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‘Ndrangheta: la quinta azienda

Il preciso articolo di Claudio Forleo:

40 arresti tra Lombardia, Veneto e Sicilia, un filmato del ROS sulla cerimonia di affiliazione alla Santa, la zona d’elite dove la ‘ndrangheta incontra i poteri forti che l’hanno aiutata a diventare grande nell’ultimo mezzo secolo, abbandonando per sempre l’etichetta di ‘mafia stracciona’. L’interesse verso la criminalità organizzata, soprattutto calabrese, procede per ondate.

Per giro d’affari oggi la ‘ndrangheta sarebbe la quinta azienda italiana. La scorsa primavera l’istituto Demoskopika stimava un fatturato pari a 53 miliardi di euro (66 miliardi di dollari). Nel nostro paese ci sono solo quattro società che possono reggere il confronto: ENI, ENEL, Exor e Generali. La ‘Ndrangheta SPA non conosce crisi se è vero che nel 2007, prima dei subprime, del tracollo di Lehmann Brothers e di tutti gli effetti che si sono rovesciati sull’economia reale, il suo giro d’affari era stimato in 44 miliardi di euro. Le ‘ndrine durante la crisi hanno aumento il fatturato del 20%. Quale altra ‘società’ operante in Italia può lontanamente avvicinarsi a questi risultati?

Eppure, solo fino ad una manciata di anni fa, esistevano ministri e prefetti che negavano la penetrazione al Nord delle ‘ndrine. Ignoranza o malafede? Qualunque sia la risposta uno dei risultati è il gap di conoscenza dell’opinione pubblica su come è avvenuta questa scalata. Vent’anni fa il pericolo si chiamava Cosa nostra, dieci anni fa libri di successo hanno fatto riscoprire all’opinione pubblica la potenza e la ferocia della Camorra. La ‘ndrangheta invece non ha conosciuto la stessa pubblicità. Un silenzio che le ha permesso prima di prosperare con il traffico degli stupefacenti, poi di infiltrarsi nell’economia reale avvelenandone i pozzi.

La quinta azienda italiana conta almeno 60mila affiliati, ma sbaglieremmo se limitassimo il numero degli ‘iscritti’. Il bacino delle connivenze è molto più esteso, nel mondo della politica, dell’imprenditoria e della finanza. E travalica i confini nazionali ed europei. Quando nel 2007 la faida di San Luca produsse la strage di Duisburg, i tedeschi dovettero rendersi conto di essere stati colonizzati. La ‘ndrangheta aveva iniziato ad acquistare immobili e attività commerciali in Germania un minuto dopo la caduta del Muro di Berlino. L’intelligence tedesca sapeva che le ‘ndrine operavano alla Borsa di Francoforte ed erano entrate in possesso di azioni Gazprom, il colosso russo del gas che verrà poi presieduto dall’ex cancelliere Schroeder.

In Italia ancora si vedono volti smarriti nell’apprendere che non esiste regione dove la ‘ndrangheta non ha messo radici. Non oggi, non ieri, ma 30-40 anni fa. Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia, Toscana… i clan calabresi operano dappertutto, da decenni. 

Prendiamo come esempio la Liguria, oggi al centro di polemiche per il dissesto idrogeologico. “In Liguria la ‘ndrangheta è arrivata negli anni Sessanta. C’era tutto: il porto, utile accesso per le rotte della droga, il casinò, ma soprattutto la Francia, con le sue coste a due passi da Ventimiglia” scrivono Antonio Nicaso e Nicola Gratteri nel libro Fratelli di sangue. Ventimiglia, porta verso la Francia e la Costa Azzurra, dove vengono arrestati i boss Paolo De Stefano, Domenico Libri e Luigi Facchineri. E’ anche se non soprattutto in Liguria che la ‘ndrangheta ricicla i suoi introiti illegali, nella terra in cui (dati Istat) dal 1990 al 2005 il territorio non cementificato è passato da 249mila a 135.570 ettari. Ventimiglia e Bordighera sono due amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose nel 2012. Non le prime al Nord, precedute da Bardonecchia (1995) in Piemonte. Qui, a dominare la scena fin dagli anni Ottanta, fu Rocco Piscioneri, sostituito poi dai clan Ursino – Macrì – Belfiore, originari di Gioiosa Ionica. Nel 1993 Domenico Belfiore venne condannato con sentenza definitiva per l’assassinio del Procuratore di Torino Bruno Caccia, freddato il 26 giugno 1983. E potremmo andare avanti, regione per regione.

Come si diceva l’Italia si è presto trasfromata in un giardino troppo stretto per le ambizioni delle ‘ndrine. Sono diventati padroni del traffico di cocaina in Europa, grazie al rapporto privilegiato con i narcos colombiani (anche perché, a differenza di Cosa nostra, la ‘ndrangheta è stata solo sfiorata dal pentitismo). Secondo gli esperti la ‘ndrangheta è l’unica mafia davvero globalizzata, operante in tutti i Continenti, da decenni (leggi il nostro articolo dello scorso 12 febbraio). In Spagna, ventre molle dell’Europa per l’accesso degli stupefacenti provenienti dal Sudamerica, nell’Europa dell’Est, dove le ‘ndrine hanno investito una volta caduta la cortina di ferro, in Olanda, nel Regno Unito, in Svizzera e Austria.

