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Politica

Memento Rostagno semper

In questi giorni sto lavorando ad un pezzo su Mauro Rostagno (il sociologo e giornalista italiano, come lo definisce wikipedia, ucciso dalla mafia il 26 settembre 1988) per l’evento a Milano che lo vuole ricordare 24 anni dopo. In molti campi Mauro è stato un innovatore pagandone il dazio come spesso succede con l’isolamento che concima l’attentato e poi innaffia il silenzio. Appartengo ad una generazione che su Rostagno ne sa poco, che vede il ’68 come un lungo happy hour molto floreale e che ha bisogno di poche ma rassicuranti vittime di mafia. Con morti certi, assassini identificati e un certo analfabetismo sui mandanti.

Ho ritrovato un pezzo uscito su Il Manifesto ormai più di un anno fa che traccia bene della morte di Rostagno la confusione e la banalizzazione successive. Mi colpisce quella solita zona molle e grigia che una certa semplificazione anche politica oggi cerca di dissipare in questo sempiterno gioco di buoni da una parte e cattivi dall’altra, di Stato in perenne lotta contro la mafia e mai pezzi di Stato consapevolmente o meno al suo servizio. Vale la pena rileggerlo, sul serio:

In fondo, anche quella dell’uccisione di Mauro Rostagno è stata una storia semplice. Cosa Nostra uccise, nel lontano settembre 1988, a Trapani, un giornalista perché le faceva molta paura. Molti erano al corrente che questa sarebbe stata la sua sorte e si adoperarono per facilitare il compito di Cosa Nostra, prima e dopo l’uccisione.
Tra questi, diversi esponenti dell’arma dei carabinieri; magistrati; uomini politici, leader dell’opinione pubblica. Ora che, a distanza di 23 anni, si celebra finalmente un processo contro mandanti ed esecutori, alcune delle circostanze vengono fuori e confermano quanto, in Sicilia, la dissimulazione sia sempre stata un’abitudine; la menzogna ben accetta; la connivenza con la mafia ben più vasta e profonda di quanto sia logico immaginarsi. Per il lettore del manifesto, che è sicuramente già molto informato, riassumo qui alcuni passaggi simbolo della vicenda.

Mauro Rostagno: una storia semplice

SUBITO PRIMA DEL DELITTO

Nel 1988 Mauro Rostagno, una delle icone del ’68, gestisce alle porte di Trapani una comunità per il recupero di tossicodipendenti e alcolisti. A questa attività associa quella di giornalista televisivo, con trasmissioni in cui cui si parla di mafia e corruzione politica, come mai è stato fatto in Sicilia (e non sarà mai fatto dopo): nomi e cognomi, filmati, inchieste vanno in onda ogni giorno dell’emittente locale RTC con ascolti altissimi. All’inizio dell’anno Rostagno è andato dai carabinieri di Trapani a denunciare quanto ha appreso su Licio Gelli e una potentissima loggia massonica in cui convivono i capimafia, i politici e le istituzioni della città e ha ottenuto che la sua denuncia fosse trasmessa in Procura. E’ andato a Palermo a parlare di altre sue scoperte (traffico d’armi all’aeroporto di Kinisia) con il giudice Giovanni Falcone, e a Roma alla direzione del Pci.
Nel luglio 1988, Leonardo Marino, il “pentito” che i carabinieri del colonnello Umberto Bonaventura istruiscono da settimane, dichiara che Mauro Rostagno, insieme ad altri, era al corrente del delitto Calabresi avvenuto nel 1972 ad opera di Lotta Continua. L’attività antimafia di Rostagno viene così resa pubblica, la sua immagine pubblica pesantemente colpita. In tutto il lunghissimo processo Calabresi si scoprirà che, da parte degli inquirenti, non ci fu mai nulla che giustificasse quell’avviso di garanzia. Rostagno chiede inutilmente di essere interrogato. Il 26 settembre 1988 viene ucciso.

IL DELITTO

E’ un agguato in una strada di campagna. L’illuminazione pubblica è stata tagliata. L’automobile usata è stata rubata mesi prima a Palermo e subito dopo viene trovata bruciata. Per la polizia, guidata dal vicequestore Rino Germanà capo della Squadra mobile, ovviamente si tratta di un delitto di mafia. Movente: far tacere Rostagno. Per i carabinieri di Trapani, invece, la mafia non c’entra per nulla. Rostagno è rimasto vittima di spacciatori di droga, oppure di una faccenda di corna. Per la magistratura di Trapani, in città la mafia non esiste (e dire che tre anni prima a venti chilometri di distanza è stata scoperta la raffineria d’eroina più grande d’Europa). All’obitorio, i carabinieri diffondono la voce che nella macchina di Rostagno c’erano rotoli di dollari e siringhe per eroina.

