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Politica

Mare Jonio, ora Salvini gongola sul solito balletto (ma non durerà per sempre)


Ora che la Mar Jonio vira verso Lampedusa carica di cinquanta migranti disperati (tra cui minori) Salvini può ripartire con la sua teoria dell’invasione e mostrare lo stesso “pugno duro” che rende così felice i suoi seguaci. Ma la vacanza non durerà troppo: la gente, anche i suoi, si è stancata di vedere tutta la politica concentrata su uno sbarco che ha i numeri di una scolaresca. E alla fine la pacchia finirà anche per lui.
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O con lei , o con Greta: e tu da che parte stai?

Ecologismo contro resistenza alla decarbonizzazione, mondialismo contro nazionalismo, pacifismo contro guerriglia urbana: le due grandi proteste di piazza, uguali e contrari, sono il vero cuore della dialettica politica europea. Altro che popolo ed élite.

Il mio editoriale per Linkiesta.it lo trovate qui.

Giù le mani da Giulia Sarti e fate politica, se ne siete capaci


Il tema del giorno in una politica vuota e quasi inutile non può che diventare il presunto materiale hot di una giovane deputata come Giulia Sarti, che all’improvviso si ritrova in mezzo alla bufera non per un atto compiuto nella sua funzione pubblica ma per ciò che decide liberamente di fare nella propria vita privata. Un primo caso di revenge porn parlamentare che ci fa capire bene quanto sia importante che una legge venga fatta il prima possibile.
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Sono tutti uguali, e lo spettacolo che è politico per passione

Siamo andati in scena, io e Pippo, con lo spettacolo ‘Sono tutti uguali’ al Politecnico di Milano e ancora una volta mi viene da pensare, e lo dico qui che in fondo è un ambiente protetto, credo che fare politica nel senso alto su un palco, davanti a un pubblico a cui non bisogna chiedere nessun voto ma al massimo un applauso, se ne hanno voglia, sia ossigeno in questi tempi. Ci tengo, a questo spettacolo, mi diverte e ogni volta mi insegna qualcosa. E mi andava di scrivervelo. Se avete voglia di organizzarne uno, ecco, noi ne siamo contenti, e lo potete fare scrivendo a me o a amandapisi@epochearteventi.it.

Ci si vede in giro.

Ah, le foto sono di Francesca Druetti

Il successo dell’incompetenza

Non piacciono i professoroni perché a molti (troppi) italiani non piace essere smentiti: accarezzati tutto il giorno dalla pessima televisione, leccati dalla pubblicità, esaltati dalla politica, sono ormai assolutamente incapaci di sostenere una contraddizione.

Ormai sono in tilt. Messo il segreto di Stato sulla Sea Watch.

I bravissimi Nello Scavo e Massimiliano Perna per Avvenire.

Inizia, finalmente dopo una lunga odissea, lo sbarco a Catania dei 47 migranti a bordo della Sea Watch. È il 31 gennaio 2019 (Ansa)

Nel Paese dei misteri irrisolti anche la sorte dei migranti rischia di diventare un “segreto di Stato”. Non sarà infatti possibile sapere chi, nello scorso gennaio, ha dato l’ordine di bloccare a Siracusa la nave umanitaria Sea Watch, né chi e perché ha impedito lo sbarco immediato dei 15 minorenni, dirottando poi il vascello verso il porto di Catania.

La conferma dello stato di riservatezza degli atti arriva dal Viminale, che ha respinto la richiesta di divulgazione dei documenti depositati presso il ministero delle Infrastrutture. Intorno al caso, dopo che Avvenire aveva documentato la smentita del ministero che esclude sia mai stato dato l’ordine di «porti chiusi», è stato eretto un muro di gomma. Nei giorni scorsi il Viminale aveva assicurato che da Salvini, contrariamente alle reiterate dichiarazioni pubbliche, non era mai partito alcun ordine di stop alle navi umanitarie né alcun «divieto di sbarco».

