Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 41

Politica

La politica gne gne

No, non è politica. No. È una continua, ossessiva ricerca della giusta narrazione per non dire ciò che si fa o non fare ciò che si era detto, tutti concentrati solo nel mettere il vestito buono alle fandonie più indicibili e alle retromarce che non si vogliono spiegare.

Così da una parte accade che il Movimento 5 Stelle, nella persona di Luigi Di Maio, continui la sua inversione a u come se niente fosse, liscio come l’olio, come se le regole e le promesse siano prodotti a scadenza breve al pari del latte o dello yogurt. E, badate bene, il problema non è nel cambiare idea (che tra l’altro può essere invece segno di maturità e intelligenza) ma nel non assumersene la responsabilità. Così il M5S (quello che non doveva allearsi con nessuno e governa con la Lega) ora apre nuove strade: dicevano che non ci si sarebbe mai spostati dai due mandati e invece arriva il mandato zero e così possono essere tre («Abbiamo deciso di introdurre il cosiddetto “mandato zero”. Che cos’è il mandato zero? È un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale», la frase pronunciata da Di Maio è uno spasso letterario), dicevano che non ci doveva essere struttura e invece arrivano i facilitatori regionali, dicevano nessuna alleanza e invece ora si apre alle alleanze. Capolavoro.

Dall’altra il Pd (che non perde mai occasione quando c’è da sbagliare) decide di rispondere all’orribile strumentalizzazione su Bibbiano (e sui bambini usati come clava politica) informandoci che uno degli indagati è difeso da un avvocato appartenente al Movimento 5 Stelle. In pratica per stigmatizzare un comportamento decidono di comportarsi allo stesso modo, fregandosene del dolore che tutta questa storia contiene. Altro capolavoro.

Niente di politico, niente che riguardi le riforme per il Paese, niente che sia di un minimo spessore culturale. La chiamano politica e invece è un lungo, disdicevole gne gne.

Buon martedì.

L’articolo La politica gne gne proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/23/la-politica-gne-gne/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’autonomia recitata

Fontana e Zaia, in nome di Lombardia e Veneto, hanno sfogato le proprie ire contro il presidente del consiglio Giuseppe Conte colpevole, a loro dire, di non volere dare abbastanza autonomia alla Padania e quindi di non rispettare i referendum (un po’ fiacco, quello di Fontana, a dire la verità) e il volere popolare.

Autonomia, popolo, volontà popolare sono le parole che la Lega sventola da anni come eccitante dei suoi elettori insistendo a magnificare un paradiso secessionista che ovviamente non è fattibile, non è costituzionale e non troverebbe mai i numeri necessari in Parlamento. Del resto la Lega, nonostante la finzione di Salvini, ha governato parecchi anni e non ha mai mosso una foglia sul tema nonostante se ne siano scordati in molti.

Ma non è questo il punto. Quello che ci interessa è come le infattibili promesse dei leghisti in fondo siano la loro stessa gabbia: per sfamare i suoi elettori Salvini dovrebbe attuare una secessione del nord che ormai non è nemmeno nei pensieri del vicepremier eletto in Calabria e difensore della Padania. Sapendo che non ci riuscirà mai allora non gli resta che applicare un’autonomia recitata che consiste nel trovare ogni volta un nemico o un potere forte che gli impedirebbero di arrivare al risultato finale. Per questo Fontana e Zaia hanno accettato di buon grado di fare gli attori in commedia sperando di placare l’ira funesta dei loro elettori (e del resto chi fa politica con l’ira ne finisce sempre prima o poi travolto): per loro è importante che si simuli una tensione all’obiettivo, solo questo.

Del resto la voglia di autonomia che accompagna questi tempi è soprattutto il desiderio che la libertà coincida con il farsi i fatti propri, in spazi sempre più ristretti, dallo Stato alle Regioni ai Comuni fino ad arrivare all’Io, dove l’egoismo sia sdoganato per legge e reso addirittura obbligatorio per difendersi da stranieri, oziosi, terroni oppure più semplicemente gli altri.

E così è tutta una corsa ad infeltrirsi. E tutti contenti di correre. Avanti così.

Buon lunedì.

 

L’articolo L’autonomia recitata proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/22/lautonomia-recitata/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La politica gne gne

Niente di politico, niente che riguardi le riforme per il Paese, niente che sia di un minimo spessore culturale. La chiamano politica e invece è un lungo, disdicevole gne gne.

