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«Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione»

Davvero non c’è una spiegazione alle stragi d’Italia, agli omicidi eccellenti, alle collusioni pericolose? Davvero sono passati troppi anni dagli eventi per capire, per sapere, per ricordare? Davvero non c’è soluzione alle questioni del presente, che ci attanagliano ogni volta che parliamo del triangolo tra criminalità, politica e giustizia? Una croce a cui il nostro Paese sembra inchiodato da decenni senza molte possibilità di riscatto, con protagonisti che – a tutt’oggi – occupano le pagine dei giornali e portano i nomi di politici notissimi e faccendieri incarcerati, di imprenditori e amministratori della cosa pubblica che hanno raccolto scabrose eredità del passato, perfino di imbelli candidati alle elezioni prossime venture.

Ci interessa ancora la verità dei fatti o siamo rassegnati, ormai, a farci bastare la loro apparenza? Magari perché questa verità è scomoda da accettare o troppo complessa da esaminare, mentre la post-verità – che ne è la ’narrazione’ superficiale e banalizzata, come ricordano gli Oxford Dictionaries – grazie ad abbellimenti e sottrazioni riesce a distorcerla, trasformandola in qualcosa d’altro, più facilmente ricevibile? A evitarci, insomma, tutte quelle domande a cui non sappiamo dare risposta, riuscendo così a schivare anche le conseguenze che le risposte comporterebbero.

Il tema della post-verità, che non liquida la verità ma la rende superflua e irrilevante, è sotteso – fin dal titolo – al libro ”La verità sul processo Andreotti”, uno svelto volumetto (pp. 87, Editori Laterza), appena uscito in libreria, denso di nomi, fatti e date ma, soprattutto, di chiarimenti. È scritto da due magistrati, Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, che hanno deciso di analizzare quel procedimento dal loro osservatorio privilegiato.

Dottor Caselli, affermate di voler ristabilire una prospettiva corretta contro il negazionismo.

L’idea del libro scritto con Lo Forte, collega della Procura di Palermo e pm nel processo Andreotti, nasce dalla constatazione che la verità sul processo è stata fatta a brandelli. La Cassazione ha confermato in via definitiva la sentenza della Corte d’appello di Palermo, che ha dichiarato “il reato di associazione a delinquere [con Cosa nostra] commesso fino alla primavera del 1980”, ma prescritto per decorso del tempo. Eppure un’ossessiva campagna di fake news – a tutti i livelli – ha truffato il popolo italiano (in nome del quale le sentenze vengono pronunciate), facendogli credere che l’imputato sia stato pienamente e felicemente assolto. Non esiste in natura un imputato assolto per aver commesso il fatto! È un’offesa alla logica e al buon senso. Eppure, ancora recentemente ho letto che Andreotti non fu condannato “perché non si riuscì a dimostrare che si fosse mai adoperato personalmente per favorire Cosa nostra”. Invece è scritto a tutto tondo nella sentenza della Corte d’appello – confermata in Cassazione – che l’imputato “con la sua condotta […] ha non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale e arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo, manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. E tutto questo sulla base di un elenco dettagliato di fatti gravi, tutti provati. Non fu condannato solamente in quanto il reato commesso era prescritto. Senza che l’imputato avesse rinunciato alla prescrizione, come avrebbe potuto.

Una vicenda emblematica del processo Andreotti?

Tra i tanti fatti gravi provati, ne ricordo uno in particolare. La partecipazione a due incontri con Stefano Bontade e altri boss (presenti Lima e i cugini Salvo) per discutere di fatti criminali riguardanti Piersanti Mattarella, l’onesto presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980. Senza che Andreotti abbia mai denunciato, a nessuno, gli elementi utili a far luce su tale delitto che pure conosceva, in quanto derivanti dai diretti contatti avuti coi mafiosi.

Esistono somiglianze con l’attuale processo sulla trattativa Stato-mafia?

Lo Forte ed io abbiamo pensato che potesse essere utile nel caso Andreotti chiarire le vicende processuali in sé, anche per comprendere meglio alcuni aspetti essenziali della storia del nostro Paese. Lo sviluppo della trattativa Stato-mafia (su cui è ancora in corso un delicato processo a Palermo, attualmente in gran parte a giudizio in primo grado, con alcune posizioni trattate in “abbreviato”), nel libro viene inquadrato nell’ambito della politica di “relazioni esterne” con la società e lo Stato, che caratterizza tutta la storia di Cosa nostra. Un susseguirsi di rapporti – a seconda della stagione – di coesistenza o di compromesso, di alleanza o di conflitto: dalla strage di Portella della Ginestra al Golpe Borghese; dagli omicidi politici mafiosi degli Anni Settanta/Ottanta alla stagione del pool antimafia e del maxiprocesso; dalla strategia stragista degli anni ‘92-’93, con la cornice appunto delle “trattative”, fino agli scenari attuali.

Come valuta la recente riforma delle intercettazioni?

Il mio giudizio coincide con l’intervento di Roberto Scarpinato, che MicroMega ha pubblicato integralmente. Vero è che il ministro Andrea Orlando ha promesso una sorta di “monitoraggio”, con riserva di modificare la riforma all’esito ove le perplessità di Scarpinato e altri risultassero riscontrate in concreto. Ma non sappiamo chi sarà il nuovo ministro della Giustizia. Se fosse ancora Orlando, secondo me, ci si potrebbe fidare. Ma se non fosse lui? Se fosse, per esempio, l’avvocato Giulia Bongiorno (una delle possibili candidate del centro-destra) avrei qualche perplessità in più. Non tanto per la sua posizione nel merito della riforma (anche Bongiorno ha espresso alcune critiche), quanto piuttosto per quel che dell’avvocato si può leggere nelle prime due pagine dell’introduzione al nostro libro sul processo Andreotti. Una questione di metodo, spoglia di profili “personali”.

Il tema della legalità è uno dei grandi assenti di questa campagna elettorale.

