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Processo Borsellino: la mafia cercatela tra gli investigatori

“Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” con protagonisti uomini dello istituzioni. La corte d’assise di Caltanissetta che 14 mesi fa concluse l’ultimo processo sulla strage di via d’Amelio non fa sconti. E in una motivazione lunga 1865 pagine, depositata nel tardo pomeriggio di sabato, punta il dito contro i servitori infedeli dello Stato che imbeccarono piccoli criminali, assurti a gole profonde di Cosa nostra, costruendo una falsa verità sugli autori dell’attentato al giudice Borsellino.

Che sarebbe stata una sentenza importante lo si era compreso dalla complessità del dispositivo che, il 20 aprile del 2017, condannò all’ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci, finti collaboratori di giustizia usati per mettere su una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata l’ergastolo a sette innocenti. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di rocambolesche ritrattazioni nel corso di vent’anni di processi, i giudici dichiararono la prescrizione concedendogli l’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

Ed è a questi “altri” che la Corte si riferisce nelle motivazioni della sentenza. A quegli investigatori mossi da “un proposito criminoso”, a chi “esercitò in modo distorto i poteri”. La corte d’assise di Caltanissetta, dunque, usa parole durissime verso chi condusse le indagini: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato. Sarebbero stati loro a compiere “una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte”.

Ma quali erano le finalità di uno dei più clamoroso depistaggi della storia giudiziaria del Paese? si chiedono i giudici. La corte tenta di avanzare delle ipotesi: come la copertura della presenza di fonti rimaste occulte, “che viene evidenziata – scrivono i magistrati – dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà”, e, sospetto ancor più inquietante, “l’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”.

I magistrati dedicano, poi, parte della motivazione all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, il diario che il il magistrato custodiva nella borsa, sparito dal luogo dell’attentato. La Barbera, secondo la corte, ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”. La Barbera è morto, l’inchiesta sulla scomparsa dell’agenda rossa è stata archiviata, ma a Caltanissetta, forze a maggior ragione dopo questa sentenza, si continuerà a indagare. Non si sono accontentati delle verità ormai passate in giudicato i pm della Procura Stefano Luciani e Gabriele Paci che, anche grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, hanno riaperto le indagini sulla strage scoprendo il depistaggio. E una nuova inchiesta è già in fase avanzata e riguarda i poliziotti che facevano parte del pool di La Barbera.

(fonte)

Sì, ci sono i Mancuso dietro quell’autobomba a Vibo Valentia

Se qualcuno di voi ha pensato che la morte di Matteo Vinci (saltato in aria dentro la propria auto come nei peggiori ricordi di attentati mafiosi di questo Paese) fosse passata sotto silenzio (o comunque sotto troppo silenzio) perché avrebbe potuto essere un semplice incidente ora può ricredersi: gli sviluppi delle indagini indicano che il clan Mancuso (che a Vibo e dintorni continua a dettare legge indisturbato) sicuramente ha un ruolo fondamentale nell’omicidio. Ne scrive (benissimo come al solito) Lucio Musolino per Il Fatto Quotidiano:

Ci hanno messo meno di due mesi i carabinieri di Vibo Valentia e la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per fare luce sull’autobomba di Limbadi, che il 9 aprile scorso ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente suo padre Francesco. Il quarantaduenne Matteo Vinci è stato ucciso come un boss nel regno della cosca Mancuso. L’ex rappresentante di medicinali, però, un boss non era. Piuttosto con la sua famiglia non aveva piegato la testa davanti a una delle cosche più feroci della Calabria. Le indagini, coordinate dal procuratore Nicola Gratteri e dai suoi sostituti, hanno portato stanotte ai fermi di sei soggetti esponenti della famiglia mafiosa dei Mancuso. E sono gli stessi che, sin dall’inizio, la signora Rosaria Scarpulla ha indicato come mandanti ed esecutori dell’attentato al figlio e al marito.

