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Politica

Anche i ricchi molestano: i “manager” londinesi dalla mano lunga

(Traduzione di Anna Bissanti)
Copyright The Financial Times Limited 2018

LONDRA – Alle 22 di giovedì scorso, Jonny Gould è salito sul palco della sala da ballo del Dorchester Hotel di Londra e ha annunciato con voce tonante: «Benvenuti all’evento meno politically correct dell’anno!»

Il conduttore di trasmissioni sportive era lì per ospitare un’asta di beneficenza, il clou del riservatissimo evento serale annuale, il Presidents Club Charity Dinner.
Scopo ufficiale della serata era raccogliere fondi da destinare in beneficenza a cause importanti, come il Great Ormond Street Hospital, l’ospedale pediatrico famoso nel mondo che sorge nella zona di Bloomsbury a Londra.

All’asta, tra altre cose, figuravano un pranzo con Boris Johnson, il ministro britannico degli Esteri, e un tè pomeridiano con il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney. Eppure, quella raccolta di fondi per beneficenza è diversa da qualsiasi altra. È per soli uomini. È una serata in smoking. All’evento di giovedì hanno preso parte circa 360 personaggi di spicco del mondo degli affari, della politica, della finanza e dello spettacolo britannico, insieme a 130 hostess assunte apposta per l’occasione.

A tutte le ragazze è stato comunicato di indossare abiti neri succinti, biancheria dello stesso genere, e tacchi alti. A una festa che ha fatto seguito alla serata molte hostess – alcune delle quali studentesse che arrotondano, cercando di guadagnare qualcosa in più – sono state palpeggiate e molestate sessualmente e hanno ricevuto esplicite proposte sessuali.

L’evento è un appuntamento fisso nel calendario sociale londinese degli ultimi 33 anni, anche se le attività di tale serata erano rimaste finora per lo più segrete, cosa alquanto insolita – se si vuole – per un evento di raccolta fondi di beneficenza di tale portata. Le questioni sollevate sulla serata hanno assunto una luce tutta particolare a causa dell’atmosfera altrettanto particolare che si respira di questi tempi nel mondo degli affari, dove poco alla volta si stanno abbattendo i bastioni delle molestie sessuali e della mercificazione istituzionalizzata delle donne.

La settimana scorsa il Financial Times ha inviato a quell’evento serale due persone sotto copertura a lavorare in qualità di hostess. Alcuni giornalisti sono riusciti a entrare anche nella sala da pranzo e nei bar vicini. Per circa sei ore, molte hostess presenti hanno subito palpeggiamenti, espliciti commenti pesanti e inviti insistenti a unirsi a cena a qualcuno in una camera del Dorchester. Molte di loro hanno riferito di essere state palpeggiate sotto le gonne di continuo. Una ha detto che durante la serata uno dei presenti le ha addirittura mostrato il pene.

“A tutte le ragazze è stato comunicato di indossare abiti neri succinti, biancheria dello stesso genere, e tacchi alti”

Il WPP, il conglomerato del FTSE 100 che opera in campo pubblicitario, sponsorizzava un tavolo, quella sera, come ha fatto negli anni precedenti (il gruppo ha annunciato oggi il ritiro della sponsorizzazione, ndr). Martin Sorrell, il chief executive, quest’anno non era presente, anche se in passato lo è sempre stato. Andrew Scott, il suo chief operating officer in Europa, presiedeva il tavolo in sua assenza. Tra gli sponsor degli altri tavoli c’erano CMC Markets, la società di scommesse quotata alla Borsa del Regno Unito, e Frogmore, l’azienda di investimenti immobiliari con sede a Londra.

Il Financial Times ha potuto vedere lo schema dei tavoli e dei posti a sedere all’evento della settimana scorsa, e l’elenco delle persone che avrebbero dovuto parteciparvi comprendeva, tra altri, alcuni personaggi di spicco del mondo imprenditoriale britannico e ben conosciuti, come Philip Green di Arcadia Group, la star di Dragons Den, Peter Jones, e il capo di Ocado, Tim Steiner. Tra i finanzieri presenti nel prospetto dei posti a sedere figuravano Henry Gabay, fondatore dell’hedge fund Duet Group, e Makram Azar, capo della banca di investimenti per le imprese in Medio Oriente di Barclays.

Tra i personaggi del mondo della politica c’erano Nadhim Zahawi, sottosegretario di stato per la famiglia e i bambini di nomina recente, e Jonathan Mendelsohn, un laburista che raccoglie fondi per il partito. Non è chiaro se tutti coloro che erano presenti nell’elenco del prospetto dei posti a sedere abbiano preso effettivamente parte alla serata. Ospite dell’evento era il comico David Williams. In passato hanno preso parte a questa serata nomi del calibro di Michael Sherwood, ex vice-presidente di Goldman Sachs, e Poju Zabludowicz, un miliardario finlandese che opera nel settore immobiliare e che finanzia il partito conservatore.

“I sostenitori dell’evento sono rappresentativi della ricchezza e influenza del mondo degli affari in Gran Bretagna”

I sostenitori presenti e passati di questo evento sono quanto mai rappresentativi della ricchezza e dell’influenza del mondo degli affari in Gran Bretagna. Tra i proprietari d’azienda figurano Nick Candy, costruttore immobiliare di fascia alta; l’ex magnate del mondo della Formula 1 Bernie Ecclestone; e il presentatore televisivo Vernon Kay. Anche il fondatore di CMC Markets, Peter Cruddas, vi ha partecipato con regolarità.

L’evento ha il lodevole scopo di raccogliere fondi con pezzi di prestigio messi all’asta. Negli ultimi trent’anni dell’evento del President Club, sono stati raccolti per beneficenza oltre 20 milioni di sterline. E il solo evento di giovedì sera ha consentito di raccogliere oltre due milioni di sterline.
Il fondo di beneficenza dell’organizzazione ha due copresidenti: Bruce Ritchie, un imprenditore del settore immobiliare di Mayfair che ha fondato Residential Land, e David Meller, specialista del gruppo del lusso Meller Group, che siede anche al tavolo del Consiglio del Dipartimento della pubblica istruzione e a quello del Fondo del sindaco per Londra. Tuttavia, l’asta consente di approfondire l’aspetto più audace della serata.

Tra i lotti messi all’asta figuravano una notte al locale di spogliarello Windmill di Soho e un ciclo di interventi di chirurgia plastica accompagnati dall’invito a “aggiungere un po’ di pepe alla vostra vita”.

La brochure ricevuta includeva un avviso a tutta pagina: nessuno dei presenti e nessun componente dello staff sarebbe stato molestato sessualmente. L’elegante catalogo in carta patinata dell’asta distribuito ai presenti durante la serata comprendeva varie pose e immagini di Marilyn Monroe in abiti succinti e attillati.

La natura dell’evento si è intuita al momento dell’assunzione delle hostess. Il compito di reclutarle per la cena è stato assegnato a Caroline Dandridge, fondatrice di Artista, un’agenzia specializzata nel reclutare ospiti e hostess per quelli che alcuni definiscono «li eventi più prestigiosi del Regno Unito».
Questo è un lavoro che o si ama o si detesta. Alcune ragazze lo amano, mentre per altre è il peggiore della loro vita, qualcosa che non rifarebbero mai. Nel colloquio iniziale, Caroline Dandridge le ha avvisate che gli uomini presenti all’evento avrebbero potuto essere “fastidiosi” o “molesti” o addirittura farle “irritare molto”. A una hostess è stato consigliato di mentire al fidanzato sul fatto che la serata era per soli uomini: «Digli soltanto che si tratta di una cena di beneficenza», le è stato detto.

«Questo lavoro o lo ami o lo detesti», ha detto Dandridge alle hostess. Due giorni prima della serata, ha poi comunicato per email che i loro cellulari quella sera sarebbero stati «messi al sicuro da qualche parte» e che i rispettivi fidanzati o fidanzate non sarebbero stati i benvenuti alla serata.

“Le hostess con i tre requisiti «alta, magra e graziosa» sono state pagate con 150 sterline più 25 per il taxi fino a casa”

Tra i requisiti pretesi per la serata ce n’erano alcuni ben dettagliati: tutte le hostess avrebbero dovuto indossare “scarpe nere sexy a tacco alto”, biancheria intima nera, e truccarsi e pettinarsi come se avessero dovuto andare in un “posto elegante e sexy”. Vestiti e cinture sarebbero stati forniti il giorno stesso. Per le hostess che soddisfacevano tutti e tre i requisiti – “alta, magra e graziosa” –, il lavoro, retribuito con 150 sterline più altre 25 per il taxi per rientrare a casa, è iniziato intorno alle 16.

La provenienza delle decine di hostess che i giornalisti hanno incontrato è quanto mai varia: molte sono studentesse che sperano di dare presto inizio alla loro carriera di avvocate o dirigenti marketing; altre si destreggiano in vari lavoretti come attrici, ballerine o modelle e per arrivare a fine mese in qualche caso accettano di lavorare come hostess.

Una volta arrivate al Dorchester Hotel, per prima cosa le ragazze hanno dovuto firmare un contratto di cinque pagine sulla serata, nel quale si impegnavano a non riferire quanto sarebbe accaduto. Alle hostess non è stata data l’opportunità di leggere il contenuto di quello che firmavano, né di ottenerne una copia dopo aver firmato.