Paradossalmente viene da dire: meglio così! Che in campagna elettorale non siano inflitti ulteriori colpi a un vocabolo – quello della legalità – che soffre da tempo. Che va protetto e usato con parsimonia per evitarne la strumentalizzazione da parte di personaggi impresentabili, che hanno scelto di convivere (se non peggio) con il malaffare. La speranza è che nella nuova legislatura si parli di legalità non più come slogan, ma come obiettivo vero. Da perseguire senza cedere a quell’altra tentazione tipica di certa politica: l’evaporazione dei fatti, la cancellazione del mondo reale che ci circonda. Il mondo reale, oggi, parla di una grandissima quantità di risorse sottratte dall’illegalità economica (evasione fiscale, corruzione e mafia). Una rapina che si traduce nel colossale impoverimento della nostra collettività. Senza risorse, la qualità della vita è fatalmente destinata a peggiorare. Perciò la legalità non è solo questione di “guardie e ladri”, ma costituisce per tutti un vantaggio, una diretta convenienza. La buona politica dovrebbe muovere in questa direzione. Non correre con occhi bendati in direzioni di cui s’ignora il senso oppure in una direzione conosciuta e utile sempre e soltanto ai “soliti noti”.

Cos’è più urgente fare per migliorare la situazione della giustizia in Italia? Quali misure dovrebbe attuare un futuro governo?

Diciamo prima quel che non si dovrebbe fare mai. La separazione delle carriere fra pm e giudici, che invece tanto sta a cuore a molti avvocati e a Silvio Berlusconi, il quale va ancora raccontando la storiella dei magistrati che prendono il caffè insieme e quindi per ciò stesso farebbero… pastette. La separazione sarebbe una vera jattura, perché in tutti i paesi in cui c’è separazione, il pm di fatto prende ordini o riceve direttive vincolanti dal governo. Dovremmo, in Italia, rinunciare all’indipendenza dei pm e darli in pasto a certa politica, quella che – ripeto – è fatta anche di impresentabili? Sarebbe un vero e proprio suicidio per la prospettiva di una giustizia che punti alla eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Quanto alle misure da attuare in positivo mi limito a due punti essenziali: la riforma della prescrizione (siamo l’unico paese al mondo, in cui essa non si interrompe mai) e la riforma dei gradi giudizio. Se proprio non si vogliono ridurre (anche in questo caso siamo l’unico paese al mondo con un rito processual-penale di tipo accusatorio che tollera una pletora di gradi), almeno si introducano dei severi filtri di grado in grado, per impedire i ricorsi inutili, pretestuosi e dilatori. Altrimenti il processo non finisce mai! È ipocrita lamentarsi poi se tutto ciò comporta una giustizia denegata al posto della giustizia.

Sta emergendo un fenomeno nuovo di cui si parla ancora poco: le mafie organizzate da immigrati nel nostro Paese, ad esempio quelle nigeriane.

Le mafie di “importazione” (dalla Nigeria come dall’Est europeo) vanno contrastate con la stessa determinazione con cui si combattono le organizzazioni “indigene”. Forze dell’Ordine e magistratura già lo fanno. Probabilmente servirebbero strumenti legislativi (un aggiornamento del 416 bis) specificamente mirati su queste nuove realtà.

Mafie, criminalità, immigrazione senza regole alimentano un clima di tensione, aggressività e timori incontrollati, utilizzati a volte per fini politici distorti e dalla cattiva informazione. È esagerato parlare di governo della paura?

Paura e insicurezza sono problemi seri da affrontare e possibilmente da risolvere. Invece sempre più di frequente si rivelano occasioni da sfruttare. Questi mali da sanare, sembrano essersi trasformati in opportunità d’investimento politico e massmediatico. Prima si accresce la paura – che c’è per cause obiettive – ma ci si lavora su per espanderla. Poi, invece di governarla, si finisce per restare governati dalla paura, nel senso che è la paura che oggi (molte, troppe volte) sembra dettare le scelte della politica e dei media. Con rischi evidenti di deriva democratica.

Come si comporta una società che ha paura?

Qui ‘rubo’ una formula al mio amico, don Luigi Ciotti: la sicurezza rischia di trasformarsi in una specie di killer. Nel senso che (intesa in un certo modo) cancella o, quantomeno, pregiudica decenni di lavoro sulle radici della violenza. Se la paura è un’opportunità di investimento, facilmente avremo non riforme vere, ma più che altro gesti simbolici, rassicuranti, un’indignazione che spesso può essere in prevalenza strumentale. Inoltre (forse non ce ne rendiamo conto, ma è sempre più così) impariamo a vivere nell’ostilità contro tutto e tutti, specie quando non si va oltre il recinto delle nostre individualità, degli interessi particolari o personali. Tuttavia vivere immersi nella cultura del sospetto non è più vita: succede che si modifica, in negativo, la qualità della nostra esistenza. Anche perché si comincia così e poi non si sa dove si va a finire. Oggi i rom, domani chissà.

Ma la sicurezza non è argomento più che valido, tanto più per chi – come lei – ha trascorso una vita da magistrato?

Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione: i timori si autoalimentano. Le risorse a disposizione saranno prevalentemente, se non esclusivamente, convogliate su controlli e sempre più controlli (tipica la richiesta di impiego dell’esercito), su forme di repressione, nuovi reati e così via. Sempre meno, invece, saranno le risorse impiegate per scuole, ospedali, alloggi, più lampioni in periferia, trasporti pubblici meno degradati, politiche di inserimento e integrazione. Col risultato che, nel medio-lungo periodo, la criminalità invece di diminuire rischia di aumentare o rimanere sui livelli che già la caratterizzano. Il che comporta un aumento dell’insicurezza. Ecco il cortocircuito, pericoloso quando non si superano i luoghi comuni. Quando non si cerca di ragionare con la testa anziché con la pancia.

www.micromega.net , 1 marzo 2018

Chi è Nino Vadalà, l’uomo arrestato per l’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak

(da Fanpage)

Anche gli italiani in Slovacchia avevano cominciato a prenderne le distanza: lo stile di vita e, soprattutto, le parentele con gli ambienti criminali calabresi millantate dall’imprenditore, avevano finito per renderlo inviso alla maggior parte dei suoi connazionali emigrati nel Paese dell’Europa centrale. Ma c’era anche chi, come i vicini delle sue proprietà agricole, avevano conosciuto l’altra faccia dell’uomo d’affari, quella delle minacce e intimidazioni in stile mafioso.

