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‘Ndrangheta e processioni: parla Gratteri

Sempre continuando il discorso che facevamo qui e qui, l’intervento di Gratteri puntualizza (sulla stessa linea):

”Le mafie si nutrono di consenso popolare. Per esistere, cercano la gente: sono presenti li’ dove c’e’ da gestire denaro e potere e dove ci sono grandi folle, come nelle manifestazioni sportive ma soprattutto nelle e vicino alle processioni religiose”. In un colloquio con l’Adnkronos, il procuratore aggiunto presso il tribunale di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, torna a lanciare l’allarme infiltrazioni delle ‘ndrine nei riti della Settimana Santa. ”E’ importante -rimarca il magistrato antimafia- in questi giorni pasquali vigilare, soprattutto in Calabria, contro ogni tentativo di infiltrazioni mafiose, perche’ per i capi della ‘ndrine la processione e’ una vetrina: amano farsi vedere vicino a santi e preti”. ”Bisogna intervenire per prevenire strumentalizzazioni -ribadisce il procuratore- come ha fatto il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Vibo Valentia”, presieduto dal prefetto Giovanni Bruno, intervendo sulle processioni dell’Affruntata di Stefanaconi e Sant’Onofrio, nel vibonese, che si svolgono la mattina della domenica di Pasqua. Quest’anno, scrive infatti il ‘Quotidiano della Calabria’, i portatori del Cristo Risorto, della Madonna e di San Giovanni, non saranno sorteggiati: li scegliera’ la Protezione civile tra i propri volontari. Una decisione concertata con il vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, mons. Luigi Renzo. Il 14 aprile scorso, nel corso della sua audizione in commissione Antimafia, Gratteri aveva sottolineato che gli ndranghetisti ”sono molto legati alla Madonna di Polsi, custodiscono immagini di S. Michele Arcangelo e -new entry negli ultimi anni- nei blitz messi a segni nei covi dei latitanti abbiamo trovato immagini di Padre Pio”.

Ora è ufficiale: a Roma il “Café de Paris” era in mano alla ‘ndrangheta

Dopo la notizia chissà che anche i più timidi trovino un po’ di voce in gola per provare a ripeterlo con noi. (Grazie al Gruppo Antimafia Pio La Torre di Rimini per la velocissima segnalazione).

Un altro colpo alle mafie che si infiltrano a Roma, comprano locali d’oro del Centro, penetrano lentamente nei nervi dell’economia della città. A portarlo è la Procura, che da tempo, con la guida del procuratore generale Giuseppe Pignatone, ha iniziato una guerra di trincea contro gli interessi delle cosche. E questa volta il simbolo dell’operazione è il Café de Paris, un tempo tempio della Dolce Vita e oggi finito in mano a organizzazioni criminali.

Si è concluso con quattordici condanne per oltre 40 anni di carcere il processo che vedeva imputati ventiquattro esponenti del gruppo calabrese degli Alvaro. La sentenza è stata pronunciata dai giudici della VII sezione del Tribunale davanti alla quale ventiquattro persone erano imputate di essere entrate in possesso di numerose attività commerciali come bar e ristoranti. E tra questi anche il famoso locale che negli anni Cinquanta e Sessanta vedeva spesso i flash dei paparazzi.

In particolare le condanne più pesanti sono state inflitte a Vincenzo Alvaro, 7 anni, a sua moglie Grazia Palamara, 4 anni, a Damiano Villari (4 anni e 6 mesi). Per gli altri pene varie, dai 2 anni e 6 mesi ai 3 anni. Il pubblico ministero Francesco Minisci a conclusione della requisitoria aveva chiesto ventiquattro condanne.
La vicenda culminò il 14 giugno 2011, nell’arresto, da parte dei carabinieri del Ros, di due persone in diciassette perquisizioni nei confronti di altrettanti indagati, tutti ritenuti affiliati alla cosca ‘ndranghetista degli Alvaro, originaria di Sinopoli e Cosoleto, due Comuni non lontani da Reggio Calabria, con il compito di reinvestire i capitali illeciti acquistando attività commerciali preferibilmente in Centro.

