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omicidio

Pippo Fava non amerebbe questo Paese

Pippo_Fava30 anni fa moriva ammazzato Pippo Fava. Oggi sono da leggere le parole (come sempre bellissime) del figlio Claudio nella sua intervista per L’Unità (qui) e riprendendo un articolo memorabile scritto proprio per I Siciliani dopo la sua morte. Perché quei ragazzi di Fava oggi sono una lezione che sarebbe meglio perseguire piuttosto che commemorare:

Un uomo

da “I Siciliani”, gennaio 1984

Pippo Fava ha scritto un sacco di libri, e cose di teatro anche.

Però Pippo Fava non è mica uno importante.

Per esempio, arriva una centoventiquattro scassata, dalla centoventiquattro esce uno con la faccia da saraceno e un’Esportazione che gli pende da un angolo della bocca e ride e quello è Pippo Fava.

Bene, un giorno a Pippo Fava gli dicono di fare un giornale, è una faccenda strana affidare un giornale a Fava che, dice la gente perbene, è uno che non si sa mai che scherzi ti combina: comunque il giornale c’è, si chiama il Giornale del Sud e subito Pippo Fava lo riempie di ragazzi senza molta carriera ma in compenso mezzi matti come lui.

«Tu, come ti chiami?». «Così e cosà». «E cosa vorresti fare?».

«Mah, politica estera…». «Ok, cronaca nera».

La cronaca, al Giornale del Sud, la si fa all’avventura.

Non si conosce nessuno, si parte proprio da zero. Ci sono storie divertenti, tipo quella del povero emarginato napoletano che arriva in redazione e tutti fanno i pezzi commoventi sul povero emarginato e poi arriva Lizzio dalla questura per un paio di stupri…

Si chiude alle tre di notte; non si “buca” una notizia.

Con grande stupore, i catanesi apprendono che a Catania c’è una cosa che si chiama mafia. E che Catania è divenuta un centro del traffico di droga.

Dopo qualche mese, un attentato: un chilo di tritolo. Ma si va avanti.

La faccenda dura un anno. Poi succedono tre cose.

La prima è che gli americani decidono che la Sicilia va bene per coltivarci missili.

E questo a Fava non va bene, e lo scrive.

La seconda che a Milano acchiappano un grosso mafioso, Ferlito, parente di un assessore e uomo di molto rispetto;

e anche qua, Fava si comporta piuttosto – come dire – maleducatamente.

La terza è che nella proprietà del giornale arrivano amici nuovi, uno dei quali è…

– ok, avvocato, niente nomi –

… un importante imprenditore catanese coinvolto nel caso Sindona e un altro un importante politico catanese coinvolto nell’assessorato all’agricoltura.

Telegramma all’illustrissimo dottor Fava:

«Comunichiamo con rincrescimento a vossignoria illustrissima che il giornale ora ha un altro direttore».

I matti, i ragazzi della redazione vogliamo dire, occupano il giornale. L’occupazione dura una settimana, durante la quale gli occupanti ricevono la solidarietà di alcuni tipografi, di una telefonista, di un guardiano notturno e di un ragazzino dell’Ansa (a pensarci, anche un giornalista ha telefonato, allora). Poi arriva il sindacato e, molto ragionevolmente, l’occupazione finisce.
Senza Fava finisce anche, e alla svelta, il Giornale del Sud (perché non-leggere le stesse notizie su un giornale nuovo, se puoi già non-leggerle su quello vecchio?).

Ma Fava nel frattempo non s’è stato con le mani in mano. Ha raccolto una decina dei “suoi” matti: «Si fa un giornale».

Come, quando e se si farà non lo sa nessuno.

Ma intanto si mette su una bella redazione, con le sue brave “lettera ventidue” scassate.
Chi è disposto a investire qualche centinaio di milioni su due “lettera ventidue” scassate, dieci matti fra i venti e i venticinque anni e uno di sessanta? Ovviamente, nessuno.

D’altra parte dopo l’esperienza del GdS Fava e i suoi, a sentir parlare di padroni, si mettono a bestemmiare.