Antonio Palombi, un pensionato italiano da anni residente in Slovacchia, ha incontrato Vadalà nei primi anni duemila. Fanpage.it ha raggiunto Palombi che non ha avuto difficoltà a raccontare come è diventato il suo socio, finendo per perdere tutto quello che possedeva. “Non sapevo chi fosse, si presentò dicendo che il consolato lo aveva indirizzato a noi, come spesso accadeva, lo aiutammo a registrare la società con la quale voleva fare attività agricole. Si è presentato come un ragazzo di campagna e mi piacque ma – continua il pensionato – quando si stabilì a Michalovce, dove diceva di avere parenti, per diversi anni lo vidi solo di sfuggita”.

A Michalovce, alcuni Vadalà si erano infatti stabiliti sin dall’inizio degli anni Novanta quando, col crollo del regime comunista, era diventato possibile fare affari facili anche per persone gravate dal peso di uno scomodo cognome che, seppur diffusissimo in Calabria, evoca subito il ricordo di gravissimi fatti di sangue. Il giornalista reggino Lucio Musolino, specializzato nella cronaca giudiziaria e memoria storica delle ‘ndrine della Jonica, riconosce nella foto di Nino, il figlio di Giovanni “Cappiddazzu” Vadalà, nipote di Domenico “Micu U lupu”, storico capo cosca sopravvissuto ad una sanguinosa faida tra ndranghetisti. Il fratello, invece, è il gestore degli interessi delle cosche nel sistema degli appalti pubblici.

Assieme allo zio di Nino è emigrato a Michalovce anche Diego Rada, che diventerà poi suo suocero. Hanno già delle attività agricole e forse fanno anche altri affari visto che, sin dalla fine del comunismo, l’ex Cecoslovacchia è diventata una delle principali fonti di approvvigionamento illegale di armi per il crimine organizzato italiano.

E’ lo stesso giornalista ucciso a raccontare, nell’apertura del suo ultimo articolo, come quattordici anni fa proprio a Michalovce fosse stato arrestato Carmine Cinnante, un italiano che si apprestava a ritornare in Italia con una mitragliatrice cecoslovacca modello 26 dotata di apposito puntatore laser probabilmente destinata a rifornire l’arsenale della cosca capitanata dal boss Guirino Iona di Belvedere Spinello di cui Cinnante era sodale.

Più o meno nello stesso periodo, almeno secondo la polizia italiana, Nino Vadalà facilita la latitanza del killer Dominic Ventura e affianca il boss Antonio Zindato nelle sue spedizioni punitive romane contro dei soggetti che “danneggiano la famiglia”. Preoccupato per gli esiti del processo, che lo vedrà comunque prosciolto, Nino decide di raggiungere i parenti che già vivono in Slovacchia ed inizia le sue molteplici e caotiche attività imprenditoriali.

Ivan Brada, un criminologo e veterano del giornalismo di inchiesta della Tv di stato slovacca, ha spiegato a Fanpage.it come, prima di Kuciak, avesse iniziato a considerare Nino un soggetto di interesse giornalistico. “Un mio informatore me ne segnalò il nome in relazione alla transazione immobiliare di due società, la ALTOspol e la KANNONE nel 2013 o 2014 quando feci le prime visure camerali, ed a distanza di qualche mese cominciò a farmi pervenire registrazioni audio e qualche video riguardanti Palombi e Vadalà. Quella operazione nello specifico sembrava una piccola evasione Iva o forse una semplice truffa ai danni di Palombi ma le attività agricole ed energetiche di Vadalà, i contributi europei erano fortemente sospetti”.

Brada avrebbe voluto realizzare un servizio giornalistico per Reporteri, il programma televisivo per cui lavora ma “la TV di stato, più che ogni altro media slovacco soffre la mancanza di risorse e di capacità produttive. Anche oggi, volendo, non potrei mandare in onda nulla… siamo persino senza direttore da mesi”.

Le attività di Nino Vadalà saranno comunque ora analizzate in dettaglio dagli inquirenti, i cui mezzi investigativi dovrebbero superare quelli dei media slovacchi che infatti sembrano concentrarsi sulla sua partnership con Mária Trošková (nella foto), consocia nella Gia Mangement, ma anche segretaria del primo ministro slovacco Robert Fico. Per l’opposizione, la Trošková sarebbe la prova di un collegamento tra lo Stato e la mafia, ragione sufficiente per aprire una crisi di governo. Per questo i media slovacchi soppesano al momento ogni possibile indizio utile a dirimere la reale portata dello scandalo.

Maria Troskova, l’ex modella socia in affari di Vadalà e assunta nel gabinetto del premier slovaccoin foto: Maria Troskova, l’ex modella socia in affari di Vadalà e assunta nel gabinetto del premier slovacco

Bisogna infatti considerare che Vadalà forse è stato arrestato non solo e non tanto perché sospettato del duplice omicidio, ma possibilmente perché, in seguito alla rivelazione del suo nome, è stata bruciata la segretezza relativa ad una investigazione internazionale di polizia ancora in corso, forse quella iniziata nel 2014 intorno ad un grosso traffico di cocaina, intercettazioni nelle quali compariva il nome di Antonino Vadalà e diverse utenze telefoniche slovacche.

Quanto al filo che legherebbe l’arrestato Vadalà al premier Fico, Palombi è categorico:Vadalà conobbe Fico grazie a Denisa, la sua amante storica (nella foto sotto).E’ lei l’esperta di bandi europei che ha aiutato l’imprenditore calabrese a prendere i finanziamenti. E sarebbe sempre lei ad averlo introdotto nell’ambiente politico presentandogli Robert Fico.

