Allora faccio un appello agli uomini di buona volontà: fate politica. Fatela insistentemente. Non lasciate seccare gli ideali e non rinunciate alle utopie. Sarebbe un mondo migliore. Indipendentemente dalla vittoria finale.
A un certo punto l’aitante fascista perde pure la pazienza. “Ma tu di che fazione politica sei?” chiede al ragazzino quindicenne e quello risponde, tranquillo: “Nessuna, io so de qua, de Tore Maura”. Gira da ieri questo video, dove un ragazzino si prende la briga di dire ciò che pensa andando controcorrente e attacca i rappresentanti di Casapound con pochi semplici concetti:
“Siete venuti qui per trasformare il malcontento della gente in voti, cavalcate l’odio per guadagnarne”.
“Ve la prendete sempre con le minoranze. A me non cambia niente se arriva qualche rom in più, non sono loro il degrado del quartiere”.
“Quando ruba un rom strillate e fate casino ma quando a svaligiarvi la casa è un italiano state tutti belli zitti”.
Quell’altro, che poco prima sembrava la fotocopia ostentata del Duce per la sicumera che si portava addosso all’improvviso si zittisce. Il ragazzino è calmo, parla serenamente, perfino educato. E quello che dice sono fatti difficilmente contestabili. Si irrigidisce il neofascista. Allora se ne fa avanti un altro che racconta che lui a Torre Maura ci vive da una vita e una volta non era tutto così degradato. E il ragazzino controbatte: “E secondo te è colpa dei rom?”. Quello non risponde, accenna qualcosa. Dice che ha paura. Ma certo gli viene difficile dire che un quartiere si contamina per una minoranza.
Ma il pezzo più interessante è quello della fazione politica. “Nessuna, io so de qua de Tore Maura”. Ed è il cittadino che si prende cura del proprio quartiere, quello che lo difende anche dalle narrazioni un po’ troppo interessate a raccontarlo per quello che non è. È il cittadino che prova a non farsi trascinare dal gorgo della rabbia e che non accetta di diventare mangiatoia per quelli di Casapound. Ha quindici anni. Ma dimostra che i fatti contano, sempre, più della propaganda, e la mettono con le spalle al muro. Per questo bisogna insistere e metterci la faccia, guardarli dritti negli occhi e fare così, come quel ragazzino. Che sembra la meglio gioventù.
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Dicono che non funzioni, cambiare il metodo con cui si sta cercando di combattere i populisti sovranisti. Ci dicono che siano irrefrenabili nella cavalcata verso le europee e intanto si spremono per raccontarli brutti, sporchi e cattivi. Il messaggio politico è sostanzialmente questo: votate noi perché siamo meno peggio di loro. Come se non sapessero che la politica del meno peggio porta sempre al peggio, è matematico. Così come inseguire la destra farà vincere sempre la destra. E così l’alternativa, spesso, si riduce al promettere che non ci saranno più quelli come se fosse davvero un messaggio politicamente interessante, degno di attenzione e di voti e soprattutto come se davvero si possa intravedere un progetto diverso di Paese dietro tutta questa banalità.
In Slovacchia, non so se ve lo siete perso, ha vinto le elezioni, a sorpresa, Zuzana Caputova, una donna che nel 2016 ha vinto il Goldman Environmental Prize 2016, il Nobel per l’ambiente, per dire. Una donna senza mezze misure ma con idee talmente chiare da non avere nessun bisogno di alzare la voce o di lasciarsi andare a fanfaronate di sorta. Caputova ha iniziato a fare la politica, quella vera, che si occupa dei propri spazi, partendo dalla città in cui viveva, Pezinok nella Slovacchia occidentale, dove ha impedito la costruzione di una nuova discarica non solo con le sue doti da avvocatessa ma mettendo insieme giornalisti, artisti, cittadini, produttori di vino con concerti, mostre fotografiche e manifestazioni pacifiche. Ha trovato la sintesi di diversi bisogni governandoli per ottenere un risultato. Se non è politica questa.
