le sentenze vengono pronunciate), facendogli credere che l’imputato sia stato pienamente e felicemente assolto. Non esiste in natura un imputato assolto per aver commesso il fatto! È un’offesa alla logica e al buon senso. Eppure, ancora recentemente ho letto che Andreotti non fu condannato “perché non si riuscì a dimostrare che si fosse mai adoperato personalmente per favorire Cosa nostra”. Invece è scritto a tutto tondo nella sentenza della Corte d’appello – confermata in Cassazione – che l’imputato “con la sua condotta […] ha non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale e arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo, manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. E tutto questo sulla base di un elenco dettagliato di fatti gravi, tutti provati. Non fu condannato solamente in quanto il reato commesso era prescritto. Senza che l’imputato avesse rinunciato alla prescrizione, come avrebbe potuto.
Una vicenda emblematica del processo Andreotti?
Tra i tanti fatti gravi provati, ne ricordo uno in particolare. La partecipazione a due incontri con Stefano Bontade e altri boss (presenti Lima e i cugini Salvo) per discutere di fatti criminali riguardanti Piersanti Mattarella, l’onesto presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980. Senza che Andreotti abbia mai denunciato, a nessuno, gli elementi utili a far luce su tale delitto che pure conosceva, in quanto derivanti dai diretti contatti avuti coi mafiosi.
Esistono somiglianze con l’attuale processo sulla trattativa Stato-mafia?
Lo Forte ed io abbiamo pensato che potesse essere utile nel caso Andreotti chiarire le vicende processuali in sé, anche per comprendere meglio alcuni aspetti essenziali della storia del nostro Paese. Lo sviluppo della trattativa Stato-mafia (su cui è ancora in corso un delicato processo a Palermo, attualmente in gran parte a giudizio in primo grado, con alcune posizioni trattate in “abbreviato”), nel libro viene inquadrato nell’ambito della politica di “relazioni esterne” con la società e lo Stato, che caratterizza tutta la storia di Cosa nostra. Un susseguirsi di rapporti – a seconda della stagione – di coesistenza o di compromesso, di alleanza o di conflitto: dalla strage di Portella della Ginestra al Golpe Borghese; dagli omicidi politici mafiosi degli Anni Settanta/Ottanta alla stagione del pool antimafia e del maxiprocesso; dalla strategia stragista degli anni ‘92-’93, con la cornice appunto delle “trattative”, fino agli scenari attuali.
Come valuta la recente riforma delle intercettazioni?
Il mio giudizio coincide con l’intervento di Roberto Scarpinato, che MicroMega ha pubblicato integralmente. Vero è che il ministro Andrea Orlando ha promesso una sorta di “monitoraggio”, con riserva di modificare la riforma all’esito ove le perplessità di Scarpinato e altri risultassero riscontrate in concreto. Ma non sappiamo chi sarà il nuovo ministro della Giustizia. Se fosse ancora Orlando, secondo me, ci si potrebbe fidare. Ma se non fosse lui? Se fosse, per esempio, l’avvocato Giulia Bongiorno (una delle possibili candidate del centro-destra) avrei qualche perplessità in più. Non tanto per la sua posizione nel merito della riforma (anche Bongiorno ha espresso alcune critiche), quanto piuttosto per quel che dell’avvocato si può leggere nelle prime due pagine dell’introduzione al nostro libro sul processo Andreotti. Una questione di metodo, spoglia di profili “personali”.
Il tema della legalità è uno dei grandi assenti di questa campagna elettorale.
Paradossalmente viene da dire: meglio così! Che in campagna elettorale non siano inflitti ulteriori colpi a un vocabolo – quello della legalità – che soffre da tempo. Che va protetto e usato con parsimonia per evitarne la strumentalizzazione da parte di personaggi impresentabili, che hanno scelto di convivere (se non peggio) con il malaffare. La speranza è che nella nuova legislatura si parli di legalità non più come slogan, ma come obiettivo vero. Da perseguire senza cedere a quell’altra tentazione tipica di certa politica: l’evaporazione dei fatti, la cancellazione del mondo reale che ci circonda. Il mondo reale, oggi, parla di una grandissima quantità di risorse sottratte dall’illegalità economica (evasione fiscale, corruzione e mafia). Una rapina che si traduce nel colossale impoverimento della nostra collettività. Senza risorse, la qualità della vita è fatalmente destinata a peggiorare. Perciò la legalità non è solo questione di “guardie e ladri”, ma costituisce per tutti un vantaggio, una diretta convenienza. La buona politica dovrebbe muovere in questa direzione. Non correre con occhi bendati in direzioni di cui s’ignora il senso oppure in una direzione conosciuta e utile sempre e soltanto ai “soliti noti”.
Cos’è più urgente fare per migliorare la situazione della giustizia in Italia? Quali misure dovrebbe attuare un futuro governo?