Infine, Mária Trošková, l’altra figura al centro del reportage di Kuciak, è stata per anni socia in affari di Vadalà e fino a ieri, quando ha rassegnato le dimissioni, era una stretta collaboratrice a Fico. Altri due testimoni, uno slovacco e un italiano, che sotto garanzia di assoluto anonimato hanno affermato di essere sicuri che Vadalà e Fico si conoscessero ed incontrassero saltuariamente. “L’ho accompagnato sino alla porta della segreteria”, ci ha raccontato, visibilmente emozionato e spaventato l’italiano. Vista la serietà dell’argomento e la sorte toccata a Jan e Martina ha tutte le ragioni per esserlo.

Tre italiani arrestati per l’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak. Ecco le priorità.

La questione delle mafie è un allarme internazionale. E noi ne siamo i primi responsabili. Quello che sta succedendo in Slovacchia è di una gravità inaudita eppure qui da noi la campagna elettorale non riesce a guardare più in là dei piccoli cortili.

L’imprenditore italiano Antonino Vadalà è stato arrestato dalla polizia slovacca, che indaga sulla morte del giornalista ucciso, Jan Kuciak. Lo scrive il quotidiano locale Korzar. Secondo i media, stamattina la polizia ha fatto irruzione negli appartamenti dell’imprenditore, a Michalovce e a Trebisov, nell’est del Paese. Insieme a lui sono stati arrestati anche il fratello Bruno e il cugino, Pietro Catroppa. Della famiglia Vadalà e dei presunti legami con la ‘ndrangheta ha scritto Kuciak nel reportage pubblicato ieri dal suo giornale.

“È verosimile che dietro l’omicidio ci siano le famiglie calabresi . È ovvio che la ‘ndrangheta è capace di fare queste cose”, ha commentato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, ai microfoni di “6 su Radio 1”. “La ‘ndrangheta – ha aggiunto – è radicata, non infiltrata, non solo in tutta Italia ma anche nei Paesi europei come Germania, Svizzera ma anche nell’est europeo, oltre che in Slovacchia anche in Bulgaria e in Romania. La ‘ndrangheta si sta estendendo verso l’Est. Va dove c’è da gestire potere e denaro e dove ci sono da gestire opportunità. Le mafie stanno acquistando latifondi per piantare vigneti, per piantare colture, il cui fine è quello di arrivare ai contributi europei. Un fenomeno che accade in Italia ma anche fuori. Il dramma è che l’Europa non è attrezzata sul piano normativo a contrastare le mafie, in particolare la ‘ndrangheta. In Europa da decenni non c’è la percezione dell’esistenza della mafia, prova ne è che gli Stati europei non vogliono attrezzarsi sul piano normativo come l’Italia. Ancora stanno discutendo se inserire nel loro ordinamento l’associazione a delinquere di stampo mafioso”.

L’omicidio del giornalista 27enne ha già fatto cadere le prime teste a Bratislava: oltre alle dimissioni del ministro della Cultura, hanno fatto un passo indietro dall’ufficio del governo i due coinvolti nell’inchiesta del giovane reporter sugli affari della ‘ndrangheta calabrese in Slovacchia. Si tratta di Maria Troskova, ex fotomodella e oggi assistente del premier Robert Fico, e del segretario del consiglio di sicurezza Vilian Jasan. Nel reportage incompiuto di Kuciak, che oggi il suo giornale ha pubblicato integralmente, i due sono indicati come persone vicine a un imprenditore italiano che farebbe parte dell’orbita ‘ndranghetista.

“Collegare i nostri nomi con un atto deprecabile (l’assassinio del giornalista) come fanno alcuni politici e media è assurdo”, hanno affermato i due in una nota comune. “Di fronte alla strumentalizzazione dei nostri nomi, nella lotta politica contro il premier Fico, abbiamo deciso di lasciare i nostri incarichi all’Ufficio del governo fino alla conclusione delle indagini”, hanno scritto nella dichiarazione congiunta, esprimendo le condoglianze alle famiglie di Kuciak e della sua compagna. A proteggere i suoi collaboratori, lo stesso premier: “Non potete connettere le persone con un assassinio premeditato senza presentare una prova rilevante”, aveva detto ieri. In giornata sono arrivate anche le dimissioni del ministro della Cultura Marek Madaric (Smer, democratici sociali). “Il ministero della Cultura è il dicastero più vicino ai media. Dopo quello che è successo, non riesco ad immaginare di rimanere a fare il ministro. La mia decisione è connessa con l’assassinio del giornalista”, ha detto Madaric, che con le indagini giornalistiche di Kuciak non ha nulla a che fare. L’opposizione chiede invece le dimissioni del ministro dell’Interno Robert Kalinak e del capo della polizia Tibor Gaspar.

A scatenare il terremoto politico a Bratislava, l’avvio delle indagini della polizia e la pubblicazione dell’articolo di Jan Kuciak sulle attività della ‘ndrangheta in Slovacchia. Il giovane si è occupato in particolare di quattro famiglie ritenute dell’orbita della criminalità calabrese, con le mani in pasta soprattutto nell’agricoltura, nel fotovoltaico, nel biogas e nell’immobiliare. Il reporter ha anche indagato i legami tra la malavita e gli ambienti politici vicini al premier. Secondo Kuciak, i clan hanno in Slovacchia decine di società e grazie a frodi e manipolazioni sfruttano milioni di euro dai fondi europei. “Hanno cominciato a svolgere attività imprenditoriali qui, a sfruttare i fondi europei, ma soprattutto a costruire rapporti con importanti persone degli ambienti politici, fino all’ufficio del governo della Repubblica slovacca”, ha scritto Kuciak. Il quotidiano ceco Mlada fronta Dnes scrive che uno degli imprenditori calabresi in questione ha un business nel settore immobiliare anche nella Repubblica Ceca, con sede in via Na Prikope, una delle strade più prestigiose di Praga.

