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Politica

Giulio Cavalli ad Affaritaliani.it: “Per le primarie se si vuole il tempo lo si trova”

di Fabio Massa da Affari Italiani

Giulio Cavalli, consigliere regionale di Sel, attore antimafia, in un’intervista ad Affaritaliani.it spiega: “L’alleanza Lega Nord-Pdl è un teatrino irresponsabile, davvero poco divertente. E’ un gioco delle parti che non vuole essere altro che la ricaduta in piccolo degli accordi che ci saranno a livello nazionale”. A sinistra? “Siamo pronti, c’è la sintesi. Ma l’alleanza con l’Udc è impossibile. E non sono convinto che ci si debba mettere d’accordo con assessori che sono usciti eroici dalle loro bagatelle con Formigoni”. Infine, su Civati: “Credo sia molto difficile che potremo sfidarci”

Giulio Cavalli, lei da sempre è impegnato nella lotta contro la mafia. Che cosa ne pensa del fatto che la richiesta di arresto sia stata avanzata un anno fa e solo recentemente è stato dato seguito? Può essere un dettaglio per i complottisti…
Si tenga conto che con l’operazione Infinito di due anni fa, si sono aperti inevitabilmente dei filoni anche più politici. E’ evidente che per un reato come questo, o si hanno elementi in mano, oppure si attende di averli. Non credo che ci siano retropensieri, si tratta solo di una grande attività investigativa.

Torniamo alla politica: l’alleanza tra Lega Nord e Pdl è definitivamente tramontata?
L’alleanza Lega Nord-Pdl è un teatrino irresponsabile, davvero poco divertente. E’ un gioco delle parti che non vuole essere altro che la ricaduta in piccolo degli accordi che ci saranno a livello nazionale. Oggi parlare di accordi, o rinviare decisioni politiche ad aprile, di fatto significa rimandare a un’altra era. Non mi aspetterei di rivedere Lega e Pdl insieme.

A sinistra siete pronti a sfidare il centrodestra sulle Regionali? Avete qualche idea in comune oppure è un caos di opinioni divergenti?
Su alcuni punti fondamentali c’è la sintesi nel centrosinistra. Pd, Idv e Sel hanno dimostrato una comunione d’intenti e siamo riusciti a fare sintesi spesso. Sono d’accordo sul fatto però che bisogna aprire, come dice Martina. Ora bisogna vedere però che le aperture non siano strabiche.

Che cosa vuol dire?
Che un’apertura ai moderati e ai centristi a me suona molto strana. Meglio guardare a sinistra e ai movimenti. L’alleanza con l’Udc è impossibile, il piano nazionale l’ha già chiarito. Io vorrei un processo per il quale si smetta di parlarsi tra segreterie e si inizi a parlare tra elettori. Sono convinto che il Movimento 5 Stelle o alcuni elettori della Lega, potrebbero ascoltare le nostre idee. Ma non sono convinto invece che ci si debba mettere d’accordo con assessori che sono usciti eroici dalle loro bagatelle con Formigoni.

Ogni riferimento ad Alessandro Cè è puramente voluto?
Ogni riferimento è puramente causale.

Il centrosinistra potrebbe non avere il tempo di fare le primarie.
Se si vuole il tempo lo si trova. Non vorrei essere il grillo parlante, ma con Affaritaliani.it lo avevamo già detto tempo fa: le primarie andavano fatte prima che Formigoni cadesse. Il colpo d’ala adesso non è stare a vedere l’agonia del Formigoni morituro per capire chi ci pianterà sopra la bandierina per dire “l’ho ucciso io”. Qui non siamo al safari. Il colpo d’ala è un progetto politico chiaro, con un percorso chiaro. E con le idee chiare. Il colpo d’ala è l’indicazione di una data delle primarie che possa coincidere con la data del voto a dicembre.