Il blitz è scattato stamattina prima dell’alba. In carcere è finita Rosaria Mancuso di 63 anni, parente dei boss di Limbadi, che da oltre 20 anni era la causa delle angherie subite dalla famiglia Vinci. Oltre a lei, i carabinieri hanno arrestato la figlia Lucia Di Grillo (29 anni) e il genero Vito Barbara (28 anni). Sono loro tre i mandanti dell’omicidio di Matteo Vinci e del tentato omicidio del padre Francesco ancora ricoverato al centro ustioni di Palermo. Con loro in carcere sono finiti Salvatore Mancuso, Domenico Di Grillo ( rispettivamente fratello e marito di Rosaria Mancuso) e l’altra figlia Rosina Di Grillo. Tutti sono accusati anche di detenzione di armi e di tutta una serie di aggressioni subite dalla famiglia Vinci nel tentativo dei Mancuso di accaparrarsi i loro terreni.

Nelle intercettazioni, in sostanza, gli indagati hanno confermato il loro coinvolgimento nell’attentato con l’autobomba. In particolare, durante le loro conversazioni, è emerso che cercavano di informarsi sulle notizie pubblicate sui giornali in merito alla vicenda e si rammaricavano del fatto che Francesco Vinci si è salvato: “Secondo me – è la frase intercettata a Vito Barbara – quando esce più forte vengono i ‘cani’ (i carabinieri, ndr)… non serve neanche che ce lo pulizzamo più (modo di dire che intende di eliminarlo). È finita la pacchia”.

Un altro riscontro, i carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia e del Ros lo hanno trovato nelle intercettazioni registrate dentro il carcere di Asti dove è detenuto Sabatino Di Grillo. Nella sala colloqui della casa circondariale, infatti, quest’ultimo ha avuto una discussione con la moglie Daniela Mazzeo. La donna ha rinfacciato al figlio della Mancusol’attentato che la sua famiglia ha portato a termine contro i Vinci: “Fallo, fallo, come ha fatto tua madre? Questo siete! Una schifezza! Una schifezza!.. Sei una merda! Tu sei una merda come la famiglia di tuo padre perché avete i coglioni per bla bla bla e far scoppiare bombe… cazzate… omissis… e infatti si è visto, lo avete fatto!”.

I dettagli dell’operazione “Demetra” sono stati illustrati stamattina dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri secondo cui “è stato risolto non solo il caso dell’autobomba ma anche una presenza mafiosa su una parte del territorio di Limbadi”. “L’indagine – ha aggiunto – non riguarda solo la lite tra due famiglie per un fazzoletto di terra, ma è l’esternazione del potere di una parte della famiglia Mancuso su un territorio. I Mancuso, infatti, pur non essendo proprietari di quei terreni, volevano di fatto possederli”.

Per farlo non hanno esitato a piazzare il tritolo all’interno della Ford Fiesta di Matteo Vinci e farlo esplodere con un radiocomando. All’indomani dell’attentato, la signora Rosaria Scarpulla, ribattezzata la “mamma coraggio”, aveva puntato il dito contro i suoi confinanti di terreno Rosaria Mancuso e Domenico Di Grillo: “Sono sicura che sono stati loro ad ucciderlo. È dal 1993 che sono iniziati questi soprusi. Volevano la nostra terra”. L’avvocato Giuseppe De Pace, che assiste la famiglia Vinci, in queste settimane ha più volte chiesto protezione per la signora Scarpulla sostenendo che l’autobomba del 9 aprile “non è stato un fatto di cronaca, ma un fatto terroristico mafioso”.

Dal provvedimento di fermo, inoltre, è emerso che i Mancusostessero controllando i movimenti della madre di Matteo Vinci. In particolare lo faceva Lucia Di Grillo: “Si denota chiaramente – scrivono il pm Andrea Mancuso nel provvedimento di fermo – come la stessa osservasse e controllasse Rosaria Scarpulla nelle azioni della vita quotidiana”.

(continua qui)

Facevano già schifo ventisei anni fa

“Fino a ieri “terroni go home” l’avevano scritto solo con le bombolette spray, sui muri all’ingresso delle città o sui cartelli delle autostrade. Mani anonime che nella notte lanciavano urbi et orbi il loro sfratto ai meridionali, urla senza volto dietro le quali poteva esserci uno, nessuno o centomila. Fino a ieri. Perché da sabato scorso l’invito agli italiani del Sud a tornarsene a casa, a lasciare i territori del Nord, è scritto nero su bianco su un grande manifesto che campeggia sui muri di molte città, dall’Emilia rossa al Trentino bianco, dall’opulenta Lombardia al candido Veneto.