In un primo momento, le hostess sono state radunate nell’Orchard Room del Dorchester Hotel, dove un team di parrucchieri e truccatori le ha preparate per l’evento serale. Durante i preparativi, alcune delle ragazze che per la prima volta facevano le hostess hanno chiesto consigli a quelle con più esperienza. E le risposte ottenute sono state di vario genere.

Alcune sono parse entusiaste all’idea della serata imminente: hanno detto che sarebbe stata una serata divertente, soprattutto perché – a differenza della maggior parte degli eventi ai quali partecipano in qualità di hostess – avrebbero potuto bere durante il lavoro.

Una hostess particolarmente esperta ha ammesso che una certa percentuale di uomini si sarebbe comportata assai probabilmente da “testa di c**o”, mentre altri ospiti sarebbero stati “divertenti”. «Molto dipende dalla fortuna», ha aggiunto.

Altre ragazze erano maggiormente in preda all’ansia. Una di loro, che ha lavorato allo stesso evento cinque anni fa, ha fatto un sospirone e ha detto tra sé e sé: «Non riesco a credere di essere di nuovo qui!».

Verso le 19, durante una cena a buffet per lo staff, la signora Dandridge ha fatto il suo ingresso: indossava un elegante abito nero e ha fatto un discorsetto di riepilogo alle hostess, dicendo che se qualcuno le avesse “importunate troppo” avrebbero dovuto contattarla.

Sono state distribuite le uniformi da hostess: abiti neri succinti e attillati, scarpe nere a tacco alto, una cintura nera molto alta e più simile a un corsetto. Una volta vestite, alle hostess è stato offerto un bicchiere di vino bianco ed è iniziato il conto alla rovescia in vista del loro ingresso nella sala da ballo.

Arrivate le 20, alle hostess è stato detto di disporsi in due file, in ordine di altezza con le più alte davanti, e di fare il loro ingresso sul palcoscenico. La musica ha iniziato a rimbombare forte in tutto il locale, con il brano “Power” della band britannica femminile Little Mix.

Le hostess sono entrate due alla volta dalle estremità opposte del palcoscenico collocato di fronte alla sala da ballo, si sono presentate al pubblico maschile prima di dirigersi ai tavoli assegnati loro, accanto agli ospiti. Questa fase è andata avanti fino a quando tutte le 130 hostess si sono presentate e accomodate nei vari tavoli della sala.

Iniziata la cena vera e propria, il compito delle hostess era semplice: rallegrare quel mix di uomini d’affari britannici e stranieri, comprendente eccentrici lord, politici, oligarchi, magnati del settore immobiliare, produttori cinematografici e chief executive, e far arrivare da bere tutte le volte che era necessario.

In attesa del secondo – salmone affumicato – alcuni signori si sono intrattenuti a chiacchierare con le hostess accanto ai tavoli, mentre altri sono rimasti seduti, insistendo per tenere loro la mano.

Non è affatto chiaro perché alcuni uomini, seduti ai loro tavoli accanto alle hostess, abbiano sentito la necessità di tenere loro la mano, e molte ragazze hanno discusso proprio di questo durante la serata. Secondo alcune, quel gesto era una sorta di preludio al fatto di attirarle sulle loro ginocchia. Nel frattempo, hanno continuato a servire champagne, whiskey e vodka.

Sul palcoscenico gli intrattenitori entravano e uscivano. Subito dopo l’esibizione di un gruppo di ballerine di burlesque – vestite da Coldstream Guards (il reggimento di guardie a piedi di sua maestà, Ndt), con tanto di cappello di pelliccia e adesivi a forma di stella che coprivano i capezzoli – un signore sulla settantina ha chiesto esplicitamente a una hostess di diciannovenne anni se era una prostituta. Lei ha risposto di no, ha detto di non aver mai preso parte a eventi simili e che mai più l’avrebbe fatto. «È stato davvero terribile, e ho avuto molta paura», ha detto in seguito.

Secondo quanto hanno riferito le molte ragazze che hanno lavorato a quell’evento, tra i vari tavoli della sala si vedevano palpeggiamenti e molestie sessuali di vario tipo.

Un’altra hostess di 28 anni, che ha già esperienza in questo settore, osservando le smanie degli uomini scatenati tutto attorno, ha assicurato che quella serata era significativamente diversa da altri eventi in smoking ai quali ha preso parte. Nelle altre occasioni, ha riferito, gli uomini al massimo cercano di flirtare con le ragazze e lo fanno soltanto occasionalmente. Prima di quella serata, non si era mai sentita così a disagio o addirittura spaventata.

La ragazza ha riferito di essere stata ripetutamente palpeggiata sulle natiche, ai fianchi, sul ventre e le gambe. Un ospite ha cercato insistentemente di baciarla. Un altro l’ha invitata in camera sua.

Nel frattempo, Artista ha fatto entrare i rinforzi, un gruppo di uomini e donne in abiti normali che hanno fatto il giro della sala da ballo, incentivando le hostess meno attive a interagire con gli ospiti a cena.

Fuori dal bagno delle signore era stato predisposto un sistema di monitoraggio: le hostess che vi si trattenevano troppo a lungo erano chiamate fuori con insistenza e rispedite nella sala da ballo. All’ingresso una guardia di sicurezza teneva conto del tempo.

Alle 22 è iniziato l’evento più importante della serata, quello che consente di raccogliere la maggior parte dei fondi: l’asta di beneficenza. I lotti erano quanto mai diversi e andavano da una Land Rover superaccessoriata al diritto di dare il proprio nome al prossimo libro per bambini di Walliams.

Richard Caring, che ha fatto fortuna nel settore retail prima di rilevare un lungo elenco dei ristoranti più in voga a Londra, compresi The Ivy e Scott’s, ha raggiunto il massimo delle donazioni della serata offrendo 400mila sterline in cambio del diritto a dare il proprio nome al nuovo High Dependancy Unit dell’ospedale pediatrico Evelina di Londra.

Per le hostess, molte delle quali hanno avuto il permesso di rientrare nella Orchard room, è stato un momento di respiro. Alcune erano entusiaste per aver ricevuto dai signori presenti l’offerta di un posto di lavoro. Altre lo erano per aver ricevuto laute mance, che in ogni caso erano obbligate a non accettare. Una di loro faceva fatica a ritoccarsi l’eye liner: «Sono molto ubriaca», ha detto quasi scusandosi, e incolpando gli shottini di tequila al suo tavolo.
Alle 23 le ragazze sono rientrate nella sala da ballo per il gran finale dell’evento principale, al quale avrebbe fatto seguito un “after-party” altrove nello stesso albergo.

Alla maggior parte delle hostess era stato detto che la loro presenza era richiesta fino alle due di notte. Una di loro ha riferito che nella parte conclusiva della serata avrebbe avuto la possibilità di bere tutto quello che voleva e anche di cercare la compagnia degli uomini che riteneva “più attraenti”.

L’after-party si è svolto in una sala più piccola accanto alla lobby principale del Dorchester, affollata di ospiti e signore. Secondo l’hostess di 28 anni, mentre gli ospiti ballavano e bevevano con alcune hostess su un lato della sala, una sfilza di ragazze più giovani è rimasta a sedere dall’altro, su alcuni divanetti, apparentemente in stato confusionale. «Sembravano sconvolte e spaventate, esauste per la serata», ha detto.

Nel frattempo, al centro della sala Jimmy Lahoud, 67 anni, uomo d’affari e ristoratore libanese, ballava entusiasta con tre giovani donne in luccicanti abiti rossi.

A mezzanotte, un personaggio di spicco che il FT non è stato ancora in grado di contattare, si è rivolto a una hostess in particolare. «Mi sembri troppo sobria», le ha detto. Poi le ha riempito il bicchiere di champagne, l’ha afferrata per la vita, se l’è stretta forte a sé e ha detto: «Voglio che bevi tutto, ti strappi le mutandine e sali a ballare su quel tavolo».

Pirozzi e la sua epica di plastica che rivende come nuova

Alzi la mano qualcuno che sappia esattamente quali siano le competenze politiche e amministrative di Sergio Pirozzi. Qualcuno ci dica esattamente quali siano i programmi politici che avrebbe intenzione di proporre nella Regione Lazio con la sua candidatura (non valgono le frasi “aiutare la povera gente”, “pretendere giustizia” o “risolvere i problemi della gente” altrimenti ognuno di noi potrebbe avere almeno un dozzina di amici pronti a scalare la presidenza del consiglio) e qualcuno ci spieghi esattamente quale sia la temperatura della sua sensibilità politica, la sua storia, il suo percorso e la sua meta (alla luce di quello che lui stesso ha dichiarato domenica a Il Messaggero: «Prima ero il sindaco montanaro inadeguato a guidare la Regione Lazio. Poi ero il candidato con i fascisti accanto. Poi sono diventato Zingarozzi, il comunista travestito da uomo di centrodestra, che vuole aiutare Zingaretti. Adesso sembra che sono di nuovo fascista, con il busto del duce anche in bagno, e i veri amici di Zingaretti mi attaccano. Domani chissà. Con me viene usato lo stesso metodo usato ossessivamente per ventiquattro anni con Silvio Berlusconi»).

