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Politica

Gli stupidi non dubitano mai della propria intelligenza

«È il mio ultimo mandato da cancelliera, lascio anche le presidenza del mio partito. Non voglio più incarichi politici».

E poi.

«I risultati nelle elezioni sono oltremodo amari e deludenti […] È deplorevole, perché il governo ha portato un bilancio convincente […] Ho la responsabilità di tutto, per quello che riesce e per quello che non riesce. E’ giunto il momento di aprire un nuovo capitolo: non mi ricandiderò come presidente della Cdu, questo quarto mandato è l’ultimo come cancelliera, non mi ricandiderò al Bundestag nel 2021 e non voglio altri incarichi politici».

E poi.

«È chiaro che così non si può andare avanti. L’immagine del governo è inaccettabile […] E questo ha ragioni più profonde che ragioni di comunicazione», ha affermato rimandando a un problema di «cultura del lavoro».

E poi.

«Voglio lasciare i miei incarichi con dignità, così come li ho svolti».

Sono le parole della cancelliera Merkel che annuncia il proprio ritiro dalla scena politica per quella che qui in Italia sarebbe discussa per mesi come “normale flessione”. Al di là delle azioni politiche della Merkel (su cui ognuno ha il proprio giudizio, il mio è molto poco buono) queste parole rappresentano perfettamente la differenza tra chi è capace di autocritica e chi no. Non serve nemmeno suggerire i paragoni recenti, ognuno può farseli da sé.

Mi viene in mente però una frase di Giovanni Soriano, dal suo libro Malomondo, che dice:

«A tutti può succedere di commettere degli errori, è naturale; ma mentre l’assennato se ne rammarica e tenta di porvi rimedio promettendo a sé stesso di non ricadervi in futuro, lo stupido neppure si avvede di commetterne. È per questo motivo che alle persone intelligenti capita spesso di sentirsi un po’ stupide e gli stupidi non dubitano mai della propria intelligenza».

Ecco tutto.

Buon martedì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/10/30/gli-stupidi-non-dubitano-mai-della-propria-intelligenza/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Legittima difesa: ma chi ruba più ora che hanno abolito la povertà?

Gioite! Il Senato ha compiuto il primo passo per una legge che cambierà la vita di una consistente parte di italiani! Finalmente! La legittima difesa partorita dalle viscere di Salvini, nel caso in cui diventerà legge, potrà finalmente migliorare la condizione dei tantissimi italiani che sono giustamente consapevoli delle spaventose dimensioni di un fenomeno che intacca le basi della nostra democrazia: gli omicidi a scopo di furto o di rapina (lo dicono i dati ufficiali, badate bene) sono addirittura 27 nel 2014, 35 nel 2015 e (udite udite e ditemi voi se non siamo di fronte a una vera e propria emergenza) ben 19 nel 2016. Chissà cosa si inventerà il governo, così attento alle stragi nascoste quando scoprirà che gli stessi morti sono provocati in Italia anche dai fulmini. Un decreto sicurezza urgente contro le intemperie inonderà sicuramente la propaganda, prossimamente.

C’è un dato interessante, però: visto il numero di furti e rapine in Italia (perché non sia mai che il problema venga affrontato alla radice, troppa fatica, troppa impegnativa complessità) dal prossimo anno potremmo tranquillamente avere un numero di vittime che si aggiri sui 7500-8000 morti senza che nessuna legge venga infranta. Che poi muoiano le vittime o i carnefici non sarà importante capirlo: il sangue pulisce molto di più di quello che si pensa.

Ci sono però delle pieghe interessanti nella psicologia di questa pessima legge: il ministro dell’inferno, colui che si propone come estremo difensore degli italiani scarica il barile travestendolo da soluzione. In futuro si potranno tagliare piselli per prevenire gli stupri, sarà legittimo bucare i palloni buttati nel nostro giardino da pericolosissimi bambini e tagliare mani o cavare occhi per essere risarciti. Sarà un mondo perfetto, a nessuno verrà negata nella vita una piccola occasione di vendetta personale legalizzata con plauso del governo e una nuova medaglia al regolamento di conti più esplosivo dell’anno.