In Libano le ‘ndrine di Siderno commerciavano eroina già negli anni Ottanta, per lo stesso motivo in Turchia le cosche di Platì si interfacciavano con i Lupi Grigi, dove militava Ali Agca, protagonista dell’attentato a Giovanni Paolo II. In Africa i regimi corrotti in Ghana, Liberia e Guinea-Bissau sono stati luogo di transito ideali per immense partite di cocaina. In Canada Rocco Perri fece affari d’oro negli anni del proibizionismo con Al Capone e Joseph Kennedy (sì, il padre di JFK), In Australia le ‘ndrine fanno sparire per sempre l’attivista Donald Mackay, che osò sfidare i capibastone della zona (Trimboli, Scarfò, Sergi).

Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole d’umiltà formo la santa società …

“Buon vespero e santa sera ai santisti! Giustappunto in questa santa sera, nel silenzio della notte e sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna, formo la catena! Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole d’umiltà formo la santa società …”. E’ il boss che parla. Gli altri affiliati, riuniti in cerchio, ascoltano in silenzio. La sacralità del rito ricorda una messa, invece si tratta della cerimonia di conferimento della Santa, il più alto grado di affiliazione ‘ndranghetista. Che va in scena non in Calabria, ma nella Lombardia di Expo. Finora, solo i pentiti (pochi) lo avevano raccontato. Adesso, le telecamere nascoste del Ros dei carabinieri di Milano lo mostrano per la prima volta nella sua interezza. Fermi immagine definiti storici dagli inquirenti che questa mattina hanno arrestato 40 persone nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia milanese. Un altro duro colpo alla ‘ndrangheta del nord inferto dai carabinieri guidati dal tenente colonnello Giovanni Sozzo. Che arriva a pochi giorni di distanza da un’altra operazione che ha smascherato gli appetiti dei mammasantissima attorno ai subappalti dell’Esposizione universale.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata firmata dal gip Simone Luerti. Le accuse a vario titolo contro i 40 indagati sono associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi. Al centro dell’operazione “Insubria“, nata dalla storica inchiesta “Infinito“, la prima a riconoscere il radicamento al nord italia delle cosche calabresi, tre sodalizi della ‘ndrangheta radicati nel comasco e nel lecchese, con diffuse infiltrazioni nel tessuto locale e saldi collegamenti con le famiglie di origine. Oltre alla Lombardia (Milano, Como, Lecco, Monza-Brianza, Bergamo), gli arresti sono avvenuti anche in provincia di Verona e Caltanissetta. L’inchiesta della Dda, coordinata dai pm Ilda Boccassini, Paolo Storari e Francesca Celle, ha riguardato in particolare le cosche dei comuni brianzoli di Calolziocorte, di Cermenate e di Fino Mornasco, tutte facenti parte della nuova ‘Ndrangheta del Nord Italia, chiamata “La Lombardia”.

Dopo due anni di intercettazioni ambientali e filmati, sono stati documentati, in particolare, i rituali mafiosi per il conferimento delle cariche interne e le modalità di affiliazione. È la prima volta che viene ripresa la cerimonia di conferimento della Santa. I filmati, che riprendono i boss durante le cosiddette “mangiate“, mostrano l’uso di un linguaggio in codice, in cui il capo della locale viene chiamato Garibaldi, il contabile Mazzini, mentre il Mastro di giornata, tra le più alte cariche dell’associazione, viene chiamato La Marmora. Un altro filmato mostra tutta la violenza delle ‘ndrine: i giuramenti vengono fatti davanti con una pistola e una pastiglia di cianuro, che servono come monito al nuovo affiliato sulla sua sorte in caso di tradimento o “grave trascuranza”. Quanti colpi ha in canna, ne dovete riservare sempre uno!”, spiegano i boss, intercettati, altrimenti c’è sempre “una pastiglia di cianuro” oppure “vi buttate dalla montagna”.

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‘Ndrangheta: il fango a comando

