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Politica

Gino Strada: «Il vento sta cambiando»

L’argomento del momento è la vicenda della Sea-Watch e la decisione presa della sua comandante…
Al di là dei dettagli tecnici mi pare che qui sia in gioco un principio: si tende a criminalizzare chi aiuta. Questa cosa è intollerabile, inaudita, perfino inaspettata nella sua rozzezza, nella sua stupidità. E questo purtroppo è un processo che va avanti da qualche anno, dal governo precedente: la guerra alle Organizzazioni non governative è iniziata con il governo a guida Pd e Minniti ministro dell’Interno.

Improvvisamente sembra che una parte degli italiani sia diventata legalitaria, tutti rispettosi delle leggi e tutti pronti a crocifiggere Carola Rackete, che ne pensi?
Vedo che siamo in un periodo in cui tutti urlano, tutti gridano, c’è gente che parla di cose che non conosce, sembra che l’incompetenza sia diventata la regola. Però io non ci credo che a questo schiamazzo di una politica ormai vergognosa corrisponda un vero sentire degli italiani. Credo che molta gente, probabilmente la maggioranza, stia mal sopportando questo clima. Per questo credo che la situazione sia ancora reversibile almeno nel nostro Paese. È vero che c’è una macchina propagandistica pazzesca e che c’è un’assenza delle più alte cariche dello Stato. Che non ci sia nessun commento sul fatto che ormai la politica si faccia con i tweet e il dibattito si faccia con gli insulti, se non con i pestaggi, è preoccupante. Un membro del Parlamento che si permette di dire «affondiamo la nave»… sono cose che erano impensabili alcuni anni fa. Però io non credo che tutto questo sia il sentire degli italiani.

Quindi sei ottimista?
Io vedo un Paese dove…

L’intervista di Giulio Cavalli a Gino Strada prosegue su Left in edicola dal 5 luglio 2019


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Sotto il rumore, i tagli

Sotto il caos e la polvere della vicenda Sea Watch, del muro di Fedriga e di Di Maio che propone di essere più a destra di Salvini sulla confisca delle navi delle Ong (perché chi non è “né di destra né di sinistra è quasi sempre di destra”) intanto il governo sta preparando la prossima manovra economica. E cosa c’è di meglio di tanta confusione per tagliare un po’ qua e un po’ là, proprio dove avevano sempre promesso che non avrebbero tagliato? Eccoci qua.

4 miliardi di euro tagliati alla scuola, come riporta Linkiesta. Sì, alla scuola. In tre anni. Si tratta di circa il 10%, tanto per dare un’idea. Da 48,3 a 44,4 miliardi nel giro di tre anni, con una riduzione delle risorse sia per l’istruzione primaria (da 29,4 a 27,1 miliardi di euro) che per quella secondaria (da 15,3 a 14,1 miliardi). 1 miliardo e 300 milioni di euro tagliati agli insegnanti di sostegno. Perché è ovvio: chi continua a fare politica contro i deboli alla fine arriva anche ai deboli di casa nostra, c’era da aspettarselo. Stupisce che qualcuno si stupisca. Evidentemente servono persone con la cultura giusta per augurare stupri da un molo. Se è vero che il mondo può essere salvato solo dal soffio della scuola allora c’è da preoccuparsi, sul serio.

Ma non è mica tutto, no. Scendono ad esempio la spesa  per il soccorso civile, che passa da 7,6 a 4,3 miliardi. Il «sostegno alla ricostruzione» crolla tra il ’19 e il ’20 da 3,2 miliardi a 700 milioni, poi 380. Ma scendono anche le risorse per la protezione civile di primo intervento, da 744 a 391 milioni di euro.

Capite di cosa stiamo parlando? Usare un’arma di distrazione di massa per riempire le agende dei giornali di scontri sulla pelle degli ultimi (stranieri) permette di agire sugli ultimi (nostrani) indisturbati. E la distruzione della cultura continua a prosperare, insieme a quella dell’istruzione, perché avere un popolo meno istruito significa avere un popolo più facile da governare.

Contenti voi.

Buon martedì.

