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Politica

La “nobiltà” del chiedere scusa

C’è questo tweet poco prima delle 21 di ieri sera che mi ha trafitto. Arriva da Luciano Nobili (chiedo venia, non sapevo chi fosse) che si descrive così:

“Deputato | Direzione Nazionale | Presidente | Romano, romanista, riformista. Al fianco di “

Nella foto con cui si presenta c’è lui, Renzi che sorride sornione e Federica Angeli, giornalista coraggiosa che andrebbe preservata (anche) da foto come questa. Scrive Luciano Nobili:

“Non so cosa abbia bevuto stasera Bersani. Ma è inaccettabile che si esprima in modo così offensivo verso il dopo aver contribuito pesantemente alla sconfitta del centrosinistra a referendum e elezioni. Chieda scusa per le parole vergognose e per i danni che ha fatto.”

In sostanza il dirigente al fianco di Matteo Renzi ci tiene a farci sapere che la volatilità di un partito che va a liquefarsi di giorno in giorno dipenderebbe da quel buon uomo (politicamente ben poco influente) di Bersani che avrebbe contribuito alla sconfitta di un referendum apocalittico e sbagliato su cui quattro ceffi avevano scommesso tutto salvo poi rimangiarsi le promesse.

Però è nobile, Nobili, perché incarna perfettamente la linea autodistruttiva di un pezzo di Pd che è rimasto incagliato su decisioni prese (e non condivise dagli elettori) che dovrebbero dimostrarci quanto gli elettori siano una manica di cretini. Scemi!, continuano ad urlare ad ogni piè sospinto e intanto gli chiedono di tornare a votarli. Dare del cretino a chi sceglie la concorrenza deve essere un nuovo metodo di marketing. Geniale. Non c’è che dire. Bravi tutti.

Così come appare significativo questo voler rappresentare un presunto centrosinistra avendo aperto la strada alla destra. E, siccome so che andrà così, sarebbe anche il caso di parlare di questa contrizione per cui criticare il Pd sarebbe un favore a Salvini come se la merda che puzza meno abbia il diritto di essere rivenduta come cioccolata.

Un consiglio da amico: lasciate perdere i social compulsivi e imparate a fare elaborazione politica, seria, impegnata e strutturata. Lasciate perdere il grillismo declinato (fintamente) a sinistra e tantomeno la destra che si finge di sinistra. Rinchiudetevi. Rinchiudeteli. Studiate. Fate i seri. Ne guadagniamo tutti.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/09/21/la-nobilta-del-chiedere-scusa/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Pericolo fascismo di ritorno? Decidete voi

Il 22 giugno del 1995 Umberto Eco scrive un articolo per la “New York Review of Books”. Nel suo saggio spiega che il fascismo (che lui chiama Ur-Fascismo) non è morto nel ‘45 ma al contrario, la sua visione del mondo (e la sua psicologia, come pensava Adorno) precedono la forma storica assunta nel ventennio e sono (malauguratamente) più longeve della dittatura mussoliniana. Quell’articolo diventa un libro edito nel 1997, ripubblicato qualche mese fa da La Nave di Teseo con il titolo “Il Fascismo Eterno”.
Secondo Eco esistono segnali inequivocabili che dimostrerebbero la persistenza (la persistenza mica il ritorno) dell’ideologia fascista. Vale la pena rileggerli, con calma e con fermezza.
C’è il culto della tradizione. La convinzione che la verità sia una rivelazione ricevuta all’alba della storia umana. E quando qualcuno fa notare che quei messaggi siano incompatibili tra loro rispondono che è solo perché tutti alludono, allegoricamente, a qualche verità primitiva. Come conseguenza, per i nuovi fascisti non ci può essere avanzamento del sapere. L’illuminismo, l’eta’ della Ragione vengono visti come l’inizio della depravazione moderna.
C’è il culto per l’azione. Che oggi chiameremmo il mito del fare. L’azione è bella di per sé, e dunque deve essere attuata prima di e senza una qualunque riflessione. Pensare è una forma di evirazione. Spiega Eco che il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell’accusare la cultura moderna e l’intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali.
L’odio per la critica e la diversità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento. L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. L’Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione.
L’utilizzo della frustrazione individuale e sociale. Una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storicità, spiega Eco, è stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo, diceva Eco nel 1995, in cui i vecchi “proletari” stanno diventando piccola borghesia, il fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio.
Il nazionalismo come privilegio e i complotti internazionali. A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso Paese. gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia.
La lotta ai deboli. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, così deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”.
Il populismo. Per l’Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “popolo” è concepito come una qualità, un’entità monolitica che esprime la “volontà comune”. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete.
Ognuno tragga le sue conclusioni.