Tavolo dei testimoni. Siede Federico Corniglia, ex riciclatore della ‘ndrangheta, ascoltatissimo dalla Procura di Palermo che fino al 2006, anche grazie alle sue indicazioni, ha dato la caccia a Bernardo Provenzano. Ieri ha parlato in un processo a Milano che vede imputato un poliziotto per favoreggiamento e rivelazione di atti coperti da segreto. Si chiama Carmine Gallo ed è considerato l’investigatore italiano più esperto in fatto di lotta alla ‘ndrangheta. Sempre ieri Gallo ha rinunciato alla prescrizione prevista per il 2016. Corniglia è testimone dell’accusa. Racconta del suo interrogatorio in Svizzera, 8 gennaio 2010. “In una pausa il maresciallo del Ros di Verona Mario Arabia e l’ispettore della polizia elvetica Gianluca Calà mi chiesero di fare dichiarazioni accusatorie contro Carmine Gallo e Alberto Nobili”. Pausa. Alberto Nobili, attuale procuratore aggiunto, è stato uno dei magistrati di punta dell’antimafia milanese e con Carmine Gallo, nel 1993, ha gestito le dichiarazioni del superpentito Saverio Morabito. Verbali che hanno dato fuoco alle polveri del maxi-blitz nord-sud su vent’anni di affari delle cosche al nord. Corniglia prosegue: “Mi dissero” che su Gallo e Nobili “avevano indicazioni di rapporti” dei due “con uomini dei clan a Milano”. Rapporti che, però, non emergono dalle carte dell’inchiesta. “Da quel momento in poi – prosegue Corniglia durante il controesame dell’avvocato Antonella Augimeri – ho fatto dichiarazioni accusatorie contro Gallo. In cambio promisero di spostarmi dal carcere svizzero dove stavo in isolamento all’infermeria del carcere di Padova”. La sua deposizione è considerata uno dei cardini dell’accusa che imputa al poliziotto di aver “spifferato” a Corniglia il nome di un’indagine del Ros di Padova e della procura di Venezia che nel 2008 ha portato in carcere una batteria di spacciatori composta da ex estremisti di destra e da reduci della mala del Brenta. In quell’inchiesta, oltre a Corniglia, viene indagato Gallo per droga. Accusa caduta in Cassazione e posizione stralciata a Milano dove il procuratore aggiunto Ilda Boccassini per lui ottiene il giudizio immediato. Dopo le “ritrattazioni” di ieri, i pm Paolo Storari e Francesca Celle hanno ipotizzato l’accusa di calunnia per Federico Corniglia.

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“Frantumare le rotule”. ‘Ndrangheta. Lombardia.

Che guaio può passare un benzinaio del Nord se, per caso, incontra e non esaudisce il desiderio di una cliente, particolare, una donna del Sud: la figlia di una famiglia di ’ndrangheta. Basta, è bastato, non aver dato la disponibilità a pagare col bancomat il rifornimento di carburante al di sotto dei 20 euro. Affronto insostenibile, da pagare col sangue del benzinaio, pur settantenne, e con un certo piacere nel riferirne i particolari. «Lo sgabello era di ferro! Tutte le costole cose… gli ha picchiato un pugno... Gli ha spaccato tutto il naso quel sangue ha sporcato pure noi, io avevo le scarpe piene di sangue».  Scarpe bianche appuntite, contro il costato, la milza, la testa del poveretto.

Le anime nere si muovono a Milano, nell’hinterland, in Lombardia come sulla punta dello stretto più a sud, Vibo Valentia. A colpi di piccone, sgabelli di ferro, calibro nove per «frantumare le rotule», proiettili in busta, auto incendiate. Una violenza che non sempre ha moventi solidi, ma che in quest’ultimo capitolo sulle ‘ndrine in Lombardia, scritto a opera del Ros e della Dda di Milano (tredici arresti tra rappresentanti della famiglia Mancuso, i Galati, e gli uomini della “Locale“ di Mariano Comense di Salvatore Muscatello coinvolti anche in subappalti in Expo) è brutale potere.

Così Luigi Malafonte il 21 settembre 2009 finisce sotto i tacchi di Antonio Galati e Michele Mazzeo (morto poi in un incidente d’auto) – «sembrava un cavallo quel giorno» dirà compiaciuto il suo compare di pestaggio – per aver rifiutato, alla Erg di Cantù, il bancomat per una spesa minima alla figlia, incinta, di Galati, la Rosina. Così un commerciante di autovetture di Cosenza, Isidoro De Ferraris, che azzardò forse a non dare il dovuto a Mazzeo della vendita, verrà inseguito fino a Milano, piazzale Loreto, e massacrato a colpi di manico di piccone dentro e fuori la pizzeria Dinky (11 luglio 2007): «Mannaggia l’ostia quante palate a quello! Dopo è scappato fuori, fuori cadde e picchiavamo tutti e tre lì a terra no? Era morto», dirà il solito Galati. E se non muore, il cosentino, è solo perché Mazzeo ha dato l’ordine di no, «non colpire in testa».

Ma questa ’ndrangheta milanese che non si è ripulita a Milano e le cui gesta tornano nelle intercettazioni alcuni anni dopo, non si ferma di fronte a inchieste, arresti, misure di prevenzione. E arriva fino alla direttrice del carcere di Monza, che nella sala colloqui verrà definita «la padrona di qua». Maria Pitaniello, secondo lo schema che la “colpa“ attribuita non è mai verificata prima di passare a decisioni sommarie, è sospettata dal Fortunato del clan Galati di avere ostacolato la domanda di trasferimento di questi il 6 marzo 2013 da Monza a Lauretana di Borrello, Palmi o Vibo Valentia. In realtà la direttrice ha fatto quel che deve, e il 13 aprile inoltrato l’istanza all’amministrazione penitenziaria. Particolare irrilevante per lo ’ndranghetista, che passerà all’intimidazione, facendo spedire alla funzionaria una busta con tre proiettili. E ancor peggio va al vigile urbano di Giussano, Luigi Galanti, che riconosce Fortunato Galati, in semilibertà con un lavoro fittizio in un posto “di famiglia“ come «La bottega del pane», a forzare un posto di blocco. Il vigile e la sua relazione ai carabinieri vengono collegati al ripristino della misura cautelare («Ti sembra che il vigile non gliel’ha detto ai carabinieri?!»). Sentenza emessa, in immediato, il 18 marzo 2013: e l’auto del ghisa finisce in fumo.