A Roma (ancora) il caffè corretto ‘ndrangheta

E’ stato chiesto dalla Procura di Roma il processo per 9 persone, alcune delle quali ritenute vicine alla ‘ndrina dei Gallico di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, che aveva investito nella capitale i denari illeciti in società, beni mobili e immobili, tra cui l’Antico Caffè Chigi, a piazza Colonna, punto di riferimento di ministri e sottosegretari.

Trasferimenti fraudolento di beni aggravato dal metodo mafioso è l’ipotesi di reato che la procura ha contestato a Francesco Frisina, Carmine Saccà, Alessandro Mazzullo e poi a Maria Antonia Saccà, Claudio Palmisano, Andrea Porreca, Grazia Rugolo, Giuseppe Vincenzo Distilo e Carla Voluttà.

Il prossimo 12 giugno sarà il gup Riccardo Amoroso a pronunciarsi sulla richiesta della procura, ma due imputati (Distilo e Voluttà) hanno già chiesto di essere giudicati con rito abbreviato. Per questa vicenda, Frisina, Saccà e Mazzullo finirono in manette lo scorso anno nell’ambito di un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma che, indagando su prestanome (familiari e non) in qualche modo legati alla cosca calabrese, portò alla luce l’esistenza di un progetto di infiltrazione nella realtà economico-finanziaria della capitale tramite il reinvestimento di cospicue somme di denaro di provenienza illecita. All’attenzione degli investigatori finì la titolarità delle quote della ‘Macc4 slr’, proprietaria del bar ‘Antiche Murà, quella della ‘Sapac srl’, che gestisce numerosi discount e supermercati, e poi della ‘Lasara 98 srl’, cui è riconducibile il ristorante ‘Platinum’, oltre all’Antico Caffè Chigi, le cui quote appartenevano alla ‘Colonna Antonina 2004 srl’.

Tra Rozzano e Vibo Valentia

Operazione contro la ‘ndrangheta tra Calabria e Lombardia. I carabinieri hanno arrestato undici persone ritenute appartenenti alla cosca Patania di Stefanaconi (Vibo Valentia), tra cui anche un’ex militare dell’Arma. I fermi sono stati disposti nella provincia calabrese, ma anche in Lombardia: a Rozzano, hinterland milanese, Cantù e Carugo, entrambe in provincia di Como. L’operazione è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ed eseguita dai militari del comando provinciale di Vibo Valentia.

I presunti affiliati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di numerosi reati, tra cui: associazione di tipo mafioso, usura, estorsione. Tra i fermati c’è anche un ex maresciallo dei carabinieri  ed ex comandante della stazione di Sant’Onofrio, il maresciallo Sebastiano Cannizzaro, radiato dall’Arma nel febbraio scorso. Anche l’ex militare è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbe agevolato le attività della cosca Patania di Stefanaconi. Cannizzaro, già indagato, era stato sospeso nel maggio 2012 prima di essere radiato definitivamente, adesso si trova nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (Caserta).

Sempre meglio l’azienda ‘ndrangheta

L’istituto Demoskopika ha effettuato una stima del giro d’affari di una delle più potenti organizzazioni criminali al mondo, la ‘ndrangheta: la mafia calabrese conta circa 60 mila affiliati e ha quasi 400 cosche ‘drine operative in 30 Paesi nel mondo, generando un fatturato complessivo di 53 miliardi di Euro. Per dare un’idea dell’enormità delle cifre, basta dire che è la somma dei fatturati di due colossi come Deutsche Bank e Mcdonald’s, e corrisponde ben al 3,5% del Prodotto interno lordo del nostro Paese per il 2013.