 

 

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La merda nel ventilatore

A Bibbiano la Procura di Reggio Emilia ha scoperto una storia che mette i brividi e riguarda bambini scippati alle loro famiglie e dati in affidamento per business. Una storia dolorosa, macabra, addirittura orribile nelle sevizie psicologiche che i minori si ritrovavano a sopportare e con protagonisti quelli che dovrebbero invece essere i garanti dei minori.

Sarà per la mia adozione ma quando leggo storie così mi viene da pensare alle parole che non esistono nemmeno sul vocabolario e che invece servirebbero per riuscire a descrivere lo squarcio dentro al cuore dei piccoli e dei loro genitori, incastrati in un meccanismo che soffoca gli affetti e li disgrega facendone pezzetti sparsi in giro.

Un’analista che ha il coraggio di dire “facciamo il funerale al tuo papà” a un bambino per convincerlo a dimenticarlo è un orco che segna un buco nero e che merita tutto il sprezzo che siamo capaci di spremere.

La vicenda di Bibbiano però è diventata anche l’occasione per la disputa politica di quelli che vorrebbero cambiare discorso dalla vicenda di Sea Watch e dall’orribile atteggiamento del ministro dell’interno. Come al solito, incapaci di rispondere sul merito delle questioni, i partiti al governo non aspettano altro che qualche segnale da qualsiasi procura in giro per l’Italia per dimostrare che anche gli altri sono sporchi e cattivi e così, più del dolore umano dei bambini, è stata tutta una rincorsa ad accusare il Pd e il suo sindaco. È un’abitudine tutta italiana quella di starnazzare a caso, del resto, che funziona sia a destra che a sinistra.

Luigi Di Maio, ad esempio, alle 12.55 del 27 giugno ha pubblicato un lungo post su Facebook in cui attaccava il sindaco Andrea Carletti ritenendolo responsabile di tutta la vicenda e parlando di “politici che coprivano” il vergognoso giro di affari. Così in questi giorni se vi capita di scrivere di Sea Watch vi ritrovate sempre qualche pappagallo pronto a dire “e allora il Pd a Bibbiano?”.

Chi segue il buongiorno sa che da queste parti non siamo mai stati teneri con i democratici ma c’è un piccolo dettaglio che andrebbe riportato: sono le parole del procuratore Mescolini che si occupa dell’inchiesta e dice che il sindaco, appunto, “risponde solo di abuso d’ufficio e falso. Gli viene contestato di aver violato le norme sull’affidamento dei locali dove si svolgevano le sedute terapeutiche, ma non è coinvolto nei crimini contro i minori”. Chissà se qualcuno se ne accorgerà. Chissà se qualcuno chiederà scusa.

Ma ciò che conta in fondo è solo aggiungere merda al ventilatore.

Buon lunedì.

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Farsa di Stato

Innanzitutto un chiarimento, necessario, ai troppi che si improvvisano esperti di diritto del mare. La capitana della Sea Watch ha deciso di entrare nelle acque territoriali italiane, dopo 13 giorni passati a bollire nel brodo di un’Europa addormentata e di un Salvini che abbaia, perché la legge dice così. Lo dice il diritto del mare e le leggi internazionali che la obbligano a puntare sul porto sicuro più vicino. Non è sicura la Libia e non è sicura la Tunisia (e chi non è d’accordo se ne faccia una ragione) e il porto più vicino non è quello che appare guardando le mappe senza conoscenza di ortodromia o di correnti o di venti. Non funziona così, no.

Se Sea Watch avesse puntato su un altro porto e nel viaggio fosse successo qualcosa, un malore mortale a qualcuno dei migranti, la capitana Carola Rackete avrebbe rischiato un’incriminazione per omicidio colposo. La capitana (e chiunque mastichi di leggi e di politica) sa anche che il decreto di Salvini vale per quello che è: un decreto del potere esecutivo emesso con criterio di urgenza. I decreti possono essere impugnati. Ben venga il processo se servirà a chiarire tutto questo.

Un’altra cosa: l’opposizione in Italia l’ha fatta di più la Rackete con il suo gesto che tutta l’opposizione (che infatti ora non fa altro che rimanere in scia). Il governo intanto impazzisce. Salvini frigge. Di Maio prova a giocare di sponda come un DC 2.0 continuando a farsi fagocitare e Conte non conta più di un’ombra su un vetro. C’è anche la Meloni, che in occasioni come queste riesce a dare il peggio di se stessa dicendo senza nemmeno il coraggio di dire.

