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Non solo EXPO, la ‘ndrangheta a Roma nei cantieri Metro C

Sarà che mi viene benissimo il ruolo dell’uccellaccio del malaugurio ma mi stranisce questo silenzio sulle infiltrazioni mafiose nei cantieri della Metropolitana C a Roma, la più grande opera pubblica italiana. Tra le innumerevoli interdettive antimafia spiccano i nomi de La Palma, che viene indicata dalla DIA come “azienda legata alla mafia tradizionale di Palma di Montechiaro” oppure la Tripodi Trasporti di quel Tripodi Giovanni vicino al clan di Melito Porto Salvo. Stiamo parlando di 5 miliardi di euro di cantieri (un bel pezzo di una manovra finanziaria, per intendersi)  e di un’attenzione che langue.

Poi, mi raccomando, fra qualche anno allarmiamoci tutti.

L’usura a Brescia

Quattordici arresti, di cui otto in carcere e sei ai domiciliari, dalle prime luci dell’alba in Lombardia. I carabinieri e la guardia di finanza di Brescia, coordinati dalla Procura, hanno sgominato un’associazione a delinquerededita a usura, truffa aggravata, ricettazione, riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, porto e uso di armi clandestine. I militari hanno anche sequestrato case, società, auto e disponibilità finanziarie per un importo di oltre cinque milioni di euro.

Terrorizzavano gli imprenditori edili
Le indagini hanno permesso di ricostruire le attività della `banda´, composta da cittadini residenti per lo più in provincia di Brescia ma di origine calabrese e vicini ad ambienti di stampo mafioso. Ambienti normalmente dediti alla gestione di aziende del settore edile: carabinieri e finanzieri hanno documentato condotte usurarie ed estorsive ai danni di imprenditori edili lombardi che hanno consentito agli arrestati di accumulare ingenti disponibilità finanziarie. Gli indagati avevano la disponibilità di numerose armi da fuoco, utilizzate per la riscossione dei crediti. Appurato anche il sistematico ricorso ad atti intimidatori come danneggiamenti e esplosioni notturne di colpi di arma da fuoco all’indirizzo di uffici ed esercizi pubblici. Sono ancora numerose le perquisizioni in corso.

(fonte)

L’edilizia ‘ndranghetista a Reggio Emilia

La Dia di Firenze e Bologna, insieme ai carabinieri di Reggio Emilia, ha sequestrato mercoledì mattina il patrimonio della famiglia di imprenditori edili Sarcone. Originari di Cutro, in provincia di Crotone, legati – secondo gli investigatori – alla cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri, i fratelli Sarcone hanno investito da tempo nella zona di Reggio Emilia, attraverso la holding Sarcone Group, attiva nel campo delle costruzioni.

Complessivamente la Dia ha posto sotto sequestro preventivo, su disposizione del Tribunale di Reggio Emilia, un patrimonio di 5 milioni di euro, tra conti correnti, quote societarie e immobili. Tanti sono gli elementi raccolti negli ultimi anni dai magistrati sulla vicinanza dei fratelli Sarcone con la cosca Grande Aracri. Giuseppe Grande Sarcone è stato segnalato dalla Dda di Bologna fin dal 1996. “Durante le indagini di quegli anni emersero numerosi contatti telefonici intercorsi con Grande Aracri Nìcolìno e altri sodali alla cosca”, ricorda il Tribunale di Reggio Emilia nel provvedimento di sequestro. Una vicinanza con il gruppo di ‘ndrangheta poi confermata con una condanna in primo grado. Anche recentemente l’imprenditore di Reggio Emilia è stato segnalato per “frequentazioni con soggetti gravati da pregiudizi di polizia e condanne”.

Il fratello Nicolino Sarcone è stato a sua volta condannato il 25 gennaio del 2013 a otto anni di reclusione per associazione mafiosa, a conclusione del processo nato dall’operazione “Scacco Matto”. Uscito dal carcere nel 2001, si era occupato di reperire risorse finanziarie per i detenuti legati ai gruppi di ‘ndrangheta, attraverso estorsioni e fatture emesse per operazioni inesistenti. Secondo i magistrati questo compito gli era stato affidato direttamente dalla moglie del capo cosca Grande Aracri.