Nessuno gli pone (e si pone) queste domande perché in fondo Pirozzi va bene così, in un tempo di politica che è solo una quotidiana e lunghissima trasmissione televisiva: è popolare, dicono. Eppure è popolare anche l’influenza in certi periodi dell’anno, è popolare la povertà, è popolare l’ignoranza, sono popolari le strisce pedonali, è popolare il formaggio sopra la pasta, è popolare il guardrail ma nessuno ha pensato di candidarli.

Pirozzi invece si inserisce perfettamente nell’epica superficiale dei nostri tempi: ha vissuto una tragedia (non personalmente ma ha trasmesso di essere addolorato di tutto il dolore della sua città e gli hanno creduto), ha superato la tragedia (non lui, ma personalizzando il terremoto il suo riscatto viene rivenduto come il riscatto di un territorio, benché la ricostruzione sia ancora in alto mare dalle sue parti) e s’è dimostrato forte (con il vecchio trucco della muscolosità verbale dal profumo fascista che oggi rende moltissimo). Poi ha negato fino all’inverosimile di volersi candidare così ora che s’à candidato rende l’idea di averlo fatto per “incessanti richieste” (di chi esattamente non si sa, visto che per ora è il barboncino di Storace) e infine è già passato al vittimismo («Chi teme la popolarità e la diversità rispetto alla politica tradizionale reagisce così. La mia ossessione invece è risolvere i problemi della gente del Lazio. Evidentemente chi ha solo l’ossessione dell’avversario, non è interessato ai problemi reali. Ma i cittadini ormai lo sanno», ha detto ieri) inventandosi un altro nemico immaginario.

Lo osservi e pensi che non potrà avere mai credito uno così. Poi ti guardi in giro. E temi.

Buon lunedì.

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Il Pd lombardo vuole convergere a sinistra? Bene, c’è Cecilia Strada

I “rancorosi di sinistra”, i “gufi”, i “traditori”, quelli che “faranno vincere la destra” alle prossime elezioni nazionali inspiegabilmente diventano indispensabili per le prossime regionali. Nel Lazio il governatore Zingaretti insiste per non rompere lo schema del passato (e fa niente se intanto s’è rotto un Paese, tutto intorno) e chiede a Liberi e uguali di partecipare alla coalizione per le elezioni regionali nel Lazio. Qualcuno giustamente gli ha fatto notare che viene difficile immaginare un’alleanza che vada da Sinistra italiana alla Lorenzin (fedele alleata del governatore). Si attende risposta.

In Lombardia invece siamo addirittura oltre: la non ricandidatura di Maroni ha acceso gli animi come non mai (si esulta per poco, da quelle parti) e il Partito democratico lancia appelli a sinistra (trovando terreno fertile) in nome del “voto utile”. Avete letto bene: del voto utile. In pratica l’arma con cui bastonano Liberi e uguali nella campagna elettorale nazionale è l’amo della campagna elettorale regionale. Verrebbe da ridere, se non fosse tragica.

Eppure a pensarci bene sarebbe un’ottima notizia che il Pd ritenga veramente indispensabile la sinistra in Lombardia. Sarebbe un inizio. E volendo vedere c’è anche una soluzione: se davvero è il caso di “mettere da parte i personalismi” per strappare la Lombardia a Lega e Forza Italia sono sicuro che il Pd in testa sia disponibile a essere generoso e rivedere i suoi piani. Si metta da parte Gori (che il Pd non avrà problemi a convincere, avendolo incoronato senza passaggi con le altre realtà politiche) e si candidi in Lombardia la brava Cecilia Strada che proprio Liberi e uguali ha contattato nei giorni scorsi.

Poiché, come dice il Pd, non è il candidato presidente a “definire la squadra” sono certo che convergere su un candidato “civico” sia la soluzione migliore per dimostrare la reale volontà di trovare una sintesi. Per qualcuno del resto Gori rimane quello che ha preso posizioni piuttosto distanti dalle anime di LeU e (come ricorda bene Alessandro Gilioli) fu lo stesso che nei primi anni ’90 fece politica, da direttore di Canale 5, per opporsi strenuamente al referendum che il Pds indisse per modificare la legge Mammì (proposta, tra gli altri, da Roberto Benigni, Ettore Scola, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Nanni Loy, Michelangelo Antonioni, Bernardo Bertolucci, Marco Ferreri, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Luigi Magni, Francesco Rosi, Gabriele Salvatores e Beppe Grillo). Gori fu colui che nel maggio del 1991 propose di «andare con gli striscioni a San Siro e organizzare un corteo davanti al Parlamento» per fermare «questi referendum assurdi».

Cecilia Strada, negli anni, ha provato a fermare le bombe.

La scelta viene facile. Che dite?

Buon giovedì.

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Non essere i più forti ma rovesciare i rapporti di forza

No, mi spiace, le rivoluzioni non consistono nel trovare la chiave per interpretare il ruolo dell’avversario politico e non consistono nemmeno nel disinnescare i prepotenti lasciando intatte le prepotenze, semplicemente sguarnite per il tempo che serve a scovare nuovi interpreti.

Se la sinistra vuole fare la sinistra, sul serio, deve avere il coraggio di rovesciare i rapporti di forza piuttosto che incaponirsi contro questo o quel “forte” che è solo il maggiordomo di turno di un sistema che assiste quasi divertito al susseguirsi dei governi, ben sicuro di trovare sempre le stesse sponde qualsiasi siano le parti al comando.

Ci sarebbe da chiedersi, ad esempio, perché siano diventate scandalose le proposte di una scuola ancora più gratuita, ancora più a lungo degli 8 anni di scuola dell’obbligo stabiliti dalla Costituzione, nel Paese che negli ultimi anni ha cancellato la tassa sulla prima casa (a tutti, indistintamente), poi quella sugli yacht, poi ha regalato 20 miliardi di sconti fiscali alle aziende con il Jobs Act (riuscendo a peggiorare le condizioni dei lavoratori) e infine ha speso 9 miliardi per un bonus (quello degli 80 euro) più simile alla campagna punti di un supermercato piuttosto che di un Paese in cui dovrebbe vigere la progressività fiscale.

Ci sarebbe da capire, per esempio, se ci sarà un leader che davvero riesca a raccontare le crisi delle nostre aziende (meglio: le crisi delle famiglie degli operai schiacciati dagli interessi capitalistici e finanziari delle aziende) declinandole sullo sfascio domestico, lo sbriciolamento personale e la sconfitta delle persone coinvolte. Ci sarebbe da augurarsi, ma davvero, qualcuno che mostri sempre le persone che stanno dietro ai numeri, quelle che subiscono un Pil della dignità sempre in decrescita nonostante l’alzarsi del fatturato  oppure quelle che diventano nel poco tempo libero infermieri emotivamente sgretolati di qualche loro genitore morituro dietro al semplice taglio percentuale della spesa per la sanità.

Non è solo una questione di metodo, è questione di sensibilità politica. Di buonismo, verrebbe da scrivere. E quello non si può simulare a lungo.

Buon martedì.

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La Befana fascista e la memoria che desiste piuttosto che resistere

«Questa mattina festa di CasaPound in piazza a Roma, quartiere Magliana, per festeggiare l’Epifania. Perché il popolo italiano deve tornare ad essere una comunità organica di destino»: il messaggio campeggia in testa alla pagina Facebook di CasaPound Italia (che non linko per una questione di igiene intellettuale) insieme alle foto di bambini sorridenti mentre scartano i regali che i neofascisti hanno deciso di distribuire ieri a Roma. Ogni pacco un logo del partito: così la felicità di scartare un gioco diventa subito testimonial inconsapevole di politica turpe.

Qualcuno si è scandalizzato (sempre troppo pochi, sempre troppo poco) mentre altri hanno cercato di minimizzare dicendo che non c’è nulla di male nel fare propaganda distribuendo regali. Dicono che non ci sia nulla di vergognoso nel rendere felici i bambini.

Il problema è che il fascismo (così come altri mali storici di questo Paese) trova terreno fertile quando scova l’occasione di infilarsi nelle dimenticanze di un Paese che studia troppo poco, che ricorda troppo poco e che fiero della propria ignoranza minimizza eventi che non riesce a comprendere in pieno.

Allora ecco qui il Giornale Luce B0399 di gennaio, 1934. Guardatelo bene. Poi, da soli, domandatevi se eravate a conoscenza di una pratica che ha un preciso significato politico, riproposta oggi. Rispondetevi da soli, non è questo il punto. Ma non dimentichiamo che il “male”, spesso, ha un’ottima memoria che gli permette di riemergere quando la memoria degli altri invece è fiacca. Quando si desiste, al posto di resistere.

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«Sono tutti uguali!» è un auspicio (ma anche uno spettacolo teatrale)

Alla fine ci siamo convinti. Ci siamo detti che uno spettacolo politico (al di là delle legittime posizioni di ognuno) fosse un’occasione troppo importante per lasciar perdere e così ci siamo messi, penne in mano, a raccontare quanto sia falso che “non c’è alternativa” e quanto bisognerebbe avere memoria per avere il vocabolario per leggere il presente.