Cosa c’è scritto, su quel manifesto? C’è un segnale d’allarme, messo lì a motivare quel che segue: “Emergenza!”. E c’ è un invito cortese e ipocrita: “Onesti e bravi siciliani, calabresi, campani e sardi, fate un atto di coraggio: tornate a casa”. Il tutto condito dalla seguente argomentazione: “La criminalità organizzata e protetta si è impadronita delle vostre terre e quella povera gente ha bisogno di voi. I nostri figli ci sono già andati e sono stati accolti a fucilate. In una terra ostile, dove il razzismo e la criminalità dilagano e la presenza degli alpini e di tutti i nostri giovani soldati è osteggiata, vogliamo ritorni la civiltà”. E chi può portarcela, la civiltà, meglio di quei meridionali che l’hanno conosciuta al Nord? Nessuno. Dunque facciano le valige, lascino pure ai settentrionali le loro case e i loro posti di lavoro, e vadano a sbrogliare quella matassa insanguinata che si chiama mafia.

La novità, dicevamo, è la firma. “I giovani del Nord”, che sarebbe l’organizzazione giovanile della Lega di Bossi. E così accanto al federalismo e alla rivolta fiscale, in attesa di una improbabile marcia su Roma, i leghisti puntano verso il Sud un missile che somiglia molto a quella pulizia etnica che sembrava sepolta nei libri di storia e invece è riemersa tra le macerie dell’ex Jugoslavia. Le case di Zafferana. Evidentemente, più la crisi avanza, più la politica va in cancrena e più si fa strada quella sorda insofferenza che sette anni fa, quando il vulcano minacciava le case di Zafferana, si manifestò in Veneto con le scritte sui ponti dell’ autostrada: “Forza Etna!”. Fuori i sudisti dal Nord?

A Trento, appena il manifesto è apparso sui muri della città, un commerciante di origini calabresi ha alzato il telefono e ha chiamato, allarmatissimo, il centralino dell’Adige. Il giornale ha aperto il caso e il leader dei giovani dc del Trentino, Maurizio Roat, ha subito lanciato l’allarme: “Questo genere di inviti evoca sinistri ricordi del passato, e propone scenari jugoslavi. I giovani della Lega vogliono forse promuovere l’epurazione etnica?”. Luca Matteja, il segretario dei “Giovani del Nord”, ha dato una risposta debole ed evasiva: “Il vero razzismo è continuare a opprimere la gente onesta e sana del Sud con il modo di governare della Dc”. Non ha detto che lui non intende affatto rimandare a casa i meridionali. Né l’ha detto il capogruppo della Lega a Montecitorio, Marco Formentini, subito intervenuto per tentare di sgombrare il campo dagli imbarazzanti sospetti avanzati dal giovane democristiano.

Quel manifesto, sostiene l’onorevole Formentini, “era stato fatto nel mese di agosto, in occasione delle tensioni scoppiate tra i nostri militari e alcuni individui faziosi”. Roba vecchia, scaduta. E come la mettiamo con l’invito ai meridionali a tornarsene a casa? Qui il capogruppo si arrampica un po’ sugli specchi, spiegando che l’intenzione era quella di invitare “gli altri giovani di ogni regione d’ Italia, ad impegnarsi nella lotta alla criminalità e per il riscatto della gente onesta”. Chi parla di “epurazione etnica” conclude Formentini, non ha capito nulla. Anzi, compie un’operazione “tendenziosa e in malafede”. Una smentita a metà, come si vede. Che non fuga per niente il dubbio che la Lega intenda alla fine cavalcare quell’inconfessabile sentimento popolare che vorrebbe rispedire al Sud i terùn, gli emigranti brutti sporchi e cattivi venuti a rubare il lavoro ai figli della Padania”.