“Il maggiore introito – emerge dalla ricerca di Demoskopika – è costituito dal traffico di stupefacenti che determinerebbe guadagni per 24,2 miliardi di euro. Un’altra importante fonte di profitto è costituita dall’attività di riciclaggio che ha assicurato alle cosche calabresi un profitto di 19,6 miliardi di euro. Risultano significativi anche i guadagni criminali relativi a estorsioni e usura (2,9 miliardi di euro), agli appalti pubblici (2,4 miliardi di euro), al gioco d’azzardo (1,3 miliardi di euro). Meno rilevanti invece i proventi dal traffico di armi (700 milioni di euro) e di rifiuti illeciti (670 milioni di euro), dalla prostituzione (370 milioni di euro), dalla contraffazione (330 milioni di euro) e dall’immigrazione clandestina (130 milioni di euro), ma si tratta pur sempre di cifre enormi che vanno a incrementare un bilancio più che remunerativo e allettante”.

“La ‘Ndrangheta – dichiara l’economista e autore dello studio di Demoskopika, Raffaele Rio – è percepita come una componente ‘normale’ dal mondo produttivo. Si arriva ad una situazione paradossale per cui l’insieme delle attività vessatorie nei confronti delle aziende, dal racket all’usura, dagli incendi dolosi alle rapine, fino ai meccanismi più sofisticati di infiltrazione nel mercato, sembrano ormai costituire un sottofondo latente, uno scenario inevitabile delle loro attività. In questo quadro la criminalità organizzata calabrese rappresenta un evidente ostacolo che grava pesantemente sullo sviluppo del territorio”.

“Dal punto di vista economico – sottolinea Rio – scoraggia la libera iniziativa, altera il mercato e i meccanismi della concorrenza, crea monopoli basati sull’intimidazione e l’interesse privato; dissemina paura, determina sprechi e inefficienze. Sul versante sociale genera il consenso di pochi e l’acquiescenza di molti che, per quieto vivere, per interesse o per paura, preferiscono far finta di non vedere e perfino sottostare alle richieste dei criminali, piuttosto che denunciare e schierarsi apertamente contro di essi”.

“Queste trasformazioni – conclude l’economista – finiscono per avvicinare alla criminalità organizzata strati sempre più ampi di popolazione che, pur non appartenendo alle famiglie mafiose e non volendo condividere nulla degli affari dei boss, sono in qualche modo condizionati da una presenza che trae la sua forza dalla capacità di esercitare un capillare controllo del territorio”.

Secondo le stime dell’istituto Demoskopika, inoltre, le attività di usura e di racket esercitate dalla ‘ndrangheta nella sola Calabria provocherebbero una mancata crescita di 3,5 punti sulla ricchezza complessiva prodotta dalla Regione, che ammonta a 1,2 miliardi di euro, e ne sarebbero vittime oltre 40 mila commercianti e operatori economici.

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Mafia al nord: vittime o collusi?

L’ultima evoluzione ha permesso alla ‘ndrangheta lombarda di creare una propria banca clandestina a Seveso, in Brianza. Capace, grazie a collusioni con insospettabili e casse sempre gonfie di contanti derivante dall’usura, di concedere finanziamenti e prestiti. Tanto che il gip di Milano Simone Luerti scrive nella sua ordinanza di custodia cautelare contro l’organizzazione di Giuseppe Pensabene, 46 anni affiliato alla ‘ndrangheta fin dagli anni 80 e capo della locale di Desio, che ci troviamo di fronte a una “nuova mafia“. Dove non è indispensabile né l’affiliazione, né le pistole, né la gerarchia. L’operazione della squadra mobile, guidata da Alessandro Giuliano, e della Direzione distrettuale antimafia di Milano traccia tre diversi identikit di imprenditori disposti a organizzare affari con la ‘ndrangheta. Profili diversi, che allo stesso tempo hanno tra loro punti in comune: tengono sempre la bocca chiusa e non hanno mai un ripensamento. Perché l’obiettivo ultimo è sempre lo stesso: fare soldi. Torna a sottolineare la gravità di questo aspetto, il procuratore aggiunto Ilda Boccassini: “Ancora una volta, abbiamo trovato imprenditori usurati e malmenati che hanno preferito non denunciare”. Nelle 700 pagine dell’ordinanza che ha portato a 34 ordinanze di custodia cautelare spiccano tre nomi: Antonio Rosati, Fabrizio Politi e Fausto Giordano.

