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Tutta questa fatica per diventare Salvini, il cameriere di Berlusconi

Vedrete che non basterà nemmeno questo per convincere i salviniani più duri e puri. Nemmeno la scenetta goffa, patetica e bassissima che ieri è avvenuta davanti ai giornalisti assiepati fuori dall’ufficio del presidente della Repubblica in cui Silvio Berlusconi, con fare da padrino più che da padre, ha voluto interpretare la figura dell’anima nobile di un centrodestra che nei fatti non è mai stato una coalizione eppure continua a simulare unità, consapevole di essere uno sgangherato gruppo di partiti che da soli conterebbero come il due di bastoni con la briscola a coppe. Berlusconi ha introdotto il discorso di Salvini (recitato con la convinzione di un bambino intento a proferire la poesia natalizia) e ha poi voluto prendersi la scena in coda alla conferenza stampa per lanciare strali (sempre con la sicumera del vecchio zio un po’ rimbambito) contro il Movimento 5 Stelle.

Il senso del suo discorso, tanto per sintetizzare, è che i grillini non dovrebbero permettersi di chiedere che lui venga messo da parte: non sia mai che si dica che Berlusconi è un corrotto (sentenza passata in giudicato), amico della mafia con Marcello Dell’Utri come tramite (sentenza passata in giudicato) e salvato da qualche processo grazie alle sue stesse leggi.

Ciò che conta però non è tanto Berlusconi che continua a fare il Berlusconi ma piuttosto il Salvini che ci ha messo tutto questo tempo a diventare l’autoritario, autonomo e indipendente leader di una coalizione in cui alla fine si ritrova ancora una volta ad essere il patetico portaborse. Successe a Bossi, dipendente di Berlusconi, poi successe a Maroni e ora tocca a Salvini. Tutti questi anni a fare il duro per poi vederlo scodinzolare di fronte al padrone Silvio.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/04/13/tutta-questa-fatica-per-diventare-salvini-il-cameriere-di-berlusconi/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Caro Berlusconi, le “pulizie dei cessi” te le facevano gli amici e le figlie di Mangano

Altro che lavoro adatto agli odiati avversari del Movimento 5 Stelle. La “pulizia dei cessi“, dalle parti del Biscione, era affare degli amici di Vittorio Mangano. E non è una metafora: negli anni Novanta le pulizie negli uffici di Publitalia le faceva un gruppo di cooperative di servizi basate a Milano e gestite dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, che da diverse inchieste risultano essere stati in rapporti di amicizia con lo “stalliere” di Arcore condannato per mafia, morto nel 2000, e con l’allora braccio destro di Silvio Berlusconi Marcello Dell’Utri, ex numero uno della concessionaria pubblicitaria di Fininvest, cofondatore di Forza Italia, in carcere dal 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa e appena condannato anche per la trattativa Stato-mafia.

Un legame anche lavorativo, visto che le tre figlie di Mangano – Cinzia, Loredana e Marina – erano amministratrici di una delle coop della galassia di Sartori, che offrivano oltre alle pulizie pure servizi di facchinaggio, trasporto merci e movimentazioni di magazzino.

Sartori e Currò furono arrestati una prima volta nel 1999 con l’accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico di droga e concussione. Per questi reati furono assolti e l’inchiesta sfociò solo in due condanne per reati minori.

Quattro anni dopo, nel settembre 2013, Cinzia Mangano e il cognato Enrico Di Grusa, marito di sua sorella Loredana, furono invece arrestati nell’ambito di un’altra indagine della Dda di Milano sulla stessa rete di cooperative. Nel 2014 la Mangano è stata condannata a sei anni e quattro mesi solo per associazione a delinquere semplice. Nel 2015 la condanna è stata confermata in appello.

(fonte)

Paolo Borrometi. La calunnia è un venticello, la mafia la cavalca.

Paolo Borrometi si è inventato l’attentato. La Procura è un’accozzaglia di ignoranti che non sanno nemmeno leggere e che si divertono a creare allarme. Il mafioso Salvatore Giuliano è una brava persona ed è stato frainteso.

Si potrebbe riassumere in tre fasi la deliranti tesi difensiva dell’avvocato (ex senatore del Movimento Sociale, come ci tiene a farci sapere dalla sua carta intestata) Luigi Caruso Verso che oggi ha trovato il tempo di imbracciare carta e penna per scrivere una lettera aperta, una di quelle belle lettere accorate che ogni tanto gli avvocati partoriscono in difesa dei propri assistiti, per dirci che Paolo Borrometi è “un falso eroe” e poiché il mafioso Giuliano, scrive l’avvocato, avrebbe detto a Vizzini di “lasciare perdere e di non prestare attenzione alle continue provocazioni (ha scritto proprio così, “provocazioni” nda) del Borrometi mentre per gli inquirenti (che siano tutti… della Val Padana? ha scritto proprio così) il Giuliano consigliava di farlo ammazzare”.