Pippo Civati è candidato alle primarie nazionali. Però adesso dice che si sente più vicino alla sfida lombarda. Avete una buona intesa. Che cosa ne pensa?
Non credo molto nei personalismi. Credo nelle idee. Io e Pippo possiamo avere idee molto vicine. Credo sia molto difficile che potremo sfidarci. E’ ovvio che ho una lontananza con il contenitore politico che lo ospita qui in Lombardia, il Pd.

Civati pare si sia avvicinato molto a Stefano Boeri, in questi mesi.
Su questo mi sembra che abbiamo due modi, due stili e due scenari radicalmente diversi.

Lombardia, anche Giulio Cavalli si candida alla guida della Regione (da IL FATTO QUOTIDIANO)

di Mario Portanova per IL FATTO QUOTIDIANO

Una Lombardia post-formigoniana “più sociale e più laica”. E’ l’obiettivo di Giulio Cavalli, autore teatrale, consigliere regionale di Sel, uno dei protagonisti delmovimento antimafia “nordico”. Mentre la crisi fra Pdl e Lega precipita verso le elezioni anticipate, Cavalli annuncia la propria candidatura alla guida della Regione, attraverso la probabile tappa delleprimarie del centrosinistra lombardo. E si propone come una netta alternativa a Bruno Tabacci, il centrista ex casiniano attuale assessore al Bilancio a Milano nella giunta Pisapia, da tempo coltivato dal Pd come possibile “cavallo” per la corsa regionale.

“Quando Tabacci era presidente della Lombardia (dal 1985 al 1991, ndr) io avevo dieci anni”, spiega Cavalli a ilfattoquotidiano.it. Ma non è solo una questione generazionale: “La Lombardia è sempre stata un avamposto del liberismo nazionale, per esempio sul fronte della scuola privata – e temo che nel centrosinistra qualcuno possa mantenere lo stesso modello, semplicemente con interpreti più etici e meno ladri. Io questa volta non faccio il valletto di candidati dalle ‘cinquanta sfumature di grigio’”.

Le eventuali primarie del centrosinistra lombardo sono ancora tutte da costruire. Un’ipotesi è che vi partecipino, per scegliere un candidato comune, Pd, Idv e Sel. Oltre a Tabacci, tra i possibili candidati c’è Pippo Civati, eterno dissidente dei democratici. Cavalli, eletto in consiglio con l’Italia dei valori prima di passare al partito di Nichi Vendola, potrebbe pescare consensi fuori dal suo partito, anche nell’area dipietrista e persino nella cosiddetta “antipolitica“. Tra l’altro è stato l’unico politico “esterno” invitato all’iniziativa del Movimento 5 stelle per le dimissioni di Formigoni.

Molti punti fermi del programma di Cavalli vanno incontro anche ai gusti “grillini”. Per esempio uno stop alle infrastrutture “a volte dannose o inventate per lo sviluppo di centri commerciali“, una legge contro il consumo di suolo, l’housing sociale “che non favorisca il Ligresti di turno”, unalegge “anticorruzione”. Per i suoi spettacoli antimafia, l’attore è da diversi anni sotto scorta per le pesanti minacce ricevute. E così si chiude il cerchio sulla goccia che ha fatto traboccare il vaso degli scandali che hanno travolto la Regione Lombardia e la maggioranza formigoniana in primis:l’arresto dell’assessore Domenico Zambetti, accusato tra l’altro di aver comprato voti dalla ‘ndrangheta. “Penso che finalmente in Lombardia sia passato il concetto che l’antimafia non sia una cosa da opuscoli e convegni, ma una questione che è tutt’uno con il sistema di potere regionale”, conclude Cavalli. In caso di successo, dunque, come Palazzo Marino anche il Pirellone avrà la sua Commissione antimafia.