L’ex presidente del Varese Calcio non denuncia
Rosati è un importante costruttore di Varese e vice presidente esecutivo del Genoa che entra in affari con il gruppo di Pensabene – scrive il giudice – “per compiere alcune speculazioni edilizie”. L’ex presidente del Varese Calcio, candidato in una lista civica che alle elezioni regionali del 2013 in Lombardia appoggiò Roberto Maroni, viene avvicinato nel 2012 da Pensabene. E alla fine si trova costretto a cedere alcuni appartamenti al gruppo, per far fronte a un debito contratto da un altro imprenditore con gli uomini della locale. Rosati, che non risulta coinvolto nelle indagini dell’antimafia milanese, sostiene di “non aver mai avuto niente a che fare con persone legate alla criminalità organizzata” e che “non avrebbe difficoltà a rivolgersi all’Autorità giudiziaria”. Cosa che, secondo gli inquirenti, non è avvenuta nonostante le ripetute minacce e intimidazioni.

Politi, “il nuovo Briatore”, in affari con i boss
C’è poi chi accoglie come manna dal cielo i soldi della ‘ndrangheta, convinto che il sodalizio possa mettere in sesto i conti dissestati delle proprie aziende. E’ il caso dell’imprenditore navale Fabrizio Politi, livornese di 41 anni. Il proprietario della Fashion Yachts, ditta di imbarcazioni di lusso, torna al centro delle cronache questa volta non per la vita mondana o le relazioni con la ex Spice Girl Geri Halliwell e la modella Naomi Campbell (guarda il video), ma per i suoi rapporti con il presunto boss Pensabene, che gli costano l’arresto. “Il nuovo Briatore”, come lo definivano qualche anno fa le riviste scandalistiche, sa benissimo con chi si sta per mettere in affari. Il suo socio Emanuele Sangiovanni, finito anche lui in manette, durante le conversazioni intercettate non usa giri di parole: “Questi non hanno studiato ad Harvard”. Lo stesso concetto viene ribadito sempre da Sangiovanni quando Politi, per sdebitarsi, vuole invitare il capo della locale di Desio a vedere una partita dell’Inter a San Siro: “Meglio non farsi vedere con quelli”. Segno – ragiona il giudice – che Politi conosce bene lo spessore criminale dei suoi soci. Ma poco importa. I due imprenditori, tra il 2011 e il 2012, spalancano le porte della loro società Italianavi srl ai finanziamenti della ‘ndrangheta. Hanno bisogno di soldi, e alla “nuova mafia” di certo non mancano capitali da investire. Anche perché – scrive il gip – Pensabene ha sempre considerato la nautica un settore ideale per ripulire il denaro. Politi e Sangiovanni approfittano anche della banca clandestina messa su dal boss per prestiti. Ma i due riescono a fatica a mantenere gli impegni presi e allora pensano di cedere il proprio cantiere navale di Viareggio al gruppo.

Il sodalizio culmina però – secondo gli investigatori – con le minacce all’imprenditore viaregginoFrancesco Guidetti, nome tra i più prestigiosi nella nautica versiliese. A maggio del 2012 Politi, per l’accusa, costringe l’imprenditore ad accettare le condizioni imposte da Pensabene – che intanto è deciso a mettere le mani sulla società Italianavi – e dal suo gruppo criminale. Perché Guidetti, che vanta un credito di circa 240mila euro nei confronti della società Italianavi Srl di Sangiovanni e Politi, deve essere convinto a “ridurre le sue pretese creditorie” e a sborsare quattrini per “finanziare in parte il completamento della costruzione di alcune imbarcazioni di lusso, affare gestito dalla stessa Italianavi, e nel quale era coinvolta direttamente, come finanziatrice, anche l’associazione mafiosa capeggiata da Pensabene”.