(fonte)

«Ora tu racconterai la mia storia. Domani, non la dimenticare»: cronache dai ghetti che nessuno vede

Emma Barbaro per Terre di Frontiera ha scritto un reportage dal ghetto di Borgo Mezzanone. Quel giornalismo che orami fanno in pochi, andando sul posto, consumando le scarpe:

«In buona sostanza, a monte, c’è un sistema criminoso di smistamento che ripartisce i migranti secondo la loro “potenzialità etnica”. Uno studio della subcultura della disperazione. Che permette di individuare le esigenze del mercato di riferimento al punto da scegliere di importare nigeriane perché è più facile che si prostituiscano. O, più in generale, manodopera lavorativa a costo zero perché è essenziale al funzionamento del meccanismo criminale che sopravvive con l’avallo, in questo caso, della mafia del Gargano. La verità è che nel corso degli anni abbiamo affinato le tecniche della tratta degli schiavi. Ora li selezioniamo. Li scegliamo, in base alle leggi della demografia e dell’opportunismo criminale, e poi li segreghiamo. Un espansionismo di ritorno piuttosto pigro. Sulla base del quale non ci si prende neppure più la briga di conquistare una nuova terra, come nella storia più recente. Basta prenderli e portarli qui, per dare linfa vitale al mercato. Del resto, Hannah Arendt ha scritto che “il male non è radicale, soltanto estremo”.
Per cui, di giorno, possiamo scegliere di chiudere gli occhi e ignorare quel lager a cielo aperto. Per riaprirli, sul fare della sera, e appartarsi con le prostitute nigeriane pagando 5 euro per un rapporto.
Mi sono domandata, per gran parte del tempo, quali siano i confini della responsabilità individuale rispetto a fenomeni più complessi. Rispetto, cioè, a fatti in cui la nostra azione diventa sostanzialmente funzionale al compimento di un disegno che noi ignoriamo in tutto o in parte.
Poi mi sono chiesta, in tutta onestà, come avrei fatto a dormire la notte. Come avrei fatto ad andare comunque avanti mentre – fuori – Christopher, Adama, Thierno, Jenny, Sadat e Aliou, nelle baracche fredde, hanno i piedi in vecchie pantofole ricavate dal bidone dei rifiuti.
La risposta, alla fine, me l’ha data proprio Christopher. “Tu stanotte dormi nel tuo letto, al caldo, a casa tua. Io no. Ora tu racconterai la mia storia. Domani, non la dimenticare.”
Metto in moto la macchina. No, non la dimentico.»

L’articolo completo è qui.

Le domande che Giovanni Falcone avrebbe voluto fare a Roberto Fiore

(A proposito di legalità di cui tutti si sciacquano la bocca (soprattutto a destra) vale la pena leggere il pezzo di AntimafiaDuemila. E magari chiedergli le risposte. Perché oltre al nero del neofascismo c’è anche il nero delle responsabilità penali di cui troppi dimenticano di scrivere.)

Giovanni Falcone, nel 1987, avrebbe voluto interrogare Roberto Fiore, terrorista nero che oggi è diventato il leader di Forza Nuova e all’epoca si era rifugiato in Inghilterra, per porre alcune domande nell’ambito dell’inchiesta sui delitti politici, ed in particolare quello di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione siciliana ucciso il 6 gennaio 1980. A far riemergere il fatto è oggi il quotidiano La Repubblica con un articolo a firma del collega Salvo Palazzoloriportando le domande contenute in uno dei documenti che oggi sono conservati nell’aula bunker dell’Ucciardone tra le carte dell’“Ordinanza sentenza contro Greco Michele + 18, Volume 4, pagina 615”.
Falcone, all’epoca giudice istruttore, credeva che Fiore, esponente di Terza Posizione, conoscesse i termini di uno “scambio di favori” fra la mafia ed i neri.
L’ipotesi investigativa era che i terroristi dei Nuclei armati rivoluzionari, con Giusva Fioravanti in testa (anche se poi venne assolto), avrebbero ucciso Mattarella avendo come contropartita un aiuto per far evadere dal carcere il militante neofascista Pierluigi Concutelli. Un progetto, quest’ultimo, di cui proprio Fiore si sarebbe occupato alla fine del 1979, assieme a Francesco Mangiameli (poi ucciso dai Nar).

Dunque Falcone avrebbe voluto interrogare Fiore ed aveva anche avviato una rogatoria che fu ammessa dalle autorità inglesi soltanto dopo diciassette mesi e senza la presenza del giudice ucciso a Capaci nel maggio 1992.L’interrogatorio di Fiore ebbe luogo il 22 dicembre 1987 davanti alla corte londinese di Bow Street e Falcine, che lesse le risposte date da quest’ultimo, annotò: “Le risposte sono state estremamente generiche, ma purtroppo l’assenza del giudice istruttore non ha potuto colmare le evidenti lacune”.
Fiore rispose di aver incontrato Mangiameli “fra il 1978 ed il 1979”; di aver incontrato “poche volte, casualmente, in strada o al bar” Valerio e Cristiano Fioravanti; di “non ricordare” se aveva presentato Mangiameli a Valerio Fioravanti; di “aver letto sui giornali” del piano per l’evasione di Concutelli; e di“non sapere nulla sull’uccisione di Mattarella”. Risposte brevi, concise, a cui Falcone avrebbe voluto dare un seguito in particolare contestando a Fiore le parole di uno dei pentiti di Terza Posizione, Mauro Ansaldi. Questi disse che Fiore gli confidò che “dietro Fioravanti c’erano la P2 e Gelli”.

(fonte)

Una dirigente comunale e un prete: le “entrature” della mafia a Milano

Ci sono anche una dirigente del Comune di Milano (fino a febbraio 2017) e un sacerdote tra i destinatari delle prime 15 sentenze a ruota degli arresti nel maggio 2017, quando la Direzione distrettuale antimafia dei pm Ilda Boccassini e Paolo Storari ottenne dal gip Giulio Fanales anche l’amministrazione giudiziaria di 4 direzioni generali dei supermercati Lidl, e il commissariamento delle società del gruppo Securpolice che sorvegliava il Tribunale.