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Soffre troppo

Giulio Lampada, a sinistra
Giulio Lampada, a sinistra

Lo avevano definito il moderno rappresentante dell’alleanza tra mafia e zona grigia. Un boss in giacca, cravatta e smartphone capace di gestire a Milano i rapporti con politici, massoni e giudici (compresi i magistrati Vincenzo Giglio e Giancarlo Giusti) per conto del potente clan Condello della ‘ndrangheta.
Giulio Lampada, 43 anni, è stato arrestato tre anni fa a Milano e condannato in Appello a 14 anni e 5 mesi per associazione mafiosa. Pena che ora il boss sconterà ai domiciliari in una comunità terapeutica in provincia di Savona. Così ha deciso il Tribunale del riesame di Milano, al termine di una lunghissima battaglia legale sostenuta dai difensori Giuseppe Nardo e Giovanni Aricò. Il motivo? Il boss è terrorizzato dalla galera. Per i giudici, Lampada ha la fobia del carcere e degli ospedali. E visto che in questi anni di detenzione ha manifestato «istinti autolesivi, depressione, stati d’ansia e rifiuto di assumere psicofarmaci», la sola struttura adatta a curarlo è una comunità terapeutica. Struttura dove, come riportato nelle dieci pagine della sentenza, «non ci sono guardie e sbarre» né «corsie, camici bianchi, giro dei medici, odore di medicinali e disinfettanti». Un luogo ideale per «far venir meno gli aspetti persecutori del carcere».

Una decisione motivata da una serie di perizie (quelle della difesa affidate alla coppia Bruno-Meluzzi) che hanno certificato «un disturbo depressivo, di conversione somatica, di evitamento a contenuto multiplo» aggravato dal fatto di trovarsi chiuso in una cella. Quando lo scorso luglio Lampada era stato ricoverato all’ospedale di Voghera, sempre su decisione del Tribunale di Milano, si era presentato allo psichiatra su una sedia a rotelle «con espressione quasi allucinata». «Il pensare all’odore dei medicinali, l’essere in mezzo ai malati mi angoscia», aveva raccontato. Poi dopo un tentativo di sciopero della fame durato solo 5 giorni, aveva smesso di lavarsi: «Il suo stato lo spingeva a rimuginare ossessivamente sulla sua vicenda giudiziaria. Il carcere stimolava l’emergere di fantasmi persecutori».

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Dissanguato sotto la terra di Lombardia

L’appuntamento è sotto casa. Da qui il viaggio in auto verso il bosco dove lo attendono altri quattro uomini. Pochi secondi per capire e tutto crolla. Salta fuori una pistola. Poi il coltello. Partono i fendenti. Almeno trenta. Non sono mortali, ma portati per far soffrire. Il sangue inizia a uscire. La vista si appanna. La morte è a un passo. Steso a terra, il corpo viene ricoperto con le foglie. Il respiro rallenta. La “batteria” dei killer riparte. Si torna a casa. L’appuntamento è fissato per il giorno dopo in un cantiere dove sta sorgendo una villetta. C’è chi porta il vino, chi le braciole. Una bella grigliata è quello che ci vuole. E mentre qualcuno festeggia, altri scavano una buca profonda oltre due metri. Poi il sole cala. Si sale in auto e si torna a recuperare il corpo. Appena mezz’ora e la macchina rientra nel cantiere. La buca è pronta. Sul fondo è già stato gettato uno strato di calce. La vittima viene spogliata, i vestiti bruciati, il corpo gettato nella fossa, ricoperto di calce e poi di terra. E’ il 9 giugno scorso. Ecco come uccide la ‘ndrangheta. Non in Calabria, ma nella Lombardia che corre dritta verso l’Expo, nella zona della bassa comasca dove le cosche, appena sfiorate dal maxi-blitz Infinito del 2010, agiscono alla luce del sole, mostrando armi e muscoli, intimidendo e uccidendo.

Come successo a Ernesto Albanese, 33enne di Polistena, pregiudicato e trafficante di droga per conto dei clan locali. Albanese scompare dopo le 23 dell’8 giugno scorso. Fino a quell’ora è stato nella sua casa di Bulgorello di Cadorago. Seduto al computer, chattando su Facebook e inviando minacce ai “compari”. Albanese dice di voler fare tutti i nomi “da qui fino a Reggio Calabria”, sostiene che i mafiosi che vivono tra Cadorago, Fino Mornasco e Appiano Gentile sono semplici “quaquaraquà”. Qualcuno di questi risponde: “Uomo senza labbra ti aspetto a braccia aperte”. Per questo, ragionano gli investigatori della squadra Mobile di Como, Albanese viene sequestrato, scannato, lasciato morire dissanguato nei boschi dietro al comune di Guanzate e il corpo seppellito il giorno dopo nel cantiere di via Patrioti sempre a Guanzate (foto di Mattia Vacca).