Allora si mette su una bella cooperativa – «Radar!». «E che vuol dire?».

«Suona bene!» – si disegna un bellissimo stemmino per la cooperativa e si firmano alcune tonnellate di cambiali.

Due mesi dopo arrivano due bellissime Roland di seconda mano, offset bicolori settanta/cento, e Fava se le cova con lo sguardo che se invece di essere due offset fossero due turiste svedesi lo denuncerebbero per stupro.

A fine novembre, Pippo Fava arriva in redazione, schiaccia l’Esportazione nel portacenere e fa:

«Ragazzi, si fa il giornale». «Quando?» «Con quali soldi?»

«Io faccio il pezzo sulla Procura!» «Come lo chiamiamo?» «Io ho un’idea per il pezzo di colore» «Ma i soldi…».

La vigilia di Natale, le Roland sputano una cosa rettangolare con scritto su

«I Siciliani».

Anno uno, numero uno, i cavalieri di Catania e la mafia, la donna e l’amore nel sud. Un tipografo porta il pupo in redazione. «Be’, potrebbe anche andare» fa uno dei redattori con nonchalance, e subito dopo si mette a ballare.
Il giornale arriva in edicola alle nove di mattina.

A mezzogiorno non ce n’è più (a piazza della Guardia, dicono, due fanno a cazzotti per l’ultima copia: ma onestamente non ne abbiamo le prove). Si brinda nei bicchieri di plastica, e si prepara il numero due; nel cassetto i mazzi di cambiali sembrano meno minacciosi.

Ed è passato un anno. La mafia, a Catania, c’è o non c’è?

«Ma no… al massimo un po’ di delinquenza…» (il signor Prefetto).

«Cristo se c’è! E sbrigatevi a fare qualcosa che qui finisce peggio di Napoli» (I Siciliani).

E quel signore, come si chiama quel signore là?

«Noto pregiudicato…» (la stampa per bene).

«Santapaola Benedetto, detto Nitto, MAFIOSO!» (I Siciliani).

 

E i missili, dite un po’, vi dispiace se lascio un paio di missili nel sottoscala? «Ma prego, si figuri, come fosse a casa sua!».

«Ahò! Ca quali méssili e méssili! I cutiddati a’ casa vostra, si vvi l’aviti a ddàri!»

 

E i cavalieri, vediamo un po’; anzi, i Cavalieri?

«Ecco dunque cioè nella misura in cui ma però… AIUTO diffamano Catania!»

«I cavalieri catanesi alla conquista di Palermo con la tolleranza della mafia.

Firmato Dalla Chiesa. Noi stiamo con Dalla Chiesa».

Ed è passato un anno.

C’è un ragazzino, a Montepò, che ancora non sa bene se andrà a fare il suo primo scippo o no. C’è una vecchia, in via della Concordia, che è rimasta fuori dall’ospedale perché non c’era posto. C’è una tizia, a viale Regione Siciliana, che costa ventimila lire ed ha quattordici anni. C’è un manovale, alla zona industriale, che ci ha rimesso una mano e dicono che la colpa è sua. C’è uno sbirro, in viale Giafaar, che ha una bambina a casa ma va di pattuglia lo stesso. C’è una bambina, da qualche parte allo Zen, che forse diventerà una puttana e forse una donna felice.

E c’è un’altra bambina, in un cortile pieno di sole, e ora Pippo Fava prende in braccio la bambina e la bambina ride.

«Nonno, nonno, ora faccio l’attrice».

«Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa…

Beh, te lo prendi un caffé? E l’occhiello, vedi che dieci righe per un occhiello a una colonna sono troppe».

Forse mezzo milione, forse di più: il tizio, con l’altro tizio e quello che doveva dare il segnale, era là ad aspettare e ha alzato la 7,65 e ha sparato. Professionale.

Certo, in una villa di Catania, s’è brindato, quella notte.

Forse ha avuto il tempo di guardarlo negli occhi. Non pensiamo spaventato.