Non restava che interpellare il dicastero guidato da Danilo Toninelli, competente per la Guardia costiera e i porti. Ma la nuova richiesta di accesso ai documenti è stata respinta. Motivo? «La tipologia di atti richiesti non è soggetta a pubblicazione obbligatoria». Così il capo di gabinetto del ministro Salvini ha risposto all’istanza «indirizzata – viene precisato nella risposta – anche al ministero delle Infrastrutture», a cui era stata originariamente rivolta. Nella missiva, che reca la data del 26 febbraio, viene escluso per il caso Sea Watch l’obbligo di divulgazione delle informazioni.

Secondo la legge richiamata nello scambio di documenti tra l’avvocato Alessandra Ballerini, che aveva chiesto trasparenza per contro di Adif (Associazione Diritti e Frontiere), e il prefetto a capo del gabinetto del ministro, viene invocata la norma che giustifica il rifiuto alla conoscibilità per «la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico; la sicurezza nazionale; la difesa e le questioni militari; le relazioni internazionali; la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato; la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento; il regolare svolgimento di attività ispettive». In quale di queste categorie rientri il caso della Sea Watch e dei minorenni bloccati a bordo per 13 giorni non è dato da sapere. 

Indirettamente, però, una cosa il Viminale la conferma. Se nei giorni scorsi era stata negata l’esistenza di deliberazioni riconducibili al ministro Matteo Salvini, adesso viene implicitamente riconosciuto che le decisioni furono prese formalmente dal ministero delle Infrastrutture. Una circostanza che di fatto esenta Salvini, che aveva dato “indicazioni politiche”, da responsabilità che eventualmente ricadrebbero su Toninelli.

La gestione dei 15 minori non accompagnati e l’omissione dello sbarco immediato (come previsto dalle norme per i minorenni non accompagnati) potrebbe avere seguiti giudiziari. Da uno scambio di comunicazioni tra la prefettura di Siracusa, il Tribunale dei minori di Catania e il Comune di Siracusa risulta, infatti, che la scelta di trasferire la nave al porto di Catania, dopo giorni alla fonda davanti al “Porto rifugio” siracusano, sarebbe stata assunta dal Comando generale delle Capitanerie di porto, che dipende dal ministero delle Infrastrutture. Disposizione necessaria «in ragione della presenza di minori a bordo». 

A scriverlo è proprio la prefettura aretusea in una nota trasmessa il 31 gennaio (giorno dello sbarco) al Tribunale per i minorenni di Catania. Eppure ventiquattr’ore prima lo stesso tribunale aveva inviato i decreti di affido dei 15 minori ai Servizi sociali del Comune di Siracusa, che immediatamente aveva individuato e messo a disposizione 4 strutture del circondario. Invece, nessuno viene fatto sbarcare e in serata la Sea Watch, dopo una settimana di attesa in Sicilia, riceve l’ordine di procedere verso Catania. Una decisione, come sostiene il prefetto Luigi Pizzi in uno dei documenti ottenuti da Avvenire, dovuta alla mancanza di strutture di prima accoglienza idonee. Una carenza che però non risulta, vista la disponibilità certificata dal Comune e che sorprende anche il Tribunale che proprio dall’ente locale aveva ricevuto l’elenco dei centri di accoglienza.

«Non c’era nessun bisogno che intervenisse il tribunale per far sbarcare i minori. La legge è chiara: andavano fatti sbarcare subito», dice Sandra Zampa, ex parlamentare del Pd e autrice della legge sui minori non accompagnati votata nella precedente legislatura con il sostegno del M5s. L’intervento del tribunale dei minorenni ha confermato l’efficacia delle norme, «interrompendo – spiega Zampa – l’omissione che si stava compiendo».

Scusate, a me sfugge l’interesse pubblico

Dice Salvini (e dicono ora anche i 5 Stelle, con voto certificato e timbrato da Messer Casaleggio) che il sequestro di qualche disperato sulla nave Diciotti è stato deciso in nome dell’interesse pubblico. La votazione della Giunta al Senato ha deciso proprio questo: Salvini ha agito nell’interesse del popolo italiano. Ma  l’ha fatto secondo la Costituzione e rispettando le persone coinvolte?

Qui ognuno qui ha la propria risposta. E si sa bene quale sia la nostra.