Se invece vi stupite delle minime dimensioni del fenomeno discusso ieri in Senato nonostante le centinaia di trasmissioni televisive dedicate allora non sapete ancora cosa sia la politica percepita, questa moderna arte di inventare pericoli immaginari per poterci applicare immaginarie soluzioni (che in questo caso accontentano comunque lobby che invece sono concrete e realissime) potendo così lasciare perdere i problemi reali (lavoro, ad esempio, uno a caso) e facendo comunque la figura degli indaffarati.

A proposito di percezioni e narrazioni. Diciamocelo. Ma poi, in fondo, chi ruberà più ora che la povertà è stata abolita? Inutile anche parlarne, quindi.

Buon giovedì.

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Una scarpa, un leghista e una ciabatta

C’era una volta il mito delle suole consumate, valeva per l’attività politica, per il giornalismo, per i venditori di mestiere e per i viaggiatori infaticabili lavoratori. La fatica veniva misurata dai metri percorsi, come una certificazione non detta della bontà del lavoro svolto, e nell’attività politica il comiziare di piazza in piazza era sinonimo di presenza sul territorio. Non so se sono vecchio io ma ricordo esattamente anche le lunghe assemblee in cui i circoli di centrosinistra si interrogavano sulla presenza dei leghisti in mezzo alla gente, con una punta di invidia.

Bene, sappiate (nel caso in cui ce ne fosse ancora bisogno) che ieri si è svolto invece l’ennesimo episodio da premio Oscar della nuova presenza utile per sfamare la propaganda: l’esibizione della sguaiatatezza, con sprezzo del senso del ridicolo e addirittura con la fierezza di chi ha compiuto un’idiozia. A esserne stato protagonista è stato un eurodeputato leghista piuttosto onomatopeico (Angelo Ciocca, che scriviamo per onore di cronaca ma a cui non daremo la soddisfazione di essere ripetuto nemmeno mezza volta da qui alla fine dell’articolo) che in risposta alla bocciatura dell’Europa nei confronti della manovra scritta dal governo italiano ha pensato bene di interrompere la conferenza stampa del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, imbrattando i suoi appunti con una scarpa. Ha scritto lo scarparo leghista:

«A , HO CALPESTATO (con una suola Made in Italy!!!) la montagna di BUGIE che ha scritto CONTRO il !!! L’Italia merita RISPETTO e questi lo devono capire, non ABBASSIAMO PIÙ LA TESTA !!! Ho fatto bene ???»

Balzano all’occhio piccoli particolari, oltre all’idiozia del gesto: le maiuscole a casaccio per alzare la voce come quelli che non ascolta più nessuno per l’abitudine alle loro troppe cretinerie; i troppi punti esclamativi come prolungamento della propria mascolinità come se fossero un SUV ortografico; la confusione tra il non essere d’accordo e il non avere rispetto come concetto evoluto che dovrebbe essere già dei bambini alla scuola elementare; la bambinesca domanda finale (“Ho fatto bene ???” con il solito errore di spazi) che è il manifesto dell’arretratezza politica e dell’inadeguatezza culturale di chi cerca soci nel clan per non sentirsi solo e quindi sentirsi più intelligente.

Caro leghista, hai fatto bene: stai in un partito (e in un momento storico) in cui un rutto attira più like di un ragionamento ben scritto. Vomitate ciabatte e le chiamate riforme. Continua così, alimenta pure lo stesso gorgo che vi trascinerà a fondo. Le macchiette, del resto, con il tempo diventano solo degli aloni di cui vi vergognerete in futuro. Noi, dalla nostra, cominciamo già a vergognarci per te.

Buon mercoledì.

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Vecchi comici stantii

«Chi siamo? Siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autistici, l’autismo è la malattia del secolo. L’autismo non lo riconosci, per esempio è la sindrome di Aspengher (sic) c’è pieno di questi filosofi in televisione che hanno la sindrome di Asperger. Che è quella sindrome di quelli che parlano in quel modo e non capiscono che l’altro non sta capendo. E vanno avanti e fanno magari esempi che non c’entrano un cazzo con quello che sta dicendo, (risate) hanno quel tono sempre uguale. C’è pieno di psicopatici…».

Parole, opere e omissioni di Beppe Grillo che sul palco della festa del Movimento 5 stelle al Circo Massimo ha deciso di fare satira nel modo più banale, un po’ come Salvini è abituato a fare politica: facendo il bullo usando le fragilità come vergogna da deridere.

