Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 40

Politica

Conte bis e la cortesia che diventa servilismo


Sia chiaro: la politica è l’arte della mediazione e della capacità di cogliere le occasioni che si presentano e qui nessuno dice che sia giusto o sbagliato impuntarsi sul nome di Conte per fare saltare la possibilità di un governo che difficilmente potrebbe fare peggio di quello partecipato dalla Lega ma piuttosto si discute del fatto che ci si potrebbe sedere intorno a un tavolo per compiere le trattative anche senza esagerare nella celebrazione come eroe di colui che prima era il peggior nemico.
Continua a leggere

Salvini, la pacchia è finita

Meno 5 per cento nei sondaggi, una situazione politica disastrosa, i malumori anche nella “sua” Lega. Decisamente il Capitano non è più capitano di granché. E fuori dal Viminale i bacioni non funzionano più.

Il mio editoriale per Linkiesta è qui.

Nel “Carnaio” di Giulio Cavalli la paura nei confronti dell’altro diventa profitto

Lo scrittore racconta il dramma dell’emigrazione e di come viene percepita da una società incapace di fare fronte al fenomeno 

(Lilia Ambrosi 25 Agosto 2019, Il Piccolo, fonte)

l’intervista Il primo cadavere arriva nel porto di DF in marzo e si può ancora fare finta di niente, ma quando nel pomeriggio del 4 aprile arriva un’onda fatta di migliaia di corpi tutti uguali, pelle scura, differenze di pochi centimetri e qualche grammo, l’insicurezza cala sul paesino costiero come una cupa cappa sconosciuta. Giulio Cavalli, uomo di teatro e d’inchiesta, finalista al Campiello, ci racconta in “Carnaio” (Fandango,pagg. 218 pagine, Euro 17,00) cosa l’Onda fa esplodere tra gli abitanti di questo piccolo luogo. 

Con una scrittura molto bella, che confronta con l’ironia l’ipocrisia, dipinge le reazioni delle istituzioni e dei singoli e lo fa toccando argomenti di grande attualità. Diciamo solo che DF imparerà a nutrirsi della sua disgrazia affondando nel cinismo fino, a costruire un mare finto pur di chiudersi in una difesa alla paura dal sapore patetico e decisamente spaventoso. 

Questo libro è per lei un atto di ribellione? 

«Mah sì, diciamo che uno dei comandamenti che mi porto dietro in tutto quello che faccio è una frase di Mark Twain che dice che non bisogna avere paura di ciò che non si conosce, ma dobbiamo temere quello che crediamo vero e invece non lo è. “Carnaio” ha una parte iniziale che vuole sbriciolare certi pregiudizi o certe grette e strette visioni che abbiamo per provare ad offrire una visuale inaspettata. Che poi è fondamentalmente il lavoro del giullare sul palco. E che è il lavoro che può svolgere molto dignitosamente la letteratura». 

In questo libro la paura abbonda. 

«Stiamo vivendo una realtà percepita che non è poi legittimata dai fatti e dai numeri e abbiamo preso questa china per cui la nostra sensazione diventa un fatto e viene rivenduta come se fosse l’unica verità possibile. Il che ci espone ad un inquinamento intellettuale molto pericoloso. L’ancoraggio ai fatti che di solito veniva mantenuto dall’informazione o dagli intellettuali, quando questo paese aveva degli intellettuali, è venuto completamente a mancare. Oggi vale qualsiasi affermazione o considerazione non verificata, non verificabile, non poggiata su dati reali e allora improvvisamente tutto vale. È quindi normale che i più fanfaroni diventino dei profeti». 

In “Carnaio” si parla molto di informazione, del confezionare allarmi, mungere lacrime, profanare tutto con assoluta impudicizia. Vi compare però anche Patel, un giornalista inglese che esce dal coro e viene trattato quasi come un monatto, uno da evitare per non farsi intaccare. Lei prova questo isolamento? 