L’articolo che avete appena letto risale al 28 ottobre del 1992 (che anno, quel ’92, in cui la Lega era il governo del cambiamento con tutti quei corrotti), è stato pubblicato in quell’anno su Repubblica e racconta perfettamente il periodo che stiamo vivendo e soprattutto la natura della Lega di Salvini (o Lega Nord, o Lega Lombarda o come si è chiamata in tutti questi anni passati) che da sempre ha avuto bisogno di individuare dei pericolosi ultimi per accendere gli animi e rimestare nella merda. Ma questa volta, nel buongiorno di oggi, non c’è nemmeno bisogno di leggere altro: leggete questo pezzo di ventisei anni fa, stampatelo, giratelo via mail agli amici. Ecco quello che siamo stati senza imparare la lezione.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/06/20/facevano-gia-schifo-ventisei-anni-fa/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La vigliaccheria del forte con i deboli, debole davanti ai forti

«Salvini è stato eletto in Calabria, durante un suo comizio a Rosarno tra le prime file c’erano uomini della famiglie Pesce, storica famiglia della ‘ndrangheta affiliati alla famiglia Bellocco, potentissima organizzazione di narcotrafficanti. Non ha detto niente, da codardo non ha detto niente contro la ‘Ndrangheta. Ha detto che Rosarno è conosciuta nel mondo per la baraccopoli e che quello è il suo problema, un feudo ‘ndranghetista da decenni. Questo è Matteo Salvini»: non poteva dirlo meglio ieri Roberto Saviano, dove sia tutta la vigliaccheria del peggior ministro degli Interni mai avuto in Italia, che ancora una volta monopolizza il dibattito pubblico coagulando le diverse fazioni e spargendo bile, questa volta sulla scorta di Saviano.

Matteo Salvini è una “truffa politica”, mediaticamente “un pacchista”, uno di quelli che nel piazzale dell’autogrill ti convince di poter avere qualche sfizio costoso a un prezzo inimmaginabile, pronto poi a svignarsela nel tempo in cui ci si accorge di avere acquistato un mattone al posto di un’autoradio.

Come tutti gli “uomini senza qualità” ha bisogno di un nemico per esistere poiché la sua idea è il niente. Solo che, come si conviene agli spargibile di quart’ordine, non ha nemmeno il polso per prendersela con i cattivi che contano quindi si ostina a proiettare come fonte di tutti i mali gli ultimi del mondo: lascia in mare aperto donne e bambini e non ha trovato un secondo per dire qualcosa sull’italianissimo Paolo Di Donato che ieri con altri 4 è stato arrestato a Benevento con l’accusa di truffa ai danni danni dello Stato, falso e corruzione per essersi arricchito sulla pelle dei migranti. Non ha le palle di dirci qualcosa sul vecchio amico Roberto Formigoni (che la Lega ha servito strisciando per anni) a cui ieri sono stati sequestrati 5 milioni di euro per la corruzione che stava dietro la gestione dei rinomati ospedali Maugeri e San Raffaele. Non ha avuto la decenza di discutere in Europa (dove per anni è stato profumatamente pagato per oziare nella sua perenne campagna elettorale via social) il trattato di Dublino che ora contesta. Non gli scappa un solo cenno di dissenso per i ricchi del mondo che continuano ad arricchirsi sulle spalle di un mondo in rovina. Non ha nemmeno un briciolo di coraggio per scrivere un tweet su quanto sia immensamente grande (rispetto a quello di cui si occupa tutto il giorno tutti i giorni) il mercato delle mafie e della corruzione.

Salvini non parla di mafiosi, corrotti e corruttori perché ne è piena la storia del suo partito, dei suoi predecessori, dei suoi alleati nei comuni e nelle regioni e di alcuni suoi attuali sostenitori. Salvini scarica Giulio Regeni perché se la fa sotto se Al Sisi fa la voce grossa. Salvini imita Trump e quello, per rendere chiaro quanto non se lo fili nemmeno di striscio, riesce addirittura a fare i complimenti all’invisibile premier Conte. Salvini dichiara di avere l’onore di incontrare papa Francesco e quello lo smentisce. Salvini l’altro ieri ha applaudito i carabinieri che a Lamezia hanno arrestato 5 rom ma non li ha applauditi (disdetta, erano sempre loro) quando confiscarono i beni alla moglie del suo deputato Furgiuele per reati di mafia.

Tutto così: uno strabico per viltà che non centra mai l’obiettivo grosso e che confida sul fatto che le piccole disperazioni bastino per sembrare un rivoluzionario. E invece sotto il rumore delle sue sparate cova il silenzio si cattivi che contano. E se ne accorgeranno tutti, prima o poi. Anche quelli che oggi, suoi alleati, sperano che qui fuori ci si dimentichi che il silenzio è complice.

Buon venerdì.