Giovanna Afrone, dopo gli arresti domiciliari dimessasi da responsabile del «Servizio gestione contratti trasversali con convezioni centrali committenza», è stata condannata in primo grado con rito abbreviato (e attenuanti prevalenti sulle aggravanti) dalla giudice Giusi Barbara a 3 anni per corruzione: cioè per aver promesso — in cambio delle prospettive del proprio passaggio al settore Bilancio della Provincia e del trasferimento di una cugina al settore informatico del Comune — una via privilegiata sugli appalti delle pulizie delle scuole sotto soglia di 40.000 euro di valore. La funzionaria, secondo l’inchiesta del pm Storari, era uno dei contatti procurati ad alcuni referenti del clan catanese Laudani da Domenico Palmieri, cioè dal sindacalista pensionato (dopo molti anni in Provincia) che, «grazie a questa lunga militanza nella pubblica amministrazione, aveva messo una serie di relazioni a disposizione dei fratelli Alessandro e Nicola Fazio, di Luigi Alecci, Emanuele Micelotta e Giacomo Politi», intermediazione retribuita mille euro al mese. Palmieri ieri ha patteggiato per associazione a delinquere e traffico di influenze 3 anni e 4 mesi, quasi quanto (3 anni e 3 mesi) l’altro ex sindacalista e dipendente della Regione accusato dello stesso tipo di «facilitazioni», Orazio Elia.

La dipendente comunale è stata condannata anche a risarcire con una provvisionale di 10 mila euro i danni di immagine al Comune di Milano parte civile, mentre 60 mila euro è stata la provvisionale accollata in solido ad Antonino Ferraro (che per altre vicende e reati, tra cui l’associazione a delinquere, è stato condannato a 5 anni e alla confisca di 181.000 euro), a Vincenzo Strazzulla (3 anni e 4 mesi) e a Alberto Monteverdi (3 anni). La pena più alta tra quelle emesse ieri è stata di 5 anni e 4 mesi per Antonio Saracino, mentre Antonino Catania ha avuto 4 anni come Giuseppe D’Alessandro, 2 anni Luigi Sorrenti, 1 anno e 4 mesi Ivan Zaccone (ex dirigente Lidl), 10 mesi Rosario Spoto. Salvatore Esposito ha patteggiato 1 anno e 10 mesi, F. G. 1 anno e 5 mesi. Anche un prete figura tra i condannati: don Giuseppe Moscati, più noto per le sue esibizioni canore di tema religioso, ha avuto un anno e 2 mesi per aver emesso, quale amministratore unico delle Edizioni musicali Il Millennio srl, 12.000 euro di fatture false per far evadere le tasse a una società riconducibile ad alcuni degli imputati. Tra i 13 rinviati a giudizio anche l’ex n.2 del Foggia Calcio, Massimo Curci, per una evasione di 31 milioni, e l’ex dirigente Lidl Simone Suriano.

(fonte)

Scimone e il sistema ‘ndrangheta in Toscana

Come sempre per capire vale la pena leggersi Lucio Musolino:

Il regista delle movimentazioni finanziarie della ‘ndrangheta era l’imprenditore Antonio Scimone. È lui il principale indagato, fermato oggi dalla procura di Reggio Calabria assieme ad altre 26 persone nell’ambito dell’inchiesta Martingala, condotta dal Direzione investigativa antimafia e dalla Guardia di Finanza. Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, beni, utilità di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale, associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni e reati fallimentari.

Un’inchiesta condotta dalla Dda di Reggio in sinergia con la procura di Firenze che, al termine delle indagini dei carabinieri e delle fiamme gialle, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare per 14 persone e il sequestro di 12 società e ingenti disponibilità finanziarie. Sul fronte calabrese l’inchiesta della Direzione investigativa antimafia, coordinata dal procuratore vicario Gaetano Paci, dall’aggiunto Giuseppe Lombardo e dai sostitutiStefano Musolino e Francesco Tedesco, ha consentito di accertare l’esistenza di un articolato sodalizio criminale che aveva base a Bianco, nella Locride, ma che godeva di ramificazioni in molte regioni d’Italia e all’estero.

Se Antonio Scimone era l’elemento di vertice dell’organizzazione criminale, principale artefice del meccanismo delle false fatturazioni, al suo fianco ci sono Antonio Barbaro (esponente dell’omonima cosca conosciuta con il soprannome de “I Nigri”), Bruno Nirta e suo figlio Giuseppe Nirta di San Luca. Il meccanismo prevedeva un gruppo di società di comodo che avevano sede in Croazia, in Slovenia, in Austria e in Romania. In realtà, secondo gli inquirenti, si trattava di società “cartiere” che servivano per mettere in piedi operazioni commerciali inesistenti grazie a documenti fiscali e operazioni di pagamento fittizie. Ecco perché, entro i due anni dalla costituzione di queste società, la sede legale veniva trasferta nel Regno Unito dove poi cessavano l’attività evitavando in questo modo accertamenti, anche ex post, sulla loro contabilità. Uno stratagemma che consentiva di schermare numerosi trasferimenti di denaro, da e verso l’estero, funzionali agli indagati per riciclare e reimpiegarei soldi sporchi della ‘ndrangheta. Ma non solo. Il meccanismo delle false transazioni commerciali serviva a instaurare articolati flussi finanziari tra le aziende degli indagati. Flussi che poi sarebbero stati messi a disposizione di numerosi “clienti” delle società cartiera per frodare il fisco.