Così “Sono tutti uguali” si è fatto spettacolo ed è pronto per partire: il 23 gennaio ci vediamo al Teatro Verdi a Milano, alle 21, per  una prima faticosissima ma che ci dà soddisfazione (a proposito, potete prenotarvi mandando una mail a info@bottegadeimestieriteatrali oppure attraverso l’evento Everbrite qui oppure direttamente su Facebook qui). Se avete voglia di “preacquistare” il vostro biglietto e invece volete contribuire anche alla produzione dello spettacolo potete andare qui nella nostra pagina del crowdfunding. Lo spettacolo (pensavo non ci fosse bisogno di dirlo ma lo dico) è completamente autoprodotto e autofinanziato e ovviamente anche le date organizzate dipendono tutte dalle nostre forze: per questo il crowdfunding è importante.

Perché l’abbiamo scritto questo spettacolo? Le risposte le trovate tutte nella nostra scheda:

“Uno spettacolo politico, sì, perché c’è bisogno come l’aria di teatro e di politica e perché forse nel tempo della comunicazione troppo facile e troppo veloce è davvero il caso di prendersi un palco, fare buio in sala e provare a raccontare quello che siamo stati, quello che siamo ma soprattutto quello che vorremmo essere. Per anni, facendo teatro, mi sono sentito dire che il mio teatro (“civile”, no? Lo chiamano così) era troppo politicizzato, detto con la faccia schizzinosa di chi s’è arreso a credere che la contemporaneità sia un fastidio che non deve irrompere sui palchi: questo spettacolo è politicizzato e tutto politico. In nome della caduta delle ideologie si è voluto, in questi anni, stropicciare anche le idee e l’eredità della storia come se fossero un souvenir di bigiotteria; e allora cosa c’è di meglio del teatro per provare a rimettere le cose in ordine?” (Giulio Cavalli)

«Sono tutti uguali» è un refrain molto popolare. Eppure dovrebbe avere tutt’altro significato: da corrivo slogan contro i politici (tutti quanti) dovrebbe tornare a essere espressione rivoluzionaria, costituzionalissima, potente. Con Giulio abbiamo pensato fosse possibile e lo abbiamo messo in scena, prendendo dichiaratamente le distanze da qualche ‘retroscena’ che distrae di solito l’attenzione del pubblico. (Giuseppe Civati)

Ci si vede in teatro.

Su Pier Vittorio Tondelli

All’autore di Altri libertini, Pao Pao, Rimini, Camere separate, Un weekend postmoderno e l’Abbandono  è dedicato il saggio Lo scrittore giovane – Pier Vittorio Tondelli e la nuova narrativa italiana (Bompiani) di Roberto Carnero, professore a contratto di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Verona.

Pier Vittorio Tondelli

Ecco la postfazione
(Bompiani/Giunti editore 2018)

di Enrico Palandri

È forse ancora presto per dare una definitiva sistemazione storica del lavoro di Pier Vittorio Tondelli, cercando di giudicare il valore letterario dei suoi libri o il significato della sua vera e propria campagna, per lo più vincente, per un rinnovamento del pubblico e della scena letteraria in Italia negli anni ottanta. Il guaio dei contemporanei, e più ancora degli amici o dei parenti, è di avere molte informazioni che farebbero venire l’acquolina in bocca al filologo di una prossima generazione, ma di non saperle leggere. Se il giovane Gioberti poteva vedere in Leopardi la straordinaria luminosità delle sue qualità dopo un viaggio in carrozza, poco o nulla ne capirono i suoi genitori, poco, tutto sommato, anche i fratelli, pochissimo le donne che amò e poco, in generale, i contemporanei, fatta eccezione per Giordani che del resto, come gli altri, non seppe superare gli ostacoli della difficile dimestichezza con lui per leggere, come leggiamo noi oggi, attraverso la sua poesia, un mondo di straordinarie, profondissime intuizioni. Se queste difficoltà fossero dovute al carattere o al fatto che puzzava, secondo la celebre risposta della Fanny Targioni Tozzetti a Matilde Serao, o piuttosto alla miopia fin troppo pia dei sodali, a cominciare da Ranieri, è difficile dirlo.

Nel caso di Leopardi, come ha raccontato René de Ceccatty in un bel libro pubblicato in Italia da Archinto (Amicizia e passione, 2014), sono stati si direbbe i tormenti di una sottomissione a portare Ranieri a ricostruirne il lavoro, pubblicarne e promuoverne le opere, fino al gesto ostile, quando ormai era vecchio, del brutto libro sui sette anni di sodalizio. Anche per Tondelli molto è indubbiamente dovuto alla fiducia e alla tenacia di Fulvio Panzeri, che non solo ne ha curato l’opera per Bompiani, ma è stato in questi anni un promotore di iniziative, come il seminario che si tiene annualmente a Correggio. Sono stati appuntamenti importanti, ne sono nate tesi di laurea e di dottorato e il lavoro di Pier Vittorio Tondelli è stato guardato con attenzione e vivacità non solo dai coetanei, ma da molti più giovani di lui. Gianni Celati una volta disse che sembrava ci fosse un partito intorno a Tondelli. Questa osservazione, per quanto ironica, è piuttosto appropriata. Intorno a Tondelli si sono raccolti le attenzioni e gli affetti di chi, attraverso di lui, voleva promuovere un nuovo orizzonte di relazioni umane, e questo è in gran parte avvenuto.