Buon venerdì.

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Sono i padroni “della domenica”, il problema

Si è aperto un interessante dibattito sul lavoro domenicale, domenica sì e domenica no, conservatori che ripropongono le domeniche che passavano da bambini come se non fossero passati gli ultimi quarant’anni con tutti i quarant’anni di trasformazioni economiche e sociali, liberisti sfrenati che si inalberano ogni volta che si mette in discussione la politica del lasciare andare, lasciare decidere al mercato come se la politica debba essere solo la cameriera dell’economia e quelli che fanno parecchia confusione prendendo la propria vita come paradigma totale: se fanno la spesa la domenica pretendono di trovare tutto aperto, nessuna discussione, se hanno un figlio o una madre che invece vorrebbero a casa con loro allora augurano fallimento a tutti gli esercizi commerciali domenicali. E così il dibattito, al solito, diventa scontro. Qualcuno sommessamente prova a fare notare che il problema non è la domenica ma le regole e la dignità, inascoltato.

Se c’è comunque un lavoro della domenica da cancellare comincerei con il convocare al ministero Alessandra De Sole. Alessandra ha 43 anni e per 45 giorni ha lavorato in un residence a Grosseto. Facciamo una settimana di prova, massimo dieci giorni, le avevano assicurato, e invece come spesso succede alla fine i giorni sono stati 45, come al solito stirati dalla promessa ripetuta e addirittura dal simulato interesse di chiederle i documenti utili per l’assunzione. Quando ha capito che di lavoro non ce n’era ma si trattava del solito lavoretto sottopagato, al limite dello sfruttamento, che di questi tempi alcuni addirittura vorrebbero fare apparire come un privilegio, alla fine ha deciso di andarsene chiedendo ovviamente il suo compenso: 450 euro. Per 45 giorni. 10 euro al giorno. Ovviamente in nero. Il nero di cui avere paura e occuparsi davvero.

«Con me, in nero, c’erano altri dipendenti – spiega intervistata da Il Tirreno -. Una ragazza moldava che lavorava come cameriera ed era pagata appena 250 euro ma non diceva niente perché aveva paura di perdere il posto. Poi un pizzaiolo e una ragazza che aiutava le camere. Tutti irregolari». Decide di denunciare. Con lei denuncia anche una lavoratrice rumena. Tutto il personale era irregolare, clandestino (forse così lo capite meglio). Una donna delle pulizie era stata nascosta dentro un armadio, per dire.

Ecco, forse al ministero qualcuno potrebbe spiegare a Alessandra che il problema del lavoro, qui dalle nostre parti, è che continua ad essere un privilegio che viene concesso in cambio del proprio sfruttamento e i padroni vorrebbero anche della gratitudine indietro. O forse potrebbe spiegarlo Alessandra, proprio lei, meglio di molti altri. E sarebbe utile per riportare nei giusti binari il chiasso di questi giorni: che poi i binari sono i diritti. Sempre quelli. Sempre loro.

Buon giovedì.

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«Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?»

In Svezia, anche in Svezia, la campagna elettorale si è giocata tutta sull’immigrazione. Anche lì i socialdemocratici hanno cominciato a inseguire la destra (o meglio: si sono fatti mangiare dalla destra e dal centrodestra visti i risultati elettorali) riuscendo nel capolavoro di fare apparire un illuminato moderato il leader destrorso Jimmy Akesson che in cerca di voti al centro si è lanciato a dichiarare: «non potremo essere per sempre un Paese dai capelli biondi e dagli occhi azzurri». Roba che qui da noi sarebbe derubricata come buonismo, per dire.

Sicurezza, integrazione, cifre (sparate un po’ a caso) sull’accoglienza sono state all’ordine del giorno, tutti i giorni, sulle prime pagine di tutti i giornali. Se la capacità di un leader sta nell’autorevolezza di ristabilire le priorità di un Paese la vincitrice delle elezioni però è una ragazzina di 15 anni che ha spaginato la propaganda restando seduta per settimane fuori dal Parlamento. Greta Thunberg ha scioperato dalla scuola per distribuire volantini per raccontare ai suoi concittadini che l’estate svedese più calda degli ultimi 262 anni non è un accidente del meteo ma il frutto (marcio) di un’economia che considera i cambiamenti climatici l’inevitabile conseguenza delle folle rincorsa alla produttività e al capitalismo. L’hanno intervistata da tutto il mondo, quella ragazzina con il suo cartello appoggiato di sbieco vicino allo zaino viola. Ha costretto la politica nazionale a rispondere.