Forse, impietosito. Sapendo benissimo che il tizio pagato – uscito forse da un miserabile quartiere, uno di quelli che lui non era riuscito a salvare – sparava anche contro se stesso, contro la propria eventuale speranza.

Forse ha pensato che un giorno o l’altro quelli che venivano dopo di lui ci sarebbero riusciti a farli smettere di sparare, a…

Ma forse non gliene hanno dato il tempo.

***

E questo è tutto.

Ok, ringraziamo tutti quanti, grazie di cuore a tutti.

Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni.

Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi.

Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli,

tanto per cambiare.
Va bene così, direttore?

Elena Brancati, Cettina Centamore, Santo Cultrera, Claudio Fava, Agrippino Gagliano, Miki Gambino, Giovanni Iozzia, Rosario Lanza, Nanni Maione, Riccardo Orioles, Nello Pappalardo, Tiziana Pizzo, Giovanna Quasimodo, Antonio Roccuzzo, Fabio Tracuzzi, Lillo Venezia.

Quarto Oggiaro e i Tatone: un arresto

Il solito, puntuale, Davide Milosa:

benfante-640“Lui voleva prendersi il giro”. L’intercettazione è breve ma decisiva per comprendere il movente di tre omicidi che tra il 27 e il 31 ottobre 2013 hanno riportato il quartiere milanese di Quarto Oggiaro agli anni Ottanta, quando le cosche regolavano i propri conti per strada. E così, poco dopo le due del pomeriggio di oggi, gli uomini della squadra Mobile coordinati da Alessandro Giuliano hanno arrestato l’autore materiale di tutte e tre le esecuzioni, incastrato dalle testimonianze e dal suo cellulare. Nell’ambiente criminale lo chiamano Nino Palermo, per l’anagrafe è Antonino Benfante nato nel capoluogo siciliano nel 1963. Lui ha sparato agli orti di via Vialaba uccidendo primaPaolo Simone e poi Emanuele Tatone. Ed è sempre Benfante che tre giorni dopo gira in scooter le strade del quartiere alla caccia di Pasquale Tatone. Lo troverà poco dopo le dieci e trenta di un mercoledì di campionato fermo con la sua auto all’angolo tra via Trilussa e via Pascarella. Tre colpi di fucile e il secondo dei quattro fratelli Tatone muore sul colpo.

L’INTERCETTAZIONE DECISIVA DALLA FAMIGLIA TATONE
Quaranta giorni dopo, l’arresto. Gli agenti oggi hanno bussato al suo appartamento in via Lessona 1. In casa c’era solo lui. Nino Palermo non ha opposto resistenza. Si è fatto una doccia. Solo si è limitato a dire: “Quando uscirò di galera, qualcuno la pagherà”. Quindi si è chiuso in un ostinato mutismo. Lo stesso tenuto davanti al dottor Giuliano, il giorno dopo l’omicidio di Pasquale Tatone, quando viene accompagnato in questura e sentito a sommarie informazioni. In quel frangente dice di non conoscere i Tatone. Il nome di Benfante inizia a circolare già domenica 27 ottobre. Da poche ore una pistola a tamburo calibro 38 ha già ucciso nella boscaglia degli orti. Il primo a essere colpito è Paolo Simone, un piccolo pregiudicato della Comasina, quindi tocca a Emanuele Tatone, freddato con un colpo alla testa dentro ai rovi del boschetto. Solo il tempo di rimettere assieme i pezzi dell’esecuzione, e mercoledì 31 ottobre muore Pasquale Tatone. S’inizia a parlare di faida. Ma il termine, si è capitato oggi, risulta improprio. L’obiettivo di Benfante era uno solo: prendersi la piazza di spaccio.