Loro si occupano di me ora io mi occupo di loro

Una mia intervista per L’Espresso. Avremo tempo e modo di dirci tutto il resto:

La Regione Lombardia è falcidiata da inchieste e arresti eccellenti. Giulio Cavalli (Sel), consigliere regionale sotto scorta per le minacce ricevute dalla ‘ndrangheta, non crede però ad una soluzione rapida della crisi: «Voto in aprile? Salvini e Maroni sembrano un ballo dei pupi: uno fa il buono, uno fa il cattivo e poi, dopo un po’ di mazzate, finisce tutto in modo gattopardesco. In realtà la Lega in questi anni è stata la puttana di Formigoni». Gli arresti non sono una sorpresa: «Zambetti non è diverso da altri assessori come Colucci o Buscemi, anche loro hanno preso più o meno consapevolmente i voti della ‘ndrangheta. Qui non si tratta di infiltrazioni: è la politica che chiede permesso per infiltrarsi nelle cosche. E bastano pochissimi voti: Zambetti è stato eletto con 4mila preferenze. Sapete perché? Perché i cittadini onesti spesso non esprimono le preferenze. Per favore, usatele». Per uscirne, Cavalli si propone per le primarie: «Loro, i mafiosi, si sono tanto occupati di me, ora è tempo che io mi occupi di loro».

Se la ‘ndrangheta entra al Pirellone: intervista per Famiglia Cristiana

Intervista da FamigliaCristiana.it

Da attore e regista teatrale di denuncia, Giulio Cavalli parla da anni di ‘ndrangheta in Lombardia. Consigliere regionale di minoranza per Sel, dal 2010 siede nella stessa aula consiliare dell’assessore alla Casa Domenico Zambetti, arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di aver pagato 200 mila euro a esponenti delle cosche per 4 mila voti di preferenza, decisivi ai fini della sua elezione nello stesso 2010. Cavalli al Pirellone ci va con la scorta, a causa di tutte le minacce ricevute per i suoi spettacoli e ora anche per la sua attività politica: “Essere in Consiglio regionale è ancora più pericoloso”, sostiene.

Nella conferenza stampa per l’arresto di Zambetti, il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, capo della Dda, ha detto: “E’ la prima volta che un voto di scambio viene accertato durante le indagini”, aggiungendo che quanto è successo “è devastante per la democrazia”. L’articolo del codice penale alla base dell’arresto è il 416 ter, “che punisce chi chiede i voti alle cosche e in cambio paga”. Ormai la Regione Lombardia ha toccato quota 14 tra arrestati e indagati. Lo stesso governatore Formigoni è indagato per corruzione aggravata e finanziamento illecito. Fatte salve tutte le presunzioni di innocenza, da molte parti si invoca un rinnovamento che passi da nuove elezioni regionali. Che al momento non risultano in programma. Commenta Giulio Cavalli: “Credo che Lega e Pdl abbiano già un accordo, ma hanno messo insieme un teatrino in cui la Lega, per sopravvivere, deve fingere di alzare la voce, e come sempre alza i toni e mai i contenuti. Formigoni continua il mandato perché sa che il suo progetto di leadership nazionale è crollato dopo tutti gli ultimi eventi, e da buon andreottiano sa benissimo che il balsamo della riabilitazione politica è il tempo”.

 Cavalli, l’ha sorpresa l’arresto dell’assessore Zambetti con questa accusa?

“No. La Commissione parlamentare antimafia, per bocca di Angela Napoli (che è membro di Fli, quindi non certo di centro-sinistra), aveva già parlato di otto uomini all’interno della Regione Lombardia eletti con i voti della ‘ndrangheta. Inoltre si sapeva chiaramente che l'”operazione Infinito” (che nel 2010 mostrò un’ampia presenza di clan in più zone lombarde, ndr) andava a toccare la “zona grigia”, ma mancavano i nomi e i cognomi dei collettori e della cerniera con il “terzo livello”. Quindi era inevitabile che le indagini sarebbero arrivate lì”.

Nel 2009 mi disse “L’infiltrazione mafiosa in Lombardia non è nei centri nevralgici del potere”. E oggi?