Ma a me continua a sfuggire un punto: quale sia l’interesse pubblico.

Su quella nave c’erano terroristi? E allora perché piuttosto che cuocerli sotto il sole il ministro Salvini non ha deciso di far salire fin dal primo istante le forze dell’ordine per i dovuti accertamenti? Nessuno gli avrebbe mai contestato il non aver fatto scendere qualche pericoloso criminale. Sbaglio?

Quella nave è stata ferma perché sono chiusi i porti come continua a ripetere Salvini? E allora perché gli sbarchi continuano? E, soprattutto, perché Salvini (o Toninelli) non si prendono la briga di mettere nero su bianco un atto che sarebbe illegale e che cancellerebbe qualche decina di trattati?

Salvini ha fermato quella nave perché aveva promesso così in campagna elettorale? Ma stiamo scherzando? Ma che c’entra con l’interesse pubblico che è un concetto ben già alto delle promesse della politica e della sua propaganda? Se io nella prossima campagna elettorale prometto di dipingere tutti gli elefanti di rosa e di insegnargli a volare sarà d’interesse pubblico spendere milioni di euro in vernice e corsi di volo? Dai, su, non scherziamo.

L’interesse pubblico non c’entra nulla con quella che Sabino Cassese descrive come la dittatura della maggioranza. L’interesse pubblico è qualcosa di già alto, di più denso, forse fin troppo per Di Maio e Salvini.

Come giustamente faceva notare Emanuele Fiano «L’interesse pubblico non è che coincida con l’interesse della maggioranza parlamentare. Il fulcro della democrazia è che l’interesse pubblico prescinde dalla maggioranza. Allora se oggi per Salvini è interesse pubblico trattenere quelle persone a bordo e domani arriva un’altra maggioranza di altro colore che invece decide di fare scendere le persone immediatamente a quel punto l’interesse pubblico cambia?».

Io li invidio i grillini che hanno votato con tanta leggerezza. A me incute timore la sola definizione di interesse pubblico: Per interesse pubblico in diritto si intende l’interesse proprio della pluralità o collettività di individui che è la comunità costitutiva dell’ordinamento giuridico di riferimento, considerata come unità.

Buon mercoledì.

 

L’articolo Scusate, a me sfugge l’interesse pubblico proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/02/20/scusate-a-me-sfugge-linteresse-pubblico/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’era dell’incompetenza

Minima&Moralia pubblica un’intervista che va tenuta da parte con cura a Tom Nichols:

Questa intervista è uscita in forma ridotta su “Il Messaggero”, che ringraziamo

di Renato Minore

Dice Tom Nichols: “I primi anni ‘70 del secolo scorso sono stati caratterizzati non solo dalla perdita di fiducia della gente nella maggior parte delle istituzioni governative, questo periodo fu ‘il decennio dell’Io’. Con la comparsa di quella specie di narcisismo che ha prodotto persone che si sentono più intelligenti degli esperti e hanno fatto assurgere a virtù l’incompetenza per non sentirsi inadeguate”.

Nichols è un politologo che insegna a Harvard, autore di un libro di cui si parla e discute molto “La conoscenza e i suoi nemici “(Luiss University Press) in cui offre una chiara analisi della crisi del sapere corrente. Analizzando “l’era dell’incompetenza e i rischi della democrazia”, smonta l’arroganza della “società degli ignoranti”, la faciloneria di chi contrappone credenze a scienza, l’approssimazione diffusa contro i tecnici e gli esperti. Spesso, sebbene la gente abbia a disposizione grandi quantità d’informazioni e accesso all’istruzione, si rifiuta di credere a tutto ciò che contraddice le convinzioni radicate. Sui temi del saggio abbiamo conversato con Nichols, che è stato in Italia per ricevere a Roseto il premio “Città delle Rose” per la saggistica internazionale.

Come spiega che la conoscenza e la competenza siano diventati bersagli di risentimento da parte dell’uomo comune?

