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Politica

Lo sgombero dei Casamonica. Al di là del tifo

«Perché mai tutti sparlano di tutti? Credono tutti di rimetterci qualcosa se riconoscono il più piccolo merito a qualcuno».

Si potrebbe partire dalla massima di Johann Wolfgang Goethe per aprire una riflessione sullo sgombero che ha visto per la prima volta lo Stato (e il Comune di Roma e Regione Lazio) alzare la voce con la schiena dritta contro il clan dei Casamonica, facendoli sloggiare dalle loro ricche (e abusive) abitazioni ristabilendo la legalità e, soprattutto, forse è proprio l’aspetto più importante, dimostrando di essere più forte di qualche mafiosetto che pascolava impunito facendo da padrone in un intero quartiere.

Un segnale importante, comunque la si possa pensare, soprattutto perché lo sgombero dei Casamonica parte dal lontano 1997 (risalgono a quell’anno le prime contestazioni di abusivismo) e fino a oggi nessuno ha avuto il polso (o la voglia, o il potere, o la giusta squadra) per dare concretezza a un’ordinanza definitiva di demolizione. E chiunque mastichi di mafie e di criminalità sa bene quanto simbolicamente conti sfoggiare la propria impunità, con la propria bella villa in una zona che è area archeologica.

E forse la buona opposizione (meglio: la buona politica) potrebbe occuparsi più della vittoria di Roma e dello Stato piuttosto che fare spremersi con tutte le forze per dimostrare quanto sia merito di uno o dell’altro in una continua (e poco credibile) rincorsa al discredito altrui senza occuparsi di piuttosto di riaccreditarsi di fronte all’opinione pubblica. Perché è vero che Zingaretti fin da gennaio ha meritoriamente preso in mano la situazione con una delibera che ha acquisito l’immobile e l’ha destinato all’abbattimento ma il VII Municipio e il comune di Roma hanno messo energie e risorse perché tutto questo avvenisse. In Italia: la patria degli ordini di demolizione inevasi.

Forse chi ha avuto vita facile è stato il ministro Salvini che si è ritrovato con l’opera già quasi compiuta. Ma, con tutta la distanza che mi separa da Salvini, non stupisce che un ministro dell’Interno sia presente a un evento del genere. L’ha fatto con petulante protagonismo? Beh, è la sua natura.

L’avvenuto sgombero tra l’altro dimostra anche l’importanza del giornalismo investigativo (sì, quello degli sciacalli) che ancora una volta dimostra l’importanza del fare luce per spingere la politica ad agire: Federica Angeli, Floriana Bulfon, Lirio Abbate e altri colleghi hanno permesso all’opinione pubblica di conoscere lo strapotere del clan Casamonica, smutandando i prepotenti.

Ci sono decine di decisioni e di inazioni per cui l’amministrazione di Roma è criticabile (e da queste parti non le abbiamo mai risparmiate) ma giocare di sponda su un atto che a Roma si attendeva da decenni risulta piuttosto imbarazzante.

Come diceva il mentore di Mr Orange nel film Le Iene: «Le cose importanti da ricordare sono i dettagli, i dettagli rendono la storia credibile».

Bene lo sgombero, quindi. Al di là del tifo.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/11/21/lo-sgombero-dei-casamonica-al-di-la-del-tifo/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’indifferenza è incostituzionale

Il partigiano Eros è morto. Aveva 92 anni portati come si portano addosso le cicatrici di cui andiamo fieri, quelle che diventano scrigni di qualcosa in cui fortissimamente si crede. Non pesano nemmeno, quelle cicatrici. La medaglia di Umberto Lorenzoni, nome di battaglia Eros, era quella mano maciullata mentre preparava con altri compagni la carica esplosiva per fare saltare il viadotto su cui un treno tedesco avrebbe dovuto passare per rifornire di munizioni l’esercito nemico.

«Non chiamatemi più ex partigiano. Io sono ancora un difensore della libertà e della democrazia, ora più che mai dalla fine della guerra»: Lorenzoni rispondeva così ai tanti (troppi) che ancora ci vorrebbero convincere che quella Storia, che è poi il grembo della nostra Repubblica, sia roba vecchia, muffa, fuori dal tempo e indifferente al presente.