“Oggi, per la frantumazione del senso dell’etica e della responsabilità, sono i centri nevralgici del potere, che siano politici o imprenditoriali, che vanno a cercare la ‘ndrangheta. Il caso avvenuto in Lombardia secondo me è molto significativo, perché si tratta di un politico che bussa alla porta della ‘ndrangheta per ottenere un servizio. Un po’ come quel pezzo di imprenditoria che bussa per ottenere appalti o liquidità. Allora, a questo punto non è più la mafia che si infiltra nella politica, è la politica che si infiltra nella mafia”.

L’intercettazione ambientale dei due “esattori” di Zambetti è impressionante. Che cosa la colpisce?

“Loro hanno una concezione che è rimasta immutata dopo il ’92, e anche molto simile alle parole di Bernardo Provenzano e di altri: la concezione che i politici siano al loro servizio, unita alla soddisfazione di poter esercitare prepotenza su un potere che evidentemente spesso hanno invece visto come nemico. Poi, secondo me, c’è nelle vittime (per quanto possiamo considerare Zambetti una “vittima”) un’incredibile e gravissima mancanza di capacità nel cogliere la situazione che si è venuta a creare. Mi chiedo se un politico come Zambetti, un assessore di una Regione così importante come la Lombardia, possa immaginare quali risultati produca chiedere un favore a “famiglie” di questo tipo. Evidentemente no, visto quello che si legge”.

Risultano inoltre evidenti le manovre mafiose per infiltrarsi nell’Expo.

“Anche su questo punto, è qualcosa che sto dicendo da mesi. C’è stata un’inchiesta sul clan di Ciccio Valle. Ricordo un’intercettazione in cui si parlava dell’acquisto di un terreno per farci poi un’attività commerciale in previsione di Expo. E noi, in Consiglio regionale, non sapevamo ancora quali fossero i confini di Expo. Allora sembra che, soprattutto la ‘ndrangheta, in Lombardia abbia notizie di prima mano dalla politica prima ancora che diventino politica, prima che passino dalle aule consiliari, cioè dai luoghi di dibattito e di democrazia. Se non sono notizie di prima mano, una visione un po’ più pessimistica ci potrebbe far dire che sono loro i suggeritori di alcune iniziative politiche. Il problema di Expo, secondo me, non sta tanto nelle regole e solo nelle regole. Sta, come per tutti questi grandi eventi, nello spessore etico e morale della classe dirigente”.

Impressiona anche che le cosche riescano a controllare migliaia di voti.

“Questo non dovrebbe stupire, perché in realtà è la sconfitta dei cittadini onesti. Io dico spesso che per combattere la mafia non serve l’anti-politica: serve l’ultra-politica. Ad esempio, il fatto che lo strumento delle preferenze non venga usato dai cittadini onesti, permette alla ‘ndrangheta di riuscire a vincere in un campo perfettamente democratico, e seguendone le regole. Se la ‘ndrangheta riesce a cogliere le opportunità democratiche degli strumenti elettorali più dei cittadini onesti, il problema secondo me è che ci sarebbe bisogno di ultra-politica. Vede, le informazioni che ho io sono disponibili per qualsiasi politico voglia sapere, non ho canali preferenziali. Semplicemente, me ne occupo da tempo. Il problema principale per alcuni politici (ma direi anche per alcuni cittadini, altrimenti perpetuiamo questa distinzione) è che sono ricattabili. In secondo luogo, il muscolo della curiosità va esercitato. In questo Paese ce ne siamo un po’ dimenticati”.

Da consigliere regionale, cos’ha capito in più rispetto a prima?

“Diciamo che ho visto dal vivo i protagonisti dei miei spettacoli. In realtà, quando facevo solo teatro mi accusavano di essere un teatrante troppo politicizzato, oggi mi accusano di essere un politico troppo teatrale. Tutto quello che sta succedendo qui è molto teatrale, c’è moltissimo da raccontare, perché sono i personaggi che si ripetono, sono come eterne maschere della commedia dell’arte. Per esempio, il faccendiere Daccò non è diverso dall'”amico degli amici” di cui parlava Buscetta nella politica siciliana. Secondo me tutto è tragicamente molto drammaturgico”.