Ecco quindi, che nella rete della Direzione distrettuale antimafia sono finiti imprenditori “espressione, direttamente o indirettamente, delle cosche di ‘ndrangheta operanti sul territorio dei tre mandamenti, quello ionico, quello reggino e quello della Piana di Gioia Tauro. Stando alle indagini della Dia, infatti, dai conti correnti delle società “cartiere” messe in piedi da Scimone transitavano centinaia di migliaia di euro al mese. Soldi che poi rientravano in Italia mediante bonifici a società di comodo oppure finivano sui conti delle società estere da dove, in un secondo momento, venivano prelevati e portati in contanti in Calabria.

Dall’inchiesta Martingala è emerso come l’organizzazione sia stata capace di infiltrarsi nella gestione ed esecuzione di appalti pubblici con la predisposizione di contratti di joint venture, o anche tramite i contratti di “nolo a freddo”. Così Scimone è stato in grado di drenare, in modo apparentemente lecito, denaro da società che si erano aggiudicate appalti pubblici. Grazie alle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette, inoltre, la Dia ha svelato l’esistenza di una folta schiera di imprenditori di Reggio Calabria che si sarebbero rivolti a Scimone per usufruire dei servizi del sodalizio criminale. Tra questi c’è P. C., socio di maggioranza ed amministratore di una società che si occupa di costruzioni e della gestione di condutture di gas. I pm lo accusano di riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro, beni, utilità di provenienza illecita. Ma anche l’imprenditore Antonino Mordà, in passato coinvolto in procedimenti di mafia, che aveva una grossa disponibilità di liquidi reimpiegati nell’usura e nell’esercizio abusivo del credito, soprattutto ai danni di imprenditori locali in difficoltà. Un’attività “secondaria” per la quale Mordà si sarebbe avvalso della collaborazione di Pierfrancesco Arconte, figlio di Consolato Arconte che nel processo “Olimpia” è stato riconosciuto come elemento di vertice della cosca Araniti.

L’inchiesta di oggi è, in sostanza, il seguito dell’operazione Cumbertazione che l’anno scorso ha portato all’arresto di imprenditori, legati alla cosca Piromalli, che facevano incetta di appalti pubblici finanziati anche con i fondi europei Pisu (Piani Integrati di Sviluppo Urbano). Imprenditori come i Bagalà di Gioia Tauro e Giorgio Morabito che si sarebbero avvalsi del reticolo di imprese di Scimone. Tra gli appalti passati allo scanner dagli inquirenti c’è quello indetto dal vomune di Rosarno per il “Centro polisportivo a servizio della città-porto”. Per realizzarlo, la società che aveva vinto l’appalto, la Barbieri Costruzioni Srl, aveva ottenuto un’anticipazione dal Comune di  877mila euro. Buona parte di questi soldi, circa 670 mila euro, sono finiti dai conti dell’impresa Barbieri ai rapporti finanziari delle società italiane riconducibili a Scimone e, subito dopo sui conti delle imprese estere “Nobilis Metallis Doo” e “B-Milijon”.

Il giro vorticoso di denaro si è concluso con una serie di bonifici in favore degli imprenditori coinvolti nel sistema, P. C.  e Antonino Mordà. Prelevate in contanti e ripulite, le somme poi sono state consegnate da Scimone a Giorgio Morabito. Il cosiddetto “sistema Scimone” è stato utilizzato anche per il “Centro polifunzionale – lato sud del lungomare di Gioia Tauro” per il quale l’organizzazione è riuscita a intascarsi quasi 776mila euro a fronte di fatture emesse dalle società “cartiera”. Per gli investigatori, quindi, Scimone è un riciclatore professionista al servizio non della singola cosca, ma di tutta la ‘ndrangheta che opera nella provincia di Reggio Calabria. Oltre ai 27 fermati, nell’inchiesta “Martingala” sono indagate e denunciate altre 46 persone. La Procura di Reggio ha, inoltre, sequestrato 51 società in Italia e all’estero, 19 immobili e disponibilità finanziarie per circa 100 milioni di euro.

(fonte)

Mafia nigeriana? Ottima occasione per parlare di tutte le mafie.

Alla fine (per il solo fatto che sia nigeriana) anche la mafia torna prepotentemente alla ribalta nel dibattito politico di questa campagna elettorale: a quelli che si rivendono come difensori della povera Pamela da qualche ora è venuta la brillante idea di puntare alla “paura organizzata” blaterando con superficialità e ignoranza di una presunta mafia nigeriana (ovviamente dipinta tutta scimmiesca e impegnata nei suoi riti vodoo) pur di tenere sempre alta la paura che accende la guerra tra disperati.

E allora parliamo, di mafia. Parliamo di tutte le mafie (nigeriana inclusa, così togliamo l’alibi alla destra di non occuparci di anche di loro) partendo da un concetto semplice semplice: anche nel campo della criminalità organizzata gli stranieri (ovvero le mafie straniere) fanno i lavori che gli italiani (ovvero Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita) non vogliono più fare. La classe dirigente criminale, anche a livello internazionale, è tutta nostrana e da qualche anno è in missione all’estero per spolpare altri Paesi dopo avere mangiato il nostro. L’emergenza criminale, per intendersi, è la ‘ndrangheta italiana che sta colonizzando la Germania. Chiedete agli amici tedeschi, se vi capita. Quindi per non cadere nel patetico errore di essere forti con i deboli e deboli con i forti cominciamo ad occuparci di loro. Di tutti.

Ma occupiamocene seriamente: discutere di mafie collegandole alla cronaca nera (peggio ancora occuparsene se è nero l’assassino) è un offesa alla storia di questo Paese che nella lotta alla mafia ha perso i suoi uomini migliori. E se davvero vogliamo occuparci della “certezza della pena” (che torna sempre di moda in campagna elettorale) allora non c’è niente di meglio che punire i corrotti e i corruttori (che sono l’anello di congiunzione tra mafie e politica) e indignarsi con forza ogni volta che scorgiamo qualcuno di loro sornione, impunito o addirittura classe dirigente.

Fare le cose sul serio. Seriamente.