«Si, ma non è tanto una solitudine sociale: ho la fortuna di avere molti lettori, molti spettatori quando sono sul palco, quindi non mi sento non capito o non ascoltato. Ma ho la sensazione netta che in questo paese per entrare nelle stanze dei bottoni, che siano quelle del giornalismo, della cultura o della politica, non contino la qualità e lo spessore delle proprie azioni e dei propri pensieri, ma conti la ricattabilità come garanzia per poter essere accettato in un circolo ristretto.» 

A proposito di qualità e di spessore direi che nel libro l’ignoranza è centrale: un suo personaggio dice “Noi i libri li usiamo per tenere ferme le porte”. 

«Perché la cultura è vissuta come una burocrazia intellettuale, e non è una cosa recente. Il sapere viene trattato come il fardello che appesantisce l’azione delle persone e non quindi come valore, oppure viene trattato con irrisione. È in qualche modo un’inversione antropologica per il paese: un tempo le famiglie di contadini vedevano come massima realizzazione avere figli più “studiati”. Oggi non è più così. Inoltre la semplificazione non è più vista come capacità e talento nel declinare in modo popolare argomenti complessi, ma come banalizzazione consapevole e addirittura premiata. Negli ultimi anni mi sono dedicato molto più alla letteratura che al teatro perché il libro è qualcosa che “sta” e che si può rileggere. In un periodo in cui la volatilità invece è la garanzia di poter dire qualcosa e di poter il giorno dopo dire il contrario, il libro “c’è”». 

Lei crede dunque ancora che la parola funzioni? 

«Assolutamente sì. Credo che nessun mezzo tecnologico, nessun agitatore di popolo, nessun pensiero dominante possa mai sgretolare il potere della parola». 

#Carnaio La mia intervista per Il Giornale di Vicenza

(fonte)