Da vittima a imprenditore organico alla ‘ndrangheta
Se nelle pagine dell’ordinanza Politi appare ancora come un imprenditore borderline – propenso a concludere affari e a commettere eventuali reati, ma comunque esterno all’organizzazione -, c’è un’altra la figura che viene partorita dalla “nuova mafia”. Quella della vittima che, una volta saldati i debiti con l’organizzazione, compie una metamorfosi e diventa organica alla ‘ndrangheta. Fausto Giordano, attivo nell’edilizia, nel gennaio 2012 subisce un’evoluzione: dopo aver estinto  l debito con Pensabene entra a far parte del gruppo. Anche se per lui quello della mafia non è un terreno sconosciuto. Gli investigatori della Mobile, già prima dell’arresto per associazione mafiosa dei giorni scorsi, lo ritengono vicino alla famiglia di Domenico Pio, detto “Mimmo” o “Mico”, esponente di spicco della locale di Desio arrestato nell’operazione “Infinito”, che nel 2010 inflisse un duro colpo alle ‘ndrine del nord e lasciò un vuoto di potere pronto a essere subito riempito anche da Pensabene. Giordano nel 2012 è asfissiato dai debiti e le casse della sua azienda sono ridotte all’osso. Riceve un prestito da 200 mila euro dalla locale di Desio. Reinveste e riesce a tirare un sospiro di sollievo. Poi riesce a estinguere il debito con la banca di Pensabene cedendo due appartamenti. E’ dopo aver saldato i conti che l’imprenditore svizzero diventa organico al gruppo: finanzia le collette per i detenuti ‘ndranghetisti in carcere, riscuote i debiti per conto dell’organizzazione – che deve agire con prudenza perché sorvegliato speciale -, e procaccia nuovi clienti da buttare in pasto alla banca della ‘ndrangheta e ai suoi interessi usurai. Giordano mette al servizio dell’organizzazione le sue società di copertura e indossa le vesti del mediatore per convincere altri imprenditori a saldare i debiti. E’ su di lui che vengono puntati gli occhi della squadra mobile di Milano nel 2010. Ed è seguendo le sue tracce che l’antimafia milanese immortala l’ultimo balzo in avanti della ‘ndrangheta in Lombardia.

(Un bel pezzo di Alessandro Bertolini)

La “banca” del nord, serva della ‘ndrangheta

L’analisi di Piero Colaprico:

E’ una retata anti-ndrangheta che sembra avere aspetti incredibili. La squadra Mobile di Milano ha chiuso – queste le prime indiscrezioni – una specie di ‘banca autonoma’ della ‘ndrangheta. Era a Seveso (in provincia di Monza e Brianza) ed era gestita da un’organizzazione capace sia di riciclare con facilità il denaro di imprenditori che volevano evadere il fisco, sia di prestare soldi e di reinvestire in aziende sane. Gli ordini di cattura riguardano 34 persone. Il perno sul quale ruota l’indagine è Giuseppe Pensabene, ex soldato della famiglia Imerti nella guerra di ‘ndrangheta, diventato però al Nord un usuraio-ragioniere, capace di tenere a freno le armi e usare la testa. In un’intercettazione viene definito “come la banca d’Italia” ed era anche il reggente della Locale di Desio, il clan in larga parte sgominato dall’inchiesta Infinito. 

Imprenditori collusi. Coinvolto, e non è la prima volta, il mondo delle attività produttive: già un anno fa Boccassini aveva lanciato un avvertimento in questo senso. Una decina sarebbero, infatti, gli imprenditori arrestati, proprio con l’accusa di riciclaggio o di concorso in associazione mafiosa. Come sinora non hanno parlato loro, così nessuna denuncia è stata presentata da altri imprenditori o commercianti vittime di usura: alcuni si erano messi al servizio del clan. Pochi i dettagli che trapelano dal blitz, ma sembra anche che, per la prima volta in maniera così vasta, ci siano sequestri preventivi di beni mobili e immobili del valore di alcune decine di milioni di euro, sia in Lombardia che in Calabria, ai danni delle persone finite nell’inchiesta firmata dai magistrati D’Amico e Ilda Boccassini.