Cavalli, lei perché si è candidato alle regionali del 2010?

“Perchè credo nella politica, anche se oggi è in una fase che fa rizzare i capelli in testa. Certo, questa fede nella politica è molto legata alle mie battaglie e denunce precedenti sulla trasparenza, sulla legalità. Però, siamo riusciti a rimuovere un direttore dell’Asl (Pietrogino Pezzano, fotografato con alcuni boss calabresi, ndr) come l’Asl 1 di Milano, la più importante d’Italia e forse d’Europa per dimensioni e fatturato, ed è riuscito a farlo un consigliere regionale come me, di un minuscolo gruppo di minoranza, senza bisogno di rinvii a giudizio, ma parlando di fatti, portati in aula consiliare. Allora significa che la politica può essere anche uno strumento” .

Rosanna Biffi

Le ‘ndrine al Nord non sono degli alieni (l’editoriale per Pubblico di oggi)

Abbiamo perso l’esercizio del senso dell’opportunità. L’abbiamo lasciata in qualche vecchio cassetto o forse l’abbiamo sempre lì appoggiata sulla solita mensola ma ci siamo dimenticati come si usa, abbiamo perso le istruzioni. Gli ultimi arresti hanno soffiato sull’indignazione e su  un molle senso di allarme generale sulle mafie ma in qualche caso sembrano avere dato inizio ad un’erezione passeggera.
In Lombardia c’è in agenda un’iniziativa antimafia al giorno: è una bella abitudine di questi tempi, roba da fregarsi le mani rispetto ai prefetti che ne negano l’esistenza o ai sindaci che balbettano imbarazzati parlando flebilmente di presunte, possibili, circostanziate possibilità di infiltrazioni future.
Eppure le mafie qui su sono una cosa a sé: un mostro un po’ peloso che ha bisogno di essere raccontato perché faccia meno paura. E mentre ci si convince di compierne l’analisi si finisce per sublimarlo, così la pulsione aggressiva sparisce e la criminalità organizzata diventa un buon tema per le disquisizioni padanamente saccenti davanti al thé.
Quando qualcuno alza la voce e tira fuori questa vecchia storia dell’opportunità invece viene zittito come si zittiscono i molestatori. L’opportunità – ci dicono – è sancita dalla magistratura, niente tribunali del popolo – inorridiscono, sono sensibili – e niente teoremi! 
Oggi la Lombardia è ferita dalla ‘ndrangheta, ossessionata dall’avere i boss sullo stesso pianerottolo ma analfabeta: analfabeta nei modi, nei tempi, nelle meccaniche delle collusioni e nel coraggio. Celebra l’avvocato Ambrosoli ammazzato dal sicario di Sindona ma non invita il figlio Ambrosoli alla commemorazione del padre. Bisogna parlarne ma non superare il confine, contenersi in una buona educazione che si limiti per i più coraggiosi a riportare le notizie giudiziarie. Bisogna imparare in fretta il bon ton dell’antimafia lombarda come la vorrebbe la politica: tanti boss, qualche morto ammazzato per rendere truce la scenografia e al massimo qualche assessore di un paesino piccolo piccolo. Non un centimetro in più.
Poi non è importante che il riciclaggio giù al nord, la corruzione e la privatizzazione incessante delle regole siano il giaciglio perfetto per l’onnivora ‘ndrangheta che ridisegna le economie e i territori, sembra che non sia importante che le ultime indagini ci dicano che  la merda sotto terra per qualche centesimo al chilo sia sotto le autostrade che porteranno a Expo, non importa che Lea Garofalo sia stata uccisa in pieno giorno in centro a Milano o che brucino i beni confiscati: la mafia qui è un alieno atterrato tra i civili. Ma i civili sono innocenti. Altrimenti che civili padani sarebbero?