Quando decisero di premiarlo al valore per l’azione in cui perse alcune dita della mano lui rifiutò chiedendo che piuttosto venisse assegnata al suo compagno che perse la vita. I partigiani sono così: hanno fatto della solidarietà una strategia di guerra e poi di pace. «Per fortuna ho avuto un padre che mi ha cresciuto a latte e antifascismo», disse intervistato in prima serata in Rai.

Pensavo stamattina alle parole di una sua intervista a Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2014: «Quando a 17 anni decisi di fare il partigiano, ci dicevano che eravamo “bambini pazzi” e “troppo pochi” ma poi abbiamo vinto. Anche oggi dobbiamo resistere un minuto in più dei nemici. Staccai da un albero un morto impiccato. Questo ricordo, ogni volta, mi carica per la battaglia a favore della democrazia». Penso alla memoria che si sgretola, si usura, si ottunde e diventa rarefatta. Penso a come siamo potuti finire qui, al punto in cui ricordare un partigiano sia addirittura un atto divisivo. Mi viene da pensare a come sia potuto accadere che si sia caduti nel tranello del comunismo usato come contrario del fascismo per legittimarlo un po’ alla volta. Penso come sia potuto succedere che non sia chiaro (come sancito dalla Costituzione) che il contrario del fascismo sia la democrazia. E notavo come molti si siano trattenuti dal ricordarlo, il partigiano Eros, perché il politicamente corretto oggi è una palude di vigliacchetti attenti a non urtare il senso comune. E invece fa schifo, certo senso comune che ha sdoganato veleno e idee che Lorenzoni aveva combattuto.

Ogni volta che muore un partigiano c’è da dividersi anche il suo peso, il suo compito. Che poi è una parola bellissima, partigiano: significa “sapere esattamente da che parte stare”, odiare gli indifferenti. Non si tratta di essere antifascisti soltanto, no, si tratta di rispettare l’articolo 4 della Costituzione che dice “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”. Quindi l’indifferenza è incostituzionale, oltre che vigliacca. Come spiegava il partigiano Eros.

Buon martedì.

 

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I “numeri” del presidente Istat

La politica, ahimè, non sono solo i leader: ogni governo si propaga come vento (salubre o meno, a seconda dell’opinione di ognuno) nelle nomine a cascata che occupano posizioni importanti, pur non essendo ministri, in ruoli chiave per il buon funzionamento del Paese. Viene da sé quindi che l’operato di un governo si giudichi inevitabilmente anche per la qualità delle sue nomine. Su questo spero siamo tutti d’accordo.

Bene. Gian Carlo Blangiardo sarà il futuro presidente dell’Istat. Un ruolo di grande responsabilità il suo, visto che è proprio l’Istat, attraverso i numeri, a dare la fotografia del Paese. Io che di mestiere brigo con le lettere devo ammettere di avere sempre pensato che i numeri siano tranquillizzanti: non mentono, o ci sono o non ci sono, sfuggono alle volatili interpretazioni delle libere opinioni. E invece.

Blangiardo è comparso su diversi giornali quando secondo Il Giornale, Libero e altri “smentì Boeri sulle pensioni pagate dai migranti”. La sua tesi? «I discorsi di Boeri sono propagandistici -disse – l’immigrazione ha compensato per un po’ il saldo naturale negativo fra nati e morti. Oggi non lo fa più.» Dati a supporto della sua tesi? Nessuno. Anzi, a ben vedere lo si potrebbe spiegare con una sopraggiunta diminuzione dell’immigrazione peccato che sia proprio Blangiardo a dichiarare a La Stampa il 24 luglio 2018: «Sugli immigrati non ho paura di parlare di espulsioni e porte chiuse. Qui non ci stanno: è un dato di fatto.» Non perdete tempo a cercare la logica. Non c’è.

Poi. A Libero, il 30 luglio scorso, disse: «Naturalmente, lo ripeto, i numeri contano: è evidente, per esempio, che più aumenta il numero di stranieri, più aumentano in proporzione i criminali». Eppure è proprio un rapporto dell’Istat (lo trovate qui) a dire chiaramente che il problema non sono gli stranieri (termine usato con disarmante leggerezza da Blangiardo) ma le condizioni di irregolarità imposte da una (pessima) legge. Gli stessi che il Decreto Sicurezza aumenterà a dismisura, tra l’altro.

