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La “bomba sociale” è la mafia, la corruzione e il silenzio che ci sta intorno

L’ultimo sequestro di beni è avvenuto giusto ieri (e interessa candidati al Parlamento di Lega e Casapound) ma basta scorrere le cronache per incrociare l’impressionante numero di operazioni che regolarmente vengono effettuate dalle Procure: la mafia è viva e lotta insieme a noi ma l’argomento non è abbastanza trendy per meritarsi uno spicchio di attenzione in campagna elettorale.

Eppure mafia e corruzione costano più di qualsiasi altro fenomeno così terribilmente popolare: i mafiosi non stanno negli hotel a cinque stelle. Li gestiscono. Li comprano per riciclare denaro. Hotel, ristoranti, bar, come pezzi di un mondo imprenditoriale (gli ipermercati, ne vogliamo parlare?) che sono gli anabolizzanti di un mercato del lavoro (e quindi dei diritti, dei lavoratori e delle famiglie, dei consumatori, quindi di tutti) che sarebbe il caso di interrogare. Mafie e corruzione come sciolina dei rapporti illeciti che camminano sui bordi della finanza e della politica. Mafie e corruzione che sono il collante impiastricciato all’interno di alcuni uffici tecnici della pubblica amministrazione. Mafie e corruzione che qui, da noi, ottengono crediti bancari che i giovani (e i meno giovani estromessi dal mondo del lavoro) possono solo immaginare. Mafie e corruzione che modificano a proprio piacimento i percorsi della giustizia. Mafie e corruzione che relegano l’Italia agli ultimi posti di quelle classifiche internazionali che un po’ tutti sventolano in campagna elettorale.

E poi c’è il silenzio, intorno. Intorno ai processi, ai testimoni di giustizia lasciati soli, agli appelli degli investigatori, agli oppressi che spesso non riconoscono nemmeno la fisionomia dei loro oppressori. Le mafie e la corruzione, puff, sono spariti dalla campagna elettorale. Normale, del resto: è un tema su cui le bagattelle da verginità politica non se le può permettere nessuno e occorre studiare, studiare, studiare.

Eccola, la “bomba sociale”.

Elezioni 2018. Tre risposte a “Il Salto”

(fonte)

Elezioni 2018. Tre domande a… Giulio Cavalli, candidato con Liberi e uguali

«Per brevità chiamato artista», dice di sé. Giulio Cavalli in questi anni lo abbiamo letto e apprezzato sui palcoscenici di molti teatri. Alle prossime elezioni del 4 marzo è candidato alla Camera dei deputati al collegio di Monza-Brianza, come indipendente per Liberi e uguali, in quota “società civile”. Non è alla sua prima esperienza elettorale, è già stato consigliere regionale in Lombardia nel 2010, eletto con la lista di Italia dei valori e poi passato a Sel. Il suo collegio non ha un “big” da sfidare ma un intero sistema. «Un collegio in cui il centrodestra ha tradito più di tutti la retorica dell’essere anti mafioso», dice Giulio. «È il collegio in cui, tra Lega e Forza Italia, il big che ho contro è la criminalità organizzata o addirittura il fascismo».

Verso il 4 marzo faremo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercheremo di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre. Le tre domande del Salto a Giulio Cavalli.

Riunioni a porte chiuse, assemblee, parlamentarie… Qualunque lettrice o lettore ti chiederebbe: com’è stata decisa la tua candidatura?
Per competenza e non per appartenenza. Di preciso, per le competenze in materia di criminalità organizzata, il collegio in cui sono candidato è una delle zone della Lombardia con la più alta densità ‘ndranghetista. Uno dei Comuni nel mio collegio è stato sciolto per mafia.

Nella vita scrivi e reciti. Perché hai accettato di candidarti?
Perché scrivere è un atto politico, e perché continuo a credere che gli editoriali scalfiscono molto poco – soprattutto in questo momento – una politica autoreferenziale. Perciò, un editorialista che riesce a tenere l’essere appuntito all’interno di una lista può far bene. Soprattutto perché, se ci pensi, a sinistra manca l’educazione all’autocritica. Probabilmente qualcuno pensa che candidare i giornalisti sia il modo migliore per smussarli… nel caso in cui l’avessero pensato di me approfitto per dire loro che non è così.

Se fossi un ministro ombra di Liberi e uguali, quale saresti e perché?
Il ministro alla solidarietà. È una parola che sembra improvvisamente diventata fuori moda, un Paese solidale è anche un Paese pronto a punire e fermare duramente le ingiustizie. Essere solidali non significa essere morbidi. Ma se devo dire la verità mi piacerebbe anche l’idea di un ministro all’antifascismo, e mi auguro che Liberi e uguali insieme a Potere al popolo possano essere i baluardi dell’antifascismo in questo Paese. Perché non si può essere moderatamente antifascisti, o lo si è o si è inequivocabilmente amici dei fascisti.