L’arresto dell’assessore Zambetti di ieri è l’ennesimo segnale di una ‘ndrangheta che non è più infiltrazione, ma è parte integrante del sistema politico lombardo. Le persone che hanno rovinato la mia vita in questi ultimi anni dialogano con un assessore che siede poco distante da me in Aula. Non c’entra la responsabilità penale è molto di più: è la difficoltà di raccontarlo ai miei figli. Semplicemente.

La Lombardia (e la Lega) dei pupi

È un teatrino. Soltanto un teatrino sulla pelle della Lombardia e dei lombardi. Come i teatrini dei pupi dove il copione è stato scritto e appoggiato dietro al palco e in scena ci si preoccupa di essere credibili e nient’altro.

La Lega abbaia ma non morde. Fingeranno di volere azzerare la Giunta e alla fine sarà un rimpasto. Un rimpasto che torna utile a Maroni per silurare qualche reduce assessore bossiano (come Bresciani, assessore alla sanità).

Salvini dirà che è un governo di transizione fino ad aprile ma Formigoni non parlerà mai di dimissioni. Poi da qui ad aprile in uno scenario politicamente così veloce e confuso può succedere di tutto e, soprattutto, la memoria fa in tempo ad affievolirsi e affievolire il senso di gravità.

Alla fine la Lega 2.0 continuerà ad essere collusa con i mali che dice di combattere e tutti saranno ancora per un po’ felici e contenti. Se davvero vuole mandare a casa Formigoni ci vediamo domani mattina con le (presunte) dimissioni che hanno preparato. Le nostre sono già lì. Una firma e si chiude la questione.

Formigoni continuerà a dire che è un caso personale dimenticando che un leader si vede nella scelta dei collaboratori. E lui è uno malato di leadership, dovrebbe saperlo bene.

Sembra una favola e invece è un incubo.

Noi intanto potremmo smettere di credere che mafie, etica, moralità, legalità, riciclaggio e corruzione siano temi che meritano al massimo un convegno e qualche opuscolo o cerimonia e invece è il primo punto per il cambiamento.

Noi partiamo da qui.

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Oggi a Padova con Peter Gomez

Alle 18.30 nel Palazzo della Ragione a Padova ospiti della Fiera delle Parole io e Peter Gomez (direttore de Il Fatto Quotidiano) presentiamo il mio libro L’INNOCENZA DI GIULIO ma inevitabilmente ci ritroveremo a discutere degli andreottismi di oggi e di questa squallida pagina politica delle ultime ore.

Perché le storie si ripetono se la memoria è troppo distratta e gli interessi sono sempre convergenti sotto traccia. Perché la Lombardia di oggi assomiglia ogni giorno di più al modello culturale che ad Andreotti ha portato tanta fortuna e perché non ci rassegnamo. No.

Qui le informazioni per la serata.

 

 

Scioglierci

Ci sono due aspetti sull’arresto dell’assessore Zambetti per concorso esterno in associazione mafiosa. Distinti ma confusi per dolore e rabbia.

Le persone che hanno rovinato la mia vita in questi ultimi anni dialogano con un assessore che siede poco distante da me in Aula. Non c’entra la responsabilità penale è molto di più: è la difficoltà di raccontarlo ai miei figli. Semplicemente.

C’è il punto politico: smettiamo di credere che sia criminalità organizzata, qui siamo alle macerie democratiche, all’incendio delle regole e per anni nessuno ha voluto vedere la brace. Nessuno. Anche dalle nostre parti abbiamo creduto (in troppi) che fosse roba da commissione o quelle cose lì e invece è il cuore del potere. Per la rabbia e l’indignazione non voglio nemmeno chiedere le dimissioni, vorrei gridare la sconfitta di tutti: la ‘ndrangheta gestisce pacchetti di voti perché la politica non riesce a farlo, le mafie usano le preferenze (un’opportunità che sta nelle regole) battendo gli onesti anche negli strumenti democratici, per dire.