Ritengo che questo si possa in gran parte attribuire all’avvento dell’era dell’informazione. Prima tutti avevano chiaro il concetto della categoria del lavoro fisico, cioè persone che potevano costruire delle cose, e sapevano che era diverso dalla capacità intellettuale, cioè la categoria di persone che possedevano specifiche competenze professionali. Tuttavia il XXI secolo appartiene a coloro che sono in grado di comprendere e manipolare le cose immateriali come i dati e l’informazione, un’abilità che non rientra in alcuna di queste categorie. Ciò ha creato un divario fra le persone che capiscono come funziona oggi il mondo e quelle che si sentono lasciate indietro da un mondo che, solo dieci o vent’anni fa, erano in grado di capire.

C’è stato qualche episodio di incompetenza e ignoranza così’ forte da determinare un vero salto paradigmatic o, nel senso che la sua è diventata una analisi di casi generalizzati, e non di singoli casi? Quando ha capito che era l’era dell’incopetenza con relativi rischi per la democrazia?

Come ho scritto nel mio libro, mi sono accorto di questo la prima volta negli anni ‘80 del secolo scorso, gli anni in cui si sono visti i primi risultati del cambiamento della cultura mondiale iniziato alla fine degli anni ‘60 e fiorito negli anni ‘70. I primi anni ‘70 del secolo scorso sono stati caratterizzati non solo dalla perdita di fiducia della gente nella maggior parte delle istituzioni governative (almeno negli Stati Uniti), ma qui in America questo periodo fu definito “il decennio dell’Io”, durante il quale le persone si sono chiuse in se stesse e hanno pensato più a loro che non al posto che occupavano nella comunità civile. Credo che gli anni ‘70 abbiamo segnato la comparsa di quella specie di narcisismo che ha prodotto persone che si sentono più intelligenti degli esperti e che hanno fatto assurgere a virtù l’incompetenza per non sentirsi mai inadeguate.

Non la preoccupa tanto l’ignoranza ma il fatto che per tanti essa è diventata una vera virtu?

È così. L’ignoranza è sempre esistita, anche nelle società più colte e istruite. L’ignoranza non si può eliminare perché gli esseri umani non sono perfetti e alcuni sono portati ad abbracciare la conoscenza più di altri. La differenza sta nel fatto che oggi tendiamo a celebrare l’ignoranza perché abbiamo caro il concetto di “autenticità” e la stupidità giuliva ci appare più autentica, oppure onesta, del linguaggio freddo e distaccato della competenza. Anche questa è una conseguenza del narcisismo: vogliamo poterci immedesimare in tutta la società, compresi esperti e politici. Non si tratta più di voler avere il miglior chirurgo quando stiamo male, ma pretendiamo che sia una persona a noi gradita, con la quale potremmo anche andare a bere qualcosa. In realtà si tratta di un approccio alla vita molto infantile, ma purtroppo assai comune.

Qualcuno ha detto (Michele Serra): il problema è anche il consumismo. Se ciò che conta è ciò che si ha , ciò che si sa passa in secondo ordine. E’ d’accordo?

Non sono d’accordo. Esistono diversi aspetti del capitalismo, e il capitalismo e la virtù – e la religione organizzata – sono riusciti a convivere felicemente per molto tempo. Lo sanno soprattutto gli europei. Max Weber ha scritto su questo e molte generazioni di analisti politici ed economici hanno studiato a lungo il rapporto tra il mercato libero e i comportamenti virtuosi. Il mercato può insegnarci molte cose, compresa la necessità di essere leali (se vogliamo fidelizzare i nostri clienti facendo sì che tornino ad avere rapporti con noi e continuino a interagire) e l’importanza del merito e dell’eccellenza (se vogliamo che i nostri prodotti e servizi abbiamo successo). Un aspetto del capitalismo – o perlomeno del capitalismo non regolamentato – che, a mio parere, è sbagliato è il fatto di assecondare i nostri peggiori impulsi dandoci tutto ciò che desideriamo, anche quando questo non è un bene per noi. Se vogliamo cibo spazzatura, il mercato crea cibo spazzatura. Se vogliamo pornografia, il mercato la produce. Nel caso del declino della competenza, il mercato ha generato una molteplicità di media e di flussi d’informazione che ci lusingano e ci ripetono continuamente che abbiamo ragione a lamentarci e che non è mai colpa nostra. Abbiamo chiesto al mercato di fornirci una razionalizzazione per i nostri comportamenti e il mercato è stato pronto a farlo. I Padri Fondatori americani credevano che senza virtù la nostra democrazia non potesse prosperare. Io non credo che il problema sia il capitalismo. Credo che il problema sia che non apprezziamo più la virtù, lo stoicismo o qualsivoglia nozione di gratifica differita. Ci rifiutiamo di crescere e di ammettere che non sappiamo tutto e che forse siamo responsabili di molte delle nostre sventure.