«Silvio! More o bionde?» «Entrambe, basta che la diano».

Parole, opere e omissioni di Silvio Berlusconi, sorretto dalle sue guardie del corpo che ormai sono badanti travestiti da Men in black mentre sfoggia un sorriso bianchissimo che gli sbriciola il cerone seccato sugli spigoli della bocca.

Sono gli stessi comici da vent’anni, sempre loro, che non fanno più ridere nessuno e ancora credono di essere esilaranti come quegli anziani zii che ci tocca sorbire alle cene di Natale, quando tutti ridono perché ormai è così e non lo cambia più nessuno. Sul primo (Grillo) almeno ci pensano Conte e Di Maio a smentirlo subito dopo il suo intervento, trattandolo come il vecchietto svoltolato che fa ridere tutti giù in osteria. Sul secondo (Berlusconi) invece addirittura resiste tutta una gerarchia di servitori: potere del soldo.

È la comicità degli incapaci, quella che non riesce a puntare al sorriso senza bisogno di calpestare qualcuno. Per loro la stoccata deve avere per forza il rumore del bastone e del cranio, più lievi non riescono. Così ogni giorno si irride qualcuno trascinando tutta una categoria (autistici, malati, donne, eccetera) sentendosi fighi perché sani, perché maschi, perché bianchi, perché forti.

Le stesse disgustose battute stantie per tutti questi anni, tanto che ti aspetteresti a questo punto vedere rispuntare persino una Cuccarini a comiziare con la leggerezza di una televendita. E la Cuccarini, infatti, due giorni fa ha dichiarato:

«Foa mi ha aperto gli occhi su quanto l’informazione sia manipolata» e poi «l’economista Bagnai ha il dono della chiarezza» e poi «Savona? Uno dei pochi di spessore internazionale».

Oddio. Ci manca solo Umberto Smaila. Eccolo:

«Noi abbiamo le Ferrari, Dolce e Gabbana, Ronaldo, il Sassicaia e Moody’s ci declassa. L’India dove milioni di individui vivono tra escrementi di vacca ai limiti della sopravvivenza ha un’economia in grande considerazione per i mercati! Continuano a prenderci per il culo».

Che sapore di nuovo, questo futuro. E poi ci stupiamo che temano i libri.

Buon martedì.

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Che gelida manina, se la lasci riscaldar…

Tocca addirittura ricorrere a una citazione di Giacomo Puccini (sì, La Bohème, di questi tempi conviene specificarlo) per raccontare la (soap) opera che si abbatte per l’ennesima volta sul governo. Parte tutto dall’allarme (sempre compito e composto, com’è loro costume) di Luigi Di Maio che sulla sua pagina Facebook ieri sera proclama:

«+++ È accaduto un fatto gravissimo! Il testo sulla pace fiscale che è arrivato al Quirinale è stato manipolato. Nel testo trasmesso alla presidenza della Repubblica, ma non accordato dal Consiglio dei Ministri, c’è sia lo scudo fiscale sia la non punibilità per chi evade. Noi del MoVimento 5 Stelle in Parlamento non lo votiamo questo testo se arriva così. Questa parte deve essere tolta. Non ho mai detto che si volevano aiutare i capitali mafiosi. Non so se una manina politica o una manina tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica perchè non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato! +++»

La gravità del momento si coglie  dai +++ che incorniciano il testo (ah, beati quelli che non hanno bisogno di segni per rinforzare il senso delle proprie parole) e dal solito stile da bar sottocasa che rende il ruolo istituzionale una prebenda guadagnata alla bocciofila: dice Di Maio che stamattina sarà in Procura (quelle che non dovrebbero interessarsi di politica secondo il suo alleato di governo) per denunciare la manina che si ostina a rompere le uova nel paniere al governo del cambiamento. Ha qualcosa di rassicurante comunque tutto questo: passare dai poteri forti a una semplice manina mi fa dormire più tranquillo.

Ma c’è di più: il Quirinale, da parte sua, dichiara di non avere ricevuto nessun testo.

Panico.

Qualcuno ha dimenticato sul tavolino di un bar dalle parti del Parlamento un lurido foglietto con gli appunti e le somme della manovra finanziaria. Non solo: qualche barista (al soldo dei poteri forti) si è divertito a cambiare le cifre con lo zucchero di canna e ad aggiungere al condono esistente anche qualche piccolo favore a mafiosi e grandi evasori. Del resto, pensateci, chi potrebbe mai immaginare di decretare un condono fiscale facendo felici mafiosi e furbi? Dai, davvero.