LA SFIDA ALLA POLIZIA E IL CONTROLLO DELLO SPACCIO
All’alba di giovedì primo novembre (a poche ore dal terzo omicidio) Nino Palermo viene portato prima in Questura e poi in Procura. Sarà interrogato per dodici ore e sottoposto al guanto di paraffina per individuare tracce di polvere da sparo. Tutto inutile. In serata Benfante rientra nella sua casa di Quarto Oggiaro e qui resta fino a oggi pomeriggio. Cosa fa? Conduce la vita di sempre. Gira per il quartiere in scooter e quando va a piedi si accompagna sempre con il figlioletto di tre anni. Sa di essere intercettato e pedinato. Si diverte anche. Ferma le volanti e dice: “Se volete interrogarmi io sono sempre qua”. E ancora: “E’ inutile che seguite la mia macchina, l’ho venduta quattro giorni fa”. Fa di più: torna in piazza e inizia ad arruolare i cavalli dei Tatone. “Da oggi – dice – tu stai sotto di me”.

I LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA DEL CLAN FLACHI
Nel frattempo, le indagini corrono veloci. Il timore, infatti, è di ritrovarsi con un quarto morto per strada. Tanto più che Palermo ha uno spessore criminale di tutto rispetto: nel 1994 viene arrestato per traffico di droga nell’inchiesta dell’antimafia milanese. L’indagine Terra bruciata fotografa gli interessi del superboss Biagio Crisafulli, alias dentino, proprio a Quarto Oggiaro. Benfante è un suo luogotenente. In via Pascarella gestisce i soldi dell’eroina. In quegli anni, poi, viene accusato di tentato omicidio. Proverà a uccidere proprio Pasquale Tatone, che, pur ferito, si salverà. Nel 2012, poi, finisce indagato per una tentata estorsione a un imprenditore di Novate Milanese. Benfante fa batteria con gli uomini dei Flachi, potente cosca della ‘ndrangheta.

CIMICI IN CARCERE: IL COLLOQUIO TRA I DUE FRATELLI
Le ambientali messe in casa di Benfante però non danno risultati. Si registrano commenti neutri del tipo “ti ha chiamato la polizia”. Qualcosa si intuisce ma è ancora troppo poco. Si ottiene di più ascoltando i familiari dei Tatone. E’ da loro che arriva l’indicazione diretta su Benfante e sul motivo degli omicidi. Le cimici vengono messe anche in carcere dove Nicola Tatone deve scontare molti anni per droga. Subito dopo il duplice omicidio, Pasquale lo va a trovare. I due, però, bisbigliano. Non si capisce granché.

IL RACCONTO DELLA COMPAGNA TRASFERITA IN LOCALITA’ PROTETTA
L’accelerazione che ha prodotto l’ordinanza d’arresto firmata dal giudice Andrea Salemme, arriva solo dieci giorni fa, quando la squadra Mobile aiutata dagli uomini del commissariato di Quarto Oggiaro, mettono in fila dichiarazioni e confidenze del quartiere. Tra queste quella ritenuta decisiva viene messa a verbale dalla sua compagna subito trasferita in una località protetta assieme al figlio. Radio quartiere racconta altro: poche ore dopo il duplice omicidio, Benfante incontra Pasquale Tatone che in quel momento ancora non sa della morte del fratello. Nino Palermo gli racconta che Emanuele è venuto da lui per chiedergli una pistola, ma che lui ha negato. Quindi aggiunge: “Emanuele aveva un occhio nero”. In questo modo Benfante fa filtrare l’idea che l’omicidio sia legato a una banale lite. Non sarà così, perché i familiari all’obitorio si accorgono che di quell’occhio pesto non c’è traccia. Cosa ha raccontato allora Benfante?

IL CELLULARE DEL KILLER SUL LUOGO DEL DUPLICE OMICIDIO
Parole e racconti che la polizia raccoglie con estrema difficoltà. Chi sa non vuole comparire. Alla fine, però, gli investigatori ricostruiscono le ore precedenti il duplice omicidio che avviene verso le 11 e 30 di mattina. Un’ora prima Benfante si trova in un bar di via Lopez assieme a Emanuele Tatone e Paolo Simone. I tre, poi, escono. Palermo in scooter e gli altri in auto. Le telecamere li riprendono mentre vanno verso gli orti. Durante il primo interrogatorio, il presunto killer sosterrà di essere tornato a casa verso le 10 e 45. In realtà il suo cellulare a quell’ora aggancia la cella degli orti di via Vialba tra Quarto Oggiaro e Novate milanese. E poi c’è il racconto della madre dei Tatone che conferma il rapporto quotidiano tra Benfante e Tatone. Del resto già nel settembre 2013, il killer viene controllato in auto con Pasquale Tatone. Il fermo gli vale un mese di galera. Il 23 ottobre la scarcerazione, quattro giorni dopo i primi due morti. L’analisi delle telecamere risulta decisiva sul terzo omicidio. A fornire indizi importanti è quella del comune posta all’angolo tra via De Roberto e via Pascarella. I fotogrammi riprendono uno scooter che fa inversione di marcia e punta verso l’auto parcheggiata di Pasquale Tatone.