In molti si sono uniti alla sua protesta: il suo professore Benjamin Wagner ha rinunciato a tre settimane di stipendio pur di essere lì. «Tutti sanno e nessuno reagisce. Greta è una rompiscatole, ma in questi casi l’unica cosa ragionevole da fare è essere irragionevoli», ha dichiarato ai giornali. Quando la ragionevolezza diventa un benpensare comodo per proteggere gli interesse di pochi danneggiando i molti diventa un dovere reagire.

Qualcuno ha detto che Greta dovrebbe studiare piuttosto che rompere le scatole. Lei ha risposto: «Se i politici non fanno niente, è mia responsabilità morale fare qualcosa. E poi perché dovrei andare a scuola? I fatti non contano più. Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?». E io, non so voi, la trovo la dichiarazione più politica che mi sia capitato di ascoltare in questi ultimi mesi.

Io voto Greta. Voto le persone che escono dai social, che non si fanno bastare gli inorridimenti privati, che sono disposte a manifestarsi oltre che genericamente manifestare, quelli che ritengono doveroso avere risposte reali piuttosto che fumosi annunci. Quelli che sono disposti a rimetterci qualcosa. “Quando l’ingiustizia diventa legge, ribellarsi è un dovere”, diceva Brecht. Prima o poi vincono, i fatti.

Buon lunedì.

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Straziami ma di rimborsi saziami

Che un partito rubi soldi non è una novità. Basta fare un salto ai tempi di tangentopoli (con tutte le storture che ha comunque lasciato come macerie) o ricordare i 25 milioni di euro che il tesoriere della Margherita, Lusi si intascò meritandosi anche una condanna per calunnia nei confronti di Rutelli. La politica italiana (e questo sì sarebbe un tema di cui discutere) ha sempre esercitato il potere nella forma malata legata a doppio filo con l’arricchimento personale. Ci siamo abituati, anche. Io lo trovo terribile: non è forse l’abitudine al delitto o alla bassezza morale il primo passo per l’insensibilità verso il presente e le persone che lo abitano? Anche di questo, sarebbe il caso di prendersi il tempo di parlare.

Però dei 49 milioni di euro che ieri il Tribunale del Riesame ha autorizzato a sequestrare alla Lega mi interessava ascoltare soprattutto la risposta politica. Anzi le risposte: quella di Salvini (che con la sua comunicazione tutta emotiva si ritrova a mettere la magistratura tra le repulsioni che i cittadini hanno il diritto di ostentare e ha gioco facile) e quella dei suoi compagni di governo.

Salvini, appunto. Dice il leader leghista che questa sentenza riguarda il passato e a lui non interessano i processi alla storia. Peccato: a noi sì. Perché il giochino della storia vecchia non funziona nemmeno nelle più sbrindellate compagnie da birreria e non si vede perché dovremmo concederla a un dirigente del Paese. Ma c’è un passo in più: quella storia vecchia non è stata né rinnegata né elaborata. Il protagonista Umberto Bossi è senatore voluto, fatto eleggere proprio da Salvini e la Lega (questa volta di Salvini) non si è costituita parte civile, quindi non si sente parte offesa. Non solo ci interessa il processo alla storia ma addirittura ci piacerebbe sapere quali siano i fili che la tengono ancora legata al presente, quella storia. I processi alla storia, tra l’altro, servono perché non si ripetano gli stessi errori e gli stessi orrori. Capisco che questo turbi un po’ il ministro dell’interno. Dice Salvini che gli italiani sono con lui. Sarebbe da battergli il ditino sulla spalla e ricordargli l’altro Matteo, ben più alto (nei voti) rispetto ai suoi sondaggi.

Ma Salvini non si batte con questa sentenza e sarebbe il caso che questa (blanda) opposizione lo capisca in fretta. Non si cancella Salvini sperando che qualcuno gli impedisca di fare politica: è stupido e anche inefficace. Il tintinnare di manette è antipolitica tanto quanto l’indignazione da scontrini. Non se ne esce così. Non si entra nel campo avversario (vale per i rimborsi ma vale anche per la svolta a destra sull’immigrazione) introiettando le stesse paure e finendo per legittimarle. La gente non smetterà di votare Salvini per questa condanna e soprattutto non voterà quegli altri nel caso in cui dovesse farlo. I voti di sponda, quelli volatili e biliosi, sono troppo friabili per ricostruire un Paese.