A TRAPANI, SUBITO DOPO

Il capitano dei carabinieri Elio Dell’Anna del Reparto Operativo invia alla procura trapanese un rapporto riservato in cui afferma che il giudice istruttore Lombardi (inchiesta per il delitto Calabresi) gli ha comunicato, a Milano, che «il Rostagno era al corrente di tutte le motivazioni, compresi esecutori e mandanti, concernenti l’omicidio Calabresi; il Rostagno aveva rotto i ponti con i suoi ex compagni di lotta e forse aveva intenzione di dire la verità».
La sua informativa verrà riscontrata come falsa.

A MILANO, CINQUE ANNI DOPO

Nel novembre del 1993 al processo d’appello per l’omicidio Calabresi (dove Sofri. Bompressi e Pietrostefani verranno assolti), l’avvocato di parte civile Luigi Ligotti dichiara: «… Mauro Rostagno non è morto per lupara … è stato fatto tacere dai suoi compagni di un tempo, loro sì mafiosi». (Luigi Li Gotti diventerà poi senatore per l’Italia dei Valori e sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Prodi).

A TRAPANI, OTTO ANNI DOPO

Il procuratore capo Gianfranco Garofalo convoca, gioioso e spavaldo, una conferenza stampa per annunciare la risoluzione del «caso Rostagno». L’ha fatto uccidere la sua compagna Chicca Roveri, che viene arrestata come mandante, per questioni adulterio, gelosie e traffici di droga. «Cosa Nostra non doveva essere gratuitamente incolpata» afferma solennemente. La sua inchiesta crolla miseramente in due settimane, ma questo non impedisce la pubblicazione di un libro di un certo successo: «Rostagno, un delitto in famiglia», edizioni Mondadori.
Se l’iniziativa del procuratore fosse ispirata alla malafede, o semplicemente frutto della sua vanità, o della sua insipienza, ancora oggi non è dato sapere.

A PALERMO, DICIANNOVE ANNI DOPO

Il pubblico ministero Antonio Ingroia chiede il rinvio a giudizio di Vincenzo Virga, capo mafia di Trapani come mandante dell’omicidio; e di Vito Mazzara, suo killer di fiducia, come esecutore. L’accusa presenta una inequivocabile perizia balistica; rivela il movente attraverso le dichiarazioni dei maggiori esponenti di Cosa nostra (Brusca,Siino, Sinacori); rivela che l’uomo che tagliò la luce quella sera, tale Vincenzo Mastrantonio operaio Enel e autista di Virga, venne ucciso nel 1989 «perché sapeva troppo». Mostra che le armi in dotazione a Mazzara hanno ucciso altre persone, oltre a Rostagno.
Ricorda che il filone giusto fu quello della polizia di Stato, che subito indicò la pista mafiosa e che Rino Germanà fu oggetto di un attentato nel 1992, dal quale si salvò con coraggio rispondendo al fuoco. Per quanto riguarda Vincenzo Virga, egli è un ex contadino diventato imprenditore, monopolista del cemento trapanese, proprietario della più grande gioielleria della città. Sodale di Marcello Dell’Utri, per cui agisce come «recupero crediti»; fondatore del primo club di Forza Italia, latitante dal 1994, in carcere dal 2001.
All’udienza di ieri sono stati ascoltati l’allora capo del reparto operativo dei Carabinieri di Trapani, oggi generale, Nazareno Montanti e l’allora brigadiere dei CC, oggi responsabile degli stessi a Buseto Palizzolo (Tp), Beniamino Cannas.
Non si ricordavano quasi nulla, nemmeno le cose che si ricordano tutti.
Anche per loro era stata una storia piuttosto semplice. Routine.

Sinistra, centrosinistra e #cosaseria: intervista per Byoblu

di Valerio Valentini (pubblicato su Byoblu.com)

A distanza di qualche settimana, torno a fare quattro chiacchiere con Giulio Cavalli, regista e autore teatrale, scrittore – il suo ultimo libro s’intitola L’innocenza di Giulio (Andreotti, non Cavalli), nonché consigliere Regionale Lombardia per SEL. Parliamo di quella strana cosa che è oggi la Sinistra italiana, all’indomani dell’inizio del viaggio elettorale di Matteo Renzi, deciso a mandare a casa la gerontocrazia del partito. Questa è la sua lettura degli scenari politici attuali e futuri.

Dopo essere stato eletto nel consiglio regionale lombardo nelle liste dell’IDV, hai deciso di passare tra le file di SEL. Motivasti quella scelta dicendo che avevi voglia di contribuire a costruire il cantiere di una nuova sinistra. Viene da pensare che ti sei lanciato in un’impresa titanica!