pier vittorio tondelli

Per l’Italia e non solo per la letteratura, e soprattutto per le persone che attraverso il suo lavoro hanno vissuto l’emancipazione della propria vita emotiva dall’ambito ristretto e provinciale così finemente descritto in Camere separate a una dimensione più aperta e consapevole, questo vale molto più della letteratura. Le conquiste ottenute non solo dalle organizzazioni per i diritti civili degli omosessuali ma più in generale da chi cercava di dare cittadinanza a nuove forme di solidarietà che nella società affiancavano la famiglia, sembrano la risposta ad alcune pagine, belle e politiche, dove il protagonista Leo immagina un mondo futuro che sia in grado di accogliere il suo lutto per la scomparsa del compagno Thomas. In diverse occasioni pubbliche, a Correggio e a Reggio Emilia, mi sono sentito chiedere se questa attenzione di cui ho sempre cercato di parlare in modo concreto e non sentimentale, costruisca valore letterario, se insomma Tondelli andrà oltre il suo tempo e se con lui ci andremo noi che abbiamo amato i suoi libri. È una domanda a cui ovviamente non sono in grado di rispondere: deve farsi silenzio intorno al lavoro di uno scrittore che in un certo modo è il contrario del dolce rumore della vita, come lo chiama Sandro Penna in un celebre verso, perché le opere ci parlino con il timbro indistinguibile di una voce. Devono farsi obsolete le opinioni politiche, i manierismi delle cricche letterarie e sociali, deve morire il rumore del mondo perché riemerga il timbro con cui un autore ha affermato il proprio contrasto con la sua epoca. Pier è stato importante per ragioni troppo diverse, nella nostra generazione, perché si possa riuscire ad ascoltare la sua voce senza distrazioni, anche quando non si pretende di dare un giudizio ma semplicemente di chiarire alcuni contenuti. È proprio quello che fa, in parte, questo bel saggio di Roberto Carnero, ripercorrere le tappe; pur sentendomi incapace di dire cose utili, sapendo di essere io il contemporaneo che non capisce perché troppo condivide e quindi non può che accennare a ciò che ha intensamente avvertito intorno al lavoro e all’amicizia di Pier, non voglio neppure sottrarmi alla richiesta di Carnero e voglio dire quello che posso su di lui. Paolo Di Stefano, recensendo sul Corriere della Sera il numero di “Panta” che dedicammo a Pier dopo la morte, citò qualche mia frase accusandomi di non riuscire a vedere se le qualità che attribuivo a Pier si facessero davvero letteratura. Aveva probabilmente ragione, ma anche oggi, a distanza di tanti anni, non saprei cosa aggiungere a quanto dissi allora. Ho anzi la sensazione che se qualcosa resterà non è per quel che lui o altri hanno aggiunto, ma se mai sottratto. In questo Tondelli non è stato aiutato dal giornalismo. Non solo nel Weekend postmoderno, ma in molti punti cruciali dei romanzi, si vede Pier così radicato nel proprio mondo che è difficile farglielo trascendere. Ma se anche il contesto è mutato, il Weekend resta per tanti aspetti un libro che trovo interessantissimo, proprio per il modo in cui Pier interloquisce, da giornalista culturale, con la variegata realtà che ha attorno. Accade anche al Pasolini che io preferisco, quello degli Scritti corsari, che oggi avrebbero bisogno di un vero apparato di note per essere comprensibili. Ma anche questa mia difficoltà interloquisce appunto con ciò che ci siamo lasciati alle spalle, e, per quanto mi riguarda, è vero che non posso promuovere Pier nel Parnaso, per i miei innumerevoli limiti e, di fronte a Pier, anche per l’amicizia che, con la sua morte, è diventata ancora più complessa per l’impegno della memoria.
Sebbene io non abbia fatto quasi altro, nella vita, che scrivere e pensare ai libri, la letteratura non è mai stata la cosa più importante; sono state e sono infinitamente più ricche di influenze le persone che ho incontrato, e tra queste ci sono certo, accanto agli amici e alle amiche con cui ho condiviso la conversazione e le stagioni, poeti, musicisti e scrittori che non ho conosciuto personalmente. Ci sono i miei familiari, con cui oltre che alle stagioni abbiamo vissuto una transtoricità che è arbitraria e al tempo stesso fondante del nostro stare al mondo.
Gli autori che ho amato sono per me sempre usciti dalla letteratura per entrare a far parte, con le loro preoccupazioni, dell’orizzonte confuso e innamorato della mia vita di ogni giorno. La loro corrispondenza, o persino, negli anni per me più duri economicamente, una forma di solidarietà con la povertà di alcuni di loro che me li affraternava, ha accompagnato non solo la lettura, ma certi ritorni a casa notturni, solitari, dopo una notte amorosa (e poco conta se d’amore corrisposto o deluso), certi vagabondaggi per le strade d’una città, il nascere d’una amicizia o il compiersi di un addio. Non ho mai interpretato quel che facevo scrivendo e leggendo come la santificazione di una sensibilità superiore, che così spesso mi ricorda la giustificazione di un privilegio sociale, ma come il mio modo di stare nelle cose ed è lì, non nella letteratura, che ho incontrato Pier, e se qualcuno torce il naso perché così non si passa un esame critico, forse avrà pure ragione, ma l’odore che c’è qua fuori è così buono e intenso che io non ho nessuna intenzione di lasciarlo per ottenere diplomi. È nell’odore del mondo, tra le voci che si caricano di sensazioni, che ha le sue radici la scelta di Pier e in questo le sue scelte estetiche le sento fraterne. Ogni suo libro è un po’ come una lettera, un lungo biglietto agli amici, scritto da un certo punto nella vita a chi lo segue e ascolta. Certo non a chi si sente seduto sullo scranno di un’anonima letteratura italiana e fa il vaglio di quel che va bene e quel che va male, come se potesse davvero prendersi sul serio uno scranno del genere.
Messe le mani avanti, c’è da aggiungere che alle mie difficoltà personali se ne sommano altre meno soggettive: non solo troppo poco tempo è trascorso dalla morte di Pier per mettersi a fare dei bilanci, ma il fatto che sia morto così giovane fa sì che la sua influenza, il modo in cui aveva percepito l’evolversi di certe trame, sia ancora vitalissima, come dimostrano i tanti che scrivendo sentono di riconoscergli un ruolo.
I due versanti della sua attività di scrittore, quello delle opere letterarie e quello dell’attività editoriale, sono ancora discorsi aperti e a me sembra che si possa solo indicare gli elementi che in questi ambiti sono in movimento.
Mi sembra innanzitutto utile ricostruire il quadro in cui apparvero i suoi libri, per spiegare tra quali spinte si inseriva, chi reagì e come, cosa ne fece il pubblico. C’è in primo luogo una barriera generazionale molto netta: Tondelli ha avuto una grande importanza per i suoi coetanei e per quelli più giovani di lui, ma non è stato quasi capito da chi era più vecchio. Io reagii, magari anche scompostamente, a una pagina di Alberto Arbasino su “Repubblica” quando Pier morì, forse perché sapevo quanta ammirazione e affetto aveva Pier per lui. Il tono un po’ liquidatorio con cui Arbasino, che pure ne piangeva la morte, parlava del contesto in cui era cresciuto Pier, mi sembrò allora ingiusto. Così pure Goffredo Fofi e il gruppo di “Linea d’ombra”, sempre un po’ troppo compatto, mantenne per tutti gli anni ottanta un tono piuttosto sufficiente nei suoi confronti. Per non parlare di Angelo Guglielmi o dei tanti altri che ostentarono una superiorità in nome di un’idea di letteratura che, a così pochi anni di distanza, è di una straordinaria eloquenza sulla propria miopia.
Questa sufficienza, il senso di superiorità, lo ritrovo spesso quando, in dibattiti o in interviste, mi si invita a liquidare a mia volta il lavoro di Pier come fosse uno scrittore sopravvalutato di cui bisogna riprendere, anzi restringere, le misure.
Eppure se c’è una sopravvalutazione non è certo reperibile nel mondo della critica o della letteratura. Pier non ha mai vinto un premio e non mi sembra sia stato il darling di nessuna delle nostre scuole letterarie; non è insomma la critica, che non lo ha mai molto lodato, a dover restringere le misure. Piuttosto si dovrebbe allargare il discorso, e in questo il lavoro di Carnero non può che essere prezioso. Tuttavia Carnero testimonia bene l’attenzione per il lavoro di Pier, ma è già un suo postero.
Può essere utile, invece, ricordare l’attrito che la pubblicazione dei suoi libri provocò nell’Italia di allora, nominare alcune delle resistenze con cui vennero accolti. La diversa valutazione di Tondelli rispetto a quella che ne offrì la critica a lui contemporanea non è data dalle vendite e neppure da una riconsiderazione critica, ma piuttosto dalla scia che si allarga dietro di lui, che comprende molti nuovi autori, che testimonia una trasformazione della società italiana avvenuta nel corso degli anni settanta e che, nel momento di passaggio, tra il ’79 e l’82, mostrava molti dei suoi elementi vitali. A questa centralità di Pier Vittorio per i più giovani non si può che dare il benvenuto, ma si rischia di non vedere la solitudine di Pier e degli altri, le ragioni della non integrazione di una generazione intera con l’Italia di quegli anni. Si rischia di non vedere la furibonda omofobia di quegli anni.
Finiva, negli anni settanta, una fase iperpoliticizzata, chiusa in una visione piuttosto asfissiante, tra ortodossie ed eterodossie marxiste, militanze cattoliche e organizzazioni fasciste; la società adulta era del tutto inadeguata ad accogliere e articolare le curiosità e gli interessi di chi come Pier aveva modelli letterari poco nazionali. Non è solo lo spirito di Autobahn a guardare al Nordeuropa, ma un po’ l’aria che si respira in tutto il suo lavoro, così lontana dai calligrafismi delle avanguardie letterarie e dagli impegni subordinati alla politica dei marxisti, a evadere dalla nostra tradizione. Il benvenuto che lui dà alla moda e in generale alla stravaganza degli anni ottanta è la ragione principale della disapprovazione di “Linea d’ombra”.
Credo che lo abbiano trovato un confusionario; a me pare che senza attraversare la confusione di Pier si rimane un po’ al di qua di una frontiera, nelle ortodossie che poi inevitabilmente si trasformano, in un quadro ideologico frammentario come il nostro, in autoritarismi un po’ velleitari e giudizi allegramente arbitrari.
“Linea d’ombra” è nata con un progetto importante grazie a un’intuizione significativa di Fofi: è vero che una linea d’ombra fosse passata allora attraverso la letteratura facendole abbandonare temporaneamente la politica, ma le difficoltà che hanno continuamente contrapposto il nucleo di origine ideologica della rivista agli autori con cui via via si è incontrata e poi scontrata (Claudio Piersanti e Giorgio Van Straten, per fare qualche nome, ma ce ne sono altri), e l’aver così poco capito Pier Vittorio, segnano un po’ il limite dell’esperienza della rivista piuttosto che quello di Tondelli. Le poesie e la letteratura non salvano nessuno, non vogliono essere votate né da una giuria né dal popolo per ottenere un mandato, non promettono nulla.