Di Maio controreplica: “Allora basterà lo stralcio”. Se pensate che la risposta non abbia nessun senso non spremetevi troppo: è proprio così.

Ci sono solo due soluzioni: o al governo ci sono dei truffatori seriali che continuano a turlupinare gli sventurati 5 Stelle oppure al governo ci sono degli incapaci. Tertium non datur.

La conclusione migliore è sempre di Di Maio, ma di due giorni fa, sempre dal suo profilo Facebook:

«Aiutiamo le persone in difficoltà, non gli evasori! E’ il primo anno che in Italia non si fa lo scudo fiscale, ma questo i giornali non riescono proprio a scriverlo! La voluntary disclosure che i governi di centrosinistra avevano fatto negli ultimi anni, non si rifarà. I capitali portati in nero all’estero e fatti rientrare pagando una piccola quota, quest’anno non ci saranno. Quindi qualche grande e potente evasore si sarà offeso perchè si vede negare un “privilegio” che era sempre stato garantito anche dai governi di centrosinistra. Si metta l’animo in pace, anzi, stia attento! Perchè (scritto con l’accento sbagliato, testuale, da qui) con questo governo quando si becca uno che evade, finisce in galera. Uomo avvisato, mezzo salvato».

Altro che Puccini.

Buon giovedì.

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Cous cous Klan

Le sarde in saor di cui sono così fieri i veneti sono descritte in una ricetta del 1226 Muhammad bin al-Hasan bin Muhammad bin al-Karīm al-Baghdadi, noto come al-Baghdadi che (a Baghdad) scrisse il suo libro Kitab al-Tabīh (Il libro dei piatti) che è sopravvissuto in un’unica copia.

Gli agrumi arrivano dall’Oriente. Anche se i Romani conoscevano già il limone, la loro grande diffusione nel Mediterraneo, dove hanno trovato condizioni climatiche favorevoli al loro sviluppo, si deve all’espansione araba verso l’occidente a partire dal 1100.

Gli struffoli napoletani derivano dai basyniasa, dolcetti dell’Antica Grecia a base di uova, miele e noci.

Il mondo classico mediterraneo invece conobbe il riso orientale solo dopo la conquista dell’Asia da parte di Alessandro Magno. Teofrasto, contemporaneo di Alessandro, descrisse il riso nel suo trattato sulla storia delle piante. Ne parlò come di un cereale che cresceva in acqua per lungo tempo e i cui semi erano particolarmente idonei ad essere bolliti per soddisfare le esigenze alimentari dei popoli dell’Asia. E infatti non si mangiava mica qui, il riso, ma era usato come unguento medicamentoso.

I fagioli arrivano dal vicino Oriente. La birra o dalla Mesopotamia o dall’Egitto. La prima olivicultura si sviluppa in Palestina, in Siria e a Creta, luoghi d’origine delle più antiche civiltà. Relazioni di Plinio nel suo Naturalis historia testimoniano l’importazione del noce in Europa da parte dei greci tra il VII e il V secolo a.C. dall’Asia minore. La carota dovrebbe arrivare dall’Estremo Oriente. Il basilico è originario dell’Asia tropicale, fu coltivato inizialmente in Iran o in India e giunse attraverso il Medio Oriente in Europa.

Si potrebbe continuare all’infinito, solo per dimostrare la miseria culturale (oltre che politica) dei sovranisti di casa nostra che insieme al presepe ogni anno trovano un buco per sparare qualche castroneria sul cibo. L’ultima in ordine di tempo è la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che si è infuriata per l’inserimento del cous cous in una mensa scolastica a Peschiera Borromeo a suo dire con grave sfregio del maiale che è stato invece derubricato. In realtà chi di dovere ha già spiegato che la lonza di maiale è stata sostituita perché troppo dura e perché veniva spesso avanzata dai bambini in mensa ma i sovranisti, si sa, hanno una propaganda talmente solida che riuscirebbero a fare (anzi, lo fanno) un comizio anche su un osso di pollo. E infatti la stessa Meloni qualche giorno fa invitava a mangiare solo mele italiane, fiera della propria ignoranza.

