Vai al contenuto
Home » matteo renzi » Pagina 23

matteo renzi

Quel pasticciaccio brutto delle Province

Zitti zitti, sotto sotto, piano piano sono passate le elezioni provinciali. Elezioni finte di province che non sono mai state dismesse. Elezioni al cubo in cui eleggono solo gli eletti e i cittadini nemmeno se ne sono accorti. Quando dicevamo che questa riforma delle province avrebbe semplicemente facilitato i nuovi grumi evidentemente siamo stati realisti, piuttosto che gufi ma l’aspetto peggiore è la faccia dei grumi: grandi alleanze che mettono insieme i soliti noti che governano l’Italia e che fingono di essere avversari solo durante le proprie feste di partito. Basta leggere articoli come questo per rendersi conto che le larghe intese sono un chiaro progetto politico che sta ricadendo a cascata anche nelle elezioni locali. Non che ci stupisca, eh, ma almeno per prenderne atto e smetterla di pensare che le discussioni sull’articolo 18 siano solo feticci dei conservatori: qui ora c’è un grande partito che simula centrosinistra e agisce da centrocentro. Come quelli di Giulio Belzebù. Identici.

“bisogno di investire sull’immagine di una campagna anti corruzione”

Ma cosa significa esattamente? Perché letta così, la frase di Matteo Renzi negli USA, suona anche abbastanza sinistra:

«Da parte nostra faremo di tutto per cambiare l’Italia: per renderlo un Paese più semplice, con un mercato del lavoro diverso, con una classe politica che sia dimagrita e di cui non vergognarsi. L’Italia ha bisogno di una rivoluzione sistematica su tutto: pubblica amministrazione, sistema politico; ha bisogno di investire sull’immagine di una campagna anti corruzione, ha bisogno di una giustizia civile con gli stessi tempi di Francia, Germania o Regno Unito. Ma perché questo accada c’è bisogno di un grande progetto di riforme».

(Matteo Renzi da IlSole24Ore)

Anche perché una soluzione bell’e pronta c’è già qui.

Lo scalpo 18

Se volete stiamo qui a parlare tutto il giorno, come nei talk show, del contenuto dell’articolo 18: quante aziende vi sono sottoposte, quanti lavoratori, quanto ancora ne è rimasto effettivo dopo la riforma Fornero, quindi quanto incide sull’occupazione e sulle assunzioni, eccetera eccetera.

Credo però che anche il più svampito tra gli italiani abbia compreso che non è dell’articolo 18, come contenuti ed effetti, che si sta parlando: ma semplicemente di uno scalpo, dal fortissimo valore simbolico.

Gilioli qui.

Sulla scuola

Tenendo da parte i fan di Renzi che reagiscono come (e peggio) loro stessi descrivano i grillini (presentate un curriculum di lavoro con errori di sillabazione e poi ditemi), sulla riforma della scuola scrive bene Mariateresa Di Riso:

150mila assunzioni. Era ora, purché non si tratti di una cortina fumogena, destinata a dissolversi quando si scoprirà che non ci sono le risorse, tutte da cercare con i tagli (ma i tagli a che cosa?). Dissolta la quale resterà quel sistema di progressione di carriera attraverso ‘crediti’ assegnati di anno in anno al 66% degli insegnanti, col rischio di aumentare il divario già pesante tra la retribuzione dei docenti italiani e i colleghi europei (a parità di carico di lavoro), ma soprattutto di innescare un meccanismo perverso di competizione e trasferimenti tra una scuola all’altra non in base a competenze e progetti educativi, bensì verso gli istituti in cui è più facile ottenere lo scatto di aumento di 60 euro. Nella ‘buona scuola’ che chiede il Paese non ci dovrebbero essere insegnanti bravi pagati più dei ‘meno meritevoli’: questo è fotografare la disparità, non superarla; si devono piuttosto investire le risorse necessarie ad avere insegnanti formati, aggiornati, adeguatamente retribuiti. Garantire una ‘buona scuola’ a una parte degli studenti, pochi o molti che siano, significa pagare poi tutti il prezzo della cattiva istruzione ricevuta dai rimanenti. Ricordi il premier che la democrazia e la partecipazione nella governance di istituto non sono un impaccio per l’efficienza e la qualità, ma garanzia di innovazione e trasparenza. La proposta del governo invece, svuotando gli organismi collegiali e partecipati, riconferma la visione verticistica del famigerato disegno Aprea, gestioni discrezionali e personalistiche sotto il manto della managerialità. Aspettiamo con fiducia ma un po’ di impazienza anche banda larga e wi-fi. Augurandoci non sia l’ennesimo annuncio, dopo il fallimento del Piano scuola digitale. Perché purtroppo servono investimenti nella dotazione tecnologica degli istituti, quasi ovunque obsoleta, investimenti che non possono essere a carico delle famiglie o dipendere da donazioni e sponsor privati. Ben venga la consultazione sul piano presentato, se non è operazione d’immagine. Si spieghi ad esempio come si terrà conto dei pareri espressi. Noi un’idea di riforma la abbiamo: l’elevamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, una revisione organica dei cicli e dei curricola, un sistema efficace di valutazione non per premiare pochi ma per migliorare tutti, un impegno certo e a lungo termine di investimenti atti a garantire il diritto allo studio in una scuola pubblica, di qualità, su tutto il territorio nazionale. Anche su questo Sinistra ecologia libertà è sempre stata chiara: la scuola italiana ha bisogno di risorse e ogni euro reperibile nel bilancio dello stato per la scuola, deve andare alla scuola pubblica.