La professoressa sospesa e le promesse

Ricordate Rosa Maria Dell’Aria? È la professoressa di Palermo che insegna all’istituto industriale Vittorio Emanuele III e che venne sospesa perché non avrebbe «vigilato» sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni che, durante la Giornata della memoria, avevano presentato un video nel quale accostavano la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al “decreto sicurezza” del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Ci fu un gran clamore in quei giorni. La sottosegretaria leghista ai Beni culturali Lucia Borgonzoni (quella che candidamente ammette di non leggere libri) era intervenuta su Facebook commentando: «Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere». Lei parlò della «più grande amarezza e la più grande ferita» della sua vita professionale. «Quel lavoro non aveva assolutamente alcuna finalità politica né tendeva a indottrinare gli studenti, che da sempre hanno lavorato in modo libero come essi stessi hanno dichiarato anche agli ispettori arrivati in istituto a fine gennaio». Dell’Aria ha spiegato di non aver visionato in anticipo la parte della presentazione con le immagini contestate e ha aggiunto: «Il video è il risultato dell’elaborazione dei ragazzi, si era parlato di diritti umani e nella loro elaborazione hanno fatto l’associazione tra il decreto sicurezza e la lesione dei diritti umani». Ha spiegato che il suo lavoro di insegnante consiste nel «modificare il libero convincimento laddove possa essere offensivo, denigratorio o osceno», ma non quello di reprimere le opinioni: «Il mio modus operandi è cercare che i ragazzi si formino un pensiero libero, critico, che siano attenti ai fatti della realtà e che imparino a ragionare e a pensare. Che si formino delle opinioni».

Di Maio le telefonò addirittura. “Farò di tutto – disse il vicepremier nel corso del colloquio con la docente – perché lei venga reintegrata il prima possibile. Prima che lo Stato perda è bene che si ravveda”. Salvini annunciò la revoca della sospensione e disse che avrebbe inaugurato il prossimo anno scolastico nella sua scuola.

Bene. La sanzione non è mai stata annullata, invece. È lei stessa a raccontarlo. Come se le promesse valessero da sole senza farle seguire dalle azioni. A posto così. “Ci tengo alla dichiarazione di illegittimità – ha detto – perché si percepisce già tra i colleghi, tra gli studenti la preoccupazione di non poter più dire in futuro: io la penso così. Forse ci vogliono allineati. E invece noi dobbiamo continuare”.

Buon giovedì.

L’articolo La professoressa sospesa e le promesse proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/18/la-professoressa-sospesa-e-le-promesse/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Grandi navi, piccola Venezia

Le immagini della “Deliziosa” che punta pericolosamente verso la riva dei Sette Martiri l’abbiamo vista tutti, praticamente in diretta, ripresa dai cellulari dei presenti. Abbiamo sentito le urla, abbiamo visto la tempesta, abbiamo assistito allo sgomento di un mostro nel cuore della città.

Un mese fa è successo con la “Opera” messa fuori uso da un black out. 251 metri di nave fuori controllo.

Poi c’è stata quella nave lunga quanto il Titanic che sulla banchina di San Basilio ha trascinato con se una lancia 110 metri volata via in un soffio, con la gente che scappava.

Eppure la storia delle Grandi Navi che ogni giorno calpestano la piccola Venezia se dovesse avere un inizio sarebbe il 12 maggio del 2004 quando la Mona Lisa si incagliò davanti a San Marco, nel cuore della città. E dal 2004 a oggi sono 15 anni che si parla di Grandi Navi e non si fa nulla. Qualcuno dice che finché non ci saranno vittime probabilmente continuerà così, qui da noi serve il sangue per prendere provvedimenti.

Sopra Venezia sono passati otto governi (due di Berlusconi), quattro sindaci, quattro giunte regionali (due con Galan, due con Zaia) e tutta una pletora di esperti da una parte e dall’altra ma Venezia continua a rimanere lì, solcata dalle Grandi Navi che in molti vedono “sicure” perché poi in fondo non è successo nulla di male, non si è fatto male nessuno.

E così la città invidiata da tutto il mondo continua a subire i litigi, le rassicurazioni, gli studi, i contro studi, le tesi (spesso in antitesi) e tutto il gorgo della politica che decide di non decidere da sempre. Ed è una storia tipicamente italiana di decisioni non prese e di pericolo che sta lì davanti agli occhi ma che tutti fingono di non vedere. Al massimo ci sarà da organizzare un lutto. E noi siamo fortissimi con i lutti.

L’articolo Grandi navi, piccola Venezia proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/10/grandi-navi-piccola-venezia/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Grandi navi, piccola Venezia

Le immagini della “Deliziosa” che punta pericolosamente verso la riva dei Sette Martiri l’abbiamo vista tutti, praticamente in diretta, ripresa dai cellulari dei presenti. Abbiamo sentito le urla, abbiamo visto la tempesta, abbiamo assistito allo sgomento di un mostro nel cuore della città.