Se non ci fosse di mezzo un Paese intero questi meriterebbero di vivere in un mondo come quello che auspicano solo per un pugno di voti. Sarebbero a pane e acqua, scrivendo segni con legnetti sull’argilla, a battersi il petto per ripetersi con suoni gutturali quanto sono stati bravi. Anzi no, senza egiziani non avrebbero nemmeno il lievito per il pane.

Per questo temono la cultura: non lo sanno ma probabilmente lo sentono che anche quella avanza solo grazie alle contaminazioni. E per quello ogni volta che aprono bocca sembrano fuori dal tempo: perché sono fuori dal tempo.

A proposito: il cous cous può essere considerato di diritto un piatto siciliano, con un gran bel festival a San Vito Lo Capo e sapete come lo chiamano da quelle parti? «Piatto della pace e dell’integrazione».

Buon mercoledì.

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La verità per noi. Mica per Giulio

Ieri sera avrei dovuto essere a Roma, al Teatro India, a ricordare Giulio Regeni insieme a tanti colleghi, amici e testimoni importanti di una battaglia che per fortuna non si assopisce come deciderebbe qualcuno. Non ci sono potuto passare, per stagionali problemi di salute (la serata è stata bella e importante) e non ho potuto leggere il testo che avevo preparato per l’occasione. Stamattina mi sono svegliato e ho pensato di metterlo qui, per voi che con tanta attenzione mi seguite ogni giorno per questo buongiorno e poi ho pensato che non ci sia niente di peggio che riciclare un pezzo scaduto.

Mi spiego. Le occasioni per ricordare o per chiedere la verità non esistono. Meglio: ci sono momenti organizzati in cui ci si unisce in coro per rafforzare la richiesta di giustizia ma ricordare (e soprattutto, come nel caso di Giulio Regeni, quando il ricordare fa rima con la richiesta di una verità che quelli debbano sentirsi in dovere di spiegarci) è un lavoro minimo, quotidiano, una di quelle cose come la goccia che scava la pietra, un gesto abituale di cui non si può fare a meno, uno di quei tic sani che ci tiene in piedi in un tempo di sdraiati, un dolore (perché è un dolore, benché ci si impegni nell’indossarlo con ottimismo) usurante e continuo.

Ciò che mi spaventa della storia di Giulio (e di tutte le storie come questa) è il momento in cui gli appelli, gli articoli, le domande e gli editoriali diventano una cosa vecchia, una vecchia storia. Quel momento in cui la rabbia (quella sana, che esige giustizia) si smorza, come se le si fosse strappato un tendine e diventa malinconia. Oh, sì, ma quella è una storia vecchia: la sconfitta ha più o meno il suono di una frase pronunciata più o meno così.

E come si può fare invecchiare una storia perché possa essere seppellita dall’incuta e dalla ricerca di impunità? Togliendole umanità, innanzitutto: per questo la sofferenza dei genitori di Giulio andrebbe stampata e tenuta nel portafoglio insieme al viso di sbrindellato di Giulio. Questa non è politica internazionale, no, sono affetti sopraffatti dalla violenza. È così facile provare empatia, uscendo dalla burocrazia narrativa, no? Poi una storia si può rendere inoffensiva parlando d’altro: i rapporti che non possiamo permetterci di guastare con l’Egitto, il se l’è cercata che sta bene su tutto, il lasciamo fare agli inquirenti anche se in Egitto di inquirenti con la schiena dritta sembra non esserci nemmeno l’ombra. E infine una storia si smussa lasciando passare il tempo: ogni settimana Giulio è un po’ più morto e i suoi assassini un po’ più vivi. Il tempo è il miglior viatico verso l’impunità.

Allora si potrebbe, nei nostri piccoli vizi giornalieri, aggiungere anche quello di Giulio Regeni, e insieme a lui delle storie che non possiamo permetterci di dimenticare. Perché, pensateci, commemorare una storia senza che nessuno ci abbia ancora raccontato come va a finire è qualcosa di goffo, a guardarlo da fuori. E perché la verità è un bene prezioso, e proprio per questo qualcuno tenta sempre di risparmiarla.

Buon giovedì.