È scritto tutto qui:

La calunnia è un venticello. La Sicilia (di Ciancio) ha già sparato la notizia in prima pagina. La mafia ancora una volta sorride. Parlate di un attentato inventato e vedrete che qualcosa comunque resterà.

E soprattutto l’avvocato si dimentica che il suo assistito è a processo per minacce di morte, violenza privata aggravata da metodo mafioso ed appartenenza mafiosa verso Paolo Borrometi.

Italia, 2018.

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Bomba o non bomba

Nella giornata di ieri, mentre tutti discutevano delle baruffe tra Salvini e Di Maio e la stampa si riempiva di editoriali zeppi di consigli su cosa dovrebbe fare il Partito democratico una bomba dentro la sua auto ha maciullato Matteo Vinci, 42 anni, e gravemente ferito il suo settantacinquenne padre. Una bomba come quelle che da noi si osavano solo nei tempi peggiori quando vigeva prepotente il senso di impunità se non addirittura la convergenza di interessi con lo Stato. Matteo Vinci, secondo le prime ipotesi della Procura, avrebbe avuto un diverbio con un vicino parente di qualche cognome importante. Le parole degli inquirenti lasciano pochi dubbi: “le cosche stanno alzando il livello”, hanno dichiarato. Una bomba, di quelle vere, che esplodono davvero e che procura un dolore e un rumore che tutti dovrebbero girarsi a guardare, parlarne, cercare di capire.

Ieri in Calabria sono stati arrestati Carmelo Ficara, Francesco Andrea Giordano, Michele Surace e il figlio Giuseppe, tutti nomi che contano nel campo delle costruzioni a Reggio Calabria e in provincia. “Imprenditori”, come si fanno chiamare. Eppure sono accusati di essere i prestanome e i riciclatori della cosca dei Tegano, una famiglia mafiosa che nonostante passino le generazioni non sempre perde lo “smalto”.  Hanno cementificato la provincia reggina. Gli hanno sequestrato beni per un valore di cinquanta milioni di euro. Cinquanta milioni di euro.

Ieri a Palermo è stato arrestato Pietro Formoso, fratello dei due Formoso che furono condannati per la strage mafiosa a Milano nel 1993. Secondo le indagini Formoso deciderebbe (a nome di Cosa Nostra) quali filetti devono stare sulle nostre tavole. Dalle intercettazioni si capisce anche che il latitante Matteo Messina Denaro preferisce invece investire sull’olio extravergine. Quello che mangiamo, noi.

Aspettiamo con ansia e poca speranza l’indignazione e le soluzioni da parte di chi brama il governo per risolvere “le paure degli italiani”. Aspettiamo con ansia che di mafia, anche solo per sbaglio, se ne senta parlare anche da parte dei papabili leader. Aspettiamo con ansia che questo Paese non abbia bisogno delle carneficine per svegliarsi magari tenendo conto anche di tutte le carneficine che già sono state. Aspettiamo con ansia che qualcuno si occupi del tema delle mafie e magari che faccia in modo che le mafie smettano di occuparsi di noi.

Buon martedì.

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Non è Romani il problema, ma Forza Italia

Leggete con attenzione:

«Quali rapporti? Per delinearli i pm partono da lontano. E citano la sentenza definitiva che ha condannato Dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno. “I giudici hanno scritto – ha detto Del Bene citando le motivazioni del verdetto – che fin dagli anni Settanta Marcello Dell’Utri intratteneva un rapporto paritario con esponenti di Cosa nostra”. Contatti che per i pm “sono proseguiti anche dopo la scomparsa dei boss Mimmo Teresi e Stefano Bontate, suoi iniziali interlocutori, uccisi dai corleonesi di Totò Riina”. Nella requisitoria ha dunque fatto la sua comparsa Vittorio Mangano, il boss di Porta Nuova assunto da Berlusconi e Dell’Utri come stalliere nella villa di Arcore nel 1974. “La presenza di Vittorio Mangano ad Arcore, mafioso del mandamento di Porta Nuova, per il tramite di Dell’Utri, rappresenta la convergenza di interessi tra Berlusconi e Cosa nostra”, dicono i pm, che durante una delle udienze del processo hanno ascoltato anche la deposizione del pentito Gaetano Grado. “Negli anni Settanta – aveva detto il collaboratore di giustizia l’11 giugno del 2015 – portava fiumi di miliardi da Palermo a Milano. Erano soldi del traffico di droga di Cosa nostra che Mangano consegnava a Dell’Utri, poi Dell’Utri li consegnava a Berlusconi che li investiva nelle sue società, mi pare anche per Milano due. La mafia ha bisogno di investire. Siccome i soldi della droga erano talmente tanti che non si sapeva più quanti fossero, Mangano esportava fiumi di denaro su a Milano”.