Viste le ultime notizie direi che scivoliamo nell’utopia in effetti. Vanno fatte però alcune precisazioni: sono stato eletto nelle liste dell’IDV come indipendente e sono molto grato ad Antonio Di Pietro e ai dirigenti (anche locali) che mi hanno accompagnato senza risparmiarsi in questa entusiasmante avventura. Con Luigi De Magistris e Sonia Alfano abbiamo pensato che la nostra presenza potesse essere un valore aggiunto al partito; poi alcune dinamiche ci hanno fatto prendere strade diverse: per le posizioni politiche, per le diverse vedute di gestione dei meccanismi interni e per gli obiettivi che intendevamo perseguire. Credo che non sia un caso che oggi io, Sonia e Luigi siamo usciti dall’Italia dei Valori. Ma bisogna precisare una cosa: il mio rapporto con IDV e Di Pietro è rimasto integro: credo che il mio è uno dei rarissimi casi in cui da entrambe le parti abbiamo convenuto che lasciarsi fosse la decisione migliore da prendere. Ricordo il comunicato stampa di IDV: “continueremo a lavorare sui nostri punti comuni”. SEL è una forza giovane che nasce per ricostruire una sinistra credibile e per prendersi la responsabilità di governare questo Paese. Era inevitabile che alla fine fossi qui.

E questi continui giri di valzer in vista delle elezioni, come li valuti? Non credi che un po’ tutti, Nichi Vendola in primis, farebbero bene ad essere più espliciti nel proporre le alleanze e indicare le coalizioni anziché lasciarsi sempre qualche spiraglio aperto per eventuali ripensamenti? Non si rischia di disorientare, e in definitiva di deludere, un elettorato troppo vasto ed eterogeneo?

Quelli che tu chiami giri d valzer sono sicuramente un problema. Ma credo che si tratti di un problema poliforme: politico e di comunicazione. In un momento così fluido (tra primarie del centrosinistra che sembrano congressi anticipati, cuciture di rapporti politici tenute sottotraccia e questa anomala alleanza che sostiene Monti) si tende a essere molto morbidi nella comunicazione sfumando le posizioni. Ed è incredibile come le segreterie dei partiti non si rendano conto che in questo momento i cittadini voglio ascoltare e riconoscere posizioni nette e riconoscibili. Certo esiste un’ala – in cui mi inserisco con molta convinzione – che crede che la ripresa e lo sviluppo dell’Italia passi da un’agenda completamente diversa da quella montiana e europea di questo momento, e anzi riconosce di dovere ripristinare alcuni diritti acquisiti che negli ultimi mesi sono stati rimessi in discussione; mentre c’è una componente (soprattutto nel PD) che ritiene di dovere continuare ciò che sta andando in scena in questi mesi a Roma. Per questo noi abbiamo voluto definire gli argini programmatici nel nostro appello “Facciamo la Cosa Seria” in cui chiedevamo a SEL e una parte consistente del PD di essere netti nei rapporti con l’UDC, di coinvolgere l’IDV nella coalizione e di aprirsi a sinistra e a tutti i movimenti che vedono uno sviluppo possibile uscendo dai dettami di Monti e Merkel. E, viste le ultime dichiarazioni di Vendola, direi che qualche risultato l’abbiamo ottenuto. Certo il percorso è lungo.

In effetti, nella politica e nella comunicazione, le scelte nette e chiare, spesso anche estreme, purché dotate di una certa coerenza, sembrano pagare. A tuo avviso il PD, che continua a barcamenarsi tra tendenze a volte inconciliabili, non l’ha ancora capito?

Il PD tiene insieme anime opposte su alcuni punti programmatici. Funziona finché la sintesi è una mediazione, quando diventa prevaricazione di una delle due parti o accordo in cambio dell’autopreservazione dimostra la sua faccia peggiore.

E in uno scenario simile, che primarie dobbiamo aspettarci, secondo te? Non si rischia un collasso definitivo a causa del conflitto non più latente tra queste “anime opposte”?

Le primarie funzionano quando sono conciliabili con un programma di fondo. Mi sembra che manchi la discussione proprio su questi punti. Così rischiano di diventare un corso di bellezza o una vendetta interna che interessa proco alla gente. La partecipazione si costruisce sui bisogni, sugli scenari e sul disegno di futuro che si vuole proporre. Oggi direi che le primarie stanno mostrando la faccia peggiore: quella dell’utilitarismo delle fazioni per riposizionarsi. Ogni tanto ho il sospetto che le antenne dei dirigenti del centrosinistra si siano sclerotizzate e abbiano perso il contatto con la realtà; e mi auguro che l’autunno caldissimo che ci aspetta sui temi dell’economia e del lavoro non comporti bruschi risvegli.

Si tratta più di una paura o più di una speranza? C’è un’alternativa concreta che possa evitare che questi risvegli avvengano in maniera pericolosamente traumatica?

Paura e speranza. Nel momento in cui i bisogni dei cittadini non trovano rappresentanza il rischio del cortocircuito è evidente. E l’incapacità di lettura di questa classe politica è conclamata. Secondo te al cittadino che tra qualche settimana non avrà più nemmeno la cassa integrazione può interessare l’alchimia algebrica di sigle per le prossime politiche? Credo di no.

Una classe politica, insomma, ottusamente rintanata nel Palazzo, per dirla con Pasolini. E sul Movemento 5 Stelle, qual è la tua idea?