Le scene dell’orrore mafioso sono state ricostruite dai magistrati della procura di Como. Sul registro degli indagati ci sono sei persone che attualmente si trovano in carcere per altri motivi. Alcune di loro sono state arrestate nel luglio scorso dal Ros di Milano che ha eseguito diverse ordinanze a carico di cinque gruppi di narcos legati al crimine organizzato. Negli ordini di cattura richiesti dal pm Marcello Musso c’era anche Ernesto Albanese. I militari, però, non lo hanno trovato. In quel momento l’uomo era già sotto terra.

Bisogna aspettare il 2 settembre scorso perché “una soffiata” conduca la polizia nel cantiere di Guanzate. Le operazioni per estrarre il corpo di Albanese durano due giorni. Oltre alla scientifica ci sono anche esperti di scavi archelogici. Si studiano gli strati del terreno e, grazie a particolari tecnologie, viene ricostruito il calco delle benna che ha fatto la buca. E’ la svolta del giallo. Sì perché quel calco corrisponde a una ruspa trovata nella villetta del pregiudicato calabrese Luciano Nocera. Quello, secondo la polizia, è il mezzo che ha scavato la fossa per Albanese.

La scoperta alza il velo sul contesto criminale. Nocera viene arrestato dal Ros di Milano nel luglio scorso. E’ accusato di coordinare una “batteria” di trafficanti legati al clan Muscatello di Mariano Comense e alla famiglia Iconis di Fino Mornasco, coinvolta, negli anni Novanta, nell’operazione La notte dei fiori di San Vito e ritenuta vicina alla potente famiglia Mazzaferro. Secondo l’indagine milanese Ernesto Albanese era un corriere. Dalle carte di quell’operazione emergono i suoi contatti con Nocera. Rapporti che col tempo s’incrinano. “Quello – dirà Nocera di Albanese – è un pezzo di merda e questa mattina l’ho preso a calci nel culo”. Di più: un’altra indagine della Dda di Milano, su cui pende richiesta di archiviazione, descrive Nocera come personaggio molto vicino alla ‘ndrangheta di Fino Mornasco, capace di intavolare rapporti con la politica locale, ma anche violento e senza scrupoli. “Il primo che piglierò a fucilate – dice al telefono – sarà il comandante dei carabinieri”.Insomma l’omicidio di Albanese è solo la punta dell’ice-berg di un contesto mafioso per nulla intaccato dalle inchieste.

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A Roma la Dia si prende il Caffè Fiume

Caffe-FiumeTra i beni confiscati definitivamente anche il famoso Caffè Fiume a Roma, a fare compagnia agli altri beni mobili e immobili sequestrati a maggio di quest’anno e tutti riconducibili all’imprenditore Saverio R., considerato elemento di vertice della cosca di ‘Ndrangheta Fiarè-Razionale e condannato per mafia.

Gli uomini del Centro Operativo DIA di Roma hanno infatti eseguito questa mattina, presso la capitale e nella provincia calabrese di Vibo Valentia, il decreto di definitiva confisca, emesso dalla Corte d’Appello di Catanzaro, su richiesta della Procura Generale di Vibo.

Il totale del patrimonio confiscato ammonta a sette milioni di euro e comprende, oltre al famosissimo Caffè Fiume di via Salaria, a pochi passi da Via Veneto, e alla società omonima, anche un bar-ricevitoria e un appartamento a Vibo Valentia.

Quest’ultimo era curiosamente intestato alla famiglia dell’attuale Sindaco del Comune, Michele Pannia, che lo aveva venduto alla famiglia dell’imprenditore mafioso negli anni 80 senza mai effettuare il passaggio di proprietà, favorendo quindi l’aggiramento della normativa antimafia.

Quattro le società edili confiscate: le prime tre a Roma, ovvero la Roma Services srl, la Edil Consul Services srl e la Studiogi Edil & Money di Giuseppe Scriva srl, e l’ultima a Vibo Valentia, chiamata Gisa Costruzioni di Francolino Maria Grazia.

La confisca si estende anche ad un concessionario di auto, a due appartamenti, un magazzino e un terreno nella capitale, a dieci appartamenti nella provincia di Vibo Valentia, tre conti correnti bancari e per chiudere in bellezza, cinque auto tra cui una Porsche.

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‘Ndrangheta in Val d’Aosta

Cinque condanne nel processo a Torino sull’inchiesta Hybris. Il giudice ha inflitto: 8 anni e 4 mesi di carcere a Claudio Taccone (46), 13 anni e 6 mesi al figlio Ferdinando (22), 8 anni, 7 mesi e 10 giorni all’altro figlio Vincenzo – di Saint-Marcel (Aosta) -, 8 anni e 2 mesi a Domenico Mammoliti (27) e 3 anni a Santo Mammoliti (40), di Aosta. Contestati a vario titolo i reati di tentata estorsione, danneggiamento, rapina, tentato omicidio e lesioni, con l’aggravante del metodo mafioso.