Siamo noi gli scheletri. Mica quelli che arrivano. Siamo noi, che siamo già annegati da un pezzo.

Buon giovedì.

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L’ideologia dei neonazisti? La birra

Se pensate che i neonazisti (così come i fasci 2.0 nostrani) siano figli di qualsiasi ideologia o di qualche nozione di storia calmatevi pure: questi sono villani che sono finiti per caso nel branco e che si eccitano per qualche agitata di manganello o per il brivido di sputare su qualcuno degli ultimi.

L’ultimo esempio arriva dalla Germania, dove nel paese di Ostritz questi patetici figuri avevano organizzato un loro festival neonazi (dal titolo “Lo scudo e la spada”, tanto per sottolinearne la modernità di pensiero) che è praticamente saltato perché era finita la birra. Avete letto bene: la birra.

In sostanza una dozzina di abitanti, saputo del ritrovo di questi patetici figuri, hanno comprato nel piccolo supermercato cittadino tutte le birre che c’erano a disposizione. A questo aggiungete che la polizia ha vietato la vendita di alcolici e quindi gli organizzatori hanno dovuto gettare tutta la birra acquistata (confiscati più di quattromila litri di birra oltre che coltelli: del resto chi non va a una festa armato di un coltello oggigiorno?) e i partecipanti hanno abbandonato la festa che è finita con un bel buco nell’acqua.

I neonazisti di oggi sono persone sole che hanno bisogno di stare nel branco, riempirsi la pancia di birra e annusare la possibilità di esercitare violenza. Di politico non hanno nemmeno la suola delle scarpe. Sventolano vessilli come fossero feticci solo perché lo fa il loro vicino di branco e si appendono a storie del passato perché sono incapaci di affrontare la complessità del presente. Per loro la politica è una gita fuori porta con i loro amichetti del cuore, niente di più.

E mentre falliva il festival delle teste rasate a Ostritz, le persone normali invece hanno organizzato una partecipata contro manifestazione alla quale hanno partecipato anche il governatore della Sassonia Michael Kretschmer e l’ex giocatore della nazionale tedesca Claudemir Cacau. Hanno posato per terra 2262 paia di scarpe, uno per ogni morto nel Mediterraneo l’anno scorso. Senza bisogno di birra. Buon martedì.

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Nascono uguali, ma uno dei due è maledetto fin da subito

“They are born equal, but then the curse is set” è lo slogan scelto dal maggiore sindacato islandese per la sua campagna di sensibilizzazione contro la disparità salariale: nella foto sono ritratti due bambini, un maschio e una femmina.

In Islanda la disparità salariale, a differenza di noi, è un tema talmente serio da essere già entrato nell’agenda politica. Non è un caso che la nazione venga citata negli ultimi anni come la migliore al mondo dal World Economic Forum. E non è questione di sensibilità, di cultura e di singole iniziative lasciate al buon cuore di ciascuno: fin dal 2017 in Islanda c’è una legge che costringe le aziende con più di 25 dipendenti di ottenere una certificazione di parità salariale. Chi non ottempera a questo dovere subisce delle sanzioni economiche. Sì, avete letto bene: una multa.

Ed è stata una donna (Vigdis Finnbogadottìr, prima donna presidente della Repubblica e rieletta per quattro mandati consecutivi, dal 1980 al 1996) a portare in Islanda tutte le riforme dedicate alle donne: dall’asilo nido gratuito fino a alle quote di genere istituite nei consigli d’amministrazione di aziende e istituzioni pubbliche, passando per il congedo parentale che viene equamente distribuito al padre e alla madre.

Tra i dati che vale la pena citare c’è che in Islanda, quando diventò un problema nazionale, la disparità salariale si aggirava sul 5/8% mentre in Italia siamo almeno al 10% e nonostante questo, il tema sembra interessare a pochi, come se non fosse un tema che incide fondamentalmente sulla salubrità democratica di un Paese.

E mi sono detto: pensa se proprio in un momento in cui sembra sdoganato il fastidio verso la donna che decide di lavorare qualcuno riesce invece a rilanciare ancora più forte sulle disuguaglianze tra uomo e donna nel mondo del lavoro. Pensa a un’opposizione che s’oppone anche proponendo temi dimenticati dal governo oltre che ripeterci che quegli altri sono cattivi. Tu pensa.