Gli autori si mettono in ascolto della realtà in un suo punto sensibile, questo è tutto. Non possono organizzarsi e non possono venire organizzati. C’è probabilmente una componente di narcisismo e megalomania (ma davvero solo negli artisti?), che però può aiutare a riflettere su altre cose, sull’amore e la morte e certo, anche sulla giustizia, ma non per prospettare una trasformazione, solo per raccontare, come hanno sempre fatto gli scrittori, da Dante a Primo Levi. Persino l’ingiustizia sociale, per uno scrittore, finisce con l’essere elemento di un libro. In quanto cittadino, chi scrive è sottoposto come tutti ai casi della storia e può aderirvi o meno, ma in quanto scrittore, proprio come Pier, è interessato a trasformare il mondo che ha di fronte in tessuto del suo racconto; non può mettersi a suonare nessun piffero e se lo fa, prima o poi sceglierà (e può essere una scelta eticamente più alta) la politica, l’agire tra gli altri e il capitanare le loro scelte. Ma questo è diverso dall’ascoltare il mondo, che vuol dire ascoltare le invenzioni fantastiche di Boiardo, Ariosto, Calvino mentre naturalmente, come sempre, intorno a noi c’è anche la fame e la guerra. Questo non significa che la realtà venga estetizzata o che vi sia una rinuncia morale; la buona letteratura si tiene alla larga da entrambi questi pericoli, ma il suo rigore è diverso dall’organizzazione, dal volontariato, anzi diffida intimamente dell’agire, perché non ha nel cuore la salvezza dell’umanità, ma il capire gli uomini.
Per “Linea d’ombra” ciò che davvero irritava di Pier, e di numerosi altri, era l’irriducibilità del suo innegabile impegno a un impegno politico, e in questo è il primo autore che ci ha portato oltre la contestazione. Senza banalizzare, in forza di una diversità generazionale.
Il dissenso di Arbasino, e dietro di lui di Guglielmi e un po’ di tutti quelli legati alla Neoavanguardia, è più complesso. Pier aveva studiato al DAMS, che in quegli anni era una roccaforte del Gruppo 63. Vi insegnavano, tra gli altri, Eco, Celati, Barilli, Giuliani. Il contributo più importante del Gruppo 63, soprattutto nella sua fase originaria, fu lo scontro, che non si è mai veramente concluso, con una certa idea di cultura. Le belle pagine di Apocalittici e integrati in cui Eco descrive la funzione quasi sacerdotale di certi letterati nell’accogliere o respingere gli autori in un’idea di cultura alta, spesso superficialmente pomposa e retorica, lasciano intuire i problemi che dovette affrontare da giovane con la sua generazione. Tra i protagonisti del Gruppo 63 c’era certo anche gente più vicina ai modelli di Pier: non erano ripiegati su una tradizione nazionale ma avevano visto un po’ d’Europa e di America, sapevano cosa fosse un’industria culturale e quanto l’idea di cultura alta, ancorata ai licei classici e condannata a nutrirsi di sensiblerie, avesse fatto il suo tempo. Al di là dei modi poco cortesi, a parer mio, con cui attaccarono personalmente autori significativi (ma la scortesia, anzi un tono astioso e meschino, è grave anche nei confronti di quelli meno significativi ed è rimasta una venatura purtroppo profonda, caratterizzante, anche negli anni successivi, per alcuni di loro), c’era una battaglia da combattere, che per una parte del gruppo trovò il suo sbocco naturale nel Sessantotto e per altri seguì altre vie. Sicuramente, però, le battaglie del Gruppo 63 contribuirono ai profondi cambiamenti della società italiana da cui venne fuori Pier Vittorio. Adesso bisogna chiedersi se gli strali retorici lanciati da giovani e da una rivista come “Il Verri” contro l’establishment, non cambino di segno quando vengono lanciati, a un’altra età e dai quotidiani e settimanali più venduti del paese, contro i più giovani. Se insomma, detronizzati i vecchi satrapi della cultura italiana, molti di loro non si siano ritrovati seduti, non so quanto involontariamente, sugli stessi scranni, solo più incattiviti e acidi.
Cosa non si perdona a Pier da parte di quell’ambito è abbastanza evidente: lo stile, le scelte ideologiche, tutto nei libri di Pier è straordinariamente indisciplinato e non offre nessun ossequioso omaggio ai protagonisti del Gruppo. L’ammirazione per Arbasino ha in alcuni punti della sua produzione una influenza riconoscibile, ma in generale Pier è di un’altra razza. Inoltre è ingrato. Si trova in un certo senso il pranzo pronto e non sa riconoscere chi l’ha cucinato. Gli interessa andare oltre, non continuare una scuola. La libertà nelle scelte letterarie, come nei comportamenti, è figlia da un lato della battaglia del Gruppo 63 e dall’altra dei movimenti degli anni settanta. L’abisso, per esempio, che c’è tra la sua omosessualità,  tutto sommato serena, come mostra bene Carnero, comunque non più impugnata come elemento di scontro con la norma, e quella sofferta di un Comisso o quella politicamente aggressiva di un Pasolini, si deve alle coraggiose battaglie civili del FUORI e più in generale alle aperture di quegli anni.
Quando poi, all’inizio degli anni ottanta, con la sconfitta della sinistra radicale, riapparvero abitudini nel mondo della cultura che nel decennio precedente o erano state sospese o avevano perso influenza, perché il dibattito culturale non era avvenuto all’interno delle istituzioni ma tra le istituzioni e un mondo giovanile sempre più disgregato e ribelle, il ruolo di questi intellettuali mutò notevolmente. Se negli anni settanta non si pubblicava nulla di giovane perché con quel mondo c’era una guerra (non solo quella delle Brigate rosse, ma una guerra a tutto campo che nell’editoria implicava o la scelta di una strada militante, assai poco adatta alla letteratura, o scarsissime possibilità di pubblicare), negli anni ottanta anche i grandi editori iniziarono ad accogliere nuovi autori; la generazione del Gruppo 63 riprese la sua battaglia, ma da una posizione sostanzialmente nuova. La mancata maturazione di molti dei suoi esponenti portò a ridurre, in modo irritante, concetti duttili, impugnati con fantasia nella passata stagione, a luoghi comuni svuotati. Che Susanna Tamaro vada bene perché scrive con frasette brevi e un altro invece non vada bene perché usa frasi troppo lunghe ha qualcosa di ridicolo. È a ben altro che bisogna guardare e se di stile si vuole parlare non ci si può ridurre a formulette tanto banali. I progetti e le utopie che in un’epoca diversa avevano avuto una funzione, si sono degradati a feticismo linguistico, al tentativo di reperire nel nuovo le tracce di quel che si era, perdendo completamente di vista la complessità dei significati. Umberto Eco, che è l’unico ad avere avuto una comprensione significativa dei problemi della linguistica, non si è mai azzardato a farne l’uso balordo che ha invece caratterizzato altri nel Gruppo 63. C’è poi qualcosa di paradossale nel celebrare i quarant’anni o i cinquanta di un’avanguardia, che nasce – se è autentica – da una frattura nella storia, e non si mantiene in aeternum con i sussidi di un assessorato.
Era ormai un’altra età, l’invettiva aveva perso la sprovveduta freschezza di chi opera in un cambiamento e aveva invece inevitabilmente costruito una complessa genealogia; la prosa di molti ex membri del gruppo era diventata opaca, rancorosa, e soprattutto parlava a un’Italia completamente diversa. Arbasino pubblicò feroci stroncature collettive, Guglielmi continuò i suoi poco invidiabili anni d’intolleranza, Giuliani stroncò per l’ennesima volta la Morante, insomma si scatenò una polemica ininterrotta e a trecentosessanta gradi che diede un doloroso segnale di quanto faticoso fosse stato anche per loro vivere le trasformazioni di quegli anni. Gadda, innalzato come un vessillo (e quindi travisato, enfatizzando gli aspetti stilistici e comprendendo poco quelli psicologico-contenutistici), non veniva più letto; ancora oggi dalle schiere della ex neoavanguardia salta fuori ogni tanto qualcuno che si mette a fare strampalati confronti tra quello che loro vedevano annunciato in Gadda come futuro della letteratura e quello che oggi si scrive. La conclusione che forse si dovrebbe umilmente trarre è che non erano in grado, nel caldo della polemica, di elaborare un canone alternativo. Come ho detto, non voglio certo essere io a proporne uno nuovo e tantomeno a restaurarne uno precedente. Vorrei che il campo fosse aperto, ecco tutto.
Era proprio la questione dello stile, così centrale per quella generazione, a essere estranea ai nuovi autori, almeno nei termini in cui era stata posta. Pier, con l’energia che lo ha sempre caratterizzato, avvertiva con urgenza la necessità di aprire la letteratura alla contaminazione con il cinema, la musica, la pittura, la moda. Una scrittura troppo sofisticata, dove se non era l’abolizione della punteggiatura era l’uso spregiudicato degli anacoluti, non avrebbe avuto alcuna speranza di entrare nei consumi culturali di una nuova generazione. Pier voleva partecipare di un mondo che premeva da fuori della letteratura e inevitabilmente, difendendo la propria visione, il Gruppo 63 aveva finito con l’arroccarsi entro una serie di parole d’ordine. Con Il nome della rosa, con cui Eco voltò pagina, divenne evidente che i talenti più significativi del gruppo originario (Vassalli, Celati) avevano fatto ormai molta strada per conto proprio, erano diventati come tutti persone che cambiano modo di vivere, di vedere le cose. Con questi il confronto è rimasto aperto e in Pier Vittorio si trovano numerose tracce riconducibili a Eco o a Celati. Altri hanno invece continuato a ribadire un ripudio, ora articolato, ora generico, che al di là delle opere si rivolgeva in realtà alla generazione. Sul valore delle opere di Pier, come dicevo, è comunque presto, almeno per me, per esprimere un giudizio definitivo. Quello che a me pare più interessante, in una produzione così eterogenea, è la libertà che ha sentito nel fare le proprie scelte, e la capacità di rinnovarsi che ha mostrato soprattutto in Camere separate. Ho scritto in un’altra occasione (Altra Italia, “Panta”, 9, 1992) cosa trovo particolarmente significativo, soprattutto nel racconto Postoristoro che apre il suo primo libro e in Camere separate. Non voglio tuttavia sovrappormi, a questo proposito, all’attenta ricostruzione del percorso letterario di Pier Vittorio fatta da Carnero, che offre una prospettiva decisamente diversa dalle due a cui ho fatto cenno, quella politica e quella della Neoavanguardia, e che sono state per così dire quel che c’era a monte di Pier. Carnero invece è a valle, sembra fortunatamente oltre le difficili battaglie che Pier ha dovuto sostenere, fuori dai gruppi come tutti noi, per esprimere il suo mondo poetico.