Buon venerdì.

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Toh! C’è la guerra nel “porto sicuro”

C’è un problema, semplice semplice: l’Italia (e non certo solo con questo governo) probabilmente rischia di avere puntato sul cavallo sbagliato.

Tripoli è un campo di battaglia, titolano tutti i giornali. La Libia ormai è la cartina di tornasole dell’inefficienza dell’Europa e della feroce superficialità con cui si spacciano interessi economici chiamandoli vigliaccamente politica estera.  Il consiglio presidenziale libico guidato da Fayez al Serraj (quello riconosciuto dall’Onu e gran parte dell’Europa) ha proclamato lo stato di emergenza e ora si trova sotto attacco dell’iniziativa militare della Settima Brigata, guidata da Salah al Badi, insieme ad altri gruppi armati.

L’uomo scelto dall’Europa insomma appare sempre più debole rispetto al generale Khalifa Haftar (sostenuto anche da Macron che in nome del meno peggio ora qualcuno vorrebbe incoronare come vessillo di certa sinistra).

Ma c’è un altro punto, su cui molti opinionisti sembrano piuttosto blandi: la Libia per l’Italia non sono i diritti umani come da anni fa comodo raccontarci. La Libia sono soprattutto i rapporti economici considerevoli che ci legano mani e piedi (i giacimenti dell’Eni, per citare una cosa a caso) a uno Stato che sembra ben lontano dal raggiungere una pacificazione democratica.

Hanno chiamato la Libia Stato nascondendo che si tratti di un Paese ostaggio di tribù di corrotti e corruttori che usano le milizie per spartirsi il potere. Insistono nel chiamare Guardia costiera libica un accrocco di briganti e assassini che hanno imparato a recitare (male) la parte degli uomini in divisa. Fingono di parlare di Europa o di diritti ma stanno con la calcolatrice in mano a calcolare i profitti. E ora, con il conflitto alle porte, per l’ennesima volta saremo vittime delle partenze dalle coste libiche usate da sempre come arma di ricatto.

Intanto l’Italia sta facendo rientrare con urgenza i propri diplomatici e lavoratori. In fretta e furia. Sarebbe da piazzarsi in mezzo al corridoio, quello dove corrono tutti terrorizzati, alzare la manina e chiedere: ma scusate, ma non era un porto sicuro, qui?

Buon martedì.

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A proposito del “perché gli artisti non si espongono”

Volendo semplificare potremmo individuare due macro categorie di artisti che decidono di intervenire nel dibattito pubblico: quelli che decidono di farlo con le stesse opere che producono (siano scrittori, scultori, coreografi, cantanti o qualsiasi altra cosa) e quelli che usano la propria popolarità, l’essere personaggio pubblico, per esprimere pareri sul presente esulando dalla semplice produzione artistica. Il tema è delicato e troppo complesso per essere sintetizzato in un semplice articolo ma lo scontro sociale in atto su temi fondamentali (razzismo, antifascismo, capitalismo, involuzione del lavoro, povertà diffusa e appunto il degrado culturale) sta segnando una netta distinzione tra chi interviene e chi per motivi diversi decide di stare in disparte. E i motivi, si sa, sono più o meno sempre quelli: prendere posizione costa in termini di pubblico, di clienti e di occasioni perse e di odiatori che arrivano a frotte.

Tutto questo pippone perché proprio stamattina sto partendo per Trento, all’incontro nazionale di Emergency, dove leggerò passi del nostro spettacolo teatrale A Casa Loro (cos’è lo trovate qui) scritto mesi fa con Nello Scavo. In A Casa Loro raccontiamo ciò che accade in Libia, i soprusi feroci e illegali che subiscono i migranti che passano da lì, la vergogna degli accordi (ben prima dell’attuale governo) e l’umanità schiacciata. Chi ha avuto modo di vedere l’anteprima dello spettacolo (compresi gli operatori teatrali) si è fin da subito sperticato in ampie lodi. Uno spettacolo necessario, mi dicevano. E ringraziavano. Poi è successo quello che è successo (con Salvini nuovo ministro dell’inferno) e molti ancora più convinti dell’urgenza dello spettacolo.