Le chiedo: guardando all’Italia degli ultimi tempi la ha sorpresa qualche episodio significativo del fatto che la gente può credere alle sciocchezze, in campo politico o anche in altri settori?

Non sono un esperto di politica italiana, ma non posso dire di essere rimasto sorpreso dalle vostre recenti elezioni. Essendo americano di origine greca, ho pensato che gli stessi problemi che sono sorti in Grecia alla fine avrebbero afflitto anche l’Italia. Ricordo di essermi recato in Grecia verso la metà degli anni ‘90 con mio padre, il quale una sera ebbe una discussione con dei nostri parenti che ricordo molto bene. Disse che la cultura dei pensionamenti precoci e dell’assistenzialismo in vigore in Grecia non avrebbe mai funzionato nell’era moderna. Mio padre non era un uomo istruito o un esperto, ma non serviva un genio della matematica per capire quanto la situazione fosse insostenibile. Credo che la stessa cosa si sia verificata in diversi paesi europei e che gli elettori, pur di non confrontarsi con gli aspetti economici del problema, abbiano cercato dei capri espiatori ai quali addossare la colpa: l’economia, gli immigrati, gli esperti, i tedeschi, le banche, e così via. Mentre mio padre, un uomo che aveva a mala pena finito la scuola secondaria, aveva previsto più di vent’anni fa quello che sarebbe accaduto non solo in Grecia, ma nella gran parte dell’Europa meridionale, basandosi sul semplice teorema che i governi non possono continuare a spendere più di quanto riscuotono.

La campagna di Trump rappresenta quasi un modello per chi guarda con preoccupazione alla fine della competenza?

Vorrei mettere in chiaro che non ho scritto il libro a causa del Presidente Trump (e le mie parole non rappresentano le opinioni del governo degli USA o del popolo americano). Ho scritto quasi tutto il libro molto prima delle elezioni. Non l’ho scritto neppure come reazione alla Brexit, anche se ne parlo. Non avevo previsto la vittoria di Trump, ma ero convinto che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno come lui. In questo senso Trump è l’esempio più calzante di ciò che accade quando si fa una campagna elettorale contro gli esperti e si tenta di governare senza esperienza, soprattutto per quanto riguarda la politica estera. L’economia americana sta andando bene in questo momento, ma questo accade soprattutto perché nessun presidente americano ha mai il controllo sulla gestione dell’economia del paese, per quanto tentino di prendersene il merito.

E il suo comportamento una volta eletto da presidente? Mi può indicare un esempio più forte di altri?

Credo che l’esempio migliore sia la politica estera in quanto, in qualsiasi nazione, serve molta competenza per capire e attuare la politica estera. La politica estera americana è alla deriva e va in direzioni diverse nello stesso tempo. La NATO è nel caos. I russi, i cinesi e altri sono diventati spavaldi. Anche i recenti eventi in Corea, per quanto sembrino promettenti, si sono verificati quasi malgrado gli americani, che hanno promesso un summit con una delle peggiori nazioni del mondo e (finora) non hanno ricevuto niente in cambio. Questo accade quando un presidente prende una decisione senza avere nessun ambasciatore sul posto o senza riflettere sui passi successivi assieme a consulenti intelligenti. Ripeto, a molti elettori piace questo modo di fare perché sembra “autentico” e “genuino”, mentre in effetti è alquanto pericoloso.

Come combattere tutto questo? Con un’istruzione adeguata?