Sono quelli che spesso i giornalisti con una certa superficialità chiamano rivoluzione gentile e che invece dimostra come l’ambientalismo (e le donne) siano il futuro di una politica capace di cambiare metodo, di utilizzare un vocabolario nuovo non solo nelle parole ma anche, e soprattutto, in una visione del mondo. «In nome della correttezza, del diritto, di ogni vero valore cristiano, anche verso gli Lgbt e i migranti. Io mi batto per la gente stanca delle ingiustizie, per i citoyens, i cittadini coraggiosi decisi a dire basta a ogni strapotere e a ogni ingiustizia e abuso, per i cittadini scesi in piazza in una mobilitazione senza precedenti protestando contro l’orribile assassinio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata. Io sono qui per tentare di incarnare il cambiamento, l’alternativa, e dare voce al cambiamento, per aiutare i cittadini a costruire una Slovacchia dignitosa Stato di diritto, una democrazia dove dominerà la gentilezza e correttezza nel confronto politico», ha detto Zuzana. E quasi viene voglia di riaccendere la speranza.
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Preso dalla smania di dare addosso a qualcuno Matteo Salvini, applauditissimo al congresso sulla famiglia di Verona, non ha trovato nulla di meglio che dare addosso agli alleati di governo (nel caso particolare al sottosegretario Spadafora) tanto per farsi notare. Sia chiaro, se non ha un nemico Salvini non esiste. Ovvio che in mancanza di nemici sotto mano i suoi alleati del Movimento 5 Stelle siano le sue vittime preferite, anche per continuare a dragare voti come sta già facendo con successo.
Insomma, dice il ministro dell’Interno che Vincenzo Spadafora e il premier Giuseppe Conte dovrebbero fare di più per velocizzare le adozioni. Una boiata gigantesca a cui Conte, finalmente, risponde duramente: “La delega in materia di adozioni di minori italiani e stranieri è attualmente ed è sempre stata in capo al ministro della Lega, Lorenzo Fontana. Il presidente del Consiglio – si spiega nella nota di Palazzo Chigi – ha solo mantenuto le funzioni di presidente della Commissione per le adozioni internazionali. Spetta quindi a Fontana adoperarsi – come chiesto da Salvini – per rendere le adozioni più veloci e dare risposta alle 30.000 famiglie che aspettano”. Poi la bacchettata: “Rimane confermato che bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare nei ministeri tutti i giorni e studiare le cose prima di parlare altrimenti si fa solo confusione”.
Uno schiaffo in pieno viso. Voilà.
E ha ben ragione Conte a dire che bisognerebbe studiare bene prima di parlare altrimenti si fa solo confusione perché è proprio la confusione l’habitat naturale in cui questo governo sta rinforzando Salvini senza accorgersi di avere scambiato per leader una macchietta che spara contro tutti per il gusto di parlare, riempiendosi la bocca di falsità che vengono rivendute come certezze.
Però studiare è una cosa terribilmente seria e forse sarebbe il caso che il premier Conte si ricordasse, e ci ricordasse, che sarebbe il caso di invertire i fattori: farsi eleggere perché preparati piuttosto che prepararsi poiché eletti. Ora che abbiamo capito che il prerequisito essenziale dell’onestà non basta, occupiamoci della gente che sa, che ha studiato. Sarebbe tutta un’altra politica.
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Restano ancora molte domande sul “dirottamento” della petroliera con 108 migranti sbarcati a Malta. Gli investigatori de La Valletta stanno riesaminando le dichiarazioni dell’equipaggio, e in particolare la posizione del comandante libico. Intanto dalla Libia arrivano altre accuse ufficiali sul trattamento inumano riservato dalle autorità ai migranti. A La Valletta su una cosa le indagini concordano: i migranti non volevano tornare in Libia ed erano disposti anche a gettarsi dalla nave. Timori più che fondati. Dopo le smentite di Onu e Ue al ministro Salvini, che in una direttiva aveva considerato la Libia come «Paese affidabile», arrivano adesso nuove valutazioni dalla missione Onu a Tripoli e dall’Altro commissariato per i diritti umani, che descrivono condizioni orribili. Il 21 marzo nel corso di un aggiornamento nella sede Onu di Ginevra, il segretario generale aggiunto per i Diritti umani, Andrew Gilmour, ha rinnovato la preoccupazione: «I migranti vengono sottoposti a “orrori inimmaginabili” dal momento in cui entrano in Libia». Gilmour ha confermato la veridicità della relazione dell’Unsmil, la missione delle Nazioni Unite a Tripoli, che a dicembre aveva documentato «gravi violazioni dei diritti umani e abusi sofferti da migranti per mano di funzionari statali e membri di di gruppi armati, così come le atrocità commesse dai trafficanti». La quotidianità per i migranti è fatta di continue «torture e maltrattamenti» che anche nei centri di detenzione governativi «continuano senza sosta».