«Questo libro è nato perchè mi impegno in lavori differenti giornalista, artista, autore teatrale e in tutti questi ambiti ho affrontato il tema dell’immigrazione. Ma ad impressionarmi è stato il racconto di un pescatore di Pozzallo durante uno dei miei viaggi lungo il Mediterraneo per narrare di vite spezzate, senza futuro. Di uomini e donne che pativano le pene dell’inferno prima di approdare, se ce la facevano, sulle nostre coste. Mi disse che trovare pezzi cadaveri all’interno delle reti accadeva spesso, ma fu la descrizione ad impressionarmi “erano lessi, dal sale e dal sole”. Il pescatore usò un termine prettamente culinario facendo riferimento ad una vita umana che aveva avuto un inizio ed una fine. Come giornalista è difficile lasciare spazio alle sensazioni. Per cui quel dialogo è stato il germoglio dal quale è nato il romanzo, una consapevole discesa verso gli inferi. Ma non vorrei venisse catalogato come un libro sull’immigrazione piuttosto parla del nostro io, delle nostre coscienze, di come ci si abitua, con estrema facilità, anche ai crimini più ferali». Giulio Cavalli, 42 anni, milanese, con “Carnaio” (Fandango, 218 pagine) è uno dei cinque finalisti del Premio Campiello, da anni vive sotto scorta per le sue prese di posizioni contro la mafia, dopo le rilevazioni di un pentito. Il suo è un romanzo distopico, inquietante, grottesco, attuale e, forse, necessario. Contro le onde che nascono dagli eventi, contro l’indifferenza. Un pugno che arriva diritto allo stomaco, una sorta di iperbole narrativa che guarda alla realtà e, soprattutto, all’attualità: i migranti. L’autore inizia da una cittadina sul mare: DF, dalla vita tranquilla, dove un giorno un anziano pescatore trova nella rete il cadavere di uomo di pelle nera, il fatto non fa molto rumore se non fosse che a quel cadavere ne seguono altri. Molti spiaggiati dietro una duna e, infine, mentre l’allarme si fa generale un’ondata gigantesca ne butta un’infinità per le strade e sopra le case di DF, facendo 14 morti tra gli abitanti. Ad una prima conta risultano 24.712 corpi, ma saranno di più. I cittadini s’ingegnano prima difendendosi, poi per trasformare il dramma in business. Dei corpi non si butta nulla: vengono lavorati e trasformati in combustibile per una centrale elettrica. E ancora in cibo, giocattoli e pelle da concia con la quale costruire divani e progettare borse. La città viene definita con un acronimo DF è il Distrito Federal raccontato da Roberto Bolaño? Sì l’ispirazione è quella, mi interessava non dare ai lettori un nome preciso, volevo che il romanzo fosse disinfettato da tutte le questioni che potevo sollevare. Doveva essere una provincia del Sud, che però ha uno spirito imprenditoriale di una provincia del Settentrione. Ma non possiamo pensare che non ci sia alcun riferimento alla politica del ministro dell’Interno. In realtà il libro è stato scritto molto prima che nascesse il Governo Di Maio-Salvini. Volevo solo uscire da alcune retoriche utilizzando una narrazione che non desse giudizi, ma offrisse altre forme di pensiero per quanto portate all’esasperazione. Nessuna retorica, quindi? Certo che no. Mi interessava mettere in evidenza dove può arrivare l’uomo quando lascia da parte, si dimentica che cosa sia l’etica e sposta l’asticella del sentimento e dell’indignazione sempre più in alto. Non volevo giudicare nessuno mentre accade sempre più spesso, dimenticando che non tutti hanno strumenti culturali e sociologici per potersi opporre a qualcosa o a qualcuno. Gli abitanti di DF stanno imboccando un declino etico impressionante, non solo il cadavere di un immigrato diventa indifferenza, ma anche cibo. Potevo scrivere un libro sulla retorica delle idee, invece ho provato a scrivere un bel romanzo, forse più accessibile. Perchè “Carnaio” come titolo? Siamo abituati ad ascoltare numeri singoli quando si parla di imbarcazioni di migranti che affondano nel Mediterraneo, ma le dimensioni sono completamente diverse. In uno spettacolo teatrale avevo detto che, con tutti i cadaveri si sarebbe potuta costruire una montagna altissima, e solamente con i morti degli ultimi 10 anni. Con questo titolo volevo fosse soffocata la parola emergenza e che si parlasse di una città, così cambiano anche le dimensioni che possiamo avere di quanto accade in quel braccio mare o lungo i confini di terra. Il messaggio che vuole lanciare? Diciamo che persone molto lontane da me politicamente e non solo hanno apprezzato il libro, ed è già una vittoria. Inoltre ritengo di essere riuscito a tenere un argomento, così abusato, nei confini della letteratura. C’è chi vi ha letto profezia, altri fantasia. Siamo alla quinta ristampa e, probabilmente, ai lettori piace. E poi bisogna smettere con la retorica dell’emergenza: l’Europa deve dimostrare una volta per tutte di non essere solamente un’unione finanziaria. Il trattato di Dublino credo debba essere rivisto e riscritto perchè dalla guerra e dalla fame si continuerà sempre a scappare. A DF qualcuno si ribella… Ma tutti alla fine senza scampo. Mancano leader come nel nostro Paese. I politici per guadagnare popolarità diventano solo populisti. •Chiara Roverotto

Cronache semiserie

Non si sa più nemmeno dove iniziare preparando un editoriale del giorno che è stato. Ogni giorno a pensare che non possa andare peggio di così e invece si comincia a scavare, andando a fondo, nel senso di affondando, in un Paese che riesce ad attorcigliarsi su se stesso fingendo di essere credibile. Un paio di cose che sono successe ieri e che vale la pena analizzare.

Il Movimento 5 Stelle, per iniziare, è riuscito addirittura a regalare anche l’apertura della crisi a Salvini. Geni. Dopo essere stati presi a calci per tutta la legislatura (facendo gli zerbini del Capitano) ora gli hanno dato l’occasione di apparire come dei signornò che lo mettono in difficoltà. L’attaccamento alla poltrona li ha portati a essere aperti come una scatoletta di tonno, come dicevano qualche era geologica fa, e ormai ci manca solo che Di Maio gli canti la canzoncina della buonanotte, poi l’asservimento totale è compiuto. Chissà se qualcuno si rende conto che un partito (ormai fa specie anche chiamarlo movimento) con una classe dirigente grottesca alla fine ne paga sempre le conseguenze. Hanno votato il Decreto sicurezza bis per attaccarsi alla poltrona e se la sono fatta sfilare.