(P.s. per quelli che dicono «rispondendogli gli fate un piacere»: risponderemo colpo su colpo, tutti i giorni se servirà, come abbiamo già scritto qui e come dice chiaramente la copertina del numero in edicola da oggi)

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L’antimafia tra cori e coso, quello, come si chiama, il congiunto

Cori da stadio, «fuori la mafia dallo Stato» scandivano ieri i senatori del Movimento 5 stelle a palazzo Madama mentre Giuseppe Conte declamava il suo discorso prima della fiducia. Che in Parlamento il partito che governa gridi gli stessi slogan di quelli che manifestano contro il potere è già roba da Grande fratello: conta solo come ti vedono da casa.

Qualcuno dice che l’importante per un presidente del Consiglio è scagliarsi contro le mafie fin dall’esordio in Parlamento. Bene, leggete qua: «Ci aspettano tre anni di lavoro. Tre anni nei quali, uscendo via via dalla crisi, attueremo le grandi riforme. Le riforme istituzionali, dalla riduzione del numero dei parlamentari, all’elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica; la grande, grande, grande riforma della giustizia; la profonda riforma e l’ammodernamento del sistema fiscale, […]. Continueremo con la stessa determinazione la lotta contro la mafia e la criminalità organizzata. Vogliamo dare più sicurezza per i cittadini, vogliamo arrivare ad avere meno tasse, meno burocrazia, più infrastrutture e più verde». Se non avete buona memoria, vi aiuto: è Silvio Berlusconi, discorso al Parlamento del maggio 2010. Tanto per dirci quanto valgano le parole. Brividi, eh?

Il 6 giugno, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pensato bene (furbescamente convinto che basti un po’ di cerchiobottismo retorico per accontentare un po’ tutti) di esprimere solidarietà al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per gli infamanti attacchi ricevuti nei giorni scorsi che hanno violentato anche la memoria del fratello Piersanti, ammazzato dalla mafia. Piersanti Mattarella (che sta alla storia dell’antimafia come i verbi essere e avere stanno allo studio della lingua italiana) nel discorso presidenziale è diventato un congiunto con tanto di «adesso non ricordo esattamente». Alcuni dicono che quel «non ricordo esattamente» (detto da uno che ha uno stuolo di assistenti per redigere il discorso, oltre ai suoi due prodi scudieri Di Maio e Salvini) si riferisse all’ignoranza del «social su cui sono avvenuti gli attacchi e non sul nome di Piersanti»: la toppa è peggio del buco. Ma ciò che conta è che tutta questa antimafia esibita come un finto centurione pronto a spennarti davanti al Colosseo è stata sventolata con quel Salvini che di Berlusconi è stato fino a ieri il cavalier servente e con un contratto co-firmato da quella Lega dell’ex tesoriere Belsito, così affiatato con uomini della ‘ndrangheta calabrese, senza ricordare i referenti salviniani che in Sicilia sono appena stati arrestati e indagati per voto di scambio.

Interviene sdegnato a correggere Conte un Delrio, capogruppo del PD alla Camera, in gran forma che scandisce piccato il nome di Piersanti Mattarella con tanto di applauso generale. Come ha (giustamente) sottolineato il capogruppo a Montecitorio del Movimento 5 stelle Francesco D’Uva, l’ammonimento «viene da chi, sotto interrogatorio, non ricordava nemmeno che i Grande Aracri fossero di Cutro: eppure ci andava a Cutro a fare la processione…» (ne avevamo scritto su Left qui).

Così anche ieri si è assestato un altro importante colpo contro la mafia. Avanti così.

Buon giovedì.

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Hanno sbagliato tutti. Ma splendidamente

Ha sbagliato Di Maio. Ma come al solito ci metterà parecchio ad accorgersene. Si è affidato a Salvini (lui che guida il Movimento che diceva “mai con con nessuno”) che è la sintesi della vecchia politica con tutta la modernissima xenofobia che scuote l’Europa. Di Maio si è fidato di Salvini ha avuto bisogno di Salvini (perché no, non ha vinto le elezioni, appunto) e ci è cascato in pieno: davvero c’è qualcuno che pensa che Salvini non sappia benissimo che questa crisi di governo porterà il centrodestra a governare tranquillamente dopo le prossime elezioni (per la gioia di Berlusconi e soci)? Davvero c’è qualcuno che è convinto che se Salvini sarà il prossimo presidente del consiglio designato si impunterà su Savona (che non proporrà nemmeno)? Davvero c’è qualcuno che non ha capito che Conte serviva proprio per avere un premier debole da far cadere alla bisogna senza intaccare il proprio consenso? Non scherziamo, su. Ma non si preoccupi Di Maio: è già stato mangiato dal duo Di Battista-Grillo. Ma come al solito ci metterà parecchio ad accorgersene.