Un mese fa è successo con la “Opera” messa fuori uso da un black out. 251 metri di nave fuori controllo.

Poi c’è stata quella nave lunga quanto il Titanic che sulla banchina di San Basilio ha trascinato con se una lancia 110 metri volata via in un soffio, con la gente che scappava.

Eppure la storia delle Grandi Navi che ogni giorno calpestano la piccola Venezia se dovesse avere un inizio sarebbe il 12 maggio del 2004 quando la Mona Lisa si incagliò davanti a San Marco, nel cuore della città. E dal 2004 a oggi sono 15 anni che si parla di Grandi Navi e non si fa nulla. Qualcuno dice che finché non ci saranno vittime probabilmente continuerà così, qui da noi serve il sangue per prendere provvedimenti.

Sopra Venezia sono passati otto governi (due di Berlusconi), quattro sindaci, quattro giunte regionali (due con Galan, due con Zaia) e tutta una pletora di esperti da una parte e dall’altra ma Venezia continua a rimanere lì, solcata dalle Grandi Navi che in molti vedono “sicure” perché poi in fondo non è successo nulla di male, non si è fatto male nessuno.

E così la città invidiata da tutto il mondo continua a subire i litigi, le rassicurazioni, gli studi, i contro studi, le tesi (spesso in antitesi) e tutto il gorgo della politica che decide di non decidere da sempre. Ed è una storia tipicamente italiana di decisioni non prese e di pericolo che sta lì davanti agli occhi ma che tutti fingono di non vedere. Al massimo ci sarà da organizzare un lutto. E noi siamo fortissimi con i lutti.

Panem e Ong

Quando vi stancherete di seguire il ministro dell’interno sul trucco oppiaceo delle Ong magari potremmo tutti insieme discutere di come in Italia si continui a sbarcare (molto di più delle navi che avete visto in televisione e su cui si sta giocando tutta la propaganda recente).

E magari discuteremo anche del fatto che gli sbarchi fantasma (di cui a Salvini non interessa parlare per non mostrarsi per il Capitan Colabrodo che è) portano gente di cui non si conoscono le generalità, che viene sbarcata sulle coste senza nessun controllo e che non rientra nemmeno nelle statistiche del ministero, sempre così attento a fingere di avere diminuito gli sbarchi.

Discuteremo del fatto che solo nella giornata del 7 giugno, solo per fare un esempio, siano sbarcate 147 persone, che sono più di tutte quelle su cui Salvini ha fatto tutto questo gran fracasso per stonarci le orecchie e nascondere i numeri. 1.218 solo nel mese di giugno, nonostante non se ne parli se non di quelli che fanno comodo per creare clamore.

E magari ci renderemo conto che sugli sbarchi che non avvengono con navi della Marina militare o con Ong il rischio di un mancato controllo è estremamente più alto e potenzialmente più pericoloso.

Così tutti insieme, a destra e a sinistra, ci renderemo conto una volta per tutte che le persone trasportate dalle Ong sono un numero infinitamente basso rispetto al totale, qualcosa che non incide sul fenomeno nel suo complesso e che siamo caduti nella trappola di chi indica il dito piuttosto che guardare la luna.

Ma per fare una cosa del genere, per praticare un po’ di onestà intellettuale, bisognerebbe riconoscere che le prove di forza del governo siano solo una pagliacciata per criminalizzare chi salva vite lasciando perdere il lauto traffico che invece continua a riempire le tasche dei trafficanti, quelli veri, quelli vicinissimi alle milizie libiche che l’Italia continua a leccare da anni (Minniti in testa e per primo) senza rendersi conto di ingrassare il proprio nemico.

E forse si potrebbe, anche con idee diverse, tornare a fare politica sul serio, discutendo del fenomeno nel suo complesso (e delle colpe dell’Europa) senza scendere nel tifo sfegatato tra fazioni. Il problema è che poi però anche le soluzioni dovrebbero essere credibili mica per uno sbarco utile per twittare ma per un continente che abbiamo depredato e che lasciamo marcire dalle guerre.

Buon martedì.