Avviso allo Stato: se Cutrò muore è colpa vostra

«Si è rovinato, ha rovinato una famiglia, anche i figli stessi tutti controllati, minchia nemmeno si possono muovere… Appena lo Stato si stanca, che gli toglie la scorta, poi vedi che poi…»: sono le parole pronunciate da Giuseppe Nugara, capomafia (presunto) di San Biagio Platani in una conversazione intercettata che è agli atti della maxi operazione che ieri ha portato all’arresto d 56 persone.

Nugara sta parlando di Ignazio Cutrò, testimone di giustizia nonché presidente dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia.

È una storia vecchia, ormai: le mafie non hanno intenzione di fare troppo rumore e allora aspettano che ci si dimentichi dei loro obbiettivi per colpirli quando cala l’attenzione. Ignazio Cutrò con le sue denunce ha fatto arrestare (e condannare) i fratelli mafiosi Panepinto che per anni l’hanno vessato con le loro estorsioni.

Che un mafioso confidi in uno Stato che “si stanca” di proteggere i propri uomini è già una pessima notizia ma che dei mafiosi diano per scontato che punire una vittima è solo questione di tempo in un Paese democratico dovrebbe almeno essere un campanello d’allarme.

Del resto viene da chiedersi perché un testimone di giustizia (rovinato dal proprio coraggio, come nel caso di Cutrò che è ormai tecnicamente “fallito” con la su azienda di costruzioni per le “dimenticanze” di Stato) dovrebbe prima o poi temere di non essere protetto. Sembra una storia da non credere, vero?

E invece a Cutrò da qualche giorno hanno tolto la protezione. È solo. Lui e la sua famiglia.

E ora esce questa intercettazione.

E lo Stato, di colpo, si smutanda, smutandato dalla mafia.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/01/23/avviso-allo-stato-se-cutro-muore-e-colpa-vostra/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

Devo darvi una notizia che una notizia non lo è: sono fatto così.

Faccio un mestiere particolare, io: troppi. Nasco stando sui palchi a limare le risate contro il prepotere dei prepotenti e per quello mi sono ritrovato in qualcosa di pauroso e pesantissimo per le persone che mi stanno intorno: a forza di affilare monologhi sono finito costretto a guardarmi le spalle. Era una cosa che faceva impazzire dal ridere Dario Fo, ogni volta che ci capitava di parlarne.

Poi non riesco a non mettermi a scrivere ogni volta che trovo una storia che non sia stata raccontata abbastanza: mi chiamano giornalista ma in realtà sono un cantastorie che in mancanza di palchi si butta sulla carta e la penna perché non sopporto che le storie rimangano sepolte dalle porte chiuse e dalle finestre abbassate. Mi chiamano giornalista ma forse sono semplicemente uno spazzacamino che stura le notizie che a qualcuno rimangono in gola.

Mi occupo di mafie. Sì. Senza aver mai pensato di esserne né l’antieroe né il nemico numero uno ma con la consapevolezza che le mafie, sì, mi hanno cambiato la vita. In peggio. La mia e quella dei miei figli. Perché in questo la mafia è come la politica: tu puoi non occuparti di loro ma loro si occupano di te. E in tutti questi anni passati ad attraversare l’Italia ho scoperto eroi quotidiani e silenziosi che mi hanno insegnato più dei saggi: tra le vittime di mafia, tra i loro famigliari e tra le centinaia di persone che dell’antimafia ne hanno fatto davvero una professione (nel senso rotondo e pulitissimo di “professare” i propri valori)  ho incontrato persone che mi hanno insegnato la virtù della schiena dritta, delle scelte difficili e ho respirato il “profumo della libertà” contro “il puzzo del compromesso”. Sarebbero quasi da ringraziare, quegli stronzi che pensavano di intimorirmi.

Poi ho i libri. I miei libri. Che alla fine sono un distillato di me. Un pinta di Giulio, per dire. E ho la fortuna di avere editori che hanno creduto in me e lettori che mi scrivono lettere che sono più belle dei miei capitoli.

