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Londra

La rivolta di Londra e le parole sbagliate

Più di tutto è un imbarbarimento: imbarbarimento di linguaggio, imbarbarimento di analisi, imbarbarimento di disponibilità di parole. Ogni notizia, ogni fatto, ogni opinione diventa una rincorsa al comunicato stampa e alla personale classificazione. Vista da dentro (anche dal punto di vista letterario) l’arte (minuscola) della politica (minuscola) è come giocare a bandiera: tutti più o meno in linea (anche se c’è sempre il furbo che bara di mezza scarpa) per arrivare prima a incellofanare il proprio comunicato stampa. Una serie di scatti zigzagando su tutto per esserci e dire ognuno la sua. Tanti piccoli lemming in ordine sparso che rincorrono il bonus per fare punti come in un videogioco degli anni ottanta. E così gli eventi di Londra diventano tutto e finiscono per non essere più o meno niente. Solo un’altra rivolta.

Dice bene Malvino: È per questo che una rivolta ha sempre una parola d’ordine che mira a reclutare forze, anche quando è solo implicita nei simboli che produce. Anche quando è velleitaria, la rivolta si dà come mezzo. Anche quando degenera in follia collettiva e si esaurisce nella drammatizzazione di basse pulsioni istintuali, la rivolta non perde mai di vista, o almeno mai del tutto, l’interlocuzione col potere costituito (o una sua componente).
Tutto questo non è accaduto nel Regno Unito, anzi, tutto ciò che ha sembrato giustificare l’uso del termine rivolta – la protesta contro un presunto abuso delle forze dell’ordine – si è da subito rivelato inconsistente, buono tutt’al più a offrirsi come pretesto. Nel Regno Unito non è accaduto altro che quanto abbiamo visto a New York, col black out del 1977.
E anche stavolta è stato fatto lo stesso errore di analisi, per fretta, pigrizia intellettuale, cedevolezza a suggestioni di comodo, secondo questo o quel comodo. Così abbiamo sentito madornali paragoni con le rivolte di Tunisia, Egitto, Libia e Siria, perfino con gli indignados di Madrid.

Eppure le piaghe di una paese che ha sfilacciato la trama sociale e affossato il sistema pubblico sono un monito o (nell’ipotesi più pessimista) il nostro prossimo capitolo possibile. Lo scrive su L’Unità Marco Simoni: Chi deve crescere dei figli a Londra, nel resto del paese la situazione è meno critica, impara presto che la scuola pubblica non è uguale per tutti. Dopo il terzo compleanno del primogenito bisogna “scegliere” a quale scuola elementare mandarlo. Le scuole ammettono i bambini sulla base della distanza fisica dalla porta di casa all’edificio scolastico, si tratta pertanto di una scelta solo teorica. In pratica, le poche scuole pubbliche di qualità pur ricevendo centinaia di domande possono offrire un posto solo ai bambini che abitano nel raggio di cinquecento metri. Ognuno pertanto va alla scuola che capita, o a quella che si può permettere.
Il sistema pubblico era stato affossato nel ventennio della destra Thatcheriana, e i pur massicci investimenti del Labour hanno lasciato ancora molta strada da compiere. Mancano le risorse alle scuole e sono insufficienti i servizi di comunità per contribuire a tessere una trama sociale degna di questo nome. Di conseguenza, nella maggior parte dei quartieri poveri di Londra, sterminate periferie di case basse che distano ore sui mezzi pubblici dal centro, le scuole elementari continuano ad avere risultati disastrosi, con anche il 40 per cento dei bambini che non supera l’equivalente del nostro esame di quinta.
In Inghilterra non c’è una discussione sulla precarietà, per due ragioni opposte. Per la corposa classe media con accesso – sia pur faticoso – all’istruzione di buona qualità, i lavori precari sono comunque accompagnati da tutele minime sconosciute ai nostri e sono normale gavetta di un futuro più stabile. Invece, per le masse, minoritarie ma nutrite, di lavoratori non qualificati, la precarietà occupazionale è l’unica forma esistente. Certo in presenza di diritti fondamentali, ma con limitatissime prospettive di crescita economica intergenerazionale, e persino di stabilità economica individuale.
Questo non vale solo per le comunità di origine Afro-Caraibica, protagoniste dei saccheggi delle scorse notti, ed è l’evidente conseguenza di un sistema formativo molto classista che accentua le problematiche economico-sociali. In tempi di crisi economica, il destino di un limbo da lavoratore povero senza prospettive diventa ancora più realistico, e i desideri consumistici e commerciali sempre più irrealistici.

Perché barbari si diventa con un lungo e silenzioso lavoro alle radici. E quando ci si sveglia c’è sempre almeno un’era da recuperare.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/la-rivolta-di-londra-e-le-parole-sbagliate

Fine di un mondo

Perché mentre Londra è una Troia che brucia sembra che non si riesca a leggere un passo più in là della cronaca. Perché ci hanno educato a pensare che qualsiasi manifestazione di piazza o violenza organizzata sia o legittima o delinquenza. Ma abbiamo perso il palato per leggerne i motivi che stanno nel mezzo. Così leggere Gramellini sulla Stampa di oggi è una boccata di ossigeno.
Quando i teppisti diventano un esercito e mettono a ferro e fuoco una metropoli occidentale, significa che è successo qualcosa che non si può più combattere solo aumentando il numero dei poliziotti e delle celle. E’ il segnale di un mondo, il nostro, che si sgretola. Un mondo senza politica, senza cultura, senza solidarietà. Il teppista griffato non si rivolta per ottenere un impiego, del cibo o dei diritti civili. Reclama soltanto l’accesso agli status-symbol della pubblicità acquistabili attraverso il denaro. Dal giorno infausto in cui il capitalismo dei finanzieri ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall’uomo, trasformandosi in un valore a sé. L’unico. Quel ragazzo è il prodotto di questa bella scuola di vita. Mettiamolo pure in galera. Ma poi affrettiamoci a ricostruire la scuola.