Le grandi operette

Lo “sblocca Italia” non sembra cambiare verso sul solito dannoso approccio alle grandi opere. Lo spiega molto bene Luca Martinelli su Altraeconomia:

L’idea che sviluppo sia sinonimo di infrastrutture “pesanti” rischia di mandare l’Italia fuoristrada. Il 29 agosto, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare il decreto “Sblocca Italia”, che al punto 1 vede indicate le misure necessarie per “Sburocratizzare per far partire i cantieri”, ed elenca -in una mappa “vintage” pubblicata sul sito del ministero delle Infrastrutture e trasporti, guidato da Maurizio Lupi- 14 opere “già finanziate per 30 miliardi e 402 milioni” oltre a 13 cantieri di grandi e piccole opere per ulteriori 13 miliardi e 236 milioni. 

L’elenco comprende l’alta velocità tra Torino e Lione, l’alta capacità tra Napoli e Bari, parecchie autostrade, qualche aeroporto, e la ferrovia tra Messina, Catania e Palermo. 
Tra gli interventi “bollati” come già finanziati ci sono anche le autostrade Orte-Mestre e Valdastico Nord, e qui appare evidente come lo schema del decreto voluto dal presidente del Consiglio Matteo Renzi non sia ancorato alla realtà. 

Quello della Valdastico Nord (A31) è un vecchio progetto degli anni Settanta, e –come spiegammo in un’inchiesta del febbraio 2013– è stato rimesso in campo solo per garantire la continuità della concessione (già scaduta) in essere e relativa alle autostrade A4 (nella tratta tra Brescia-Padova) e A31. L’intervento, che dovrebbe costare oltre due miliardi di euro e collegare Vicenza e Trento, però non è affatto finanziato, visto che verrebbe ripagato dagli utenti dell’autostrada con incrementi tariffari fino al 2046. 
“Si ritiene che lo scopo del collegamento della ‘Valdastico nord’ sia essenzialmente quello di ottenere una proroga quarantennale della concessione sull’Autostrada A4 senza passare attraverso la procedura di gara” ha detto il presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, rispondendo a una interrogazione. Ed ha aggiunto: “La realizzabilità finanziaria di un’opera di 2 miliardi di euro per un traffico giornaliero di 35 mila mezzi (oggi A22 ha un passaggio di 40 mila mezzi) è dal punto di vista finanziario difficilmente sostenibile e, a prescindere dalla posizione della Provincia autonoma di Trento, sarà la finanza a determinarne l’effettiva realizzabilità”.  

Per quanto riguarda la Orte-Mestre (qui il reportage di Ae), cioè l’idea dell’Autostrada del Sole del XXI° secolo, un collegamento di quasi 400 chilometri tra cinque regioni, è stata la Corte dei Conti, con una delibera pubblica a fine luglio, a “bocciare” il progetto, considerando “non conforme a legge la delibera del CIPE” che nel novembre del 2013 aveva approvato il progetto preliminare dell’opera ed il relativo Piano economico e finanziario.  

Prima di promettere ed avviare nuovi cantieri, inoltre, sarebbe opportuno che il Governo provasse a guardare dall’esterno le proprie mosse, per capire che cos’accade con quelli già aperti. Ad esempio, con la realizzazione della Pedemontana Lombarda: l’autostrada tra Varese e Bergamo avrebbe dovuto essere consegnata entro Expo, grazie anche a un intervento per quasi 4 miliardi di euro di finanziamento da parte di istituti di credito privati. 
Il 1° agosto, mentre il presidente del Consiglio annunciava lo “Sblocca Italia” in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, si teneva anche la riunione del CIPE -Comitato interministeriale per la programmazione economica- che ha deciso di garantire alla Pedemontana il regime di defiscalizzazione previsto da una norma di fine 2012, e applicabile solo a quei progetti il cui piano economico e finanziario non sia sostenibile. 
Senza questo aiuto di Stato, l’autostrada -con il traffico stimato e i relativi pedaggi- non starebbe in piedi. Secondo quanto scritto da Il Sole 24 Ore, “l’esenzione fiscale sarà totale, la società cioè non pagherà un euro di tasse, dal 2016 al 2027, per un valore nominale di minori incassi per lo Stato stimato in 800 milioni di euro (circa 67 milioni all’anno per 12 anni)”. I proprietari di Pedemontana, che il Governo ha scelto di aiutare, sono Intesa Sanpaolo, Ubi Banca e Serravalle, società in procinto di passare sotto il controllo di Regione Lombardia. 