Blangiardo ha scritto un libro. Il titolo dice già molto: “Immigrazione, la grande farsa comunitaria”. Sentite un passo: «I flussi consentono da anni stanziamenti pubblici miliardari a favore di lobby del soccorso e dell’accoglienza di Ong, cooperative e enti cattolici. Organismi strettamente legati ala politica che costituiscono un bacino di voti di grande rilevanza soprattutto per il PD». Alla grande, eh?

Ne ha anche per lo Ius Soli (ovviamente) il prode Blangiardo. Intervistato da Il Populista il 17 giugno 2017 disse che “lo Ius Soli mi sembra una gran perdita di tempo da parte della nostra classe politicante dovrebbe occuparsi di temi ben più urgenti per i nostri cittadini (nostri di chi?, tra l’altro N.d.A.)». Quando un giornalista de La Stampa gli fece notare che c’erano studenti che non potevano andare in gita con i compagni per la mancanza di documenti rispose: «Vado a memoria: nel 2016 erano 74 mila ragazzini. E comunque al bambino di avere in tasca il passaporto italiano non gliene frega niente […] Se succede è solo perché la segreteria della scuola non lavora per ottenere i visti necessari. E comunque sono situazioni marginali: il ragazzino di origine araba che non può partire con la classe per Israele. Ma quante sono le scuole che vanno in gita a Gerusalemme?»

E infine il grande esercizio di statistica: «Prima dell’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza si diceva che ogni anno in Italia morivano 30 mila donne per aborto. Una scemenza. Le morti legate alla gravidanza, non solo per aborto, erano alcune centinaia». Dati a supporto? Zero. Sì, avete capito bene: è contro l’aborto. Ovviamente.

Buon lunedì.

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Pennivendoli? Sciacalli? Un esercito di mediocri. Dappertutto

Agli incapaci di comprendere e governare la complessità, viene facile, come unica via d’uscita, categorizzare gli altri per banalizzare il quadro generale e poter alimentare lo scontro. Sia chiaro: questi che ora si scagliano contro i giornalisti (e che prima si schiantavano contro i politici finché alla fine politici sono diventati anche loro) non hanno proferito gli insulti contro la stampa per difendere la sindaca Raggi. Questa è la banale lettura che offrono all’esterno per continuare a barcamenarsi: in realtà erano prontissimi a scaricare la Raggi (che ora è diventata Giovanna d’Arco) con la stessa scioltezza con cui ora la incensano. Ciò che conta è avere uno scontro, uno qualsiasi, sempre in atto per poter soffocare la pacata analisi con le correnti del tifo.

Così per il Movimento 5 Stelle (anzi, per non cadere nello stesso errore forse sarebbe il caso di scrivere per alcuni di loro, purtroppo i più esposti pubblicamente) i giornalisti diventano sciacalli, pennivendoli e puttane come se la sentenza del tribunale di Roma avesse certificato l’abilità della Raggi nell’amministrare Roma e non invece semplicemente di non essere incorsa in profili penali nella sua azione politica. Dall’altra parte però i giornalisti (anche qui: non tutti, gli integralisti che si trovano bene a ruzzolare nel fango) generalizzano rivendendosi come i buoni legittimando di fatto lo scontro. Ne esce una categorizzazione perfetta per l’epica ma davvero di poca sostanza. Per dire: conosco giornalisti servi, pessimi politici di qualsiasi partito dell’arco costituzionale, ottimi giornalisti, ottimi politici e oneste persone di qualsiasi partito dell’arco costituzionale (di cui posso non condividere le idee ma a cui riconosco l’etica dell’azione) così come pessimi idraulici, pessimi scrittori, meravigliosi fruttivendoli e così via. Le categorie totalmente condannabili sono piuttosto i mafiosi, gli schiavisti, i guerrafondai. Sul resto ci andrei con cautela, con rispetto per la complessità, appunto.

Questo significa che non siano gravi le dichiarazioni di Di Maio e del subcomandante Di Battista? No, per carità. Sono attacchi gravissimi di un governo che ha bisogno di mostrarsi autoritario per aspirare ad essere autorevole: la difesa corporativa a favore della libertà di stampa è necessaria in un momento in cui le libertà sono messe in discussione da un pessimo ministro dell’interno, da un pessimo ministro alla Famiglia e da altri preoccupanti segnali. Ma dividere tra bianco e nero, buoni e cattivi per professioni mi pare un po’ enfatico, ecco tutto.