LE INDAGINI: ALTRE DUE PERSONE NEL MIRINO
Tutto finito, dunque? Non ancora. Le indagini, infatti, proseguono. Nel mirino degli investigatori ci sono altre due persone che in qualche modo avrebbero dato appoggio a Benfante. In serata, poi, gli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro con l’aiuto dei pompieri hanno scavato per ore attorno agli orti di via Vilaba alla ricerca delle armi usate da Nino Palermo.

Morire per sbaglio. A Napoli. Un anno dopo.

Pasquale Lino Romano è uscito dal portone di casa, a Napoli, come si esce di casa dopo avere dato un bacio alla propria futura moglie per andare a giocare calcetto. Non c’è niente degli omicidi di camorra: paure, reati, vite in bilico, amicizie pericolose o pistole in tasca. Niente. Niente.

C’è solo l’uscire dal portone sbagliato nel momento sbagliato. Si muore anche così, con quella puttana di camorra.

Arnaldo ne scrive qui.

E’ buio e piove a dirotto. Negli occhi solo odio. La pistola è carica. Il colpo è in canna. Lui è eccitato. Già sente l’odore del sangue. E’ sicuro che da quel cazzo di portone verrà fuori Domenico Gargiulo detto “sicc e Penniell”, un bastardo, un traditore, un “girato” che ha preferito fare armi e bagagli e vendersi alla fazione camorristica rivale. Il “tribunale della malavita” lo ha già condannato: è un morto che cammina. Il sicario Salvatore Baldassarre possiede informazioni sicure. Una specchiettista di camorra per mille euro ha venduto al clan con un sms la vita di “sicc e Penniell”, fidanzato della nipote. Una trappola di camorra. Lui non sospetta di nulla. E’ comunque attento e lo protegge la buona stella. Scamperà per altre due volte la morte, di fronte a pistole che s’inceppano e a killer che sbagliano bersaglio.

Negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli

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Nel 1982 a Palermo arriva un uomo senza mezze misure. Questa storia, il processo a Giulio, è uno via vai tra persone insopportabilmente opposte. E qualcuno rimane sempre per terra. Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa arriva a Palermo nel mese di maggio quando sbocciano i fiori. Prefetto contro Cosa Nostra, lo dicono tutti. “Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì” dice lui. Il Generale sa bene che per toccare il cuore di Cosa Nostra c’è da andare ad infilare il dito tra la piega melmosa dove mafia e politica si baciano con la lingua. Sul suo diario scrive del suo colloquio con Giulio del 5 aprile 1982. “Gli ho detto quello che so dei suoi in Sicilia”, annota, “sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori”. Se questa storia fosse solo un film Dalla Chiesa sarebbe il coraggioso che alla fine vince. Eppure, dice il generale, “ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla”. Se questa storia fosse un film il generale dovrebbe vincere, con un bel bacio sul finale. Da vivo. Ma questa storia è un’ombra. Un’ombra come un peccato originale. Un’ombra che lascia gente per terra in un campo dove gli opposti non possono convivere, e vivere nemmeno. Alle 21.15 del 3 settembre 1982 la A112 bianca dove viaggiava il Prefetto Dalla Chiesa e la moglie Emanuele Setti in via Carini viene affiancata da una BMW che sputa un Kalashnikov AK-47. Muoiono i coniugi Dalla Chiesa e l’agente di scorta Domenico Russo che seguiva pochi metri più indietro. “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti” urla un cartello affisso il giorno dopo. Vengono condannati come mandanti Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. ll 5 settembre al quotidiano La Sicilia arrivò un’altra telefonata anonima, che annunciò : “L’operazione Carlo Alberto è conclusa”.