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Il buono, il brutto e il Casalino

Dunque la notizia del giorno è lo sfogo maleducato e incazzoso (oltre che inopportuno) di un portavoce del potente di turno nei confronti dei giornalisti. Chiaro: che Rocco Casalino sia l’ennesimo bullo che sfoggia un raro senso di impunità per la posizione che si ritrova ad occupare è al di fuori di qualsiasi possibile dubbio. Se ci pensate, in fondo, è una perfetta rappresentazione della casta: occupa un posto ottenuto per nomina (quando Casalino tentò di candidarsi per le elezioni regionali in Lombardia dovette ritirarsi per il malpancismo all’interno del Movimento 5 Stelle, il che è tutto dire), guadagna uno sproposito (meritato, dice lui, ma la meritocrazia certificata dal beneficiario fa ridere già solo a scriverla) e soprattutto gode di un’autorevolezza data dall’incarico, mica dalla propria storia. Casalino sarebbe il nemico giurato dei partiti di governo, se non ne facesse parte. E vabbè. Tra l’altro, se ci pensate, Casalino è costretto agli straordinari: fare il portavoce di un premier pressoché invisibile è qualcosa che ha a che fare con la creazione piuttosto che con il semplice lavoro da bottega.

Però, fatemelo scrivere, questa levata d’indignazione da parte di tutti ha anche qualche sfumatura patetica, da parte di certuni. Casalino non ha inventato un metodo: Casalino interpreta (maluccio) la parte che molti prima di lui hanno tenuto con la stessa arroganza, consapevoli che il giornalismo (certo giornalismo) ha ottimi rapporti con il potere solo se accetta di esserne il megafono e il cameriere. I portavoce dei potenti (mica solo in politica) conoscono molto bene le platee a cui si rivolgono e sanno perfettamente con chi osare e con chi no: sono molti i giornalisti che ritengono la propria mansueta vicinanza al potere una garanzia sul futuro. Non vuole essere una giustificazione ma credo che i bulli in fondo li abbiamo creati anche noi, elemosinando diritti come se fossero favori non solo nel campo del giornalismo ma in diversi settori. I Casalini (e i tanti bulli prima e intorno a lui) fioriscono concimati dalle teste chine, dalle schiene curve, dalla propensione alla gratificazione sottomessa.

Per questo al di là del (giusto) sdegno per gli audio in cui il portavoce del premier si lamenta del suo ferragosto rovinato dai morti seppelliti dal ponte mi piacerebbe sapere quanti articoli invece siano inquinati da indirizzamenti calati dall’alto eppure rivenduti come giornalismo. Mi piacerebbe sapere quanti retroscena non siano altro che bisbiglii riportati in pagine per fare contento qualcuno. Mi piacerebbe sapere se non fosse opportuno avere uno slancio per dirci, guardandoci negli occhi, che sarebbe il caso di liberarsi sì dei bulli ma anche dei loro camerieri.

Ma è il tempo in cui bisogna restare sempre in superficie e quindi tutti addosso a Casalino. Aspettando il prossimo. E illudendosi che l’opposizione stia nell’individuare un tipo che questa volta appartenga alla fazione avversa.

Buon martedì.

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Una domanda, una sola, per Foa

«Il retweet di qualcuno, che magari non sai neanche chi è, non è significativo di un’adesione incondizionata di quello che c’è scritto nel tweet. Ma solo che quel tweet ti è sembrato interessante».

Lo ha detto ieri il futuro presidente della Rai Marcello Foa rispondendo in audizione in Commissione Vigilanza a chi gli chiedeva di un suo retweet contro il Presidente della Repubblica riproposto direttamente dal profilo di Simone Di Stefano, leader di CasaPound.

È una frase breve ma significativa perché davvero Foa è l’ennesimo modello di quelli che sono come noi che vanno così forte sul mercato del consenso, della propaganda e della politica. La giornata sociale (che avvenga sui social, leggendo notizie in internet, cambiando stazione radio in auto o commentando ad alta voce il telegiornale della sera) è un incessante zapping alla ricerca di conferme di ciò che pensiamo. Sempre quello. Solo quello. La credibilità, l’autorevolezza o peggio ancora lo studio sono solo beghe da radical chic, sono freni alla frenesia del fare, roba da allontanare con disgusto.