Poi. Ieri si parlava della Turchia che brucia i libri, qui nel Buongiorno, e oggi arriva la notizia che qui da noi in Italia, precisamente a Lucca, un intero consiglio comunale si ritrovi a discutere di uno spettacolo teatrale. Giuro. Si tratta di uno spettacolo tratto dal graphic novel Cinzia di Leo Ortolani (grandissimo autore a cui Lucca dovrebbe dedicare una statua piuttosto che scene di questo tipo) che è stato considerato “troppo vicino all’ideologia gender”. Da incorniciare la frase del consigliere grillino Massimiliano Bindocci: «Su questi temi c’è un’estrema discrezionalità. Forse noi non siamo preparati per giudicare sulla bontà o meno delle scelte che vengono prese ma un luogo deputato a questo sarebbe necessario». Sì, si chiama ministero della censura, in effetti, quel luogo. Non vi metto nemmeno le frasi di Lega e destraccia varia per non insozzarvi la giornata ma le potete immaginare da voi.

Poi. Salvini a Sabaudia ha detto che quando finirà di fare politica tornerà al suo lavoro. E quando l’ha detto si è aperto un buco nero. Innanzitutto perché Salvini, da sempre, lavora di politica (e infatti il giornalista del Fatto Quotidiano Davide Vecchi ha vinto la causa che gli era stata intentata su questo) e poi perché nella sua breve esperienza da giornalista alla Padania, lo dice il suo ex direttore Moncalvo, firmava il foglio presenza senza andare al lavoro. Insomma: non riesce a dire una cosa che sia una senza buttarci dentro una bugia.

Che anno bellissimo.

Buon venerdì.

L’articolo Cronache semiserie proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/08/09/cronache-semiserie/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Sana e robusta Costituzione

Articolo 10 della Costituzione:

«L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici».

Articolo 2:

«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»

Articolo 11:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»

Articolo 13:

«La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.»

Articolo 21:

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.»

Articolo 26:

«L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.»

Basta leggerli così, con una conoscenza che sia magari un po’ sopra all’università della vita, gli articoli della Costituzione per rendersi conto che il Decreto Sicurezza è qualcosa che esce dai limiti stabiliti dai padri costituenti per limitare ogni forma di violenza, di disuguaglianza e di disumanità. Ci si potrebbe aspettare anche che il presidente della Repubblica faccia il Presidente della Repubblica, ma è speranza debole. Alla fine ci penserà la sana e robusta Costituzione.

Buon mercoledì,

L’articolo Sana e robusta Costituzione proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/08/07/sana-e-robusta-costituzione/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Libri a vapore recensisce Carnaio

(fonte)

La vita da pendolare comporta tanto sonno e poche gioie. Una di queste è la lettura: in treno, in autobus, alla fermata, in stazione. Ogni settimana Giulia, redattrice culturale di Atlas – il blog, racconta le letture che la accompagnano, dal lunedì al venerdì, su un treno qualunque della linea del Brennero, andata e ritorno. 