Non condivido questo accanimento nei loro confronti. Questo elitarismo per cui si decide quale movimento sia democratico e quale no mi sembra un’insulsa pratica che non giova alla dialettica politica. E mi stupisce che nel Parlamento che ospita un partito incostituzionale come la Lega (perché la secessione è incostituzionale, per dire) si arrivi a strepitare contro il Movimento 5 Stelle. Io non ne condivido alcune posizioni e credo nell’importanza dei partiti ma in Consiglio Regionale in Lombardia mi sono ritrovato spesso a portare avanti alcune loro istanze (visto che non hanno rappresentanti). I politici si sono lamentati per anni della mancata partecipazione e oggi la condannano perché non è come la vorrebbero loro. Forse sarebbe il caso di aprire un’analisi seria sul perché così tante persone hanno deciso di affidarsi al Movimento 5 Stelle, capire cosa ha sgretolato la credibilità dei partiti, osservare quali risposte gli elettori credono di potere trovare nel movimento di Beppe Grillo e non da noi. Si dovrebbe fare così la politica, no?

Secondo te queste domande i leader degli attuali partiti non se le sono fatte per miopia, oppure semplicemente non vogliono cercare una risposta per paura di dover ammettere l’esistenza di una realtà dei fatti che non li vede più ai posti di comando?

La seconda che hai detto, direbbe una trasmissione di qualche anno fa.

Il diavolo e un angelo sul marciapiede di Milano

La politica della paura negli scorsi anni voleva militalizzare le periferie, se l’era presa con i negozi di kebab o di money transfert, aveva messo il coprifuoco proprio dove abito io. Perché, si sa, è lì che alligna il male. Ora ha già cambiato idea. Alza il tiro, con quella grevità becera che non aiuta a leggere il territorio. Paragona Milano a Scampia, comparazione indegna che non spiega né risolve nulla. Perché l’omicidio di lunedì scorso ci dice ben altro.

Quello che abbiamo scoperto è che nessuno è davvero al riparo. Si può morire a qualunque ora del giorno, dappertutto. Si può morire nel centro di una metropoli, quale è Milano, o, come è accaduto in Alta Savoia, sulle amene rive di un lago alpino. Il Diavolo abita ovunque. Anche qui. Esco dal bar. A pochi metri dal luogo del delitto una libreria espone un’intera vetrina di gialli scandinavi. Fettucce di plastica gialla, quelle che delimitano le scene dei delitti, ornano la vetrina con involontario pessimo gusto. Fanno tenerezza questi omicidi di carta, concilianti, indolori, consolatori, completamente avulsi dal mondo vero che fingono di raccontare. Pochi passi più in là, al numero 3 di via Muratori, il sangue è stato lavato, restano a terra pallidi cerchi fatti col gesso dalla scientifica. “Chi è stato?” mi viene chiesto. Non lo so, insisto. Scerbanenco comunque non avrebbe dubbi: i milanesi ammazzano al sabato. Ieri era lunedì, è sicuramente gente che viene da fuori. Poi lo vedo. Un fiore, legato con un nastro sull’archetto metallico. Un piccolo anonimo gesto di pietà, per le vittime e per la bambina sopravissuta, vittima anch’essa. Quello che cercavo (dove c’è il Diavolo c’è sempre un Angelo): il segno che Milano, anche se di corsa, non sa essere indifferente. Mai. (Gianni Biondillo su Nazione Indiana)

Serve il coraggio, in Lombardia

Ci vuole coraggio. Scegliere di provare a scostarsi dal luogo di osservazione dove per comodità si sono ammassati tutti come comari e provare a guardare la Regione Lombardia con occhi nuovi: dalle strade, dalle piazze e in mezzo ai presìdi, tra la gente, per dire. E forse sarebbe anche ora di provare a rivendicare il primato di questa politica così bistrattata, millantata e stropicciata da interessi minuscoli di botteghe coagulate da venti anni di mani sottobanco e sempre anticipata dall’intervento di una magistratura che fotografa le macerie di un sistema politico che è diventato schiavo delle sue maschere.

La crisi del formigonismo non è una crisi giudiziaria, su questo dobbiamo metterci d’accordo per non cadere nella tentazione di accettare un modello politico che nasce antisolidale al di là degli eventuali illeciti dei propri interpreti: oggi in Lombardia (e non solo) la crisi è profondamente politica, è il fallimento del potere che vuole diventare sistema e finisce per alimentare oligarchie, diseguaglianze e disgregazione sociale.