L’intimidazione: gli attentati alla Standa – Il sostituto procuratore ha poi ricordato gli attentati alla Standa di Catania, che all’epoca era di proprietà di Silvio Berlusconi. Secondo l’accusa gli attentati intimidatori sarebbero cessati solo dopo un accordo tra Cosa nostra e Berlusconi, “attraverso l’intermediazione di Dell’Utri”. Già in una delle scorse udienze, il pm Roberto Tartaglia aveva spiegato. “I boss puntarono all’intimidazione, per poi raggiungere il patto”, disse il magistrato riferendosi proprio gli attentati alla Standa: “Il pentito Malvagna ci ha raccontato che scese un alto dirigente Fininvest per risolvere la questione”. Chi era quell’alto dirigente? “Era Dell’Utri”, ha detto un altro pentito, Maurizio Avola, riferendo di un incontro tra l’ex senatore e il capomafia Nitto Santapaola.

Sicilia libera è il movimento creato su input dello stesso Bagarella, al vertice dei corleonesi nel 1993 dopo l’arresto del cognato Totò Riina.  “Il movimento Sicilia libera ha in sé tutti i protagonisti del reato di attentato a corpo politico dello Stato che contestiamo agli imputati di questo processo. Cosa nostra ha l’esigenza di interloquire direttamente con le istituzioni e Bagarella tenta di farlo con questo movimento politico nel cui statuto vengono inseriti i punti che tanto stanno a cuore alla mafia, tra cui la giustizia e provvedimenti sul mondo carcerario“. Poi, però, succede qualcosa. Succede che alla fine del 1993 lo stesso Bagarella “sa della discesa in campo di Silvio Berlusconi per le politiche del 1994 e decide dirottare il suo sostegno a Forza Italia, e di fatto decide di dare sostegno a Marcello Dell’Utri attraverso i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Così, lascia perdere il Sicilia libera che aveva fondato e di fatto confluisce in Forza Italia”.

Quello che disse Cancemi – Per la verità, però, a parlare di Berlusconi e Dell’Utri come possibile soluzione ai problemi di Cosa nostra era stato lo stesso Riina già nel giugno del 1992, quando la nascita di Forza Italia era ancora alle primissime battute. A sostenerlo – lo ha ricordato nelle scorse udienze il pm Di Matteo – era stato il pentito Salvatore Cancemi. Nel corso della riunione del giugno ’92, “Riina si prese la responsabilità di eliminare Paolo Borsellino”. Nella stessa circostanza aggiunse che “andava coltivato il rapporto con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”.  “Non è un racconto del relato ma proviene dalla voce di un autorevole capomafia”, aveva detto Di Matteo. Le dichiarazioni di Cancemi, secondo l’accusa, riscontrano quanto detto in carcere da Giuseppe Graviano. Intercettazioni che hanno fatto riaprire le indagini su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi e che sono state al centro di un acceso dibattito processuale tra accusa e difesa.”

In questo articolo (tratto da Il Fatto quotidiano del 25 gennaio di quest’anno qui) si racconta dell’accordo che portò alla costruzione di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi fortemente voluto da Marcello Dell’Utri. Il punto è tutto qui: il tema non è Paolo Romani che non è voluto dal Movimento 5 stelle perché già condannato. Il tema è Forza Italia e la sua storia. Poi, per carità, qualcuno è libero di non crederci ma sicuramente ci credeva Alessandro Di Battista mentre declamava ad alta voce la sentenza Dell’Utri ad Arcore. Ridurre tutto a Romani è un truffa. E dire, come prova a fare Di Maio, che il «leader del centrodestra è Matteo Salvini» fingendo che non ci sia Forza Italia al seguito è un andreottismo. Senza nemmeno la soddisfazione di avere la cultura e l’arguzia di Andreotti.

Buon venerdì.

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Mafie Maschere E Cornuti: la recensione di Diego Mesi

(fonte)

Ridere per non avere paura, per infrangere gli specchi dell’autorappresentazione. Ridere per contestare, per mettere in discussione un sistema di potere – più o meno legittimo – e indurre alla riflessione lo spettatore, chiamarlo in causa partendo dalla coscienza. Come un giullare moderno, l’attore Giulio Cavalli ha coinvolto e conquistato la platea cremasca con Mafie maschere e cornuti, in scena venerdì 16 marzo al san Domenico di Crema.

Ridere, antiracket culturale
Doppia replica per il pubblico cremasco: la mattina dedicata alle scuole, la sera per tutti gli interessati. Più che uno spettacolo, un’analisi collettiva per provare a comprendere il fenomeno della criminalità organizzata attraverso i volti e i nomi che ne hanno costituito la narrazione, fino ai giorni nostri. Cavalli scardina icone e stereotipi giocando la carta della comicità, “perché ridere di mafia è un antiracket culturale. E le mafie, come tutte le cose terribilmente serie, meritano di essere derise”.

Verso il 21 marzo
L’evento promosso dal presidio Libera Cremasco in collaborazione con la Pro Loco, il Comune e il Comitato per la promozione dei principi costituzionali conclude la rassegna Cento passi verso il 21 marzo. Il prossimo appuntamento sarà proprio la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Mercoledì 21 marzo alle 18.30 Libera sarà in piazza Duomo per leggere i nomi di chi ha perso la vita per mano della criminalità organizzata, da nord a sud.