(Giulio Cavalli, Giuseppe Civati)

Leghisti e Casapound, cognatini con sequestro dei beni in casa. E ‘ndrangheta nello sfondo

Sono i patrioti che vorrebbero difendere l’Italia dall’invasione dell’illegalità straniera ma chiudono un occhio (quasi due) sulla mafia di cosa nostra. Solo che qui non si tratta nemmeno dello spaccio di qualche piazza di provincia e nemmeno di quella criminalità minore che riempie le pagine dei giornali.

Qui si parla di Domenico Furgiuele e Massimo Cristiano. Il primo è addirittura il coordinatore regionale calabrese di Noi con Salvini (pieno di foto del leader con la felpa) nonché capolista in due diverse provincie per la Camera  mentre il secondo è candidato di Casapound nel collegio uninominale della Camera di Catanzaro.

Ieri le loro mogli (le sorelle Stefania e Maria Concetta Mazzei) sono state coinvolte nel maxi sequestro di beni che ha coinvolto il loro padre (nonché suocero dei valenti patrioti) che ha portato alla confisca di 200 milioni di euro. Avete letto bene: 200 milioni di euro. Stando alle indagini Stefania e Maria Concetta Mazzei, le mogli dei due candidati, “unitamente al proprio nucleo familiare (la famiglia Mazzei, ndr), – scrivono i carabinieri – hanno contribuito ad occultare, al fine di evitare sequestro e confisca, i beni del proprio genitore”. Mafia nello sfondo. ‘Ndrangheta, per la precisione.

A leggere così le accuse verrebbe da pensare che questi nostri destrorsi sempre pronti a mostrare i muscoli per qualsiasi reato anche minimo di fronte alla mostruosa gravità delle accuse (e del danno economico) di questo caso scenderanno in milioni in piazza contro la ‘ndrangheta calabrese, fenomeno tutto italiano e ben più costoso di qualche negretto con un sacchetto di marjuana. E verrebbe da pensare che questi nostalgici fascisti (che si fingono democratici) si rifacciano al pugno di ferro del loro mitico prefetto Mori per riportare il problema delle mafie al centro dell’attenzione di questa penosa campagna elettorale.

E invece, vedrete, niente. Niente di niente.

Buon mercoledì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/07/leghisti-e-casapound-cognatini-con-sequestro-dei-beni-in-casa-e-ndrangheta-nello-sfondo/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

Due, tre domande alle attrici del “manifesto” contro “il sistema” della molestie

Le attrici italiane (non in ritardo, perché sono mesi che cerchiamo di spiegare che ogni denuncia ha i suoi tempi naturali) riescono finalmente a produrre un documento sul cinema italiano e sul tema delle molestie (fino a ieri sembrava che solo qui da noi l’industria cinematografica fosse un parco giochi di nuvole sorridenti) e scrivono una lunga lettera in cui accusano il «sistema» e dichiarano di essere «quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo». Scrivono cose sensate e il fatto che abbiano deciso di scriverle è una cosa positiva. Pare però che scrivano come se fossero esterne. Osservatrici. E questo distacco è abbastanza impressionante. Ecco perché questa lettera non emoziona, non tocca nessuna corda in particolare.

È un primo passo, dice qualcuno, rispetto al mortificante silenzio di questi ultimi mesi (o ancora peggio: il mortificante sostegno ai presunti molestatori piuttosto che alle vittime) ma dentro il documento ci sono alcune questioni che forse sarebbe la pena porre.

«Non appena l’ondata di sdegno si placa, – scrivono le 120 attrici – il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le “molestate” e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare». Bene. È possibile sapere perché siete mancate durante «l’ondata di sdegno»?

Poi. «Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse». È sempre piuttosto facile essere solidali con tutti perché, come diceva quel geniaccio antipatico di Dario Fo, poi è come non essere solidale con nessuno. Questo documento quindi dice che è vero ciò che hanno raccontato Asia Argento, Miriana Trevisan, le diverse ragazze su Brizzi (e poi Giorgia Ferrero, Giovanna Rei, Alessandra Ventimiglia e tutte le altre)? E perché non citarle? È stato importante il lavoro de Le Iene e di Dino Giarrusso? E, soprattutto, hanno quindi cambiato idea Nancy Brilli e Cristiana Capotondi che nella furia di difendere Brizzi (basta leggere qui, per citare un articolo a caso) scrivevano «assisto con dolore alle accuse che stanno rivolgendo in queste ore a Fausto Brizzi» o «non può essere la paura che ti venga bloccata la carriera a non farti parlare»? E che dicono quelle che se la prendevano con chi denuncia «senza metterci la faccia» ora che invece preferiscono non accusare il singolo ma piuttosto il «sistema»?

«Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema», scrivono, nel Paese (ricordiamolo) in cui tutti sottoscriverebbero un manifesto per dire che “la mafia è brutta” ma sempre troppi pochi fanno i nomi dei mafiosi, nel Paese in cui si dice che “la politica fa schifo” ma si è sempre timidi a specificare quale politico, nel Paese in cui la corruzione “è il male” ma guai a fare i nomi dei corrotti. Hanno letto, le sottoscrittrici della lettera, come è stato “rovesciato” il mondo del cinema (e gli altri) negli Usa e negli altri Paesi (civili) del mondo? E soprattutto: se è vero che loro sanno i nomi e i cognomi sono convinte davvero che gli orchi smetteranno di essere orchi solo grazie a questa lettera che archivia il passato? E, ancora, che ce ne facciamo delle vittime che sono state? A posto così?

È un primo passo, dicono in molti. Tardivo e poco coraggioso, dico altri. Eppure sarebbe stato bellissimo (sarebbe quasi un Nuovo cinema paradiso) avere il coraggio di ammettere di avere paura. Scrivere nero su bianco che fare i nomi costa. C’è più forza nell’ammettere la paura che nel proclamarsi paladine di una battaglia che nasce già piuttosto spuntata.

Se è il primo passo di un cammino, bene. Se è l’unico passo allora ha l’odore di un condono.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/02/due-tre-domande-alle-attrici-del-manifesto-contro-il-sistema-della-molestie/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.