Nella sanità le vicende del San Raffaele, prima ancora della clinica Santa Rita e per ultime quelle che riguardano la Fondazione Maugeri raccontano di una discrezionalità del Governatore (esercitata con “le carte a posto”) che ha finanziato lautamente servizi ai cittadini che oggi rischiano di risultare compromessi per mala gestione privata: una spaventosa ricaduta pubblica causata dalla dissennatezza privata mostra il fianco di un’architettura organizzativa che scarica i costi e le colpe sulla comunità. Nel caso del San Raffaele qualche giorno fa l’Assessore Bresciani ha avuto modo di dirci in Commissione Sanità che “la faccenda occupazionale non riguarda la Regione essendo una struttura sostanzialmente privata” e la difesa patetica svela perfettamente l’inceppamento che ha incagliato il motore della Lombardia: il denaro dei cittadini lombardi viene affidato a strutture private e le responsabilità politiche possono finire tranquillamente in un cassetto. Senza risposte. Senza assunzioni di responsabilità. Senza spiegazioni.

E credo non sia un caso che proprio in Lombardia stiano spuntando torbide figure professionali con evidente “peso politico” che sono proprie di tempi che si speravano passati. Nel processo Andreotti c’è un’interessante deposizione di Tommaso Buscetta che racconta una Sicilia dove politica, imprenditoria e Cosa Nostra si incontrano, ognuno con la propria spericolatezza, nella penombra degli interessi convergenti che soddisfano tutti. Dice Buscetta che i protagonisti di questo sistema che vive più tra le pieghe che nei luoghi ufficiali sono “gli amici degli amici”, quelli che “in ogni momento possono fare capire di essere vicino alla gente che conta”. Quando saltano i meccanismi di trasparenza e democrazia (ovvero quando la politica decide di essere socia d’impresa) i “faccendieri” sono gli anelli di congiunzione dei poteri che hanno bisogno di mettersi d’accordo. Per questo la vicenda Daccò è una storia intollerabile per il malcostume che rappresenta, al di là delle ricevute e delle barche di lusso.

Sotto la gonna della sussidiarietà sventolata da Formigoni e la sua banda c’è la solidarietà svenduta per poche lire ai soliti noti. Succede nella sanità, nella scuola, nei grandi appalti delle inutili infrastrutture, nella gestione del territorio nel consenso ammansito dalle periodiche regalie.

E allora ci vuole coraggio. Ci vuole anche il coraggio di porre le domande giuste. Una volta per tutte.

I soldi dati in questi anni alla sanità e alla scuola privata avrebbero costruito eccellenze pubbliche di cui essere fieri tutti e non qualche cerchia? Una seria legge sul consumo di suolo avrebbe impedito i PGT costruiti su misura per insoliti noti come la vicenda Ponzoni insegna? Un chiaro piano industriale regionale potrebbe evitare i soliti disperati e inefficaci interventi tampone? È possibile uscire dal linguaggio delle cose e tornare alle persone? Smettere di parlare di lavoro senza tenere conto dei lavoratori? Spogliare il PIL regionale su cui tutti si immolano dal doping del riciclaggio? Svincolare la cura dal profitto e tornare ad investire sulla prevenzione? Ricostruire una sanità ormai ospedalocentrica partendo dai presidi di medicina di base nei territori? Pensare ad una mobilità dolce che non abbia bisogno di più cemento ma di trasporto pubblico? Chiedere cultura, pretendere cultura, rivendicare il valore d’impresa e occupazione che sta dietro alla cultura? Occuparsi dell’accesso alla rete in zone con mastodontiche tangenziali e senza banda larga? Dirsi che i diritti civili sono di solito i diritti degli altri?

Ci vuole coraggio. Ci vuole il coraggio di riconoscere che il centrosinistra ha fallito perché troppo spesso ha inseguito i formigonismo di maniera volendo solo sostituire gli interpreti (ne è un esempio chiaro il penatismo che si è saputo pensare solo sistematico e sistemistico allo stesso modo con la sola differenza di essere fallimentare anche dal punto di vista elettorale). Ci vuole il coraggio di non sopportare più chi propone lo stesso modello promettendo una gestione più etica. Ci vuole il coraggio di dichiarare (alzando la voce, se serve) che un’alternativa si costruisce solo percorrendo le diversità, con compagni di viaggio che vogliano arrivare là dov’è il posto che ci prendiamo la briga di raccontare e volere raggiungere. E ci vuole il coraggio di rinunciare all’autopreservazione a mezzo di alchimie algebriche, alleanze matematiche più che di intenti e riciclaggio di facce che hanno già avuto l’occasione e l’hanno persa, ci vuole il coraggio di uscire da un centrosinistra con cinquanta sfumature di grigio che corteggia pornograficamente le segreterie prima dei cittadini.

Noi siamo in viaggio. Questo è il nostro viaggio. Il viaggio nel coraggio di sinistra che ancora è diffusa in tutte le città della Lombardia.