'NDRANGHETA: ARRESTATI 4 ESPONENTI DEI PESCE DI ROSARNO

Como, in provincia di ‘ndrangheta

Fino Mornasco, Como, Lombardia. Oggi parla la ‘ndrangheta: “Il passato bisogna ricordarlo compà! (…) Perché per imparare qualcosa devi ricordarti il passato, se no non impari mai”. La tradizione prima di tutto. Dopodiché gli affari: “Tu ancora devi pensare a domani, no a ieri. A ieri non ci devi pensare più (…) Quello che hai fatto ormai, di qua a la sei arrivato. Ti devi preoccupare da qui a li”. Passo dopo passo insomma. Come in Calabria anche qui nell’alta Brianza tra Fino, Appiano Gentile, Cadorago, Bulgorello e Cirimido, i boss seguono lo spartito criminale che impone un basso profilo per tutelare il business e intavolare rapporti con la politica locale, con le imprese, con la massoneria. Saggezza criminale da tramandare a figli e nipoti. Di nuovo in presa diretta. “Io dovevo essere destinato a prendere il suo posto, sicuramente a lavorare insieme a lui (…) e guarda che lui è uscito a luglio dell’anno scorso, è venuto e ha cominciato il discorso, ha preso il giro lungo: no perché sai, qua e là, tu hai il mio nome, tutto quanto, già la credibilità è diversa”.

POLITICA, MAFIA E PREFERENZE
“QUESTO CI PROCURA VOTI CERTI”
Questo il quadro di un territorio per nulla toccato dalle ultime grandi inchieste dell’antimafia milanese e che, negli anni, ha visto tornare in libertà boss di primissimo piano. L’istantanea emerge dalle carte di un’indagine della Dda su cui, però, pende una richiesta di archiviazione. E nonostante questo le intercettazioni e le annotazioni dei carabinieri di Como fotografano un territorio a tal punto infiltrato dalla ‘ndrangheta che un noto consigliere comunale di Fino Mornasco, già assessore nello stesso comune può permettersi di salutare un pregiudicato legato al clan locale con l’appellativo di “cumpà”. E sempre lo stesso, perorando la licenza commerciale di Luciano Nocera, pregiudicato, trafficante in stretti rapporti con i boss, parla così con un notissimo ex consigliere regionale del Pdl: “Guarda abbiamo fatto un affare perché se il problema glielo risolviamo questo qua è uno che mo smette di lavorare e va in giro e ci procura voti certi”.

ONORE E SANGUE, L’OMICIDIO DEL CORRIERE
DELLA COCA E LA RUSPA IN CASA DEL SUPERBOSS
A volte, però, qualcosa s’inceppa. Perché nel mondo mafioso onore, rispetto, denaro sono pilastri attorno ai quali ruota tutto. Muore per questo Ernesto Albanese, 33enne di Polistena (Reggio Calabria), residente a Fino Mornasco. Muore con un colpo di pistola alla testa e finisce in una buca di tre metri dentro a un cantiere abbandonato a Guanzate. Il suo corpo viene ritrovato il 2 ottobre 2014 dalla squadra Mobile di Como. Gli investigatori ci arrivano seguendo le indicazioni di un nuovo collaboratore di giustizia il cui nome, ad ora, viene tenuto riservato. Il corpo di Albanese sarà poi identificato il giorno dopo. La scientifica che lavora sul posto si avvale anche di esperti di scavi archeologici. Si studiano le stratificazioni del terreno. Di più: i tecnici riescono a fare un calco in gesso della benna che ha scavato la buca. Un calco, che secondo fonti qualificate, corrisponde a una ruspa trovata ad Appiano Gentile nella villa di un noto pregiudicato della zona, coinvolto negli anni Novanta nell’operazione La notte dei fiori di San Vito. Si tratta della prima inchiesta che svelò la capillare presenze delle ‘ndrine in territorio lombardo. I pentiti dell’epoca raccontarono dei suoi traffici di droga. L’indagine lo descrisse come capo società di una locale di ‘ndrangheta in un comune del Comasco. Quando lo arrestarono gli investigatori trovarono nel suo appartamento diverse formule di affiliazione.

NARCOTRAFFICANTI E BOSS
COCAINA, PISTOLE, AFFARI 
E che l’omicidio di Ernesto Albanese, già arrestato nel 2008 perché trovato con un due chili di cocaina, sia di matrice mafiosa lo racconta la recente inchiesta del pm di Milano Marcello Musso che nel luglio 2014 ha chiuso l’operazione Pavone 4 su diversi gruppi di narcotrafficanti legati al crimine organizzato. Negli ordini di cattura, eseguiti dal Ros di Milano, c’era anche Ernesto Albanese descritto come un corriere della droga per conto di Luciano Nocera, quello dei “voti certi”, legato da un lato alla ‘ndrangheta di Fino Mornasco e dall’altro fornitore di cocaina per conto di un’altra cosca, già coinvolta nell’operazione Infinito del 2010.

Nel 2008 Albanese viene fermato proprio mentre sta portando un carico ai boss calabresi. Nell’estate 2014, però, la vittima sfugge agli arresti. Il Ros di Milano non lo trova. E del resto, secondo la ricostruzione della Mobile di Como, le tracce del “corriere della coca” si perdono nel giugno 2014, mese in cui presumibilmente viene ucciso. Nello stesso periodo qualcuno spara tre colpi di calibro 9 contro alcune case nel comune di Bulgorello. Finiscono nell’appartamento di due coniugi del tutto estranei alla vicenda. Il 9 ottobre 2014 per quel fatto viene fermato Francesco Virgato detto Frank, 44enne di Mariano Comense. Virgato, ad oggi, non è accusato dell’omicidio. Il suo nome però compare nelle annotazioni dei carabinieri di Como che hanno indagato sui traffici di droga di Nocera. I due, secondo i militari sono legati. Di più: Virgato più volte è stato visto entrare e uscire dalla casa del boss locale.