Eppure. Eppure andare in scena su un tema del genere, raccontando per filo e per segno tutte le responsabilità (che sono molto più ampie dei fatti degli ultimi mesi) è difficile, quasi impossibile. Quelli che chiedono agli artisti di esporsi spesso stanno solo domandando una mano per attaccare i loro nemici o per dimenticare le proprie responsabilità. A Casa Loro per intendersi è uno spettacolo che dispiace in modo bipartisan, pensateci. Per questo mi piacerebbe, quando parliamo di artisti che non si espongono, che riuscissimo ad avere uno sguardo largo. Perché il teatro, ad esempio, piaccia o no, ha a che fare con la politica, più di quanto ci si illude di pensare. Tutto qui. Mi andava di dirvelo.

Ci si vede a Trento.

Sono un po’ sparpagliato. Mi sono accorto.

Mi sono accorto che con il tempo ho sparpagliato la mia comunicazione un po’ dappertutto. Oltre agli articoli (soprattutto da Left, Fanpage e Linkiesta) che più o meno vengono condivisi sui miei social (e ripresi anche qui nel mio blog con qualche giorno di ritardo) ormai ho affidato molta della mia comunicazione diretta (verrebbe da scrivere intima ma pare un po’ esagerato) al mio profilo Instagram (https://www.instagram.com/giuliocavalli/) su cui anche in occasione della scrittura del mio nuovo romanzo mi capita spesso di svelare il dietro alle quinte (mi capita anche per la scelta dei temi dei buongiorno). Di Instagram amo i toni solitamente più rilassati rispetto al merda e sangue con cui mi capita di avere a che fare in giro. Se avete voglia, insomma, per queste cose ci si ritrova lì.

Qualche settimana fa (guardo la produzione e già mi spavento del lavorone che abbiamo fatto) abbiamo deciso di mettere in video i miei buongiorno giornalieri. L’accoglienza è stata impressionante. Non posso che ringraziarvi, davvero. A proposito dei video: sul canale youtube (https://www.youtube.com/user/giuliocavalli) li trovate qualche ora prima rispetto a Facebook e in alta definizione. Se avete voglia potete iscrivervi per seguirmi.

Su Twitter (https://twitter.com/giuliocavalli) mi accorgo di parlare molto di più di politica. 

E poi c’è questo piccolo blog (www.giuliocavalli.net) in cui trovate anche le mie date, i miei spettacoli e i miei libri.

Insomma, alla fine è come se ogni canale abbia maturato la sua specializzazione. Se avete voglia mi ritrovate, spezzettato, qui in giro.

Oltre ai palchi e ai miei libri, ovviamente, che sono il mio cuore.

La ferocia, innanzitutto

Bisognerebbe con calma riprendere in mano il caso della nave Diciotti e farne un bigino, uno di quelli che si usavano a scuola per avere le linee generali dell’interrogazione e tenerselo in tasca per i prossimi mesi di governo, per sapere esattamente a cosa stiamo andando incontro, per uscire dal torpore di un’epoca che è molto di più di semplice cattivismo esibito ma che (e sarebbe ora di dircelo) ha i modi e gli stili del fascismo peggiore.

La ferocia, innanzitutto. Sulla nave Diciotti sono stati trattenuti illegalmente (e non serviva un magistrato per saperlo) persone che senza ombra di dubbio sono vittime dei peggiori regimi sparsi per il mondo.

Le donne sono state tutte stuprate (lo dicono gli esami medici effettuati dopo lo sbarco) e alcuni di loro portavano addosso i segni dei lager libici. Feriti, deboli, sfiniti e stranieri: i migranti della Diciotti sono il boccone preferito del ministro dell’Interno Salvini, sempre forte con i deboli e debole con i forti secondo la migliore tradizione parafascista italiana. Però sulla nave Diciotti c’era anche l’equipaggio: uomini della Guardia costiera che sono stati bistrattati e offerti in pasto all’opinione pubblica. Il punto è importante perché dimostra che Salvini è disposto a tutto per ingrassare la propria propaganda: la difesa degli italiani è uno slogan vuoto dietro cui si cela l’ossessione di inventarsi in continuazione nuovi nemici, possibilmente imbelli (per disperazione o, come nel caso dell’equipaggio della Diciotti, per ruolo).