Scritto per MilanoX

La priorità è il lavoro

In casa Fiom un sindacato «naturalmente» industrialista si interroga liberamente su cosa, dove e come produrre, cioè sulle compatibilità sociali e ambientali del lavoro, e lo fa insieme a chi alza la bandiera della decrescita. Si parlerà di vecchie povertà, quelle dickensiane, e nuove povertà, prodotte dalla crisi e dalle ricette liberiste per (non) uscirne, insieme a Marco Revelli. Ci si chiederà con economisti di diverso orientamento se ha un senso, e quale e come, finanziare le imprese. Si parlerà di giornali che sentono il fiato caldo della crisi sul collo e una volta ancora la Fiom farà la sua parte, sostenendo il manifesto con una cena di finanziamento, ma troverà uno spazio di ascolto anche un giornale che nasce: Pubblico.

Giorgio Airaudo, segretario nazionale della Cgil con un occhio particolarmente attento a Torino che è stata la sua palestra sindacale, ricorda che oggi si costituirà presso la Corte di Cassazione il comitato promotore dei due referendum sul lavoro (art.8 e art.18). Airaudo plaude all’obiettivo difficile e importante raggiunto: «Grazie alla disponibilità dell’Idv si è messo in moto un fronte molto ampio che consentirà di portare i temi del lavoro dentro la campagna elettorale». Ma non si fa soverchie illusioni: quello schieramento non è automaticamente l’embrione di uno schieramento ampio che abbia al centro i temi del lavoro e dei diritti, che però bisognerebbe costruire. «C’è chi, non solo nel Pd, pensa che il lavoro sia un tema del passato. C’è chi, nel Pd, si dichiara dalla parte di Marchionne senza se e senza ma, come ha fatto Renzi». «Nelle primarie del Pd il lavoro non c’è», è la sua amara constatazione. Però Airaudo, Bersani l’aveva invitato, ma verrà Fassina. Invece il Pd, nella sua festa torinese la Fiom non l’aveva invitata, a costo di non parlare della Fiat. Se poi anche nel partito di Bersani passa l’idea cara al presidente Napolitano che chiunque vinca le elezioni il segno della politica economica dovrà essere in continuità con quella messa in atto da Monti, c’è poco da farsi illusioni.

Perché proprio a Torino questo appuntamento? Perché da qui, con il modello Marchionne, è partito tutto. Perché Torino, aggiunge Airaudo senza far sconti al nuovo sindaco Pd Piero Fassino, è la città più indebitata d’Italia e sceglie di tagliare il welfare e appaltarne le briciole ai privati, cooperative disposte a competere abbattendo i diritti di chi ci lavora. «E’ inquietante che a parte la Fiom, e certo con più autorevolezza, l’unico a parlare di declino della città sia il vescovo, che non si fa scrupoli a chiamare in causa la famiglia Agnelli-Elkann».

Non sarà, è la domanda che si ripete noiosamente dal 9 giugno, che la Fiom vuole farsi partito? La risposta è sempre la stessa: la Fiom è un sindacato e vuole fare sindacato. Ciò non vuol dire che sia indifferente a quel che avviene in politica.

Il Manifesto di oggi racconta un vuoto: ecco lì dove dobbiamo stare. Perché il tema è il lavoro ed è il punto da sciogliere prima delle primarie. Uno di quei punti dove (lo continueremo a ripetere all’infinito) non si accettano mediazioni al ribasso. Per identità e per progetto sarebbe bello che una volta sia la politica a presidiare in difesa dei lavoratori e non solo il contrario.

 

Anch’io, come Roberta e come tanti altri ragazzi della mia età, ho un sogno da proteggere. E, come loro, mi sento soffocare.

Dopo la lettera di Roberta mi scrive anche Francesco. Le sensazioni se sono collettive diventano un disagio sociale, eppure di fondo rimane la speranza. La bellezza della speranza. Ecco la sua lettera. E la risposta.

Caro Giulio,

Sono un ragazzo di quasi ventidue anni. Proprio come Roberta, la ragazza della lettera che hai postato sul tuo sito.

Anch’io, come Roberta e come tanti altri ragazzi della mia età, ho un sogno da proteggere. E, come loro, mi sento soffocare.

Mi sento soffocare perché non abbiamo punti di riferimento.

Mi sento soffocare perché viviamo la precarietà sotto ogni punto di vista.

Mi sento soffocare perché la nube di cattiveria che siamo costretti ad attraversare è troppo densa.

Mi sento soffocare perché non c’è nessuno in grado di ascoltarci e di farci innamorare del mondo.

Mi sento soffocare perché la politica, pensata per migliorare la vita delle persone, non riesce a dare risposte concrete. Veniamo costantemente strumentalizzati, ridotti a unità destinate a formare statistiche su quanto siamo “sfigati” o precari. O entrambi.

Mi sento soffocare perché le priorità di chi dovrebbe lavorare per noi sono la legge elettorale, la coalizione-addizione alla D’Alema da presentare alle elezioni, lo spread e il mantra dell’Europa che ci chiede tutto (tranne il reddito minimo garantito per assicurarci una dignità appena sufficiente per camminare a testa alta quando usciamo di casa).