Gilmour ha anche riferito di avere incontrato in Niger nei giorni scorsi un gruppo di «migranti e rifugiati recentemente liberati dalla detenzione in Libia». Ognuno di loro, «donne, uomini, ragazze e ragazzi, era stato stuprato o torturato, molti ripetutamente con scariche elettriche. Tutti hanno testimoniato sulla tecnica estorsiva diffusa, in base alla quale i torturatori costringono le vittime a chiamare le loro famiglie a cui fanno ascoltare le urla dei propri cari che, minacciano, continueranno fino a quando pagheranno un riscatto». Il giorno prima, riferendo davanti al Consiglio di sicurezza Onu a New York, l’inviato del Palazzo di vetro a Tripoli, Ghassam Salamé, ha confermato il deterioramento delle condizioni di vita per i migranti e per i libici: «Si stima che 823.000 persone, inclusi migranti e 248.000 bambini, abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia». Parole che raramente ottengono una reazione delle autorità di Tripoli, al contrario di quanto avvenuto con una intervista nella quale Salamé accusava di corruzione la classe politica del Paese. Un nervo scoperto che ha visto reagire un’alleanza inedita. Di «insulto» hanno parlato l’Alto consiglio di Stato libico (Hsc) la Camera dei Rappresentanti (Hor), organismi che di solito si danno battaglia ma che davanti all’accusa di arricchirsi grazie alla propria posizione, hanno ritrovato l’unità. Salamé ad Al Jazeera aveva affermato che «i leader politici in Libia sono corrotti in maniera indicibile. Usano i loro posti per prendere il denaro e investirlo a loro beneficio all’estero». L’attenzione internazionale, però, è spostata su Malta e il “dirottamento” di cui sono accusati i migranti. Il tribunale della Valletta ha confermato gli arresti con l’accusa di terrorismo per tre delle persone fermate al momento dello sbarco del mercantile “El Hiblu 1”, dirottato verso Malta mentre stava apparentemente riportando verso la Libia un gruppo di 108 naufraghi. Si tratta di un 19enne e due minorenni di 16 e 15 anni. Secondo l’accusa, i tre hanno preso possesso della nave «con minacce e intimidazioni». Fonti militari maltesi dicono che non sono state però trovate armi e non è stata opposta alcuna resistenza al momento dell’abbordaggio da parte delle forze speciali maltesi. Secondo il codice penale maltese il dirottamento di una nave è un «atto di terrorismo» ed è questa l’accusa che è stata confermata oggi a carico dei tre arrestati. Il capitano della nave non è indagato ma fonti di polizia hanno detto al “Times of Malta” di «non poter escludere» che il comandante libico abbia fornito una versione di comodo, e potrebbe rischiare l’accusa di traffico di esseri umani.
Però studiare è una cosa terribilmente seria e forse sarebbe il caso che il premier Conte si ricordi, e ci ricordi, che sarebbe il caso di invertire i fattori: farsi eleggere perché preparati piuttosto che prepararsi poiché eletti. Ora che abbiamo capito che il prerequisito essenziale dell’onestà non basta occupiamoci della gente che sa, che ha studiato. Sarebbe tutta un’altra politica.
Ma esattamente cosa deve accadere perché la politica si accorga di avere Silvia Romano ancora lontana da casa, passata come notizia di sfuggita, appena accennata nei discorsi della politica ma quella che sfugge ai media, al discorso generale, al cosiddetto “sentire comune” che decide la priorità delle notizie.
Perché di Silvia Romano interessa così poco al fantastico trio di presidente del consiglio e vice presidenti, sempre pronti a parlare di tutto, attribuirsi i meriti di tutti e pronti a calzare l’onda lasciata sguarnita dagli altri? Perché Silvia Romano non la prende a cuore nessuno? Davvero credete ancora alla bufala del riserbo dovuto alle indagini in corso? Proprio ieri, 27 marzo, sul Corriere della Sera si ricordava come tra Italia e Kenya sia in atto un vero e proprio scontro per le indagini: «L’ultima richiesta per essere autorizzati a inviare un pool di investigatori a Nairobi è stata trasmessa via Interpol tre giorni fa. Ma, ancora una volta, dalle autorità locali non è giunta alcuna risposta. E così si è inasprito lo scontro tra Italia e Kenya sulla sorte di Silvia Romano, la ragazza di 23 anni volontaria per la Onlus “Africa Milele”, rapita il 20 novembre scorso mentre si trovava nel villaggio di Chakama. Anche perché dallo Stato africano non è giunta alcuna notizia sulla sorte della giovane e con il trascorrere dei giorni aumentano i timori» scriveva Fiorenza Sarzanini.