(dallo spettacolo teatrale L’INNOCENZA DI GIULIO Andreotti non è stato assolto)

A Marsala si spara

E quando si ricomincia a sparare non è mai una buona notizia. E la politica reagisce, vero?

È stata un’esecuzione mafiosa. A riferirlo sono gli investigatori della Squadra Mobile di Trapani, che tuttora sono al lavoro per scoprire il movente e soprattutto i mandanti dell’omicidio avvenuto questa mattina in contrada Samperi a Marsala. Si tratta di Baldassare Marino, un imprenditore del settore edile di 67 anni, con precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso. Marino è stato raggiunto al torace e alle gambe da numerosi colpi di fucile esplosi a distanza ravvicinata mentre si trovava a bordo della sua Opel Astra.

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti guidati dal Vice Questore Giovanni Leuci, l’uomo avrebbe cercato invano di scappare, in quanto lo sportello del lato guida della vettura era già aperto. Ad avvertire la polizia, sono stati i dipendenti dell’autofficina Car Diesel,  poco distante dalla zona dell’efferato delitto. Secondo i rilievi del medico legale, l’omicidio si è consumato nella notte.
Molto probabilmente, la vittima aveva un appuntamento nel luogo dove è stato ucciso, una sorta di incontro chiarificatore conclusosi in una vera e propria tragedia.
Le indagini sono coordinate dal pubblico ministero Antonella Trainito.
Ciò che veramente non possono trascurare gli investigatori, è una croce realizzata con tralci di viti, che verosimilmente potrebbe trattarsi di un segnale in codice mafioso.
Baldassare Marino era socio di una ditta di calcestruzzi sita in contrada Strasatti, una zona di periferia molto isolata.

A Bari si spara, in testa al boss

Felice Campanale aveva 67 anni ed era lo storico boss del quartiere San Girolamo a Bari. Da sempre i Campanale sono in guerra con i Lorusso lì nel quartiere e nelle zone limitrofe. Storie da Montecchi e Capuleti solo che qui al posto della poesia scorre il sangue.

Questa sera Campanale aveva deciso di fare il nonno con i suoi nipoti (magari insegnando il suo concetto distorto di dignità) e tutti insieme sono andati al Gommapark: lui, la nonna e i nipotini, come nei film delle famiglie felici. Alle nove di sera, si sa, i piccoli devono fare la pipì, lavarsi i denti e andare a nanna e quindi hanno deciso di avviarsi all’auto per concludere la serata, in viale De Laurentis, Poggiofranco, un bel quartiere residenziale di Bari.

Quattro spari hanno lasciato per terra il boss a forma di nonno: tre in pancia e uno in testa. Questo non c’è nei film delle famiglie felici, no.

Poco dopo i guappi hanno cercato vendetta in giro. A Bari si sono sentiti spari un po’ dappertutto: sul lungomare IX Maggio, a nord di Bari, nel quartiere San Girolamo. Giù nel quartiere del Campanale è stato crivellato un fiorino sotto l’abitazione degli storici nemici Lorusso.

Poi adesso è arrivata la notte e si va tutti a dormire. ‘Tanto si ammazzano tra loro’ dirà qualcuno subito al primo caffè domattina.

#untweetpergiulio Grazie

Sono giorni piuttosto intensi per quello che succede, per quello che si scrive e per quello che si legge. Ora voglio ringraziarvi. Ma tutti. Con le braccia così aperte che non basterebbe nemmeno un palco a contenerle. E senza cadere nella malattia di puntualizzare e recriminare. Lo farò rispondendo a tutti. Uno per uno. L’importante ora è che si garantisca sicurezza a me e al collaboratore Luigi Bonaventura (che è la chiave di questa storia), poi aspettare i riscontri e magari riuscire a fare qualche passo decisivo sulle responsabilità. Perché lo sappiamo da tempo che qualcuno mi vuole male ma ora siamo vicini a capire “come”.