Magari se uscissimo dalla categorizzazione potremmo discutere del fatto che gli insulti raccontano chi li pronuncia e non chi li riceve. Potremo fare notare che per molti Virginia Raggi sia una mediocre sindaca anche da assolta. Potremo dirci che Salvini proprio ieri ha additato Berlusconi come un frustrato di sinistra proprio per lo stesso identico motivo: accorpare i nemici  è la tecnica battagliera dei mediocri. E di mediocri siamo pieni. Dappertutto.

Come scriveva William Shakespeare:

«Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi.»

Buon lunedì.

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Salvini, l’aspirante stregone

Non è solo Salvini: siamo insozzati da una scia che ha lasciato come bava il suo passaggio e che presumibilmente sopravviverà anche dopo la caduta politica del leader della Lega.

——– Il testo è su https://www.linkiesta.it/it/article/2018/11/16/salvini-non-sara-razzista-ma-i-suoi-elettori-si-ed-e-tutta-colpa-sua/40156/

Il podcast è anche facilmente scaricabile da iTunes qui (oppure abbonarvi via mail qui).

Sono anni che a Reggio Emilia sono ostaggi della ‘ndrangheta

Certo è spettacolare la presa in ostaggio dentro un ufficio postale: ha tutte le caratteristiche per meritarsi una diretta a reti quasi unificate, squarciare l’impaginazione compita di tutti i quotidiani e contemporaneamente alimenta anche la fame di clic. Tutto perfettamente cinematografico, roba da film: il cattivo che fa il cattivo, innocenti persone travolte dalla follia, le telecamere ben appostate e tutto il resto.

Eppure, c’è da scommetterci, a mamma ‘ndrangheta il gesto di Francesco Amato non avrà sicuramente fatto piacere: anni e anni passati a sommergersi, tutto questo tempo per normalizzare (con tragico successo) la propria presenza sul territorio, un gran daffare per riuscire a fare passare quasi indisturbato un processo che avrebbe dovuto essere uno spartiacque per la consapevolezza della criminalità organizzata al Nord e poi arriva quello schifoso di Francesco Amato che rovina tutto.

Così magari ora qualcuno (anche tra i formidabili ministri) si accorgerà che dopo due anni di udienze si è concluso in primo grado un processo che ha visto 224 indagati, 160 arrestati di cui 117 in Emilia Romagna (dove la mafia non esisteva, ovviamente, per diverse parti politiche), e 54 presunti mafiosi. La sentenza di rito abbreviato aveva condannato già 40 persone mentre quella di quattro giorni fa registra 118 condanne per oltre 1200 anni di carcere. Un maxiprocesso vero e proprio che ha certificato una volta per tutte che non è vero (come si affrettarono a dire in molti, tra politici, imprenditori e associazioni di categoria) che in Emilia Romagna esistano fenomeni mafiosi ma piuttosto che esiste un vero e proprio sistema che opera al Nord esattamente come al sud, coinvolgendo la massoneria, pezzi di magistratura, professionisti, mass media, amministratori, pezzi di Chiesa. C’è la struttura gerarchica con un vero e proprio direttorio (Diletto Alfonso a Brescello, Sarcone Nicolino a Reggio Emilia, Lamanna Francesco a Mantova e Cremona, Villirillo Antonio sostituito poi da Gualtieri Antonio a Parma e a Piacenza e Bolognino Michele a Modena), ci sono gli imprenditori (quelli che avrebbero voluto passare per onesti lavoratori del nord e invece bussavano alla porta della mafia per ottenere liquidità e recupero crediti) e poi c’è la sottovalutazione generale, la minimizzazione di questi mesi e i soliti canoni dell’indifferenza che tornano sempre comodi alle mafie. Volendo esagerare c’è anche il campione del mondo: Vincenzo Iaquinta è stato condannato a due anni per porto abusivo d’armi e suo padre di anni se n’è presi 19 con l’aggravante mafiosa.