Cosa deve succedere perché i twittaroli o quelli che si indignano per tutti su Facebook prendano a cuore questa povera ragazza? Non ci siamo dimenticati, vero, che senza una sollevazione pubblica probabilmente sarebbero sconosciute le vicende di Cucchi e non si sarebbe avuto nemmeno quel poco che si è avuto su Giulio Regeni? Questo è uno di quei casi in cui la voce dei cittadini può (e deve) fare tantissimo. E invece niente. Dico, ma non dovevamo aiutare prima gli italiani? E gli italiani a casa loro invece niente? Forse il problema di Silvia è quello di essere andata in Kenya per conto di una Ong proprio nel momento in cui le Ong sono diventate il nemico pubblico? Davvero? Siamo caduti così in basso? Ne ricominciamo a parlare solo se la ritrovano fatta a pezzi?
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No, non è un’isola felice. È un’isola che prima stava su tutte le pagine dei giornali, nazionali e internazionali, e ci rendeva fieri in tutto il mondo. La Lampedusa di Giusi Nicolini era, a suo modo, quella solidarietà architrave della democrazia (parole del presidente Mattarella) che dimostrava al mondo come l’Italia non avrebbe mai permesso che ne sarebbe morto nemmeno uno nel Mediterraneo per colpa dell’inerzia della politica europea.
Oggi Lampedusa ha un nuovo sindaco, opposto a Giusi Nicolini, e in molti da quelle parti avevano creduto allo spot elettorale di chi continua a urlacciare stop agli sbarchi eppure finisce ogni giorno sepolto dalle sue bugie. Il nuovo sindaco, Totò Martello, non è un buonista e nemmeno di sinistra, anzi avrebbe voluto essere proprio di quella parte che prometteva di alzare muri, seppur simbolici, per tenere lontani gli stranieri.
E invece? E invece niente. Totò Martello dall’inizio dell’anno ha contato sette sbarchi (l’ultimo nella notte tra il 7 e l’8 marzo) quando sono arrivati in 46, tra cui sei donne e due bambini di tre anni. Non ne avete sentito parlare? No, vero? E no, perché non bisogna parlarne. Bisogna illudere e illudersi davvero che i porti chiusi (che non sono chiusi) siano una realtà e non solo un patetico slogan del ministro dell’Interno. E invece niente.
Ah, poi ci sono quelli del 2018: oltre 300 sbarchi per oltre 3500 persone, solo a Lampedusa, secondo i numeri dati dal sindaco stesso, attenzione, mica da qualche pericolosa Ong. E infatti il sindaco ha perso la pazienza e si è lasciato andare a parole pesantissime intervistato da Vita: «È evidente che tutto ciò che viene detto agli italiani non tiene conto di quanto accade a Lampedusa, che è stata cancellata moralmente e geograficamente da questo governo. Eppure negli anni abbiamo svolto un’azione non indifferente per l’Italia e per l’Europa».
Nascondere la realtà. Banalmente. Semplicemente. In modo criminale, ovviamente, senza nessuna etica verso i cittadini.
E così ci si accorge che nella pagina del ministero su sbarchi e accoglienza in realtà Lampedusa non viene calcolata. Sapete cosa significa? Che l’isola praticamente è stata cancellata. Non esiste.
E allora quanto potrebbero essere affidabili quei dati che vengono continuamente sventolati come una delle vittorie più importanti di questo governo? Niente. Zero.
Lo spiega benissimo il sindaco Martello: «Il fatto che siamo stati cancellati dal cruscotto del ministero dell’Interno ha due chiavi di lettura: dimostrare agli italiani che non ci sono più sbarchi e toglierci i fondi che ricevevamo in quanto eravamo tra i comuni italiani interessati dagli sbarchi. Dal 2011 – prosegue Martello – avevamo ricevuto la sospensione delle tasse che era inserita nel decreto Milleproroghe, un’esenzione che è stata abolita per il 2018 e il 2019, quindi fra qualche giorno a tutti gli imprenditori lampedusani arriveranno le cartelle esattoriali e saranno falliti. Su questo abbiamo informato il governo, abbiamo scritto a Tria, al ministero dell’Interno, a Conte, ma nessuno si è fatto vivo. Un governo che si definisce del popolo non può non rispondere a un’istituzione che rappresenta il popolo, siamo un’isola mortificata dallo Stato».
Ora decidete voi. Quanto vi farebbe incazzare litigare su dati che non esistono?