Faccia una cosa il Governo, ma davvero: sciolga Regione Lombardia. Le inchieste degli ultimi anni parlavano di zona grigia, ora cominciano a galleggiare i nomi e i cognomi, la commissione antimafia aveva parlato di consiglieri eletti con i voti delle mafie, Massimo Ponzoni viene definito dagli atti della magistratura “capitale sociale della ‘ndrangheta” e ora Zambetti.

Scioglieteci. Da questo laccio che ogni giorno sembra più un cappio.

Mi dimetto da Podestà. Anzi no.

“Alle 16 conferenza stampa sulle ragioni delle mie dimissioni. Governare una Provincia in queste condizioni è (quasi) impossibile”. Lo scrive sul suo Twitter Guido Podestà, Presidente della moritura provincia di Milano.

Convoca la conferenza stampa e dice: non mi dimetto per responsabilità. Nessuno maligna però che quelle dimissioni gli avrebbero permesso di essere in tempo per candidarsi alle prossime politiche e (come si dice nei corridoi del Pirellone) una telefonata molto in alto di un leader molto basso ha bloccato tutto.

Il bipolarismo è una realtà politica. Cronica. Nel senso clinico però.

Anna Stepanovna Politkovskaja

Uccisa sei anni fa.

Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.

Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto.

È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999. Mi nascondevo dai soldati federali russi, ma grazie ad alcuni intermediari di fiducia riuscivo comunque a stabilire dei contatti segreti con le singole persone. In questo modo proteggevo i miei informatori.

Dopo l’inizio del piano di “cecenizzazione” di Putin (ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca), ho usato la stessa tecnica per entrare in contatto con i funzionari ceceni “buoni”. Molti di loro li conoscevo da tempo dato che, prima di diventare “buoni”, mi avevano ospitato a casa loro nei mesi più duri della guerra.

Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da “rieducare”. Non sto scherzando. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere “ripulita” da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me.

L’imboscata
Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età. La sciarpa non copriva completamente il capo ma non lo lasciava neanche scoperto. Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c’era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c’era più. L’avevano portata via.

Nella notte tra il 27 e il 28 luglio due guerriglieri ceceni sono caduti in un’imboscata tesa alla periferia di Kurchaloj da alcuni uomini fedeli all’alleato del Cremlino, Ramzan Kadyrov, il primo ministro ceceno. Adam Badaev è stato catturato mentre Hoj-Ahmed Dushaev, originario di Kurchaloj, è stato ucciso. Verso l’alba una ventina di Zhiguli piene di uomini armati hanno raggiunto il centro del villaggio dove si trova il commissariato di polizia. Portavano la testa di Dushaev. Due uomini l’hanno fissata al gasdotto al centro del villaggio e sotto hanno appeso i pantaloni macchiati di sangue. Poi hanno trascorso le due ore successive a fotografare la testa con i cellulari.

La testa mozzata è rimasta esposta per ventiquattr’ore. Alla fine gli uomini della milizia l’hanno portata via, lasciando i pantaloni appesi alla tubatura. Gli agenti dell’ufficio del procuratore generale intanto stavano esaminando la scena dell’imboscata. Gli abitanti del paese assicurano di aver sentito uno degli agenti chiedere a un subordinato: “Hanno finito di ricucire la testa?”. Il corpo di Dushaev, con la testa ricucita al collo, è stato riportato sul luogo dell’imboscata, e l’ufficio del procuratore generale ha avviato l’indagine seguendo le normali procedure investigative. Ho scritto un articolo per raccontare l’episodio, senza fare commenti ma fornendo una ricostruzione dei fatti. Sono tornata in Cecenia proprio quando in edicola usciva il giornale con il mio articolo.