Ilda Dominijanni: «Je ne suis pas Catherine Deneuve»

(di Ilda Dominijanni da Internazionale)

La scoperta delle molestie e dei ricatti sessuali in uso a Hollywood e in tutto il mondo del lavoro americano dimostra che questi non sono tempi buoni né per il desiderio né per l’esercizio della sessualità fra donne e uomini. Com’era già accaduto in Italia con gli scandali sessuali d’epoca berlusconiana, quello che viene alla luce non è solo la tentazione maschile perenne all’abuso di potere, che riduce le donne a oggetto da possedere e la libertà femminile a disponibilità di concedersi. È anche, forse soprattutto, una diffusa miseria della sessualità maschile, che scambia potere, favori, assunzioni in cambio di briciole come un massaggio sotto un accappatoio, una masturbazione a cielo aperto, un assoggettamento a una virilità incerta. Una miseria sessuale che è parente stretta di una miseria relazionale, ovvero di una altrettanto diffusa incapacità maschile di relazionarsi all’altra, al suo desiderio e ai suoi dinieghi, alla sua forza e alla sua vulnerabilità, alla sua libertà e alle sue necessità.

Precisamente il cinema hollywoodiano, a ben guardare, ci aveva lentamente abituato, nell’ultimo decennio, a questo progressivo immiserimento, per non dire scomparsa, della sessualità nelle relazioni fra uomini e donne, con un sottile ma percettibile scivolamento dalle scene di sesso passionale degli anni novanta a quelle quasi sempre giocate successivamente su un ambiguo confine fra sesso e violenza, sesso e possesso, sesso e performance. E del resto basterebbe il successo sorprendente, e non a caso contemporaneo al #metoo, di un racconto come Cat person per farsi un’idea dello stato delle cose: in questo caso non c’è ombra di violenza né di molestie, ma la miseria sentimentale è la stessa, l’alfabeto della seduzione è precipitato nel dimenticatoio e ogni passione è spenta.

Quello che sta saltando con il #metoo e il Time’s up è il tappo di silenzio-assenso femminile che copriva questa situazione. A un primo sguardo, certo, si tratta di movimenti contro le molestie e i ricatti sessuali, e contro l’abuso di potere maschile che c’è dietro. Ma com’era già avvenuto in Italia pochi anni fa, la presa di parola femminile ha l’effetto di svelare qualcosa di più profondo, un “dispositivo di sessualità”, per dirlo con l’espressione di Foucault, in cui il desiderio non ha più posto e il sesso è ridotto a contrattazione, ricatto, performance. E da cui è urgente uscire, se i destini della sessualità come espressione libera e creativa della specie umana ci stanno a cuore.

La Francia è la Francia, e pretende sempre di avere l’ultima parola, a costo di far diventare la libertà “libertà di importunare”

Perciò è del tutto fuori campo e fuori fuoco la reazione, finora prevalentemente maschile nonché prevalentemente italiana, di chi ulula che all’esito del #metoo ci sarebbe l’oscurantismo politically correct di un totalitarismo (sic!) proibizionista e sessuofobico. È vero l’esatto contrario: il #metoo, e in generale la presa di parola femminile contro l’andazzo corrente della miseria del maschile, nasce in una situazione che ha già mandato a morte la sessualità, e forse più farla risorgere, una volta liberata dal dispositivo di cui sopra. Non stupisce che a non capirlo sia, in Italia, lo stesso fronte mediatico, il Foglio in testa, che agitò gli stessi fantasmi liberticidi, sessuofobici e proibizionisti a tutela della “libertà” e della “seduzione” che circolava nelle “cene eleganti” di Berlusconi, già allora paventando e minacciando la fine dell’ars amatoria, la censura della passione, l’inibizione del corteggiamento, e impugnando l’inscindibilità del sesso da una certa dose (quale, esattamente?) di prevaricazione, o l’indecidibilità fra molestia e avance.

Stupisce di più – ma in fondo neanche tanto – che a usare gli stessi argomenti sia adesso un gruppo di donne francesi – intellettuali, artiste, attrici, psicoanaliste, giornaliste, fra le altre una campionessa riconosciuta della seduzione doc come Catherine Deneuve – le quali si lanciano nella difesa della “libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”, come se il #metoo avesse già instaurato un regime del divieto dove nessuno può sporgersi sull’altra e nessuna sull’altro, il nemico delle donne sono gli uomini nella loro totalità, la parola femminile, altro che liberarsi, si autoimprigiona in un codice politically correct autoinibitorio, e le donne, altro che guadagnarci qualcosa, si auto-segregano nel ruolo di “eterne vittime dominate da demoni fallocrati”. Potenza dei fantasmi maschili interiorizzati anche dalla mente femminile, o “differenza culturale” francese vs egemonia “puritana” americana? L’una e l’altra cosa, probabilmente, e la seconda non meno influente della prima.

Non c’è donna al mondo che non sappia distinguere un “corteggiamento insistente e maldestro” da uno stupro, come le firmatarie dell’appello francese temono: esse stesse non possono non saperlo. Non c’è persona sana di mente che non possa aver registrato, seguendo le vicende del #metoo o più semplicemente la recente cerimonia dei Golden Globe sotto il segno del Time’s up, che tutto circola fra le silence breakersamericane tranne un’autovittimizzazione inerziale e passiva: tutta la faccenda sembra al contrario parecchio empowering, e parecchio liberatoria anche per quegli uomini che la guardano con curiosità e fiducia invece che attaccarsi come Francesca Bertini alle tende di una virilità decadente. E anche questo le consorelle francesi non possono non averlo notato. Ma si sa che la Francia è la Francia, e quand’è in gioco la sacra triade della modernità pretende sempre di avere l’ultima parola, a costo di far diventare la libertà “libertà di importunare”, o, come ai tempi di Charlie Hebdo, liberté d’impertinence, sottospecie opinabile della libertà d’espressione. Ma il politically correct gioca brutti scherzi . Allora fu molto politically correct, e conformista, lo slogan “Je suis Charlie Hebdo”, e molto politically uncorrect, e anticonformista, arrogarsi il diritto di dire “Je ne suis pas Charlie Hebdo”: negli Stati Uniti lo rivendicarono in molti, anche nella stampa mainstream, in nome di una libertà di religione che non poteva essere conculcata dalla libertà di satira. Questione di punti di vista. Del resto, anche i simboli della seduzione non sono eterni e risentono dell’usura del tempo. A dispetto di uno slogan che ha fatto scuola per generazioni di donne, oggi la palma della seduttività passa a chi può permettersi allegramente di dire “Je ne suis pas Catherine Deneuve”.

Un appello per la scuola

Un appello a cui ho aderito convintamente. So che di solito gli appelli si sprecano e difficilmente si leggono ma vale la pena.

Dalla Costituzione della Repubblica italiana:

Art. 3: ” [..]E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Art. 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.  La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.  Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.”

Art. 34: “La scuola è aperta a tutti.  L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.   I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.”

 

Rafael Araujo, Blue morpho golden ratio sequence

         

                 

Al Presidente della Repubblica

Ai Presidenti delle Camere

Al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca.

 

Gli insegnanti proponenti:

  1. Giovanni Carosotti, insegnante scuola secondaria di secondo grado, Milano.
  2. Rossella Latempa, insegnante scuola secondaria di secondo grado, Verona.
  3. Renata Puleo, già dirigente scolastico, Roma.
  4. Andrea Cerroni, professore associato, Università degli Studi Milano-Bicocca.
  5. Gianni Vacchelli, insegnante scuola secondaria di secondo grado, Rho (MI).
  6. Ivan Cervesato, insegnante scuola secondaria di secondo grado, Milano.
  7. Lucia R. Capuana, insegnante scuola secondaria di secondo grado, Conegliano Veneto (TV).
  8. Vittorio Perego, insegnante scuola secondaria di secondo grado, Melzo (MI).

 

La premessa

L’ultima riforma della scuola è l’apice di un processo pluridecennale che rischia di svuotare sempre più di senso la pratica educativa e che mette in pericolo i fondamenti stessi della scuola pubblica. Certo la scuola va ripensata e riformata, ma non destrutturata e sottoposta ad un processo riduttivo e riduzionista, di cui va smascherata la natura ideologica, di marca economicistica ed efficientista.

La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale.

È quanto mai necessario “rimettere al centro” del dibattito la questione della scuola.

Come? In tre modi almeno:

  1. a) parlandone e molto, in un’informazione consapevole che spieghi in modo critico i processi in corso;
  2. b) ricostituendo un fronte comune di Insegnanti, Dirigenti Scolastici, Studenti, Genitori e Società civile tutta; e, soprattutto,
  3. c) riprendendo una lotta cosciente e resistente in difesa della scuola, per una sua trasformazione reale e creativa.

Bisogna chiedersi, con franchezza: cosa è al centro realmente? L’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale e interiore, non solo professionale, o un processo economicistico-tecnicistico che asfissia e destituisce?

 

7 temi per un’idea di Scuola

da leggere come studente, genitore, insegnante, cittadino

  1. Conoscenze vs competenze
  2. Innovazione didattica e tecnologie digitali
  3. Lezione vs attività laboratoriale
  4. Scuola e lavoro
  5. Metrica dell’educazione e della ricerca
  6. Valutazione del singolo, valutazione di sistema
  7. Inclusione e dispersione

Il documento

  1. Conoscenze vs competenze

Una scuola di qualità è basata sulla centralità della conoscenza e del sapere costruiti a partire dalle discipline. Letteratura, Matematica, Arte, Scienza, Storia, Geografia, Filosofia, in tutte le loro declinazioni, sono la chiave di lettura del mondo, della società e del nostro futuro. Una reale comprensione del presente e la trasformazione della società richiedono riferimenti che affondano le radici nella storia, nelle opere, nelle biografie e nell’epistemologia delle discipline.