Il meccanismo della frode al fisco. A servirsi della sua banca clandestina con addentellati anche all’estero (in Svizzera e nella Repubblica di San Marino) erano numerosi imprenditori incensurati. Alcuni si sono rivolti al clan con questo schema: emettevano assegni alle sue società e, in cambio di una percentuale del 5 per cento, riavevano indietro il denaro contante. Facevano, cioè, figurare spese corpose, ma inesistenti nella realtà, per frodare il fisco. Lo stesso sistema, in piccolo, della frode sulla compravendita dei diritti televisivi che ha visto condannare Silvio Berlusconi. Nessuna denuncia è stata presentata da altri imprenditori o commercianti vittime di usura: alcuni si erano messi al servizio del clan.

“Nuova mafia”. Il gip Simone Luerti, dopo aver letto le intercettazioni, parla di “nuova mafia”. I reati contestati, che vanno dall’associazione mafiosa, al concorso esterno in associazione mafiosa, dal riciclaggio all’esercizio abusivo del credito, dall’usura alle estorsioni, dal contrabbando all’interposizione fittizia di società e di beni immobili, mostrano sì la violenza di qualche pestaggio, e raccontano di armi nascoste, ma spiegano soprattutto come l’omicidio sia visto ormai come l’estrema e dannosa soluzione. “Non è che manca chi deve andare a sparare, non è che il problema è solamente sparare, le conseguenze sono dopo”, dice Pensabene, che spesso viene chiamato per mettere pace tra clan, tra vari estorsori, tra chi si contende il potere della mala.

Gli uffici postali. Se i luoghi di ritrovo del clan sono un bar di Bovisio Masciago, o un locale a Seveso che loro stessi chiamano “il Tugurio” (è qui che sono state piazzate le microspie, è qui che si vedono i criminali contare i soldi), bisogna però considerare che i boss mantenevano un alto tenore. Ma, tra gli aspetti inediti di questo blitz, c’è il rapporto dei clan con le Poste. In queste ore stanno finendo nei guai alcuni dirigenti di uffici postali della Brianza: in barba a qualsiasi normativa, consegnavano agli imprenditori-usurai-banchieri anche centomila euro alla volta, in contanti. Il vorticoso giro di denaro ha lasciato numerose tracce, si parla di un impiegato corrotto (ma non è stato identificato) e almeno due sono i dirigenti messi agli arresti domiciliari.

La Spal. Secondo le prime indiscrezioni, nel “tugurio” si è presentato, a nome della Spal, società calcistica, Giambortolo Pozzi, direttore generale, chiedendo soldi e parlando di un prestito di 100mila euro già concesso: era il 2011, la Spal di lì a poco sarebbe stata ceduta.

RadioMafiopoli19. Antonio Nicaso: “La regola del magistrato in servizio usata per Gratteri ma non per Mancuso, perché?”

La nuova puntata di RadioMafiopoli è un gioiello a cui tengo moltissimo. Antonio Nicaso è probabilmente lo studioso di ‘ndrangheta che più di tutti mi ha insegnato attraverso i suoi scritti e (soprattutto) attraverso la sua splendente etica e umanità (ah, averne di grandi professori che non siano piccoli uomini…). Abbiamo parlato di ‘ndrangheta internazionale, di cultura, leggi e ovviamente di Nicola Gratteri. Ovviamente perché Antonio Nicaso è grande amico e da anni coautore del magistrato calabrese. L’intervista andrebbe sbobinata per diventare materiale di studio:

Processo Crimine: pene confermate in appello

Anche in Appello è stata riconosciuta la natura unitaria della ‘ndrangheta. Si è concluso nel tardo pomeriggio, in aula bunker a Reggio Calabria, il processo “Crimine” che vedeva alla sbarra 124 imputati arrestati nella maxi-operazione scattata nel luglio 2010 quando i carabinieri hanno stroncato i vertici delle famiglie mafiose della provincia reggina. Un’inchiesta legata all’indagine milanese “Infinito” che ha aperto uno squarcio sugli interessi della ‘ndrangheta in Lombardia.