Il terzo fratello Gianluigi Sarcone ha due precedenti per usura, estorsione, appropriazione indebita e riciclaggio. Per i magistrati negli anni scorsi ha investito nella azienda di famiglia Sarcia srl il ricavato proveniente da diverse truffe commesse ai danni di un’altra azienda di Siracusa.

Il quarto fratello, infine, Carmine Sarcone era già stato coinvolto da indagini dell’antimafia, che avevano documentato il suo rito di affiliazione ai Grande Aracri di Cutro. La Dia ha analizzato i redditi ufficiali dei quattro fratelli Sarcone, rilevano notevoli incongruenze patrimoniali. Durante le indagini gli investigatori hanno intercettato i tentativi di alcuni familiari dei fratelli Sarcone di far sparire una parte del patrimonio, con richieste alle banche di prelievi in contanti per diverse centinaia di migliai di euro e la vendita di alcuni titoli. Il sequestro ha colpito, oltre ai conti correnti, le quote societarie della New essetre srl, della Sarcia srl, della World House srl e della Terre Matildiche srl, tutte ditte operanti nel campo delle costruzioni nella zona di Reggio Emilia. Sono stati sequestrati anche diversi immobili in Emilia Romagna, Umbria e Calabria.

(fonte)

L’argentino Mancuso

Aveva tentato di uccidere addirittura la zia e il cugino. Il boss Pantaleone Mancuso, detto “Luni l’ingegnere” (53 anni), è stato fermato al confine tra l’Argentina e il Brasile. Un altro boss della‘ndrangheta calabrese finisce in manette. La notizia si è saputa solo oggi (venerdì 12 settembre) ma dal 29 agosto uno dei più sanguinari capicosca di Vibo Valentia è nelle mani della polizia argentina che lo ha sorpreso a bordo di un pullman turistico con 100mila euro in tasca.

Era latitante dallo scorso aprile quando la Dda di Catanzaro ha emesso un decreto di fermo accusandolo di associazione mafiosa e del tentato omicidio di Romana Mancuso e del figlioGiovanni Rizzo avvenuto il 26 maggio del 2008 a Nicotera Marina. “Luni” voleva punire il figlio della zia perché non era considerato “un buon azionista” e non teneva alto il buon nome dei Mancuso, padroni assoluti di tutto il vibonese. Stando a una testimone, oggi testimone di giustizia che ha ricostruito i retroscena di quell’episodio, infatti, il boss accusava Giovanni Rizzo di prendere “iniziative sbagliate nei confronti di persone già protette che, evidentemente, poi si lamentavano con altri Mancuso”.

Un errore che doveva essere punito anche se commesso da un familiare. Al momento del fermo, “l’ingegnere” era in possesso di un documento argentino falso intestato a “Luca de Bortolo”, la sua vera identità è emersa a seguito dei controlli fatti con le impronte digitali. Nei prossimi giorni, i magistrati della Dda di Catanzaro organizzeranno il rientro del boss in Italia.

“Siamo soddisfatti – è stato infatti il commento del procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo – abbiamo già avviato la richiesta di estradizione. “L’ingegnere” è ritenuto un personaggio di rilievo della costellazione dei Mancuso, un discendente della stirpe degli undici, ovvero gli undici fratelli che componevano il ramo della prima generazione della famiglia di ‘ndrangheta che opera a Limbadi, nel vibonese”.

(fonte)

Finanche gli svizzeri se ne accorgono

Raccogliere prove su organizzazioni criminali, ben strutturate e accorte, è molto difficile e costoso. Ci vorrebbero procedure più vicine alla realtà e soprattutto più mezzi, anche moderni. Penso ad esempio all’intercettazione o alla sorveglianza.

(Nicolas Giannakopoulos, presidente dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata di Ginevra, intervistato qui)

Ndrangheta in Svizzera. Ovviamente.

Svolgeva indisturbata i propri traffici da 40 anni in Svizzera, ma conservava un rigido legame con la base in Calabria, la cosca scoperta dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria che hanno dato esecuzione ad un provvedimento di fermo della Dda nei confronti di 18 persone con l’ausilio delle autorità elvetiche.