Buon lunedì.

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«La Macondo dell’orrore»: Damiano Sinfonico recensisce Carnaio

(fonte)

Non è facile immaginare un romanzo costruito sul dramma principe dei nostri anni, ovvero l’ostilità verso gli uomini e le donne che raggiungono il nostro continente. Ci ha provato Giulio Cavalli (1977), autore anche di testi teatrali e di inchiesta, nonché attivo nella militanza politica e nella lotta alla criminalità organizzata: il suo Carnaio, edito da Fandango Libri nell’autunno del 2018 e ora nella cinquina del premio Campiello, affronta il tema con tinte surreali e grottesche, elaborando l’intenzione politica con uno stile efficace.

In un punto imprecisato del sud Italia (a due ore da Malta, si dice), un paesino viene sconvolto prima dalla comparsa di alcuni cadaveri, poi da delle ondate (letteralmente) di centinaia e poi migliaia di corpi morti, che ricoprono le strade, entrano dalle finestre aperte, risalgono i tubi affiorando smembrati dai gabinetti. Senza che nessuno ricerchi l’origine e la causa di questo fenomeno, i cittadini si danno da fare per erigere una barriera di plexiglas sulla spiaggia e trasformare il dramma in un’opportunità economica, usando i corpi come materiale combustibile per una centrale elettrica, cibo e pelle da concia. Intanto l’isolamento porta i cittadini a separarsi dall’Italia e a costituirsi come Stato indipendente, arrivando a chiudere le frontiere, espellere i giornalisti e infine costruire una campana di vetro per segregarsi dal mondo.

Iniziamo dalla chiave politica del romanzo, anticipando però che questo non si riduce a quella. Più che l’evidente presa di posizione dell’autore, interessante è la rappresentazione del lento degrado e scivolamento verso una barbarie assoluta. La forza del romanzo sta nel dare forma, anche linguistica, a questo declino. La trama avanza in una atmosfera trasognata, e il paesino, questa Macondo dell’orrore, sembra appartenere contemporaneamente tanto ai nostri litorali quanto alle carte letterarie. Le pulsioni che vi prendono corpo sono estreme, eppure serpeggiano anche nei comizi di questi mesi. In tutto il libro c’è quest’aria continuamente sospesa, tra immaginazione e realtà, eppure alcuni suoi personaggi sembrano avere un piede nell’una e un piede nell’altra.

Giulio Cavalli ci dice che chi arriva dal mare «non è un cadavere del nostro mondo», che quegli uomini sono «diversi, così altri, mica come noi» e per tutto il romanzo saranno designati come «quelli». Ci mostra anche come nel paesino sorga l’intolleranza, da un primo sentimento di insicurezza all’arroganza contro i “professoroni” e i politici di Roma, dal bisogno di gestire rapidamente l’emergenza alla volontà di rimuovere tutti quei vincoli che garantiscono una convivenza democratica. Il risultato è racchiuso in due frasi mirabili: «la città si affievoliva in una convivenza che si era fatta aceto» e la «città come assembramento di persone sole allevate in una serra».

Viene da chiedersi se un’opera così congegnata riuscirà a scalfire il dibattito politico o a convincere qualche lettore con idee diverse. Anche se la risposta sarà probabilmente negativa, credo che il libro abbia il merito di saper comporre nell’immaginazione una figura precisa dell’orrore verso cui si potrebbe scivolare. Carnaio aiuta a fare chiarezza dell’oscurità in cui ci muoviamo, mostrando tutta l’irrazionalità delle paure, delle pulsioni e dell’imbarbarimento politico del nostro tempo.