Così accade che tutto si divida in due macro tifoserie: chi è d’accordo con me e chi discorda da me. Chi è d’accordo con me è un genio, gli altri sono tutti venduti o coglioni. E se il più putrido assassino o il più feroce mafioso o il peggiore corruttore dicono una frase, una frase sola, che fortifica la mia tesi allora io la capitalizzo e la diffondo. Gli altri non esistono come entità con una loro storia e con un loro profilo: gli altri mi servono solo se (e quando) sono utili a mostrare che ho ragione io.

Se il leader di CasaPound attacca Mattarella, il presidente della Rai Foa (del governo che aveva promesso di dare alla Rai una presidenza al di sopra di ogni sospetto di appartenenza politica) trova utile retwittarlo per una «scelta impulsiva» (ha detto così). Se poi gliene chiedono conto lui ci spiega che magari lui non sa nemmeno chi è, quello lì che ha piazzato sul suo profilo social. Il presidente della Rai.

Ma non vorrei correre lo stesso rischio e invischiarmi nello stesso pregiudizio. In Rai del resto abbiamo avuto pessimi dirigenti e sempre tanta politica, nulla di nuovo. A Foa (e ai suoi sostenitori, di governo e non) chiedo, poiché è al di sopra di ogni sospetto di scendere un secondo qui sotto a spiegarci (lui che sull’informazione asservita al potere ha scritto spesso) cosa abbia fatto cambiare idea a Silvio Berlusconi che ora appoggia la sua nomina. Se c’è stato uno scambio, un’illuminazione, una qualche promessa. Sarebbe un inizio di trasparenza con il botto. No?

Buon giovedì.

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La politica di dividersi il pane

Qualche giorno fa su queste pagine avevo raccontato della moderna segregazione razziale di cui scodinzola fiera la sindaca leghista di Lodi Sara Casanova. Per sintetizzare: la giunta comunale ha deciso che per usufruire di alcuni servizi scolastici (tra cui la mensa) i cittadini stranieri (sia chiaro: regolari) che abitano a Lodi devono presentare documenti aggiuntivi rispetto agli italici lodigiani che attestino di non avere proprietà immobiliari (o presunti depositi di lingotti d’oro) nei Paesi di provenienza. Che le stesse ambasciate dichiarino praticamente impossibile ottenere quei documenti da Paesi in cui il demanio e la burocrazia siano praticamente inesistenti perché affossati dalle guerra sembra non interessare alla sindaca. E così, da qualche giorno, nelle scuole lodigiane ci sono alcuni bambini che mangiano separati dagli altri, con ciò che portano da casa.

I dirigenti scolastici e gli insegnanti ancora una volta attutiscono come possono le miopie della politica (anche questo è un classico, ormai) ma la città si è rivelata migliore della sua amministrazione. Riccardo Cavallero (lodigiano ex manager della Mondadori) ha rinunciato all’onorificenza cittadina ricevuta nel 2014 spiegando in una bella lettera alla sindaca che «in un momento di particolare difficoltà e di crescenti tensioni sociali, questa misura ha il solo effetto di esacerbare ulteriormente gli animi e di vessare ancora, casomai ce ne fosse bisogno, i più disagiati» e sottolineando come «la cosa ancora più grave è che a farne le spese sono dei bambini che, inevitabilmente, si ritroveranno a vivere un’ulteriore esperienza di emarginazione senza capirne il motivo»,

Un coordinamento dal nome bellissimo (“Uguali doveri”) sta raccogliendo fondi e preparando il ricorso alla determina del sindaco. Molti genitori hanno sottoscritto una lettera che si conclude così: «Chiediamo quindi che a tutti i bambini sia garantito l’accesso alla mensa e, se non è possibile dare loro un pasto, chiediamo che siano condivisi con loro i pasti dei nostri figli».

Il gesto di dividere il pane con chi ne ha bisogno è l’evento politico più profumato (e più d’opposizione) di questi giorni persi a discutere di biglietti aerei, di bullismo di strapagati portaborse e dei soliti strafalcioni incompetenti. Dividere il pane significa mettere in atto la compassione nel suo senso più rotondo: superare le difficoltà insieme. È quel comune sentire che nei suoi incastri più riusciti accende l’amore, addirittura, tra le persone.

A una pessima decisione si contrappone l’emersione (e la congiunzione) di chi pensa che sia un dovere uscire insieme dalla tribolazione. Ed è politica, questa. La politica.

Buon lunedì.

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