Non credo che l’istruzione da sola possa risolvere il problema. L’Italia e l’America sono entrambe nazioni con livelli elevati d’istruzione, ma in tutta l’Europa e nel Nord America la gente è preda di scarsa informazione e decisioni stupide e non per mancanza di istruzione, bensì perché sceglie di non informarsi sulle questioni fondamentali. Spesso, malgrado la gente abbia a disposizione grandi quantità di informazioni e accesso all’istruzione, si rifiuta di credere a tutto ciò che contraddice le sue convinzioni più profondamente radicate. Il mio più grande timore è che questo rifiuto delle conoscenze specialistiche finirà solo quando si verificherà un disastro: una grande depressione, una guerra o una pandemia. Storicamente questi eventi hanno riportato gli esperti al centro della vita pubblica. Spero solo che impareremo la lezione prima che ciò accada.

Ma il pensiero critico non è l’abilità intellettuale presa più di mira anche nelle università americane?

Questa è forse una delle cose che mi fa sentire più orgoglioso di essere americano, o magari è semplicemente la mia limitata esperienza di insegnamento in alcune delle migliori università americane, ma ritengo ancora che gli Stati Uniti abbiamo i migliori istituti d’istruzione al mondo. Tuttavia ciò che compromette il pensiero critico in questi luoghi è un approccio troppo egualitario all’istruzione, col quale i professori incoraggiano i giovani a considerarsi dei pari invece che studenti. Io penso che gli insegnanti e gli studenti siano dei partner che devono compiere insieme un viaggio di apprendimento – ma non come pari. Forse in questo campo possiamo imparare qualcosa dall’istruzione superiore europea, o magari da quella che era un tempo.

Prendiamo il caso dei vaccini pensa sempre che abbiamo bisogno di un grande spavento per convincerci del valore della competenza rispetto alla chiacchiera che non li vuole?

L’ironia dei vaccini è che sono vittime del loro stesso successo. Non rendendosi conto di quanto fossero comuni le malattie prima dei vaccini, la gente crede che adesso non funzionino o che non servano più. Nella mia famiglia ci sono persone che hanno subito i danni della poliomielite e per questo motivo da ragazzo non ho mai esitato a farmi vaccinare contro la polio, ma molti americani più giovani non hanno ricordi simili. Quando dissi a un mio studente che da ragazzo ero stato vaccinato contro il vaiolo, si meravigliò molto. “Il vaiolo?! Perché le hanno fatto il vaccino contro il vaiolo? Nessuno prende più questa malattia!”. Era totalmente incapace di collegare il successo dei vaccini con l’eliminazione del vaiolo. Non si tratta solo di non capire la scienza, ma dell’incapacità di comprendere i nessi di causalità e la logica di base.

E’ d’accordo con Eistein: c’è qualcosa di peggio dell’incompetenza. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza?

Sì. Ritengo che la causa alla radice di tutti i nostri problemi, compreso il declino delle competenze, sia il benessere. Nei paesi sviluppati il tenore di vita è così alto che non ci rendiamo più conto di quanto siano difficili anche le cose più piccole. Come dico ai miei studenti, ogni volta che aprite il rubinetto e sgorga acqua pura e pulita, non dovreste considerarla come una cosa normale, ma come un miracolo. Ci sono voluti urbanisti, scienziati, economisti, idraulici, scavatori e sì, anche politici, perché voi possiate bere un bicchiere d’acqua fresca in una giornata afosa. La gente non considera più queste cose come una sfida. Noi americani non andiamo sulla Luna da oltre quarant’anni perché è diventato noioso. Siamo arrivati a pensare che i viaggi nello spazio siano normali e facili. E ora pensiamo che tutto debba essere facile, a buon mercato e semplice. Ma la vita non è così. Le persone si ribellano all’idea di dover imparare come funzionano le cose perché le fa sentire impotenti e piccole. Invece imparare come funzionano le cose – dall’odontoiatria alla diplomazia – dà potere, se solo ci prendessimo il tempo per farlo.

In conclusione Nichols da voce quello che chiama il suo più grande timore: il rifiuto delle conoscenze finirà solo quando si verificherà un disastro, una grande depressione, una guerra o una pandemia”. Ma ha anche una speranza, “impareremo la lezione prima che ciò accada”.