Quando ho intervistato Pippo Civati, a dicembre, gli ho chiesto quali, secondo lui, fossero i libri che meglio avevano raccontato gli italiani del 2018. Mi aveva consigliato Carnaio, e, con un mostruoso ritardo, ho deciso di verificare se Pippo avesse ragione e di procurarmi il romanzo di Giulio Cavalli, pubblicato da Fandango, e che, tra l’altro, è tra i cinque finalisti dell’edizione di quest’anno del Premio Campiello. Potrei dire di averlo affrontato un po’ “a scatola chiusa”, informandomi molto poco sulla trama e sottovalutando le implicazioni del titolo. Pensavo di accingermi ad affrontare un romanzo sui migranti, un racconto sulla disperazione galleggiante cui ogni giorno, da qualche anno a questa parte, rifiutiamo di riconoscere la dignità dell’umano esistere. Ma non è stato proprio così. Come la disperazione di cui sopra, i migranti galleggiano, aleggiano come una spada di Damocle su tutta la narrazione messa in scena da Cavalli. La tematica, tuttavia,  non entra mai prepotente e imperiosa nel racconto, ed è questo a renderlo ancora più efficace. Il luogo dei fatti è DF, paesino di pescatori che inizia a rinvenire dei cadaveri di giovani africani, tutti della stessa altezza e dello stesso peso. Inizialmente se ne trova uno, poi quattro, poi un centinaio e a un certo punto la marea di carne si abbatte su DF, come una Grande Onda di Kanagawa, ma composta di cadaveri. Continua così, ciclicamente. E allora gli abitanti di DF si ingegnano e riutilizzano tutto ciò che gli arriva come meglio possono, ma, nel farlo, diventano loro stessi putridume, e forse lo erano già prima. Oltre al metaforico marciume di DF, Cavalli ha astutamente e strategicamente inserito tutti i termini che, da 14 mesi a questa parte, rendono ancor più putrida la comunicazione politica italiana e la retorica sdoganata da chi dovrebbe occuparsi della nostra sicurezza. Sono cose che mi capita di sentire anche in treno, ogni mattina e ogni sera, quando vado e torno dal lavoro, e, nelle ultime settimane, ho faticato a distinguere la realtà dalla finzione letteraria. Mi sono sentita disarmata. E disarmante non è solo il contenuto, ma anche lo stile di Cavalli: la sua scrittura e il suo immaginario incontrano la prosa ininterrotta di Cecità di Josè Saramago (sempre sia lodato) e l’assurda iconografia de L’Angelo Sterminatore di Luis Buñuel. Ovviamente ho adorato Carnaio, e lo consiglio ai forti di stomaco, a chi vuole vedere fino a che punto può arrivare l’umanità incattivita e aizzata e a chi non si spaventa per ciò che non ha spiegazione. Perchè, nel nostro piccolo mondo antico abbruttito, ogni cosa nasce dal niente e nel niente muore, ma è nello spazio tra quei due nulla che accade il tutto.

La crisi di governo è il delitto perfetto di Matteo Salvini


Fare cadere il governo ora significa, ancora una volta, gestire l’agenda politica (e viene facile fare apparire i grillini come quelli che invece sono attaccati alla poltrona), disinnescare Di Maio e i suoi (che infatti già oggi appaiono piuttosto goffi mentre dicono della Lega ciò che si scriveva da mesi), continuare a giocarsi tutto sulla propaganda (che è la cosa che Salvini sa fare meglio) e instillare nella gente l’idea di poter essere l’uomo della provvidenza che è stato bloccato da alleati non all’altezza.
Continua a leggere

La facciata

C’è tutta l’antropologia di un certo modo di fare politica in Virginia Raggi che ieri si è travestita da postino per recapitare alla sede di Casapound una cattivissima missiva in cui gli si chiede di rimuovere l’insegna sull’edificio che occupano abusivamente nel centro di Roma, alla faccia dei cittadini romani, degli italiani e dei contribuenti che secondo la Corte dei Conti avrebbero speso circa quattro milioni di euro per lasciarli lì dentro a pascolare mentre giocano a fare i fascisti del terzo millennio.

È simpatica questa cosa di una moderna partigiana che avrebbe coraggiosamente tolto il nome di Mussolini dal citofono negli anni addietro e che oggi invece ci regala una diretta Facebook mentre chiede a Di Stefano e soci mica di levarsi delle scatole come sarebbe giusto che sia ma che si limita a chiedere di togliere la scritta da fruttivendoli che hanno esposto sulla facciata.