L’organizzazione criminale operava nella città svizzera di Frauenfeld, capoluogo del Cantone elvetico di Turgovia. Dalle indagini è emerso che l’organizzazione, legata al “locale” di Fabrizia (Vibo Valentia) ed ai Mazzaferro di Marina di Gioiosa Ionica, è di fatto un clone del modello calabrese ed è strettamente dipendente con l’organismo di vertice in Calabria. Anche dal punto di vista gerarchico, la cosca svizzera ha riprodotto la struttura calabrese con riferimento a ruoli, cariche e gradi ed agli incontri in “società” con le stesse modalità, formule e rituali. 

C’era dunque una suddivisione “verticale” tra “maggiore” – di cui fanno parte gli esponenti più anziani e con pregressa militanza nelle cosche reggine – e la “minore” di cui fanno parte gli esponenti di più recente affiliazione. Nel corso delle riunioni, il presunto boss Antonio Nesci impartiva le disposizioni per la conduzione delle attività illecite, incitando i più giovani ad occuparsi del traffico di droga (“chi vuole lavorare può lavorare, c’è il ‘lavoro’ su tutto: estorsioni, coca, eroina! 10 chili, 20 chili al giorno ve li porto io! Personalmente!” – si sente nelle intercettazioni). Altri riferimenti ad attività delittuose sono emersi dalle intercettazioni, quando i presenti facevano riferimento ad altri “locali”, a ‘ndrine ed a regole mafiose, a contrasti con altri “locali”, alla dipendenza da Fabrizia, ad omicidi ed estorsioni la cui decisione era demandata a chi disponeva di cariche speciali (“se dobbiamo parlare di omicidi, di estorsioni, ci riuniamo quei tre, quattro, cinque, come ho sempre detto”).

Le indagini dei carabinieri hanno consentito di individuare associati, ruoli e cariche, ma, soprattutto, di verificare la dipendenza della cosca dal “Crimine” calabrese grazie a Giuseppe Antonio Primerano, indicato come il capo del Locale di Fabrizia e dipendente dal “Crimine” Domenico Oppedisano, già coinvolto nell’inchiesta denominata, appunto, “Crimine” nel cui contesto è stato condannato a 13 anni di reclusione per associazione mafiosa. Da quella indagine, secondo l’accusa, era emerso il ruolo apicale di Primerano e la sua influenza nella risoluzione delle controversie criminali, anche internazionali. E proprio a Primerano, Nesci doveva far riferimento per ottenere l’autorizzazionead estendere il dominio territoriale anche in altre località tra cui Singen – comune tedesco del Baden – Wuttemberg. E dopo il suo arresto gli affiliati svizzeri avevano dato il via ad una colletta per la sua famiglia.


L’operazione, denominata “Helvetia”, è stata avviata la notte scorsa quando i carabinieri hanno avuto conferma della presenza in Calabria di Antonio Nesci in compagnia di Raffaele Alòbanese, di 60 anni, anch’egli sottoposto a fermo.

(link)

Padri e Padrini

Il podcast della puntata di Fahrenheit di cui sono stato ospite:

In Calabria son state commissariate alcune processioni -ed è proprio di ieri la notizia dell’omaggio ad un boss durante una di queste-, preti accusati di favorire i clan, e di contro le scomuniche del Papa nei confronti dei mafiosi. Come si intrecciano e quali sono i rapporti fra criminità organizzata e chiesa nel nostro paese?

La ‘ndrangheta in Piemonte e la fame di TAV

A proposito di Piemonte e TAV:

Questa mattina i carabinieri del Ros, sotto la direzione dell’antimafia torinese, hanno dato esecuzione a venti ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione di stampo mafioso, a Torino, Milano, Genova, Catanzaro, nell’ambito all’operazione «San Michele», uno dei santi cari alla ’ndrangheta, ma anche il nome di un bar di Volpiano, dove gli indagati si ritrovavano a discutere. L’inchiesta è affidata ai pm Roberto Sparagna e Antonio Smeriglio. C’era un’intesa criminale tra la cosca e il “locale” di Volpiano, una delle strutture territoriali scoperte dalla maxi inchiesta Minotauro. Al centro dell’indagice c’è Angelo Greco, considerato il capo cosca, residente a Venaria, emigrato da poco dalla Calabria.