Voglio ringraziare quelli che sono scesi per strada con me e per me in tutti questi anni, quelli che lo stanno facendo oggi, il web che mi permette di sentirvi così vicini e voglio ringraziare quelli che vicini ora mi sono anche fisicamente e che stanno sopportando tutto questo e me in tutto questo (che già sono brontolone di natura e figuratevi in questi giorni). Voglio ringraziare gli amici che hanno corso per portarmi un bicchiere di vino senza nemmeno bisogno di parlarci e voglio ringraziare Miriana che mi ama fortificandomi e aiutandomi a non prendermi mai troppo sul serio.

Ora ci si mette al lavoro. Aspettiamo di sapere la reazione delle istituzioni. Si continua a raccontare come possiamo. Cerchiamo di unire i puntini. Ostinatamente. Come gli scassaminchia, eh.

In Tunisia

Uccidono il secondo leader d’opposizione in pochi mesi. Ora l’aria diventa ancora più difficile.

Mohamed Brahmi, leader dell’opposizione tunisina, è stato assassinato di fronte alla sua casa di Tunisi la mattina del 25 luglio. Brahmi aveva fondato recentemente il Movimento del popolo, una nuova formazione dell’opposizione. Era anche un parlamentare. Non è ancora chiaro chi gli ha sparato, scrive Al Jazeera.

È il secondo assassinio di un politico dell’opposizione nel corso di quest’anno. Il 6 febbraio Chokri Belaïd, capo del Movimento dei patrioti democratici, è stato assassinato di fronte alla sua abitazione con diversi colpi di pistola.

L’omicidio di Belaïd ha innescato una profonda crisi politica nel paese, che a fine febbraio ha portato alle dimissioni il primo ministro Hamadi Jebali.

Lea Garofalo e Carlo Cosco pentito “solo per limitare il danno”

Avevo già espresso i mie dubbi (conoscendo il soggetto e la storia) sul pentimento di Carlo Cosco. La pensa così anche il sostituto pg Marcello Tatangelo:

Tre ergastoli, una pena a 27 anni per il collaboratore di giustizia e due assoluzione. Sono le richieste, ai giudici della corte d’Assise d’appello di Milano, per l’omicidio di Lea Garofalo, la testimone di giustizia calabrese uccisa a Milano il 24 novembre 2009 e il cui corpo venne bruciato. In primo grado erano stati inflitti sei ergastoli. Oggi però il sostituto pg Marcello Tatangelo, nel corso della sua lunga requisitoria, ha dovuto riqualificare le responsabilità degli imputati, anche alla luce delle dichiarazioni del pentito Carmine Venturino, che nel luglio scorso, dopo il processo di primo grado, ha iniziato a collaborare facendo anche ritrovare i resti del corpo della donna.

In particolare l’accusa ha chiesto la conferma della condanna all’ergastolo per Carlo Cosco e per suo fratello Vito, che avrebbero ucciso la donna al termine “di un piano criminoso andato avanti per anni”. Chiesta la conferma dell’ergastolo anche per Rosario Curcio, che avrebbe aiutato Venturino a far sparire e bruciare il cadavere. A nessuno dei tre, secondo l’accusa, devono essere concesse le attenuanti generiche. Attenuanti, invece, che il sostituto pg ha chiesto per Venturino. Il magistrato però ha sostenuto che a lui non può essere concessa “l’attenuante speciale che prevede un fortissimo sconto di pena per i collaboratori di giustizia”, anche perché questo, secondo l’accusa, non è un omicidio di ‘ndrangheta. Secondo l’accusa Carlo Cosco, dopo anni di silenzio “ha confessato” nelle scorse udienze “solo per limitare il danno”, ossia per escludere lapremeditazione e un “piano omicidiario coltivato per anni” parlando di un “raptus d’impeto”, “nutriva un odio profondo verso di lei che l’aveva abbandonato e soffriva del disonore tipico degli ambienti criminali mafiosi”. Cosco temeva che la donna non le facesse più vedere la figlia Denise, 21 anni, che con le sue dichiarazioni ha dato un impulso forte alle indagini, ha testimonianto ed è parte civile contro il padre. La ragazza non ha accettato le scuse del padre, che si era rivolto a lei in una delle scorse udienze. “Cosco – ha spiegato, infatti, l’avvocato della giovane, intervenendo come parte civile – ci viene a parlare di un fatto d’impeto e poi chiede scusa a una ragazza che oggi sta cercando di rialzarsi”. Il ritrovamento, grazie a un pentito, dei resti del corpo poi, ha concluso il legale, è stato “per Denise un grande regalo”.