Mi sento soffocare perché le poche persone dedite al bene comune (“politici” è diventato quasi un insulto, purtroppo) che stimo, come te e pochi altri, fanno fatica a farsi ascoltare. Non siete tutti uguali, e lo so. La logica di partito vi mette da parte e ci costringe a cercarvi col lanternino. Ma, una volta trovati, so che non tradirete mai me e i ragazzi che hanno un sogno da proteggere. Perché per voi, per te Giulio, so che quel sogno è importante. So che lo puoi capire, so che stai cercando una risposta per vederci sorridere, un giorno.

Sogno di essere rappresentato da qualcuno capace di commuoversi e starmi vicino se gli racconto che la ragazza che amo mi ha tolto dalla sua vita con un colpo di bianchetto.

Sogno di essere rappresentato da chi sa ascoltare e da chi ama la parola e il suo esercizio. Non per ingannare, ma per emozionare e raccontare che la vita potrebbe essere vissuta senza paura e senza odio.

Sogno di essere rappresentato da chi ama.

Senza questi sogni e senza gente dedita al bene comune come te, Giulio, che è in grado di capirli e farli propri, la mia vita non avrebbe senso. Almeno, non in questa vita (e nemmeno sono credente).

Grazie di esistere. È di grande conforto sapere che il tuo cuore batte anche per noi, ragazzi con un sogno e con tanto dolore nel cuore.

Ti sono vicino. Sono sicuro che un giorno potrai camminare liberamente senza paura -e senza scorta- fra la gente. E sorridere insieme a noi.

Francesco Bondielli

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Ciao Francesco,

la tua lettera mi onora. Sul serio. Mi onora perché quando in una discussione sulla politica e sul futuro (che sono sorelle quando funzionano insieme) si decide di parlare di sé stessi, delle proprie fragilità e delle proprie paure significa che in fondo vogliamo crederci al nostro futuro, rivendicarne la paternità.

Ogni tanto fatico a raccontare quanto la sensazione di essere bloccati in una preservazione argillosa renda tutto terribilmente difficile. Quanta differenza ci sia tra la politica rispetto alla politica come fine che decide (o non decide) in nome di piccole amicizie o inimicizie di bottega, servilismi senza ideali o dissociazioni dalla realtà incancrenite dall’esercizio del potere.
Quando mi capita di sentirmi affogare penso ad una promessa che mi sono fatto qualche anno fa, davanti ai miei amici migliori, quelli così vicini che ti sentono senza ascoltarti: insieme ci siamo promessi che non avremmo smesso di essere autentici anche nel ruolo politico che con tanto onore mi avevano consegnato. Provare il piacere di riconoscersi nella speranza senza compromessi che sta nei miei libri, nei miei spettacoli e nel nostro agire politico. Volare alto, direbbe qualcuno; ho sempre preferito invece pensare che sia uno stare al livello del mare dove non si perde la prospettiva e nemmeno la possibilità di scoprire le onde più brevi.
Se decidessimo di coltivare i nostri sogni per un certificato di sana e robusta realizzazione saremo degli ottimi commercianti. Teniamoceli Francesco i nostri sogni, con la fierezza e la dignità di chi vuole andarselo a confiscare il proprio futuro dai conti correnti in cui qualcuno vorrebbe incastrarlo.
Buona giornata

Il fabbricatore seriale di liste civiche

L’analisi politica del giorno è di Galatea che si supera su Egidio Bossolon, il creatore di liste civiche:

Non è poi nemmeno esoso, l’Egidio: è pago di quella notorietà piccina e del suo quieto tran tran che il suo specifico, particolare tipo di professionalità gli ha ritagliato negli anni.

O meglio, gli ha garantito finora. Perché da un paio di giorni Egidio, risvegliatosi per le imminenti elezioni, dal suo tavolino della Clara è entrato in crisi: primo, perché nel mugugno generalizzato e nel marasma dello scontento, trovare un tema, uno solo, da sbattere come sottotitolo alla lista è dura; e secondo perché le sue telefonate ai comprimari storici per metter su la compagnia di giro vanno clamorosamente a vuoto.

Ad ogni chiamata è tutto un susseguirsi di: «No, ma io ho già detto sì a **** che mette su la lista civica dei Grillini!» «No, son già in parola con **** che mette su la lista civica per il PDL!» «Eh, me spiase, ma g’ho zà dà l’ok ala lista de la Lega…»

«Casso, ma i se g’ha meso tuti a far liste civiche, sta bota? – si è inalberato il povero Egidio, rimasto senza candidati e senza spazio, assediato da tutti questi novellini della lista civica che sgomitano e gli rubano spazio – No se fa miga cusì, no ghe xé più rispeto!»

Ha chiuso il cellulare, sorbito un sorso di fernet e fissato pensoso il tavolo. Forse medita di mettere su una lista civica in difesa di chi le liste civiche le ha sempre fatte da professionista e ora si trova senza lavoro per questa manica di dilettanti allo sbaraglio, eh.