Si tratta, per il quotidiano di Confindustria, di un intervento con cui “il CIPE ha salvato la Pedemontana”.    
Un’opera inutile, e anche dannosa: i cantieri della tratta B1, ad esempio, quella definita  “variante Expo”, secondoLegambiente Lombardia non ha alcun legame con la manifestazione in programma a Milano da maggio 2015. Rischia, invece, di aggravare i gravi problemi idraulici della città, “sottolineati” -se possibile- dalle continue esondazioni del fiume Seveso nell’estate del 2014: “Sul sito di Pedemontana ci viene spiegato [la tratta B1 misura] soli 7,5 chilometri, e vedendo la cartina ci si chiede chi mai sarà disposto a pagare un pedaggio per percorrere un nastro d’asfalto che collega due arterie parallele, la A9 e la SS35, che collegano entrambe Milano con Como -spiega un comunicato dell’associazione ambientalista-. Appartiene poi ai misteri della fede il fatto che un collegamento di interesse squisitamente locale abbia potuto essere classificato ‘opera prioritariamente connessa a EXPO 2015’, evento con cui francamente non si coglie il nesso.
Al di là dei dubbi sull’utilità dell’opera, la qualifica di ecomostro ci sta tutta, vedendo quali devastazioni si riescono ad inanellare in soli 7,5 chilometri in cui i cantieri hanno già raso al suolo il rigoglioso bosco d’alto fusto della Moronera, tagliato in due la valle fluviale del Parco del Lura, fatto terra bruciata del querceto del Battù, immerso nella piana agricola tra Lazzate e Bregnano. E tra gli impatti più problematici c’è proprio la trincea profonda in cui scorrerà l’autostrada, che inciderà l’altopiano argilloso delle Groane intercettando acque di pioggia e drenaggi urbani del basso comasco per deviarli nel Lura, un torrentello che finisce la sua corsa confluendo nell’Olona a ridosso della piastra di Expo dopo aver attraversato i centri di Saronno e Rho. La ‘bomba d’acqua’ che in caso di violente precipitazioni dovrà essere smaltita dal Lura corrisponde ad un volume impressionante, 30 mc al secondo, in pratica una portata superiore a quella del Naviglio Grande, che la trincea di Pedemontana riverserà nella valle del torrente: un nuovo problema idraulico destinato ad investire l’area milanese già alle prese con Seveso e Lambro”. 

Al punto 5 dello “Sblocca Italia” ci sarebbe lo “Sblocca dissesto”, che promette “570 cantieri per un valore di 650 milioni di euro” contro il dissesto idrogeologico. Interventi prioritari, per cui non serve andare ad aggravare ulteriormente la situazione.

Questa Europa

In realtà, avere la ministra Mogherini in Europa non cambia nulla se non cambia prima questa Europa. E a questa Europa non basta chiedere (implorare) un po’ di flessibilità sul fiscal compact perché chiedere flessibilità nell’applicazione di regole irrazionali e sbagliate non serve a nulla (come invece crede Renzi e come sembra disposto a dare Mario Draghi a sostegno della crescita, ma solo sulla base di uno scambio con le riforme strutturali, inossidabile mantra neoliberista e ultima grande narrazione ideologica del novecento). 

Prima infatti si devono cambiare le regole sbagliate imponendone di nuove e di giuste (neokeynesiane, da nuovo new deal europeo, da nuovo welfare, da sostegno alla domanda, nazionalizzando un sistema bancario incapace di dare credito e di sostenere l’economia e andando a tassare la rendita finanziaria e la speculazione e bloccando la sempre libera e dilagante finanza ombra). Voler rendere flessibile qualcosa di sbagliato vuol dire solo flessibilizzare l’incaprettamento dell’Europa. Un’Europa, per di più, che chiede/impone flessibilità nei mercati del lavoro ma che è rigidissima nel perseverare nell’errore dell’austerità e del fiscal compact.

Una lucida analisi di Lelio Demichelis.

Fuori dai salotti

Ma sulle copertine. Il metodo Renzi trasforma il consenso in una nuova accattivante confezione e i cittadini sono le merendine.

Schermata 2014-08-26 alle 15.19.41