Poi ho la politica. Sì. Che è una passionaccia che coltivo e che auguro ai miei figli di coltivare. In Regione insieme a Pippo Civati abbiamo raccontato le mafie e il formigonismo quando ne parlavano in pochissimi. L’ho fatto lì, in faccia a Formigoni e in faccia agli stessi politici che con la ‘ndrangheta stabilivano le cordate elettorali. Faccio politica ogni volta che scrivo, recito e presento un libro: ogni volta che qualcuno tenta di colpirmi dicendomi “sei troppo politicizzato” lo prendo come un complimento da mettere nel cassetto degli attacchi che mi fanno piacere. Mi auguro un Paese politicissimo, aborro l’apolitica (e l’antipolitica) che ha sempre aperto la strada alle truffe e agli imbonitori.

Eccolo il mio mestiere, pieno di rivoli. E ogni volta ne pago volentieri il prezzo. Per questo quando Liberi e Uguali mi ha chiesto di candidarmi alla Camera, nella mia Lombardia, ho pensato che ci vuole fegato a candidare un rompicoglioni come me, critico per indole e di natura avverso alle servitù di scuderia (nonostante il cognome), ma credo che la sinistra (sì, la sinistra, anche se qualcuno vorrebbe farla passare di moda) ogni tanto tocchi anche costruirla con qualcosa in più degli editoriali. E ho accettato. Sono candidato a Monza nel collegio plurinominale alla Camera. Sarà un mese bellissimo.

Due tre cose di Gori su Dell’Utri (e Berlusconi) e di Fontana sulla razza

Per fortuna parlano. Per fortuna i candidati, ammantati spesso di benevola narrazione da parte dei loro sostenitori e dei rispettivi partiti, vengono intervistati, si esprimono e così inevitabilmente inciampano sulla loro natura.

Così da ieri sappiamo, una volta per tutte, che Attilio Fontana, ex sindaco di Varese candidato per il centrodestra alla successione di Maroni, quando si distrae scivola sulle questioni di “razza bianca” forse troppo abituato alle battute da osteria del suo mentore segretario Matteo Salvini. E fa niente se poi, come da tradizione, si è scusato dicendo di essere stato frainteso: le parti basse con cui votano i suoi elettori sono state opportunamente eccitate quel tanto che basta per arrivare fino al 4 marzo. Eppure la sua frase conviene scoprirla nella memoria: «E’ un discorso demagogico e inaccettabile quello di dire che dobbiamo accettarli, è un discorso a cui dobbiamo reagire, dobbiamo ribellarci: non possiamo accettarli tutti. Vorrebbe dire che non ci saremmo più noi come realtà sociale e etnica, perché loro sono molti più di noi, perché loro sono molto più determinati di noi nell’occupare questo territorio. Di fronte a queste affermazioni dobbiamo ribellarci, non possiamo accettarle, perché qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma logici e razionali: non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte, decidere se la nostra etnia, razza bianca, società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata, è una scelta. Se la maggioranza degli italiani dovesse dire noi vogliamo autoeliminarci vorrà dire che noi che non vogliamo autoeliminarci ce ne andiamo da un’altra parte».

La favola della sostituzione etnica è stata accontentata.

Poi c’è Gori. Quello che si offende, quello che secondo Renzi è “uomo di sinistra” più di lui (e basterebbe un Cirino Pomicino) e che non ha “nulla di berlusconiano”. Bene. Gori è stato intervistato Klaus Davi (l’intervista la trovate qui). Per carità, concetti meno gravi di quelli di un razzista, diranno tutti, ma indicativi.

Su Berlusconi ha detto: «Si può apprezzare molto l’imprenditore per quello che ha fatto e io continuo ad apprezzare Berlusconi e gli sono anche molto riconoscente: mi ha messo in mano la responsabilità delle sue tre reti quando avevo 29 anni, come potrei non esserlo? Ma ho un giudizio politico su di lui abbastanza severo, i due piani sono nettamente distinti». Peccato che le condanne di Berlusconi facciano riferimento al suo essere evasore e corruttore proprio da imprenditore. Qualcuno lo ricordi a Gori.

Su Dell’Utri ha detto: «Il mio rapporto personale con Dell’Utri è sempre stato con un uomo di grande qualità. Non ho mai avuto la sensazione che fosse l’anello di congiunzione tra Berlusconi e la mafia».

E su De Benedetti (amichevolmente informato da Renzi, come dice De Benedetti stesso, del decreto banche, tempismo che gli ha fruttato un bel guadagno di 600.000 euro): «Non so che in rapporti fossero, ma mi pare normale capo del governo intrattenga rapporti con i principali figure del panorama economico e non mi pare gli abbia detto niente di particolarmente…» E i 600.000 euro? Gori dice: «Questo è assolutamente da dimostrare».

Ecco tutto. Buon martedì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/01/16/due-tre-cose-di-gori-su-dellutri-e-berlusconi-e-di-fontana-sulla-razza/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.