Il romanzo fa leva non solo sulla densità dei temi, ma anche sulla forza della lingua. Nelle mani di Cavalli essa appare ravvivata, fluisce con naturalezza all’interno di architetture complesse. Estraggo per esempio un periodo (il dialogo tra la donna che ha trovato il secondo cadavere e il commissario):

Sì, certo, è vero, disse Lilly, ma prova a metterti nei miei panni, noi non abbiamo mica sempre la pistola in tasca, noi non sappiamo chi ci possiamo trovare di fronte, chi ci capita di incrociare, tocca a te spiegarci che va tutto bene, e non fare l’errore di sottovalutare il sentire comune, di irridere gli spaventati, pretendiamo rispetto da chi ci deve proteggere, e lui insistette ancora, calma, serve calma, ci sono inezie che si ingrossano e diventano torrenti, potrebbero essere due pescatori, due mozzi di qualche nave straniera, due contrabbandieri che hanno sbagliato rotta, anzi, sospirò il commissario e lo disse come si confessa un segreto di Stato, è più che un’ipotesi che fossero insieme, dico da vivi che navigassero insieme, imbarcati sulla stessa barca che magari ritroveremo arenata tra una settimana, quindi sarebbe il caso di valutare i due morti come se fossero uno, due rami dello stesso troncone di indagine, una sola sventura, un accadimento disarmante che banalmente si ripete perché si trascina la coda, ma che è già avvenuto anche se si ripresenterà di nuovo, qualcosa che tocchiamo ma non c’è già più, i resti di una storia che possiamo considerare passata, il resto, non so se mi segue, se le è chiara la metafora, e proprio per questo ciò che adesso davvero conta è non scaldare gli animi, trattenere il gusto di confezionare allarmi. 

Inoltre la pagina è impreziosita da espressioni ingegnose (la più bella: «un viandante viandato nella corrente») e parole rare (tra cui «smandrappato», «szoccolare», «sciancicato»). È evidente che l’autore non si è limitato a sostenere una idea di civiltà, ma l’ha saputa attizzare con una esuberante dote di scrittore.

Il romanzo prescinde dai confezionamenti livellanti. Lo si vede per esempio nell’assenza di un eroe, nella cui battaglia il lettore si sarebbe agevolmente identificato, o anche solo di un protagonista, che avrebbe dato alla narrazione un’impostazione classica; lo si vede anche in quello che forse è l’unico difetto del libro, ovvero una certa rigidità nella seconda parte, quando la disumanizzazione è compiuta e ogni capitolo aggiunge un’azione depravata. Tuttavia una scelta simile si può tollerare in un’opera originale, che certamente sarà apprezzata anche quando ci saremo allontanati dall’incredibile cronaca di questi anni.

Il vomito su Camilleri

Lo scrittore Andrea Camilleri sta male, è in rianimazione, con i suoi 93 anni sulle spalle e una vita in cui non si è risparmiato. In un Paese normale uno scrittore, soprattutto uno che ha dato molto anche alla crescita della cultura popolare grazie alla televisione, sarebbe seguito nel suo dramma con un po’ di riconoscenza o almeno un po’ di rispettoso silenzio.

E invece niente. No. Nell’imbruttimento generale di questo Paese, dove la politica è diventata vuota ma solidissima per essere usata come randello contro l’avversario di turno, anche un Camilleri diventa un ottimo bersaglio per vomitare bile e violenza verbale. Roba impensabile fino a qualche anno fa e diventata terribilmente normale in quest’epoca in cui il cattivismo è diventato il pane di tutti i giorni.

Per citare solo qualche esempio, sulla pagina Facebook de Il Giornale ecco il tenore di alcuni commenti:

“Hai parlato male di Salvini sei stato castigato!”

“Strilla troppo contro Salvini e alla fine paga! Devi stare più tranquillo”

“Alla Lega servono ulteriori consensi! Forza Camilleri! Non mollare!”

“Gli auguro 1.000 volte quello che ha augurato a Salvini. Camilleri, nulla di personale…”

“Chi semina odio ha quello che si merita. Il silenzio è oro e lui doveva stare zitto e non prendere le difese verso chi non ha il diritto di stare nel nostro Paese”

“Talmente tanto odio contro Salvini che gli è venuto un infarto. Questi sono quelli che cantano peace & love”

“Ma va a morir ammazzato stronzone malaugurate, il destino ha voluto, così chi disprezza gli altri, nulla avrà, hai visto cosa ti è capitato, la prossima volta, se ci sarà la prossima volta, state zitto così campi di più, Un consiglio da figlio.”

“Vomita oggi, vomita domani, ecco il risultato” e una faccina sorridente.

Ecco. Un Paese così.

Buon martedì.

 

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