(fonte)

Sorpresa! I migranti morti nel Mediterraneo sono sempre gli stessi

Dai, dite la verità, è la frase che sentite dappertutto, dopo di quella di solito passa addirittura la voglia di rispondere e continuare la discussione: «Meno partenze meno morti» dicono e all’improvviso addirittura quelli passano dalla parte dei buoni, e noi dei coglioni. “Se gli scafisti non scafano i disperati non annegano” è l’assioma idiota del ministro dell’Interno Salvini e fa niente che come al solito i numeri siano assolutamente inventati, nemmeno consultati, buttati a casaccio solo per aggiungere fango al fango. Funziona così: è tutto un gioco a trovare frasi che siano chiuse, che non diano possibilità di controbattere.

Eppure quando qualcuno affronta l’altro con dei numeri verificati in tasca, l’altro di solito ne esce maluccio. E così basta dare un’occhiata al sito Missing Project (probabilmente il più serio circa i morti nel Mediterraneo, nonostante io sia sicuro che qualcuno lo vedrà collegato a Soros e ai buonisti) per leggere i dati inconfutabili: erano 210 nei primi 20 giorni di gennaio dell’anno scorso e sono 200 quest’anno. Differenze minime (che più che la politica decidono i venti e le correnti) senza tenere conto che i morti che noi contiamo sono quelli che riusciamo a vedere e un Mediterraneo sguarnito di soccorsi (e controllato da quella masnada di criminali che sono gli uomini della Guardia costiera libica) è il luogo migliore dove morire senza essere notati da nessuno. Ma c’è un altro dato: nell’anno record degli arrivi (2015 e 1016) i morti erano molti meno. Quindi: quindi l’assioma di Salvini è una cagata pazzesca. Pace all’anima sua.

Ma c’è di più: questo è anche l’anno in cui le prigioni libiche hanno assunto una sorta di quasi ufficialità grazie all’amicizia con il nostro governo e i morti che marciscono lì dentro non ci è dato di saperli. Tanto non li vede nessuno. Tanto non li sente nessuno.

La cosa che rende tutto tragicamente ridicolo è che continuiamo a subire una propaganda completamente basata su dati falsi. Falsi se non addirittura contrari alla realtà. E sembra impossibile provare a farlo notare. È come vivere in un incubo. Solo che muoiono, quelli, non sognano mica. E noi, no, non molleremo di un millimetro. Correremo il rischio di essere monotematici, piuttosto.

 

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Vi ricordate la fascista con la maglietta Auschwitzland? Condannata. 9000 euro.

Troppo poco per la gravità politica della provocazione. Ma la condanna di un fascista è sempre qualcosa di positivo, visto che spessissimo la passano liscia.
Il Tribunale di Forlì “ha condannato Selene Ticchi a quattro mesi di reclusione commutati in 9.000 euro di multa più 50”, e dunque “ha dato ragione all’Anpi” sulla famosa maglietta “Auschwitzland”, indossata dalla donna il 28 ottobre scorso a Predappio, in occasione dell’anniversario della Marcia su Roma. 
Lo sottolinea “Patria indipendente”, il quindicinale dell’Associazione nazionale partigiani italiani, ricordando che, dopo la manifestazione in provincia di Forlì, “la foto della signora Ticchi e della sua maglietta, è girata vorticosamente sui media creando ovviamente sdegno, disgusto, repulsione ed emozioni analoghe”. 
La signora, si lesse allora sulla stampa, era “militante di Forza Nuova e già vicina al Movimento per la sovranità di Storace e Alemanno – prosegue Patria indipendente – Denunciata per l’orrida maglietta da tanti cittadini ed associazioni, fra cui l’Anpi nazionale, è stata sottoposta al decreto penale di condanna”.
Si tratta dunque “di una sentenza che dà ragione all’Anpi nazionale e a tutti coloro che hanno denunciato il reato, una sentenza che rispetta le leggi vigenti, a cominciare dalla legge Mancino, e rispetta la XII Disposizione finale della Costituzione che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista”.

(fonte Globalist)