Complessivamente il Tribunale di Reggio Calabria, presieduto dal giudice Rosalia Gaeta, ha inflitto96 condanne e 28 assoluzioni. È stato condannato a 10 anni di carcere anche l’anziano boss Domenico Oppedisano, 84 anni, ritenuto il “Capo crimine”. Soddisfatto, al termine della lettura del dispositivo di sentenza, il procuratore Federico Cafiero De Raho secondo il quale “questo è il procedimento che ha affermato l’unitarietà della ‘ndrangheta e ha tenuto sia in primo che in secondo grado. Si tratta di un’impostazione che in passato non è stata unanimemente condivisa, ma a partire da oggi si può dire che esiste una base giurisdizionale da cui partire, per cui non possiamo che definirla un successo”. “In Appello – ha aggiunto il procuratore – mantenere pene della stessa consistenza e in qualche caso riuscire anche ad aumentarle vuol dire che esistevano reali motivi di doglianza nei confronti della sentenza di primo grado”.

Con l’inchiesta Crimine il procuratore aggiunto Gratteri e i sostituti Antonio De Bernardo e Giovanni Musarò hanno svelato l’assetto della ‘ndrangheta. Certamente diverso da quello di Cosa Nostra siciliana ma ugualmente articolato. Pur mantenendo una struttura orizzontale, non ci sono più un insieme di cosche, famiglie o ‘ndrine scoordinate e scollegate tra di loro, ma un’organizzazione di “tipo mafioso, segreta, fortemente strutturata su base territoriale, articolata su più livelli e provvista di organismi di vertice”.

Il vertice è rappresentato dalla “Provincia” o “Crimine”, del quale facevano parte le famiglie mafiose dei tre mandamenti (tirrenica, jonica e Reggio Calabria città) all’interno dei quali si muovono i “locali”. Infine, c’è il quarto mandamento, quello della “Lombardia”, che raggruppa tutti i “locali” che operano nella ricca regione del Nord Italia ma che dipendono comunque dalla Calabria dove la ‘ndrangheta è nata e dove si continuano a prendere le decisioni importanti come quella di reprimere nel sangue ogni tentativo autonomista dalla “casa madre”. Proprio come è stato per l’omicidio del boss Nunzio Novella, ucciso per le sue velleità separatiste.

Ritornando a don Mico Oppedisano, l’anziano non era certamente un capo assoluto della ‘ndrangheta. Era stato nominato “capo-crimine” nel settembre del 2009, in occasione della festa di Polsi, ma non poteva prendere decisioni autonome. Piuttosto era una figura “super partes” individuata anche in base all’età e all’esperienza. A lui, in sostanza, sarebbe spettato il compito di dirimere i contrasti che potevano sorgere tra le cosche mafiose. Mantenere quell’equilibrio labile che ha portato la ‘ndrangheta ad essere l’organizzazione mafiosa più pericolosa al mondo, leader del narcotraffico internazionale.