L’accusa infine ha chiesto l’assoluzione “per non aver commesso il fatto” per l’altro fratello di Carlo, Giuseppe, e Massimo Sabatino, scagionati nelle dichiarazioni del pentito. “Non sono affatto certo – ha spiegato Tatangelo – che Giuseppe Cosco e Massimo Sabatino siano estranei all’omicidio, ma il dubbio ce l’ho e la mia coscienza di magistrato mi impone di chiedere che siano assolti”.

“Non abbiamo mai contestato l’aggravante mafiosa, malgrado le sollecitazioni della stampa e della parte civile – ha chiarito il pg – perché siamo convinti che in questo omicidio c’è una compresenza di fattori come il dolore di Cosco di essere stato abbandonato, il disonore, l’odio profondo che nutriva per questa donna sin dalla fine degli anni ’90”. Il processo proseguirà giovedì con gli interventi delle parti civili e delle difese e la sentenza potrebbe arrivare il 21 maggio.

(via)

Chi ha ammazzato Carmelo Novella

omicidio_crxSono 15 gli ergastoli e due le condanne emessi dai giudici della Corte d’assise di Milano nell’ambito del processo sulla ‘ndrangheta in Lombardia riguardante l’omicidio, fra gli altri, di Carmelo Novella. I giudici hanno inflitto 15 ergastoli (16 le richieste del pm Cecilia Vassena, della Direzione distrettuale antimafia) e condannato a 24 anni di carcere Antonio Tedesco e a 23 anni Michael Panaja (16 anni la richiesta dell’accusa). Inoltre hanno stabilito la confisca di quanto sequestrato preventivamente e ha condannato inoltre al risarcimento delle parti civili.

Il Comune di Giussano e quello di Seregno riceveranno ciascuno 100mila euro. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni. Gli omicidi, contestati a vario titolo agli imputati, sarebbero da ricondurre a contrasti interni tra le cosche Gallace e Novella. Oltre all’omicidio di Novella, gli imputati sono stati ritenuti responsabili, a vario titolo dell’omicidio di Rocco Stagno e Antonio Tedesco.

L’inchiesta era stata coordinata dal pm milanese Cecilia Vassena assieme al procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Panajia era stato a capo di una delle cosche della ‘ndrangheta radicate attorno al capoluogo lombardo, quella di Giussano-Seregno, e ha poi riempito centinaia di pagine di verbali come collaboratore di giustizia. Altro pentito che ha dato input all’inchiesta è Antonino Belnome, che venne arrestato nel luglio 2010 nell’ambito della maxi-inchiesta ‘Infinito’ contro le infiltrazioni della mafia calabrese in Lombardia. Per gli altri 15 imputati, invece, tra cui Vincenzo Gallace, Luigi Tarantino e Cristian Silvagna sono arrivati gli ergastoli.

Carmelo Novella, il presunto ‘capo dei capi’ in Lombardia, venne ucciso il 14 luglio del 2008, freddato a colpi di pistola all’interno di un bar a San Vittore Olona (Milano), perché voleva rendere autonoma la ‘ndrangheta lombarda dalla casa madre calabrese. Rocco Stagno, invece, secondo quanto ricostruito nelle indagini, venne ammazzato il 29 marzo 2009 a Bernate Ticino (Milano) dentro una cava, mentre Antonio Tedesco, detto ‘l’Americano’, venne ucciso il 27 aprile 2009 a Bregnano (Como).

(via Repubblica)