SCONTATA LA PENA I CAPI TORNANO LIBERI E SI RIPRENDONO
IL TERRITORIO: LA CONNECTION CON L’AMMINISTRAZIONE
Insomma, la vicenda di Ernesto Albanese, che poteva finire archiviata come un caso di lupara bianca, alza il velo su uno spaccato criminale che in questa zona mette insieme boss di ‘ndrangheta certificati da condanne definitive e ora tornati in libertà, insospettabili mai sfiorati dalle indagini e politici un po’ troppo spregiudicati nei loro rapporti. Una fotografia impietosa scattata dall’inchiesta Arcobaleno condotta dalla Dda di Milano e sulla quale pende una richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero Mario Venditti. Nelle carte dell’indagine, però, il ragionamento dei carabinieri di Como è chiaro. “Siamo in presenza – si legge – di un assalto finanziario all’intera area canturina (…). Sono ormai consolidate sul territorio lariano alcune presenze che costituiscono il terminale delle attività economico finanziarie delle ‘ndrine del Reggino”.

L’attenzione della magistratura così si fissa su un preciso gruppo criminale che dimostra di avere “influenza anche per quanto concerne l’infiltrazione nella pubblica amministrazione che riguarda i comuni di Cadorago, Appiano Gentile e Guanzate”. Ancora i carabinieri: “Esempio classico di tale capillare condizionamento è l’attivismo evidenziato per le elezioni regionali del marzo 2010, attraverso la promozione di un candidato tra politici, imprenditori e pregiudicati locali, convocati in appositi e segreti vertici per il controllo del voto elettorale finalizzato appunto alla vittoria del candidato amico”. Lo stesso candidato, rieletto al Pirellone nel 2010, che, a proposito del sostegno elettorale, ragiona in questo modo: “Preferisco sedermi col peggior delinquente di questo mondo ma di parola”.

PAROLE IN LIBERTA’, IL VICESINDACO: “LE PISTOLE
LE TROVIAMO IN OGNI ANGOLO DEL MONDO”
E se l’obiettivo è quello di racimolare voti, ecco la posizione di un sindaco della zona: “Perché – si legge nel brogliaccio – c’è chi fa il lavoro sporco dietro (…) è andare poi casa per casa a raccogliere voti e in questo ti posso garantire che abbiamo un’organizzazione capillare…”. Prosegue l’ex vice sindaco: “Fa invidia ai migliori investigatori di tutto il mondo”. Aggiunge: “Perché tu sai qual è la mia provenienza? Le pistole le troviamo in ogni angolo del mondo”. E ancora: “Tu devi pensare che hai di fronte anche delle famiglie meridionali”.

Se il boss, visto le sue condanne definitive, sta dietro le quinte, i rapporti con impresa e politica vengono tenuti da suoi fiduciari che magari hanno condanne per droga ma non per mafia. Le intercettazioni fissano il punto. E’ il gennaio 2010 e, ricostruiscono i carabinieri, la ‘ndrangheta di Fino Mornasco lavora pancia a terra per sostenere il proprio candidato alle regionali. Ne parlano un ex assessore di Cadorago e un pregiudicato legato ai boss nonché presidente di una squadra di calcio locale. “Si evince – annotano gli investigatori – l’interessamento per la campagna elettorale in vista delle consultazioni elettorali regionali”. Dice l’uomo dei boss: “Non bisogna dormire”. Risponde l’assessore: “Io mi fido solo di te e del mio cane”. Quindi chiude la chiamata: “Va bene comunque dai ci troviamo e parliamo anche un attimino a voce che è meglio”.

Non c’è, poi, solo il comune, ma anche la provincia di Como. Emerge così la figura di un consigliere eletto nel 2009 grazie ai voti della malavita. Ancora le intercettazioni colgono l’oggettività delle conversazione tra il “collaboratore del boss” e il politico. Dice il secondo: “Ti faccio gli auguri di buon Natale, sono il consigliere provinciale, mi hai fatto la campagna elettorale, a Cadorago ho vinto per te”. Risposta: “Mi sono impegnato”.

L’UOMO D’AFFARI, L’ONOREVOLE DELL’UDC
E IL FRATELLO DI UN EX GOVERNATORE DEL SUD 
Boss, politici e uomini d’affari, rispettati, insospettabili, capaci di tessere rapporti ben oltre le amministrazioni locali. E’ il caso di un personaggio nato in Calabria ma residente a Cadorago “che – annotano i carabinieri – costituisce elemento di raccordo tra alti esponenti della ‘ndrangheta lombarda e alcuni esponenti politici di rilievo”. Dai tabulati e dai servizi di osservazione spunta anche un ex onorevole dell’Udc, nonché il fratello di un importante politico calabrese.