Ha sbagliato l’opposizione (ah sì, c’è un’opposizione?) che ha lasciato il campo libero per intere settimane e non ha trovato niente di meglio che parlare di spread per sventolare l’inefficienza del potenziale governo gialloverde. Aiutando così l’ipotesi dei poteri forti contro il governo del cambiamento l’opposizione è apparsa assente, solo in attesa di interventi d’altri e inevitabilmente ben poco attraente in occasione di prossime elezioni. Ascoltare poi lezioni di Costituzione da quelli che hanno provato a stravolgerla non è stato un gran spettacolo. Diciamo.

Ha sbagliato anche Salvini. Sì. Ma non se ne accorgerà nessuno. Incaponirsi su Savona (Mattarella avrebbe accettato Giorgetti che della Lega salviniana è un uomo di punta, per dire) è roba da bambini dell’asilo ed è un comportamento indicativo di un fallimento programmato. Ma non se ne accorgerà nessuno e sarà molto difficile riuscire a raccontarlo.

Berlusconi forse l’ha indovinata, ancora una volta. Alle prossime elezioni rischia di essere al governo (anche se appena sotto a Salvini) come un Conte qualsiasi ma con un curriculum molto più corposo e per niente inventato: corruzione, falso in bilancio e vicinanza agli uomini di mafia sono esperienze che contano, qui da noi.

Ha sbagliato Renzi. Ritirato per finta e fiero dei suoi errori giudicati dagli elettori. Ma gli elettori sono cretini, dicono i suoi. E tra qualche mese andranno dai cretini a richiedere il voto. Pensa te.

Alla fine che succede? Succede che oggi al Colle sale Carlo Cottarelli, un economista, perché qui da noi è l’economia che governa la politica mica il contrario.

E Salvini gode.

Avanti così.

Buon lunedì.

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I giornalisti (noti e inaspettati) del “sistema Montante” e l’antimafia amica dei potenti

Dovrebbe essere uno scoop e invece niente. C’è questo documento della Procura che riguarda l’arresto dell’ex numero uno di Confindustria Sicilia che va letto perché è un paradigma. Racconta delle amicizie e delle modalità del divo (decaduto) di una certa antimafia con giornalisti (anche di peso) che nonostante si adoperino per essere considerati cani da guardia contro il potere in realtà spesso sono molto vicini ai poteri di cui scrivono e, inevitabilmente, ne sono condizionati.

Ci sono nomi noti. Molto noti.

Di questo dossier difficilmente ne sentirete parlare perché raramente i giornalisti scrivono di colleghi (e infatti non è un caso che io ne scriva qui, nel mio piccolo blog). E ci sono tutti gli atteggiamenti. Leggetelo, parliamone.

Potete scaricare il pdf qui.

 

Chissà che un giorno non salga un po’ di coraggio su Israele

A leggere i titoli dei quotidiani italiani viene subito un moto di voltastomaco: nel giorno in cui Israele compie i suoi settant’anni, cinquanta palestinesi morti ammazzati rimangono per terra insieme ai pezzi di migliaia di feriti. Trump ufficializza l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme e questi decidono di festeggiare bevendo sangue, mangiandosi cadaveri e godendo del pregiudizio internazionale di chi ancora ha il coraggio di raccontarli come una democrazia illuminata.

Verrebbe da chiedersi cosa dovrebbe accadere perché anche qui in Italia si possa puntare il dito contro le derive sanguinarie di Tel Aviv che continua ad essere raccontata come una capitale davvero democratica, davvero occidentale e davvero digeribile.