In piazza le donne hanno cercato di nascondermi. Erano sicure che gli uomini di Kadyrov mi avrebbero sparato se avessero saputo che ero lì. Tutte mi hanno ricordato che il premier aveva giurato pubblicamente di uccidermi. Era successo durante una riunione dell’esecutivo: Kadyrov aveva dichiarato di averne abbastanza e aveva aggiunto che Anna Politkovskaja era una donna spacciata. Me lo hanno raccontato alcuni membri del governo. Perché tanto odio? Forse non gli piacevano i miei articoli? “Chi non è dei nostri è un nemico”. Lo ha detto Surkov, il principale sostenitore di Kadyrov nell’entourage di Putin.

“È talmente stupida che non conosce neanche il valore dei soldi. Le ho offerto del denaro ma non lo ha accettato”, ha detto Kadyrov a un mio vecchio conoscente, un ufficiale delle forze speciali della milizia. È “uno dei nostri”, e se ci avessero sorpresi a parlare di certo avrebbe passato dei guai. Al momento di salutarci, fuori era buio. L’ufficiale mi ha pregato di non uscire, perché aveva paura che mi uccidessero. “Non andare. Ramzan è molto arrabbiato con te”. Sono uscita lo stesso. Quella notte a Grozny avrei dovuto incontrare una persona di nascosto.

Si è offerto di farmi accompagnare con un’auto della milizia, ma l’idea mi sembrava ancora più rischiosa: sarei diventata un bersaglio per i guerriglieri. “Ma almeno nella casa dove stai andando sono armati?”, mi ha chiesto con aria preoccupata. Durante tutta la guerra sono stata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti i suoi nemici ti proteggono. Ma domani la minaccia verrà da qualcun altro. Perché mi dilungo su questa storia? Solo per spiegare che in Cecenia le persone sono preoccupate per me, e questo fatto mi commuove profondamente. Temono per la mia vita più di me.

Perché Kadyrov vuole uccidermi? Una volta l’ho intervistato e ho pubblicato le sue risposte senza cambiare una virgola, rispettando tutta la loro incredibile stupidità e ignoranza. Kadyrov era convinto che avrei riscritto completamente l’intervista, per farlo apparire più intelligente. In fondo oggi la maggior parte dei giornalisti, quelli che fanno parte “dei nostri”, si comporta così.

Basta questo per attirarsi una minaccia di morte? La risposta è semplice come la visione del mondo incoraggiata dal presidente russo Vladimir Putin. “Dobbiamo essere spietati con i nemici del reich”. “Chi non è con noi è contro di noi”. “Gli oppositori devono essere eliminati”.

“Perché ti sei fissata sulla storia della testa tagliata?”, mi ha chiesto a Mosca Vasilij Panchenkov, che dirige l’ufficio stampa delle truppe del ministero degli interni, pur essendo una persona per bene. “Non hai altro a cui pensare?”. Mi sono rivolta a lui per avere un commento su Kurchaloj per la Novaja Gazeta. “Lascia perdere, fai finta che non sia successo niente. Lo dico per il tuo bene!”.

Ma come posso dimenticare? Detesto la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra chi “è dalla nostra parte” e chi “non lo è” o addirittura “è dall’altra parte”. Se un giornalista è “dalla nostra parte” otterrà premi e rispetto, e forse gli proporranno perfino di diventare un deputato della duma, il parlamento russo. Ma se “non è dalla nostra parte”, sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee e dei loro valori, diventando automaticamente un reietto. Questo è il destino di chiunque si opponga alla nostra “democrazia sovrana”, alla “tradizionale democrazia russa”.

Riferire i fatti
Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo. Quale crimine ho commesso per essere bollata come “una contro di noi”? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato.

Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione.

Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l’effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l’avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell’ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli. La prima domanda che mi rivolgono è sempre la stessa: “Come e dove ha ottenuto queste informazioni?”.

Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L’unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta.

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Questo articolo è stato scritto per Another sky, un’antologia curata dall’associazione English Pen (www.englishpen.org) che sarà pubblicata nella primavera del 2007 da Profile Books.

Internazionale, numero 665, 26 ottobre 2006