Eppure il ministro Salvini, sì, sempre lui, sul processo Aemilia non ha trovato il tempo di fare un misero tweet. Ci dice che gli fa schifo la mafia ogni volta che arrestano un pesce (anche piccolo) nel profondo sud ma non trova mai slancio per parlare di mafia al nord. Mai. E poi c’è la curiosità: ma se Francesco Amato vuole parlare (proprio come nei film) con qualcuno dei capi poiché è convinto di avere ricevuto una condanna ingiusta perché non chiede del ministro alla Giustizia? Perché, se vuole parlare con un capo di governo, non chiede del presidente del consiglio Conte o del presidente Mattarella? Perché è tutto un continuo, lurido, film.

E invece la lotta alle mafie ha bisogno di studio senza proclami, di consapevolezza sociale prima che politica, di una cultura che non scelga di premiare i furbi e i prepotenti, di leggi ben fatte e di un’informazione che analizzi più che inseguire il clamore. Si scoprirebbe che in Emilia Romagna (come in ogni regione di ogni angolo di Italia) sono ostaggi della ‘ndrangheta da un bel po’. Mica solo nell’ufficio postale.

Buon martedì.

 

 

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È l’ignoranza il vero “potere forte”

Ogni anno l’istituto di ricerca Ipsos MORI diffonde il suo Indice dell’ignoranza, una rilevazione statistica che valuta l’ignoranza (intesa nel senso letterale di mancata conoscenza) dei cittadini nei confronti della realtà nazionale che li circonda. Scritto così, ci scommetto, a qualcuno verrà in mente un profluvio di dati ritenuti barbosi e poco importanti. E invece no. Lì dentro c’è il momento in cui siamo, piaccia o non piaccia, e toccherà farci i conti, prima o poi.

Nel 2014, solo per fare un esempio, gli italiani erano convinti che nel loro Paese i disoccupati fossero il 49 per cento. Erano il 12. Che gli over 65 fossero il 48 per cento. Erano il 21. Che gli immigrati fossero il 30 per cento. Erano il 7. Che le ragazze madri fossero il 17 per cento. Erano lo 0,5. Dal 2014 ad oggi l’Italia svetta nella classifica dei Paesi ignoranti indisturbata, con qualche breve slancio di indignazione o di contrizione che dura per un paio di giorni negli editoriali nostrani per poi risopirsi placidamente.

Siamo tra i pochi Paesi al mondo, probabilmente l’unica nazione tra quelle sviluppate, che non considera il sapere come un traguardo: nel periodo di crisi economica l’Italia ha tagliato del 10% la spesa per la cultura di fronte a una media del 2% rispetto agli altri capitoli di spesa. Mentre in Giappone i maestri e i professori sono considerati i lavoratori fondamentali per il Paese da noi la parola professore (con tutte le sue varianti professorone o professorino) è usata in senso dispregiativo. Sembra incredibile, vero?

Come dice chiaramente il Rapporto sulla Conoscenza 2018 dell’Istat siamo ultimi in Europa per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con in mano un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea: siamo l’unica nazione  in cui i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Dietro alla Grecia e alla Romania. Sempre l’Istat ci dice che i laureati tra l’altro non trovano spazio nel nostro sistema produttivo: se vengono assunti spesso vengono demansionati. Siamo l’unico Paese in Europa che negli ultimi dieci anni ha visto decrescere i posti che richiedono alta specializzazione.

E se è vero che il  41,1% degli italiani tra i 15 e i 64 anni ha solo la licenza media e ha basse competenze in lettura e matematica è altresì vero che parliamo di un’enorme disparità tra Nord e Sud, tra centro e periferia. Non è questione di cultura: è questione di democrazia. Non è questione di scuola: è una questione tutta politica che ha a che fare con l’uguaglianza. Immaginate di mettere nella scuola i soldi buttati in manovre di propaganda. Cambierebbe tutto. Ma ci vorrebbe una classe dirigente capace di guardare oltre alla scadenza elettorale di qualche mese, ci vorrebbe gente dallo sguardo lungo, gente di cultura, appunto. E infatti si taglia ancora, la scuola.

Buon lunedì.