Questo il contesto che emerge dalle intercettazioni. Un contesto, va ricordato, che ad oggi resta estromesso dal campo penale. C’è la ‘ndrangheta , ma non c’è reato. Paradossale. Soprattutto se si rilegge la storia recente di questa zona. Storia fatta di attentati e di omicidi. Tanto per capire tra il settembre 2000 e il gennaio 2001 in questa zona si registrano sei attentati intimidatori. Per sei volte ignoti sparano contro le saracinesche di locali che gestiscono macchinette videopoker. Il far west, però, passa sotto traccia. Addirittura nella notte del 4 marzo 2001, vengono colpiti contemporaneamente quattro locali. In quello stesso periodo, fanno notare i carabinieri, il boss di Fino Mornasco, attraverso l’interfaccia della moglie, apre una società che, guarda caso, gestisce videopoker.

Nel 2008, poi, si spara e si uccide. Ecco un breve stralcio dell’annotazione dei carabinieri: “In data 8 Agosto 2008 alle ore 17.25 circa, in Cadorago (CO), frazione Bulgorello, presso il bar Arcobaleno in via Monte Rosa n. 8, veniva ucciso con tipiche modalità di agguato mafioso Franco Mancuso”. L’omicidio ad oggi resta irrisolto. La pista iniziale puntò dritta negli ambienti della ‘ndrangheta locale. Di più: una lettera anonima indicò nel mandante dell’omicidio un noto pregiudicato già condannato per mafia e indicato capo società di una ‘ndrina locale. Lo stesso che in casa teneva la ruspa utilizzata per seppellire Ernesto Albanese. Nulla si fece. Vinse l’omertà. La storia oggi rischia di ripetersi.

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‘Ndrangheta a Imperia: merde in gabbia

“È meglio se da qui non mi fate più uscire, perché se esco vi taglio la gola a tutti”. Vincenzo Marcianò, il figlio intemperante del presunto boss della ‘ndrangheta di Ventimiglia, Peppino Marcianò, non è nuovo a sparate del genere e quando oggi, il tribunale di Imperia lo ha condannato, insieme al padre, rispettivamente a 13 e 16 anni, ha inveito contro la corte: “Ti sei venduto il processo. Sei un coso lordo – ha imprecato contro il presidente del collegio giudicante, Paolo Luppi-. Sei un infame. Ti sei messo d’accordo con il pm. L’homo sapiens! Sa tutto lui!”

La sentenza è storica: per la prima volta un tribunale ligure ha sancito l’esistenza di un’organizzazione mafiosa dislocata sul territorio, dopo anni di inchieste (Roccaforte, Colpo della Strega, Spi.Ga, Maglio e Maglio 3, Crimine, e infine non a caso quella soprannominata La Svolta) che coinvolgevano gli stessi personaggi, senza mai riuscire a portare a casa il risultato in sede giudiziaria.

Associazione mafiosa per dodici degli imputati, fra i quali, Peppino Marcianò, condannato a 16 anni e Antonio Palamara, da alcuni collaboratori di giustizia indicato come il vero capo di Ventimiglia e, per questo, condannato a 14 anni. Tredici anni, per Vincenzo, Marcianò, figlio di Peppino e 7 anni e sei mesi al suo omonimo, nato nel ’48. Sette anni ad Annunziato Roldi ed Ettore Castellana, colpevoli dell’attentato intimidatorio ai danni dell’imprenditore Piergiorgio Parodi. Condanne pesanti anche per i fratelli Pellegrino, già implicati anche in altri processi: 16 anni per Maurizio e 10 anni e sei mesi per Giovanni e Roberto.

Condanne che, se non hanno accolto in pieno le richieste del pm, Giovanni Arena, (che era arrivato a chiedere fino a 22 anni) hanno comunque accolto la sua tesi. Con la sola e importante eccezione degli apporti politici. Assolti, infatti, ai sensi dell’articolo 530 del codice penale, l’ex sindaco di Ventimiglia Gaetano Scullino e il suo city manager, Marco Prestileo. Secondo l’accusa decaduta, i due avrebbero agevolato la cooperativa Marvon, controllata da Marcianò, nell’assegnazione di alcuni appalti attraverso la controllata comunale Civitas. Resta il fatto inquietante che, la notte dopo la deposizione in tribunale di Marco Prestileo, l’auto intestata alla moglie ha preso fuoco, in quella che oramai viene definita la “Riviera dei fuochi”.

Nonostante le condanne pesanti, la situazione in aula si era mantenuta accettabile (solo il grido di dolore della madre dei fratelli Pellegrino) fino alla lettura del dispositivo di risarcimento alle parti civili: 600mila euro al comune di Ventimiglia, e 400mila a quello di Bordighera. La richiesta dei danni, insieme con la con la confisca dei beni alla famiglia Pellegrino, ha dato fuoco alle micce: “Ecco dove volevate arrivare. A prendervi i nostri soldi” – è sbottato il solito Vincenzo. Da lì è stato un crescendo di minacce e tentativi di uscire dalla gabba, fino al rifiuto di essere condotti fuori in manette, perché – ha spiegato uno dei detenuti – noi siamo gente onesta e vogliamo rispetto”.

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