«La politica israeliana ha spazzato via ogni possibilità di uno Stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula “Due Popoli, Due Stati”. Lo Stato Palestinese non c’è più, è stato occupato, colonizzato. I territori palestinesi sono ormai come riserve indiane. Il vero problema che si pone è quello dei diritti umani e civili della popolazione. Uno Stato Palestinese non c’è più, c’è solo uno scenario sudafricano, in cui i palestinesi vivono una forma di apartheid. L’Europa pare non voler capire che questa situazione rappresenta una minaccia diretta: l’odio che Israele e Usa attirano verso tutto l’Occidente potrà portare a nuove reclute per il terrorismo, a nuove ondate di rifugiati, e saremo noi europei a pagare il prezzo di questa ferita aperta»: le parole, condivisibili da scolpire nelle dieci tavole dell’ennesimo eccidio in nome di un qualche dio sono di Massimo D’Alema. Sì, avete letto bene. M a s s i m o D’ A l e m a. Se D’Alema è l’unico a dire quello che la giustizia si aspetterebbe di ascoltare significa che forse c’è un problema.

È lo stesso problema che spinge certi quotidiani nazionali a titolare “scontri” per raccontare dello sterminio iperarmato di uno Stato contro ribelli inermi. È lo stesso problema di qualche vate antimafia che insiste nel non vedere le violenze di Netanyahu illudendosi di vederlo veramente leader.

Chissà se un giorno anche qui dalle nostre parti si avrà il polso di riconoscere che lo Stato che rappresenta quel popolo così storicamente oppresso oggi è diventato il simbolo di un’oppressione che insiste nel volersi condonare per ciò che ha subito senza prendersi la responsabilità di ciò che fa subire ad altri. Chissà quanto tempo servirà per riconoscere le vittime diventate aguzzini. Chissà quando si smetterà di torgliersi il cappello di fronte a Israele.

Buon giovedì.

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Chi li partorisce i Casamonica?

Ora tocca al bar devastato in zona Romanina accendere l’ennesimo allarme dall’odore mafioso, con quel che basta di violenza per rendere il tutto ancora più appetitoso per i media e con gli sventurati da intervistare a piene mani. Il copione è sempre lo stesso: un cognome che conta (anche se si finge di non averne saputo nulla fino a qualche ora prima), qualcuno che si ribella e ne paga le conseguenze (c’è chi si ritrova il naso rotto da una testata come accaduto con gli Spada a Ostia, in questa occasione abbiamo le cinghiate prese da una disabile) e poi fioccano i servizi in cui gli abitanti della zona dicono che “è sempre stato così, che l’importante è farsi i fatti propri, che loro non hanno mai avuto problemi”, poi arriva il sindaco, le autorità e così via, fino al prossimo caso.

Il mafiosetto bullo di turno torna anche utile a dipingere la zona degradata, con quei tratti da periferia del mondo come se sia quella particolare violenza a diventare paradigma del tutto. Poi, passati alcuni giorni, ci si dimentica e si ricomincia.

Eppure i Casamonica (che si chiamino in un altro modo, con qualsiasi altro cognome) li partoriamo noi: il potere acquisito (sia anche solo intimidatorio, al limite del mafioso) è figlio di un comportamento generale tutto intorno che non è nient’altro che omertà. Omertà, sì, anche se la parola sembra essere ormai fuori moda e anche se ogni volta che la leggiamo riferita al nostro quartiere ci provoca una certo risentimento, come se fosse un’accusa rivolta a noi. E in effetti è un’accusa rivolta a noi.

I “Casamonica” proliferano perché ormai in tutta Italia, mica solo al sud, il nuovo federalismo delle responsabilità ci ha convinto che il nostro unico dovere sia proteggere il nostro piccolo cortile, i nostri famigliari e gli amici più cari senza spendere troppe energie per il territorio, per la propria città, per il Paese. Siamo tranquilli se il nostro condominio è tranquillo e questo ci basta, tutti intenti a restringere il campo dei nostri doveri.

Qualche giorno fa in una ridente cittadina del nord, periferia milanese, i funerali della madre di un boss di mafia (detenuto al 41 bis) hanno ripetuto i fasti a cui ci hanno abituato i clan, bloccando mezza città con un corteo non autorizzato di banda musicale e petali di fiori. Eppure nessuno ne ha parlato.

Ci accorgiamo della nostra responsabilità ristretta quando scappa un po’ di violenza ma i Casamonica li partoriamo noi, dappertutto.

Buon martedì.

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