Diciamo prima quel che non si dovrebbe fare mai. La separazione delle carriere fra pm e giudici, che invece tanto sta a cuore a molti avvocati e a Silvio Berlusconi, il quale va ancora raccontando la storiella dei magistrati che prendono il caffè insieme e quindi per ciò stesso farebbero… pastette. La separazione sarebbe una vera jattura, perché in tutti i paesi in cui c’è separazione, il pm di fatto prende ordini o riceve direttive vincolanti dal governo. Dovremmo, in Italia, rinunciare all’indipendenza dei pm e darli in pasto a certa politica, quella che – ripeto – è fatta anche di impresentabili? Sarebbe un vero e proprio suicidio per la prospettiva di una giustizia che punti alla eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Quanto alle misure da attuare in positivo mi limito a due punti essenziali: la riforma della prescrizione (siamo l’unico paese al mondo, in cui essa non si interrompe mai) e la riforma dei gradi giudizio. Se proprio non si vogliono ridurre (anche in questo caso siamo l’unico paese al mondo con un rito processual-penale di tipo accusatorio che tollera una pletora di gradi), almeno si introducano dei severi filtri di grado in grado, per impedire i ricorsi inutili, pretestuosi e dilatori. Altrimenti il processo non finisce mai! È ipocrita lamentarsi poi se tutto ciò comporta una giustizia denegata al posto della giustizia.
Sta emergendo un fenomeno nuovo di cui si parla ancora poco: le mafie organizzate da immigrati nel nostro Paese, ad esempio quelle nigeriane.
Le mafie di “importazione” (dalla Nigeria come dall’Est europeo) vanno contrastate con la stessa determinazione con cui si combattono le organizzazioni “indigene”. Forze dell’Ordine e magistratura già lo fanno. Probabilmente servirebbero strumenti legislativi (un aggiornamento del 416 bis) specificamente mirati su queste nuove realtà.
Mafie, criminalità, immigrazione senza regole alimentano un clima di tensione, aggressività e timori incontrollati, utilizzati a volte per fini politici distorti e dalla cattiva informazione. È esagerato parlare di governo della paura?
Paura e insicurezza sono problemi seri da affrontare e possibilmente da risolvere. Invece sempre più di frequente si rivelano occasioni da sfruttare. Questi mali da sanare, sembrano essersi trasformati in opportunità d’investimento politico e massmediatico. Prima si accresce la paura – che c’è per cause obiettive – ma ci si lavora su per espanderla. Poi, invece di governarla, si finisce per restare governati dalla paura, nel senso che è la paura che oggi (molte, troppe volte) sembra dettare le scelte della politica e dei media. Con rischi evidenti di deriva democratica.
Come si comporta una società che ha paura?
Qui ‘rubo’ una formula al mio amico, don Luigi Ciotti: la sicurezza rischia di trasformarsi in una specie di killer. Nel senso che (intesa in un certo modo) cancella o, quantomeno, pregiudica decenni di lavoro sulle radici della violenza. Se la paura è un’opportunità di investimento, facilmente avremo non riforme vere, ma più che altro gesti simbolici, rassicuranti, un’indignazione che spesso può essere in prevalenza strumentale. Inoltre (forse non ce ne rendiamo conto, ma è sempre più così) impariamo a vivere nell’ostilità contro tutto e tutti, specie quando non si va oltre il recinto delle nostre individualità, degli interessi particolari o personali. Tuttavia vivere immersi nella cultura del sospetto non è più vita: succede che si modifica, in negativo, la qualità della nostra esistenza. Anche perché si comincia così e poi non si sa dove si va a finire. Oggi i rom, domani chissà.
Ma la sicurezza non è argomento più che valido, tanto più per chi – come lei – ha trascorso una vita da magistrato?
Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione: i timori si autoalimentano. Le risorse a disposizione saranno prevalentemente, se non esclusivamente, convogliate su controlli e sempre più controlli (tipica la richiesta di impiego dell’esercito), su forme di repressione, nuovi reati e così via. Sempre meno, invece, saranno le risorse impiegate per scuole, ospedali, alloggi, più lampioni in periferia, trasporti pubblici meno degradati, politiche di inserimento e integrazione. Col risultato che, nel medio-lungo periodo, la criminalità invece di diminuire rischia di aumentare o rimanere sui livelli che già la caratterizzano. Il che comporta un aumento dell’insicurezza. Ecco il cortocircuito, pericoloso quando non si superano i luoghi comuni. Quando non si cerca di ragionare con la testa anziché con la pancia.
www.micromega.net , 1 marzo 2018
(A proposito di legalità di cui tutti si sciacquano la bocca (soprattutto a destra) vale la pena leggere il pezzo di AntimafiaDuemila. E magari chiedergli le risposte. Perché oltre al nero del neofascismo c’è anche il nero delle responsabilità penali di cui troppi dimenticano di scrivere.)