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Quella filiale dell’Unicredit e le mafie all’ortomercato

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Dava finanziamenti senza nessun controllo che finivano in un traffico di droga. Per questo E.R., funzionaria di Unicredit a Milano, è stata condannata a due anni e otto mesi per riciclaggio. La sentenza della corte d’Appello di Milano è stata confermata nel luglio scorso dalla Corte di Cassazione. “Non importa che non conoscesse la provenienza di quei soldi, la condanna è giustificata dal fatto che non sono state rispettate le normative anti-riciclaggio”, scrivono i Supremi giudici. Un principio che potrebbe fare scuola e minare più facilmente il sodalizio grigio tra malavitosi e colletti bianchi. Le 27 pagine della Corte, che respingono i ricorsi di altri 6 imputati, raccontano proprio una storia fatta di traffici di droga, soldi e legami tra criminali, imprenditori e banche. E’ questo lo spaccato che affiora dalle nebbie dell’Ortomercato e dal processo nato dall’operazione For a King. Secondo i giudici di Milano, R. ha riciclato il denaro di Paolo Antonio, titolare e prestanome della rete di cooperative utilizzate da Francesco Zappalà e Salvatore Morabito per ripulire i soldi della cocaina.

Facciamo un passo indietro. In primo grado R. se la cava. Viene assolta perché i giudici sospettano che il riciclaggio sia avvenuto, ma non riescono a dimostrare che la donna sapesse da dove provenissero quei soldi. I giudici di secondo grado vanno oltre e ribaltano il giudizio. Con la consulenza di due periti e l’indagine interna di Unicredit riescono a ricostruire le operazioni scorrette della funzionaria che non aveva mai segnalato la natura delle società di Morabito e Paolo (Consorzio Europa e Nuovo Coseli contenitori di società fantoccio) né mai rispettato le norme anti-riciclaggio. Questo basta per condannarla.

Sono numerosi gli affidamenti concessi dal 2006 e il 2007 alle società fittizie, che vengono elargiti oltre i limiti consentiti alla funzionaria. Nonostante non fosse stata presentata alcuna documentazione. E per un ammontare di un milione e 899 mila euro. “Addirittura – si legge nella sentenza – talvolta mancava la stessa domanda di affidamento, oppure i bilanci presentati erano del tutto inconsistenti o la loro presentazione era del tutto omessa”.

Ma i soldi vengono dati anche quando una delle tante società ha un fatturato pari a zero e un patrimonio netto preceduto dal segno negativo. In un caso, R. ha dato 280 mila euro a una di queste scatole vuote. E anche quando le somme versate sui conti correnti registrano sei cifre, la funzionaria non segnala mai i movimenti sospetti. Il denaro viene affidato senza nessuna garanzia “e, anzi, quelle poche esistenti venivano trasferite da un contratto a un altro delle società per plurimi finanziamenti”, tutto a vantaggio del prestanome di Morabito, Paolo. Un caso riportato dai giudici d’Appello spiega bene il meccanismo ben collaudato. La funzionaria Unicredit concede un finanziamento di 330 mila euro alla società Angelica, che a sua volta lo gira a un’altra società, appena nata, che non produce utili e il cui amministratore, Amos Parisi, è un semplice operaio. La donna, poi, consente sconti di numerose fatture per operazioni inesistenti di cui si avvalgono le società fantoccio del gruppo. Anticipando, sempre in contanti, somme importanti che finiscono nel traffico di droga.

L’indagine sull’Ortomercato di via Lombroso, il più grande mercato di rivendita di frutta e verdura in Europa, nasce nel 2006. Gli investigatori della Squadra mobile di Milano puntano sul For a King: night club di lusso aperto al piano terra dell’edificio Sogemi (società municipalizzata al 99 percento del Comune di Milano, che gestisce l’Ortomercato). Il vaso di Pandora va in frantumi. Gli uomini della Mobile setacciano il contenuto. Scoprono un traffico internazionale di droga che parte dalla Bolivia e arriva in Svizzera, saltano fuori 200 chili di cocaina pura. Individuano società fittizie messe in piedi per ripulire i soldi. Smascherano il lavoro sporco della R.

Il processo si divide in due: il gruppo di Salvatore Morabito, nipote del boss di Africo, Beppe detto u tiradrittu, va al rito abbreviato che si conclude con 14 condanne per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga (Morabito prende 13 anni). Mentre Antonio Paolo, Antonio Marchi, Mariano Veneruso, Giuseppe Bruno, Antonio Rodà e E. R. scelgono il rito normale.

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