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Cambia il tempo ma noi no

Ma cosa sta succedendo in Italia? Quello che qualcuno prova a urlare da anni, ciò che Trump e altri continuano a negare rendendo felici i loro feroci elettori. Non è una disgrazia, non scherziamo. Basta fare un giro anche sulle pagine istituzionali per rendersi conto che nonostante la politica fatichi ad accorgersene (la politica tutta, di questi ultimi vent’anni) il baratro è già qui. Basterebbe farsi un giro, che ne so, sulle pagine dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, roba di Stato, per rendersi conto che tra emergenze percepite e allarmi elettorali esistono g

“Climate is what you expect, weather is what you get” (Edward Lorenz, 1961)

Rapidi cambiamenti del clima sono stati osservati dagli scienziati sin dalla metà  del secolo scorso. Il clima terrestre è soggetto a fluttuazioni stagionali, decadali e secolari che dipendono da cause naturali come l’orbita terreste, la radiazione solare, la circolazione degli oceani e le eruzioni vulcaniche (variabilità  climatica). Nel corso degli ultimi anni tuttavia mutamenti più profondi e rapidi del sistema clima sono stati determinati dall’uomo, principalmente tramite la crescente emissione di gas serra in atmosfera. Con la prima conferenza mondiale sui cambiamenti climatici del 1979 gli scienziati hanno cominciato a interrogarsi su come prevedere e prevenire potenziali i cambiamenti di natura antropica e che potrebbero avere un effetto negativo sul benessere dell’umanità.

Il quinto rapporto IPCC

L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è il massimo consesso mondiale di esperti sul clima. L’IPCC ha il compito di valutare l’informazione disponibile nei campi scientifico, tecnico e socio-economico legati ai cambiamenti climatici, ai loro possibili impatti e alle opzioni di adattamento e di mitigazione. L’ultimo rapporto IPCC del 2014 (AR5) conferma che il clima terrestre si sta riscaldando (la temperatura media sulla superficie terrestre è aumentata di circa 0.6 °C nell’ultimo secolo) e che l’influenza umana sul sistema climatico è evidente.
I cambiamenti climatici comportano non solo un riscaldamento del clima globale (global warming) ma anche un’intensificazione del ciclo idrogeologico. A livello globale questo comporta un aumento dell’evaporazione e della precipitazione. A livello regionale, gli impatti dipendono dalla regione. Il bacino del Mediterraneo è ritenuta un’area particolarmente vulnerabile (hot spot) ai cambiamenti climatici.
Per il futuro, a un ulteriore aumento delle emissioni di gas serra potrebbero essere associati altri mutamenti significativi rispetto al passato, come un ulteriore riscaldamento, modificazioni della quantità  e del tipo delle precipitazioni, aumento del livello del mare e cambiamenti nella frequenza e nella quantità  degli eventi climatici estremi (alluvioni, siccità, cicloni, ecc.). Anche se la crescita delle concentrazioni dei gas-serra nell’atmosfera fosse arrestata durante questo secolo, i cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello del mare determinati dalle passate, attuali e future attività  umane continuerebbero per secoli.

Il Bolso(e)Nero

Il Bolso(e)Nero lo riconosci facile facile, in mezzo ai rossi, ai gialli, ai bianchi, ai viola, è l’unico che non ha colore, meglio, non ha luce, perché vive inghiottendo la luce degli altri. Nero, appunto. Odia le differenze perché è incapace di esprimerne, è un conservatore per mancanza di idee ma poiché manca anche di cultura, oltre di idee, si promette di conservare un mondo che esiste solo nell’intestino della sua propaganda, messo insieme dagli avanzi degli scarti della Storia.

Il Bolso(e)Nero è il modello peggiore del benpensante e del moralista. È quello che urla dal balcone «fate quello che dico!» ma poi aggiunge «non fate quello che faccio!». Ce l’ha con i ladri ma è in combutta da sempre con qualcuno di loro, ama i nemici dei suoi nemici e odia gli amici dei suoi nemici riducendo l’etica a un greve tifo organizzato, è cattolicissimo solo su alcuni comandamenti mica su tutti, è moderno solo con le modernità che gli devono mica con tutte, è tradizionalista solo con le tradizioni che può mungere mica con tutte, è razzista solo con i nemici mica con tutti, è padre di famiglia solo dei suoi figli mica di tutti, condanna la violenza e intanto la instilla sottopelle, condanna gli stupri degli altri ma ironizza sui suoi possibili stupri e son le bambole gonfiabili.