 

L’articolo Panem e Ong proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/09/panem-e-ong/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il legittimo impedito

Se ne parla poco e si legge poco in giro ma il ministro dell’interno Matteo Salvini è sotto processo a Torino per alcune dichiarazioni ritenute offensive che ha pronunciato il 14 febbraio 2016 a un congresso della Lega in quel di Collegno quando, con il suo solito garbo, ha reagito all’inchiesta sulle spese pazze dei consiglieri regionali in Liguria (in cui i leghisti figurano ovviamente in prima linea per essersi intascati indebitamente soldi pubblici) e ha dichiarato: «Qualcuno usa gli stronzi che male amministrano la giustizia, difenderò qualunque leghista indagato da quella schifezza che si chiama magistratura italiana che è un cancro da estirpare».

“Cancro da estirpare” e “schifezza” alla magistratura sono offese che nemmeno il fuoriclasse Berlusconi riusciva a pronunciare con tanta scioltezza: Salvini, si sa, ha imparato il peggio dal suo Maestro e ora lo mette in pratica travestendolo di cambiamento.

Il processo (da cui non può scappare non godendo dello scudo che ha invece usato per scappare dal processo per sequestro di persona) avrebbe dovuto iniziare proprio in questi giorni a Torino ma la sua avvocata Claudia Eccher ha fatto valere per ben due volte il legittimo impedimento che proprio Berlusconi inventò per poter darsela a gambe dalle aule dei tribunali che lo inseguivano.

Oltre ai due legittimi impedimenti messi sul tavolo da Salvini forse sarebbe anche il caso di sottolineare che per fare partire il processo la Procura di Torino ha dovuto sollecitare il Ministero alla Giustizia per ben quattro volte (che sbadati, eh?) prima di ottenere il via libera.

Salvini ha fatto sapere di voler essere presente al processo (sì, certo, come no) ma ora se ne parla per novembre. L’uomo che vorrebbe assomigliare al popolo è rinchiuso nella sua roccaforte privilegiata, ovviamente. E fa ridere che per difendersi abbia addirittura assoldato un professorone per spiegare il senso delle sue parole. Sentite la sua linea difensiva: “Con il tempo – ha detto l’avvocato Eccher – il linguaggio cambia e ci sono espressioni che perdono la loro carica di offensività. Vorrei anche ricordare che frasi assai più pesanti indirizzate a Salvini sono state considerate accettabili, o veicolate nell’alveo della critica politica, anche in sede giudiziaria”.

Eh, già.

Buon lunedì.

L’articolo Il legittimo impedito proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/08/il-legittimo-impedito/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Panem e ONG

E forse si potrebbe, anche con idee diverse, tornare a fare politica sul serio

L(‘)a politica

C’è confusione, oltre che oltraggio alle istituzioni, di questi tempi. E succede l’inimmaginabile. C’è un ministro dell’interno che riesce addirittura a superare il suo vecchio maestro Berlusconi (perché è sempre quel il cordone ombelicale, ricordatelo sempre agli amici leghisti, con Berlusconi governano ovunque, ovunque). Le parole di Salvini sono un conato continuo, vomito sulla magistratura, sulle istituzioni, dappertutto. Ed è normale che l’Associazione Nazionale Magistrati se ne risenta. Ci mancherebbe. Del resto il ministro dell’inferno riuscirebbe a far perdere la pazienza anche a un santo, anche a un morto.

Poi c’è questa terribile intervista all’uomo della Guardia di Finanza (che dovrebbe essere un’istituzione, se non ricordo male) in cui rivendica il diritto di essere un’eroe e contesta la magistratura. Un uomo della Guardia di Finanza. Avete letto bene. Il nostro eroe ovviamente si fa intervistare dall’Adnkronos ma preferisce rimanere anonimo (ma va?) e ci informa che la Guardia di Finanza è da considerarsi nave da guerra in guerra (ah sì? siamo un guerra e non ce ne siamo accorti? Chi ci ha invaso? La Svizzera?) e poi pronuncia la parola magica: il popolo. Dice: cosa vuole il popolo? E mette i brividi pensare che un uomo in divisa ragioni così, dimenticando la funzione della politica che diventa apolitica. Che peccato.

Poi c’è Sassoli eletto presidente del Parlamento Europeo Non c’è che dire: Salvini ha proprio ribaltato l’Europa, eh. Chissà quanta bile. Però Sassoli ha detto una cosa fondamentale: bisogna rivedere il trattato di Dublino. Decidere di cambiare le regole europee. Quello stesso trattato che Salvini e compagnia hanno snobbato quando erano eurodeputati profumatamente pagati. È stato rivoluzionario Sassoli: ci ha ricordato che la politica si fa con la politica.

In tempi di nani ci vuole niente a sembrare giganti.

Buon giovedì.

L’articolo L(‘)a politica proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/04/la-politica/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.