Vale la pena leggere per bene tutto il racconto qui. E tenerselo in tasca mentre si assiste alla prossima campagna elettorale.

Scrittori social

Si era affacciato anche José Samarago, suscitando anche un certo clamore tra fan e detrattori, alla rete aprendo un blog che usciva dal solito sito di scrittori basicamente informativo, confezionato dall’ufficio stampa e statico al di là delle nuove pubblicazioni (e nel migliore dei casi aggiornando l’agenda). Il caderno di Samarago (qui nella sua versione italiana) ha rotto l’incantesimo e il pregiudizio dello scrittore che deve essere una figura sparente e preoccuparsi di esserci poco e bene. L’amica Michela Murgia ha un blog che riempie di opinioni sulla letteratura, sulla politica e sulle diverse quotidianità. E non solo blog: su twitter o fb sono molti gli scrittori che decidono di avere un dialogo reale che non si fermi al “mi piace” o al retweet ma che risponda e interagisca davvero.

Giorgio Fontana è scrittore e editorialista sul web e ha provato ad analizzare il ruolo “sociale” di uno scrittore stilando alcune semplici regole di base presentate al workshop “Uno scrittore deve essere social?”, tenuto l’8 settembre per il ciclo Extralab al Festival Letteratura di Mantova.

La rete è un’occasione sociale se abitata con verità e interazione. Come al mercato quando le signore ti additano perché costa troppo la tua scorta e ne viene fuori una chiaccherata sulla sicurezza e le mafie che riempi mezza mattina e lentamente si forma un’agorà politica in mezzo alle verdure: il piacere del dialogo contrapposto all’esposizione. Quando saremo tutti abbastanza alfabetizzati da riconoscere finalmente la sincerità nonostante il mezzo ci sarà da divertirsi perché non stoneranno solo i dinosauri ma a ruota i paratelivisivi disabituati al dialogo. E sarà un buon momento. Mica per la rete. Per la socialità, appunto.

Web democracy e meetup: la politica nella rete

Al netto delle beghe interne tra Giovanni Favia, Casaleggio e Beppe Grillo (perché sarebbe bello ascoltare cosa pensano molti parlamentari dei propri leader) è interessante leggere l’uso della rete che il Movimento 5 Stelle ha lanciato come “mezzo” politico. Perché mentre in Europa il Partito Pirata ha costretto gli altri partiti ad alfabetizzarsi e professionalizzarsi qui il dibattito è “1.0” affidato a segreterie che credono ancora che “internet” sia poco di più che incollare i propri comunicati stampa sugli status di fb.

Francesco su Non Mi Fermo analizza (finalmente con un’analisi e senza livore) la piattaforma scelta da Beppe Grillo per sviluppare la democrazia sul web. E i limiti e le opportunità sono un suggerimento che vale per tutti perché forse internet non cambierà il mondo ma sicuramente sta già cambiando le competenze richieste nella comunicazione dei partiti Perché ogni tanto vedere le espressioni poco convinte mentre ne racconto le potenzialità mi provoca un certo sconforto e perché come scrive Francesco nel suo articolo per “dialettica”, si dovrebbe intendere un insieme di voci che giungono a un risultato medio che rappresenti il miglior compromesso tra le preposizioni iniziali e il risultato finale: il programma. Questo aspetto, più che la proprietà del simbolo, il marchio registrato e quant’altro, mi preoccupa. La poca consapevolezza periferica di quale sia la “stretegia di rete”, l’accettazione passiva di un sistema che non è stato progettato per organizzare un movimento politico nazionale. Mezzo inadeguato, insomma.

Dare alla gente quello che vuole

Il codazzo di fotografi, cameramen e cronisti che fa da scorta a Nicole Minetti costituisce, in sé, una delle prove più schiaccianti della mancanza di dignità e di libertà del sistema mediatico così come ci illudiamo di gestirlo e così come lo stiamo subendo, per metà impotenti e per metà complici. Non c’è persona di buon senso, di qualunque orientamento ideologico e livello culturale, che non ritenga futile e dannoso dedicare tempo, tecnologia, parole e pensieri a una figuretta minore della nostra scena pubblica che è stata, a suo tempo, co-protagonista di uno scandalo di regime e oggi è protagonista di niente. Con la sola e spiegabile eccezione della stessa signorina Minetti, nessuno ha interesse a tenere acceso anche un solo riflettore su di lei. Se questo avviene è solo perché il potere (anzi: il dovere) di scegliere che cosa mostrare, di che cosa parlare è progressivamente venuto meno fino a scomparire dentro l’alibi – davvero ignobile – che bisogna “dare alla gente quello che vuole”: ma la gente legge e clicca ciò che le viene offerto, non altro. Non è la gente che fabbrica le notizie, sono i media. Anche il più scalcinato dei bancarellai ha facoltà di decidere quali merci esporre. I media sono gli unici commercianti che danno sempre al cliente la colpa della loro merce avariata.

Michele Serra da La Repubblica del 07/09/2012