Giovanni Falcone, nel 1987, avrebbe voluto interrogare Roberto Fiore, terrorista nero che oggi è diventato il leader di Forza Nuova e all’epoca si era rifugiato in Inghilterra, per porre alcune domande nell’ambito dell’inchiesta sui delitti politici, ed in particolare quello di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione siciliana ucciso il 6 gennaio 1980. A far riemergere il fatto è oggi il quotidiano La Repubblica con un articolo a firma del collega Salvo Palazzoloriportando le domande contenute in uno dei documenti che oggi sono conservati nell’aula bunker dell’Ucciardone tra le carte dell’“Ordinanza sentenza contro Greco Michele + 18, Volume 4, pagina 615”.
Falcone, all’epoca giudice istruttore, credeva che Fiore, esponente di Terza Posizione, conoscesse i termini di uno “scambio di favori” fra la mafia ed i neri.
L’ipotesi investigativa era che i terroristi dei Nuclei armati rivoluzionari, con Giusva Fioravanti in testa (anche se poi venne assolto), avrebbero ucciso Mattarella avendo come contropartita un aiuto per far evadere dal carcere il militante neofascista Pierluigi Concutelli. Un progetto, quest’ultimo, di cui proprio Fiore si sarebbe occupato alla fine del 1979, assieme a Francesco Mangiameli (poi ucciso dai Nar).
Dunque Falcone avrebbe voluto interrogare Fiore ed aveva anche avviato una rogatoria che fu ammessa dalle autorità inglesi soltanto dopo diciassette mesi e senza la presenza del giudice ucciso a Capaci nel maggio 1992.L’interrogatorio di Fiore ebbe luogo il 22 dicembre 1987 davanti alla corte londinese di Bow Street e Falcine, che lesse le risposte date da quest’ultimo, annotò: “Le risposte sono state estremamente generiche, ma purtroppo l’assenza del giudice istruttore non ha potuto colmare le evidenti lacune”.
Fiore rispose di aver incontrato Mangiameli “fra il 1978 ed il 1979”; di aver incontrato “poche volte, casualmente, in strada o al bar” Valerio e Cristiano Fioravanti; di “non ricordare” se aveva presentato Mangiameli a Valerio Fioravanti; di “aver letto sui giornali” del piano per l’evasione di Concutelli; e di“non sapere nulla sull’uccisione di Mattarella”. Risposte brevi, concise, a cui Falcone avrebbe voluto dare un seguito in particolare contestando a Fiore le parole di uno dei pentiti di Terza Posizione, Mauro Ansaldi. Questi disse che Fiore gli confidò che “dietro Fioravanti c’erano la P2 e Gelli”.
(fonte)
Sono i patrioti che vorrebbero difendere l’Italia dall’invasione dell’illegalità straniera ma chiudono un occhio (quasi due) sulla mafia di cosa nostra. Solo che qui non si tratta nemmeno dello spaccio di qualche piazza di provincia e nemmeno di quella criminalità minore che riempie le pagine dei giornali.
Qui si parla di Domenico Furgiuele e Massimo Cristiano. Il primo è addirittura il coordinatore regionale calabrese di Noi con Salvini (pieno di foto del leader con la felpa) nonché capolista in due diverse provincie per la Camera mentre il secondo è candidato di Casapound nel collegio uninominale della Camera di Catanzaro.
Ieri le loro mogli (le sorelle Stefania e Maria Concetta Mazzei) sono state coinvolte nel maxi sequestro di beni che ha coinvolto il loro padre (nonché suocero dei valenti patrioti) che ha portato alla confisca di 200 milioni di euro. Avete letto bene: 200 milioni di euro. Stando alle indagini Stefania e Maria Concetta Mazzei, le mogli dei due candidati, “unitamente al proprio nucleo familiare (la famiglia Mazzei, ndr), – scrivono i carabinieri – hanno contribuito ad occultare, al fine di evitare sequestro e confisca, i beni del proprio genitore”. Mafia nello sfondo. ‘Ndrangheta, per la precisione.
A leggere così le accuse verrebbe da pensare che questi nostri destrorsi sempre pronti a mostrare i muscoli per qualsiasi reato anche minimo di fronte alla mostruosa gravità delle accuse (e del danno economico) di questo caso scenderanno in milioni in piazza contro la ‘ndrangheta calabrese, fenomeno tutto italiano e ben più costoso di qualche negretto con un sacchetto di marjuana. E verrebbe da pensare che questi nostalgici fascisti (che si fingono democratici) si rifacciano al pugno di ferro del loro mitico prefetto Mori per riportare il problema delle mafie al centro dell’attenzione di questa penosa campagna elettorale.
E invece, vedrete, niente. Niente di niente.
Buon mercoledì.
Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/07/leghisti-e-casapound-cognatini-con-sequestro-dei-beni-in-casa-e-ndrangheta-nello-sfondo/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.