Il Bolso(e)Nero è dappertutto. C’è quello italiano, quello brasiliano, quello egiziano e quello ungherese. Il Bolso(e)Nero è confortato dal fatto che esistano altri come lui, nella sua futile idiozia li ritene pure alleati, illudendosi che gli egoismi possano diventare relazioni internazionali e invece ogni volta che chiede aiuto rimane solo. «Ma anche gli altri come me sono soli», si giustifica. E qui si incarta: dopo avere passato mesi a dire che la volontà popolare è tutto non ha problemi nell’additare ai poteri forti la perdita di consenso. Il Bolso(e)Nero è così: dà la stessa identica lettura a fatti diametralmente opposti. Perché lui è l’unico punto di ogni suo discorso, mica quello che si muove intorno.

Il Bolso(e)Nero è un mentitore seriale: annuncia la fine degli sbarchi e intanto quelli continuano a sbarcare, vede un’emergenza di crimini e intanto i crimini sono già diminuiti da un pezzo, promette la restituzione di latitanti che invece non potrà restituire. Se ne inventa una al giorno: spostare l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme oppure la riduzione delle scorte. Non fa politica: fruga nei cassonetti della paura.

Ma il Bolso(e)Nero ha un’enorme sfortuna: al contrario di lui i cittadini che gli stanno intorno devono lavorare sul serio, strappare uno stipendio, superare le incombenze. E si accorgeranno presto che l’odio non sfama. E odieranno di più. E alla fine odieranno lui.

Buon venerdì.

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Il Pensiero Unico di cittadinanza

Verrebbe voglia di fondare il Partito per la Tutela Delle Differenze. Sembrava impossibile arrivare a questo punto, doverlo rimarcare, addirittura scriverne un articolo, eppure in questo tempo in cui il dibattito politico è diventato un mero scovare contraddizioni da tutte le parti (non che sia un male sottolinearle ma è davvero poca cosa se rimane l’unica azione di critica) conviene ripassare i principi fondamentali di una normale convivenza sociale, con tutte le differenze annesse.

Primo: se si critica il governo non si è “del Pd” e se si critica il Pd non si è “grillini”. Spiace per chi riesce a vivere con la leggerezza di un mondo che si possa facilmente dividere per due ma vi si può criticare entrambi (vi si deve criticare entrambi, per funzione del giornalismo) senza nessuna di quelle contraddizioni che voi vedete dappertutto. La vita (e la politica) non è un derby, non è un noi contro di voi e, vi svelo un segreto, i governi cambiano perché (per fortuna) i voti si spostano. Per dirla semplice semplice: c’è qualcuno che si è autoproclamato capitano di una squadra che non esiste. Una politica in cui qualcuno ha ragione e chi non è d’accordo è un nemico o un eversore c’è già stata: il fascismo.

Secondo: i parlamentari (per fortuna) non sono soldatini di stagno. Mangiano, bevono, dormono, ridono, camminano, hanno mani prensili e addirittura pensano: i padri costituenti hanno pensato al Parlamento proprio per questo, per rappresentare le diversità di giudizio, di sensibilità e di pensiero. Altrimenti avrebbero pensato a un’incoronazione, mica a una repubblica parlamentare. Che vi siano senatori del Movimento 5 Stelle che non hanno nessuna intenzione di votare il decreto sicurezza così come partorito dalla mente di Salvini è il naturale risultato di un partito che (piaccia o no) rappresenta sensibilità differenti. Governare un Paese significa governare la complessità. A partire da quelle del proprio partito. Vale anche per quelli che hanno perso, sia chiaro. Poi ognuno è libero di usare l’arma del voto di fiducia, esattamente come quelli che criticava. Ci hanno già provato a blindare il Parlamento ma non gli è andata bene: era fascismo.

Terzo: il dibattito politico (come tutti i dibattiti, partendo da quelli in famiglia durante la cena) è un dibattito quando è fatto di critica e autocritica, di spiegazioni e di ascolto. Altrimenti è zuffa, è un giochetto retorico in cerca di consenso. Provare a raccontare che il governo abbia sempre ragione e il suo contrario (che solo l’opposizione abbia sempre ragione) interessa ai tifosi, non ai cittadini. A meno che non si voglia istituire un Pensiero Unico Obbligatorio di Cittadinanza, come nel fascismo.

Per finire: il fascismo invece non è un’opinione. È un crimine. Avere una classe dirigente (vale per chi governa ma vale anche per chi vorrebbe governare al prossimo giro) in grado di muoversi nel terreno democratico è il prerequisito minimo richiesto. Ce la fate?

Buon mercoledì.

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