La miopia politica. Solo un imbecille avrebbe potuto pensare che l’Europa scendesse a patti con un governo che sequestra una propria nave. Ma questo governo in realtà è vigliacco due volte: mostra i denti per accontentare i propri elettori per poi ritirare la mano nel momento dello scontro. Come nel caso della nazionalizzazione delle autostrade, su cui la sinistra potrebbe sfidarli per davvero.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio alla fine esulteranno per la prossima elemosina dell’Europa. Badate bene: sono gli stessi che hanno esultato quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva ottenuto una “ridistribuzione su base volontaria”. Sono convinti che la propaganda possa tenerli a galla ma verrà un giorno in cui stropicciare qualche negro non basterà più per tenere a bada molti dei loro elettori. E allora ci sarà da ridere.

Il Movimento 5 stelle come succursale. Il capolavoro di Luigi Di Maio di regalare il sontuoso risultato elettorale del Movimento 5 stelle a Matteo Salvini procede di gran lena. Ormai se ci fate caso lui e Danilo Toninelli esistono solo come sponda e il terrore di un’eventuale caduta del governo (e quindi l’impossibilità di ricandidarsi secondo lo statuto del Movimento) li ha relegati nel ruolo degli amichetti del bullo che sono sempre con lui ma sono sempre pronti a urlare “non c’entriamo niente”. Se davvero la Lega è in costante crescita nei sondaggi è perché i grillini continuano a permettere a Salvini di prolungare la sua campagna elettorale permanente senza proferire parola. Non gli basterà il presidente della Camera Roberto Fico per recuperare i voti di chi, sul caso Diciotti, ha chiesto scusa ad amici e parenti per avere contribuito a tutto questo.

L’Europa ladrona e l’Italia nuova Padania. Lo schema se ci riflettete è sempre lo stesso: far sentire il profumo di una secessione possibile pur sapendo di non averne i mezzi. È la stessa favoletta di Umberto Bossi che strepitava in canottiera: ora la ladrona è l’Europa cattiva e l’Italia è il paradiso che ha sostituito la Padania. Ma il trucco è sempre lo stesso. Raccontare una liberazione consapevoli della truffa è l’unico modo per i leghisti di esistere. Sembra incredibile che ci si creda ancora. E invece è drammaticamente così.

L’editoriale di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola dal 31 agosto 2018


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Ricordati di ricordare

Prendo in prestito il titolo di un gran bel saggio di Henry Miller per provare a non rimanere appiattiti sull’agenda che ci vorrebbe tutti contemporanei (ma alla svelta), annoiati del passato e soprattutto contenti della celere scadenza di ogni notizia.

Ieri Abdel Fattah al-Sisi, presidente dell’Egitto, nell’incontro avuto con il vicepremier Luigi Di Maio ha dichiarato, impunito e bolso: «Giulio Regeni è uno di noi». Si è alzata prevedibile la solita ondata di indignazione, l’ennesima richiesta di giustizia e d’altro canto si sono riattivati anche i detrattori.

Ieri, al Festival del Cinema di Venezia, è stato presentato il film di Alessandro Cremonini Sulla mia pelle che racconta l’ultima settimana di Stefano Cucchi. Grandi applausi, grande attesa, grande commozione e inevitabilmente sono tornati a strepitare quelli per cui Stefano era un drogato ed è morto per quello.

Ieri, scivolata molto più in basso, galleggiava la notizia di Genova e del ponte Morandi, si scriveva della disponibilità di Renzo Piano sulla progettazione del nuovo ponte e si litigava su chi debba costruirlo. In sottofondo le accuse a Renzo Piano (per cosa, poi, diventa difficile capirlo), un po’ di accuse incrociate tra nuovi e vecchi governanti e la solita bile sversata un po’ a casaccio.

Le tragedie da noi tornano a galla solo come banchetto utile agli avvoltoi. I famigliari delle vittime, invece, aggiungono le vertigini di un dibattito dopato al dolore quello vero, silenzioso, quotidiano nemmeno buono per i giornali. E ho pensato che forse avremmo bisogno di perserveranza in questo Paese, intesa come voglia di tenere la luce anche là dove non torna comodo alla politica e alla cronaca. Si dovrebbe decidere ogni mattina di dettarsi ognuno la propria agenda, al di là di quello di cui ci vorrebbero ingozzare. Si scoprirebbe che fa stare bene, almeno con se stessi, ricordarsi di ricordare. Come dice la madre di Giulio: “quando il pensiero si manifesta le barbarie si allontanano”. Farebbe bene a noi e anche a Giulio, Stefano, i genovesi e tutte le altre vittime bistrattate per il gusto della polemica. E sarebbe meno facile, per qualcuno, invocare la vendetta fregandosene della giustizia.

Buon giovedì.

 

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