Con lo stesso provvedimento è stato disposto il sequestro preventivo di società e beni per un valore complessivo di 15 milioni di euro. Sotto sequestro anche una cava a Sant’Antonino di Susa, dove dovevano essere conferiti i rifiuti senza essere trattati preventivamente. Tra i beni sequestrati 145 immobili, conti cotrenti e anche uno yacht. «Merita di essere rimarcata la dimensione internazionale delle indagini, mettendo insieme accertamenti sulle persone e sulle cose, grazie anche alla collaborazione dell’autorità elvetica» hanno spiegato i procuratori aggiunti Sandro Ausiello e Alberto Perduca, illustrando i risultati dell’operazione al comando provinciale di Torino, sotto la guida del colonnello Roberto Massi. «Questa inchiesta – ha detto il generale Mario Parente – dimostra la propensione della criminalità organizzata ad agire in “franchising”, replicando anche al nord modelli criminali, come occupazione del territorio, intimidazioni, minacce, tipici delle zone di origine». Tra gli arrestati c’è un investigatore privato che forniva i suoi servizi di informazione alla cosca e un intermediario immobiliare. Indagati un carabiniere e un vigile urbano, per accesso abusivo al sistema informatico delle forze di polizia

Cosca Crea: 16 arresti

Sono 16 le persone arrestate dalla polizia di Stato di Reggio Calabria, accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni. L’operazione degli uomini della squadra mobile e del commissariato di Gioia Tauro, coordinati dal servizio centrale operativo, ha consentito di svelare le molteplici attività criminali della potente cosca Crea, egemone nel comprensorio di Rizziconi (Rc), con particolare riferimento all’ingerenza nelle attività pubbliche della località reggina.

Fondamentale per le indagini è stato anche il contributo dell’ex sindaco di Rizziconi, eletto nel marzo 2010 alla guida di una lista civica, il quale, sin dal momento della sua elezione, ha avviato una collaborazione con la polizia di Stato e la magistratura, denunciando irregolarità, anche di natura penale, nella gestione dell’amministrazione comunale e finalizzata a favorire gli interessi illeciti della cosca Crea. Numerose minacce e intimidazioni di sodali della cosca nei confronti del sindaco causarono, quindi, nell’aprile 2011, le dimissioni di tutti i consiglieri comunali ed il successivo scioglimento degli organi di governo di Rizziconi, per l’evidente ingerenza criminale posta in essere.

Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati anche beni, riconducibili alla famiglia Crea, tra cui ville e terreni, oltre che conti correnti bancari, per un valore complessivo quantificabile in oltre 5 milioni di euro.

La società incivile

Già, la legge è uguale per tutti. Il procuratore l’ha ripetuto più volte durante la conferenza stampa che si è tenuta stamattina al centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria. «Se in un’inchiesta emergono gli invisibili, questi avranno lo stesso trattamento di tutti gli altri». Così è finito nella rete l’ex ministro Claudio Scajola. «Fa impressione il fatto che una persona, in passato con ruoli di vertici nello Stato, si occupi di un condannato per reati di mafia. Queste condotte hanno delle ripercussioni sulla cittadinanza, che non sa più di chi fidarsi. Il cittadino nel momento in cui esprime il proprio voto cerca rappresentanti che curino l’interesse generale. Invece capita di scontrarsi con una realtà ben diversa: i principi etici non sono rispettati da tutti. Il che ha delle conseguenza sulla credibilità dello Stato. Il nostro compito è dare segnali di certezza. Evitare, cioè, la confusione tra bene e male, tra legale e illegale. Una commistione che in questa città è molto forte. Abbiamo un dovere di responsabilità soprattutto nei confronti di quanti per lo Stato hanno dato la vita. Il rispetto delle leggi deve affiancarsi al valore dei comportamenti etici».

Il procuratore De Raho è approdato a Reggio Calabria dopo tantissimi anni nella trincea napoletana a combattere il Clan dei Casalesi. Mentre i boss di Gomorra stanno pagando a caro presso i loro crimini. Non è lo stesso in Calabria. «Qui nulla è cambiato. Le cose sono rimaste le stesse nonostante i processi e le condanne. Le cosche che dominavano un tempo sono sovrane ancora oggi. Il motivo è da ricercare in quella rete segreta che ha permesso alla ‘ndrangheta di crescere e di indossare gli abiti dei professionisti». Insomma, le complicità della «società incivile» – così il procuratore ha definito gli insospettabili al servizio dei clan – sono la vera forza della mafia calabrese.

Giovanni Tizian per L’Espresso.