La facciata. Appunto. La facciata che ha preso proprio la Raggi quando pochi minuti dopo i suoi compagni di partito alla Camera votavano contro un ordine del giorno che chiedeva invece di mandare via i fascisti piuttosto che occuparsi solo di sistemargli il fondotinta. I grillini in Parlamento hanno votato contro a un ordine del giorno che invece avevano votato in massa al Campidoglio con tanto di plauso della sindaca.

La facciata. Appunto. La politica di facciata che vorrebbe convincerci che i proclami siano azioni e debbano essere considerati alla stregua dei decreti. Ma siccome la campagna elettorale qui da noi è permanente allora tutti a fare le promesse dimenticandosi di essere loro a governare e quindi di avere tutti gli strumenti a disposizione.

È una politica di facciata, finta, e anche di facciate: le testate che continuano a darsi tra di loro Giuseppe Conte e Matteo Salvini che hanno dato due versioni contrapposte dello stesso episodio e sembra che nessuno se ne sia accorto.

«Il segreto del successo è la sincerità. Se riesci a fingerla, ce l’hai fatta», scriveva Jean Giraudoux.

Buon venerdì.

L’articolo La facciata proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/26/la-facciata/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo Bibbiano

Proviamo con calma a ricapitolare, cercare di capirsi, non scendere nei gironi dell’isteria generale che vorrebbero rivenderci come politica e tentiamo di dividere il grano dalla pula per riconoscere la differenza tra le azioni e le dimostrazioni.

Ieri il ministro dell’interno Matteo Salvini aveva una giornata libera (da comizi, eh, beninteso) e ha pensato bene di andare a Bibbiano. Fin qui non ci sarebbe nulla di male se il ministro avesse deciso di provare a toccare con mano la situazione confrontandosi con le autorità locali, con le associazioni e tutto il resto. E invece no. Niente di tutto questo. Salvini è andato a Bibbiano a fare un comizio. Proprio così. Come quelli che si vestono eleganti per farsi fotografare alla camera ardente di qualche vip fresco defunto.

Allora ho pensato che volesse darci qualche informazione, dire qualcosa di concreto. E invece no. Mi sbagliavo anche in questo caso. Troppo ottimismo. Salvini ha comiziato come suo solito dicendo che era lì da ministro e da padre. Perché essere padre dovrebbe essere garanzia di credibilità me lo continuo a chiedere da quando il ministro ha cominciato a usare questa forma: Totò Riina era padre, per dire. E quindi?

Quindi ci ha detto che i colpevoli devono pagare doppio, che detta così sembra proprio una bella frase, di uno che si è incazzato davvero. Ma poi, se ci si pensa per un secondo, viene da chiedersi: doppio di cosa? Delle pene stabilite dalla giustizia e quindi comminando una pena che non rispetti la legge? Non credo. Forse voleva dirci che ha pronta una proposta di legge per aumentare le pene che riguardano i reati sui minori? No, figurati. Avrebbe dovuto lavorare, scriverla, illustrarla. Troppa fatica. Quindi una frase senza nessun senso compiuto, a ben vedere.

Se invece ha intenzione di formare una commissione d’inchiesta sulle case famiglia (che per carità male non fa) allora dovrebbe spiegarci perché non sia rimasto nel suo ufficio per pensare alle finalità e alle modalità di questa eventuale commissione in modo da spiegarci minuziosamente come la vorrebbe fare. Spiegare, lavorare: fare politica, insomma.

E invece niente. Semplicemente Bibbiano è il luogo dove ci si garantisce presenza di giornalisti. Tutto qui. Tanto per occupare un po’ di spazio sui giornali.

E pensare che il ministro dell’interno invece dovrebbe spiegarci, in termini di sicurezza che è la sua materia, cosa sia successo l’altro ieri a Firenze che ha bloccato la circolazione ferroviaria e spaccato in due l’Italia. Ma, dico, ve lo vedete Salvini fare il suo lavoro di fianco a un traliccio? Meglio Bibbiano, ovviamente.

Buon mercoledì.

L’articolo Tra il dire e il fare c’è di mezzo Bibbiano proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/07/24/tra-il-dire-e-il-fare-ce-di-mezzo-bibbiano/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.