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Irriverente, beffardo, pungente… questo è Giulio Cavalli in “Mafie maschere e cornuti”, lo spettacolo – in collaborazione con l’Archivio storico del cabaret italiano – andato in scena al teatro “De Sica” di Peschiera Borromeo giovedì 21 marzo 2019 in occasione della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Un insieme di storia, comicità, atti giudiziari, articoli di giornale, aneddoti, domande e riflessioni che colpiscono gli spettatori – che l’artista rende parte attiva dello show – come stilettate. Non mero ascolto, non semplice presenza in sala; Cavalli si aspetta risposte dal pubblico, pretende ragionamenti, esige che si «alleni il muscolo della curiosità». E colpisce come, durante la serata, la maggior parte delle risposte arrivi da un’adolescente più che dagli adulti, che certi fatti li hanno vissuti o ascoltati almeno nelle cronache.
A partire dall’eredità lasciataci dai giullari del ?500, che deridevano i potenti con le loro parole, finendo per questo spesso decapitati; Giulio Cavalli ricorda come la risata sia l’arma più potente contro chi ha potere e lo esercita senza rispettare le regole. E nel “racconto del potere” rientrano politica, economia e mafia. Quest’ultima, in particolare, viene smontata dall’artista a ogni episodio della narrazione; l’onorabilità – tanto importante per la mafia nella proiezione che intende dare di sé – viene meno a ogni passo dello spettacolo, quando l’artista racconta di mafiosi che si incontrano nella cella frigorifera di un negozio di ortofrutta per evitare di essere intercettati, di latitanti ritenuti all’estero che riescono chissà come a procreare, dei covi di altri “potenti” ridotti a vivere come poveracci, di boss e figli di boss che si smontano da soli semplicemente con le loro dichiarazioni in aula o ai giornali, e tanto altro ancora.
Ripercorrendo dunque le operazioni antimafia degli ultimi anni, Cavalli mostra una mafia diversa, una mafia che – tolta la rappresentazione che riesce a dare di sé anche grazie a chi la racconta (in quello che lo stesso artista chiama “concorso culturale esterno”) – fa davvero ridere e non fa più così paura. Ma allora, di cosa bisogna aver paura? La risposta la fornisce lo stesso Cavalli, citando Mark Twain «Non bisogna avere paura di ciò che non si conosce, ma bisogna temere ciò che crediamo vero e invece non lo è».
Sul palco, insieme a Cavalli, il fisarmonicista Guido Baldoni che non rappresenta solo l’accompagnamento musicale dal vivo con brani originali ma è parte sostanziale dell’esibizione con la sua capacità di sottolineare i momenti più emblematici e dialogare con l’artista.
Incontriamo Giulio Cavalli nel foyer del teatro, per una breve ma significativa intervista con 7giorni:
Giulio, quale domanda vorresti non ti fosse mai fatta in un’intervista?
«Quelle sulla scorta, niente domande sulle scorte».
E quale invece vorresti che ti venisse fatta e non ti è mai stata fatta?
«La domanda di qualcuno che si informa prima di intervistare».
Come sono cambiate le mafie dal tuo spettacolo “A cento passi dal Duomo” a oggi?
«Sono molto più nascoste, rincorrono meno il mito – tant’è che il maggior produttore di mito mafioso in Italia è un antimafioso – e rincorrendo meno il mito si prestano anche meno, se vuoi, alle giullarate perché sono molto barbosi, sono molto grigi, incravattati, quindi sono imprenditori, politici… Diciamo che il manovale non esiste quasi più perché è un ruolo completamente subappaltato alle comunità di altre etnie, alle famose risorse come le chiama Salvini, e quindi essendo tutti colletti bianchi viene per noi anche più difficile raccontarle. Io penso che non sia un caso che nello spettacolo di oggi noi parliamo di Riina e Provenzano, che comunque sono macerie delle mafie e non sono sicuramente contemporaneità».
Come sono cambiati invece i tuoi spettacoli negli anni? Hanno avuto un’evoluzione?
«Mi interessa molto meno sostituirmi ai giornalisti, ai magistrati o a sedicenti associazioni antimafia e mi interessa fare semplicemente il mio ruolo. Il mio ruolo è quello di smutandare e quindi di provocare la risata. Se qualcuno ha bisogno di verificare la mia credibilità interrogandomi sugli atti giudiziari, vuol dire che ha un problema di autostima lui, non io».
Insomma se è vero che «una risata vi seppellirà» ridere di mafia, per usare sempre le parole di Giulio Cavalli, «è antiracket culturale, e le mafie – come tutte le cose terribilmente serie – meritano di essere derise».