Crediamo che:

  1. i)Aggregare compiti e prestazioni degli allievi attorno a competenze predefinite e standardizzate annienti l’organicità dell’educazione, riduca la complessità del mondo ad un “kit di pratiche”, che tali restano, anche con l’appellativo onorifico di “competenze di cittadinanza”.
  2. ii)La competenza, unica e trasversale, si consegua nel tempo, nello spazio sociale, nei contesti comunicativi affettivo-cognitivi. La cittadinanza, a cui le competenze comunitarie aspirano, non è un insieme di rituali individuali da validare e certificare. Cittadinanza è “operare in comune”.

iii)  Non abbia senso misurare “livelli di competenza” degli studenti, da attestare in una sorta di fermo-immagine valutativo. Il sapere non si acquisisce mai definitivamente. È continuamente rinnovato dalla maturazione, consapevolezza, interiorità, ricerca singolare e plurale, approfondimento di contenuti e pratiche.

  1. Innovazione didattica e tecnologie digitali

Innovare non è bene di per sé, tantomeno in campo educativo. La didattica “innovativa” o digitale, oggi presentata come primaria necessità della Scuola, non vanta alcuna legittimazione scientifica né acquisizione definitiva da parte della ricerca educativa. Innovazioni e tecnologie, nelle varie accezioni global-ministeriali (debate, CLIL, flipped classroom, etc), rappresentano un insieme di “riforme striscianti” che demoliscono pezzo a pezzo l’edificio della Scuola Pubblica dal suo interno. Servono piuttosto innovazioni in tutt’altra direzione, che sappiano valorizzare inoltre l’interculturalità, la creatività e l’immaginazione, il pensiero critico e quello simbolico, nella didattica così come nell’impianto complessivo della scuola.

Crediamo che:

  1. i)Ogni innovazione metodologica o tecnologia digitale sia un possibile strumento di ampliamento e accesso a contenuti e conoscenze. Sul loro impiego l’insegnante è chiamato a riflettere e valutare in maniera incondizionata e libera. Codificare pratiche e metodi, presentati come la priorità della Scuola, è una semplificazione retorica arbitraria, corrispondente ad un preciso modello culturale preconfezionato, che ridefinisce finalità e ruoli dell’istruzione pubblica in ossequio a un’ideologia indiscussa.
  2. ii)L’inflazione di innovazioni didattiche e gli sperimentalismi digitali offrano spesso narrazioni impazienti ed elementari (slides, video, “prodotti”, progetti), propongano procedure stereotipate e associazioni banali, con grave danno per gli studenti e la loro crescita culturale, interiore e sociale.

iii) Non sia il mero ingresso di uno smartphone in classe a migliorare l’apprendimento o l’insegnamento. In quel caso si potrà, certo, aderire a un modello, attualmente dominante: quello che sostiene l’equazione cambiamento=miglioramento e digitale=coinvolgimento. Il miglioramento dell’apprendimento e dell’insegnamento passa, però, per altre strade: quelle dell’attuazione del dettame della nostra Costituzione.

  1.      Lezione vs attività laboratoriale

Nell’era di instagram, twitter e dell’ e-learning, la relazione e la comunicazione “viva” allievo/insegnante – nella comunità della classe – rappresentano fortezze da salvaguardare e custodire. La saldatura del legame intergenerazionale, la trasmissione coerente di conoscenze, percorsi e temi, il dialogo incalzante, la maieutica, la circolarità, la condivisione di interpretazioni e scelte linguistiche, il problematizzare insieme, l’attenzione ai tempi, alle reazioni di sguardi e comportamenti. Tutto questo è fare lezione, un incontro fra persone in cammino in una comunità inclusiva. Gli appellativi di “frontale”, “dialogata”, “laboratoriale” sono rifiniture burocratiche che non ne intaccano la sostanza. Una lezione può e deve essere un laboratorio educativo, di crescita e partecipazione, di scambi fra tutti e cambiamenti di ciascuno, insegnante incluso.

Crediamo che:

  1. i) L’insegnante, come educatore, sia responsabile e garante di quell’ “incontro” che dà senso e valore ai fatti culturali della propria disciplina. La relazione di pari dignità ma asimmetrica tra maestro e studente, nel microcosmo della collettività di classe, permette agli allievi di imbattersi nel non conosciuto, di praticare l’incontro con la difficoltà del reale e del vivere in comunità, di aprire un orizzonte culturale diverso da quello familiare o sociale.
  2. ii)Attenzione concentrata, aumento dei tempi di ascolto, siano condizioni per un “saper fare” come “agire intelligente”, che non si consegue assecondando l’uso delle tecnologie o seducendo gli alunni con dispositivi smart, ma in contesti di applicazione laboriosa, tempo quieto per pensare, discussione nel gruppo.
  1.      Scuola e lavoro

Non si va a scuola semplicemente per trovare un lavoro, non si frequenta un percorso di istruzione solo per prepararsi ad una professione. Dal liceo del centro storico al professionale di estrema periferia, la scuola era e deve restare, per primo, un “luogo potenziale” in cui immaginare destini e traiettorie individuali, rimettere in discussione certezze, diventare qualcos’altro dalla somma di “tagliandi di competenza” accumulati e certificati. L’apertura alla realtà sociale e produttiva può realizzarsi, volontariamente, attraverso forme e progetti di scambio organizzati autonomamente dagli istituti scolastici. Non imposti ex lege dal combinato Jobs Act e Buona Scuola. Pratiche calibrate in base ai contesti e alle finalità educative, che in nessun modo gravino sulle famiglie o sugli allievi in termini di sostenibilità e gestione.

Crediamo che:

  1. i)L’alternanza scuola lavoro non rappresenti affatto un’opportunità formativa per i ragazzi, quanto piuttosto una surrettizia sperimentazione del “lavoro reale” che entra fin dentro i curricula scolastici, sottraendone tempo e qualità e distorcendone le finalità.
  2. ii) Oltre ad approfondire il solco tra sapere teorico e pratico, alternanza è sinonimo di disuguaglianza. Percorsi ineguali in base a contesti, tessuti sociali e reti familiari, che peggiorano in proporzione alla fragilità delle condizioni economiche e delle opportunità culturali di luoghi e famiglie.

iii) Bisogna recuperare l’idea di Scuola come luogo della vita dotato di un tempo e spazio propri, non corridoio di passaggio tra infanzia e adolescenza – considerate età “minori” – e occupazione adulta.

  1. iv)Sia necessario portare la conoscenza del lavoro nelle classi, non gli studenti a lavorare. Logiche, dinamiche e problematiche dell’occupazione entrino nel dialogo educativo, per aiutare i giovani ad orientarsi, attrezzarsi a comprenderle e intervenire per modificarle.

 

  1. Metrica dell’educazione e della ricerca

Educazione e ricerca accademica sono oggi terreno di confronto tra tutti i soggetti sociali, politici, economici ad esse interessati. Gli orientamenti internazionali delle politiche formative e di ricerca lo testimoniano e innescano una competizione globale in cui ranking internazionali (OCSE) e nazionali (INVALSI, ANVUR) comprimono gli scopi formativi e di studio sulla dimensione apparentemente neutra di “risultato”, oltre ad indurre a paragoni privi di rigore logico. Educazione e ricerca universitaria non sono riducibili ad un insieme di pratiche psicometriche globali, a cui sottoporsi in nome del principio di etica e responsabilità. Il futuro della Scuola e dell’Università sono questioni politiche nazionali, da collocare in un contesto europeo e interculturale di confronto e valorizzazione delle differenze, libero e democratico.

Crediamo che:

  1. i)Scuola e Ricerca universitaria siano oggetto di vera e propria “ossessione quantitativa”, da parte di organismi internazionali e nazionali.
  2. ii)La logica dell’adempimento e della competizione azzerino il lavoro di personalizzazione nella formazione scolastica ed erodano progressivamente spazi di progettualità libera nella ricerca universitaria (attraverso la sottomissione a criteri di valutazione non condivisi).

iii) Le scelte operate da MIUR, INVALSI ed ANVUR, modifichino profondamente comportamenti e strategie nelle Scuole e nelle Università, generando condotte di mero opportunismo metodologico-didattico e scientifico nonché la perdita di “biodiversità culturale”, strumento indispensabile per affrontare le complessità del futuro, oggi imprevedibili.

  1. Valutazione del singolo, valutazione di sistema

La valutazione degli studenti è impegno unico, qualificante e delicato dell’insegnante, condiviso con la comunità dei docenti e dei discenti, consapevoli del cambiamento tipico dei processi di apprendimento. È un’osservazione “prossimale” (e responsabile) modulata su tempi lunghi, sull’evoluzione del singolo allievo, delle pratiche di insegnamento, del gruppo, del contesto. È impensabile che enti terzi, estranei al rapporto educativo, entrino nel merito della valutazione formativa, come previsto dalla Buona Scuola. Singolarmente anacronistico appare che, dopo decenni di ‘crisi del fordismo’ in economia, si voglia introdurre la ‘fordizzazione’ nell’educazione. Le menti, soprattutto durante le prime fasi della formazione, sono delicate, creative e si conciliano con “tempi e metodi” d’antan assai meno delle berline.

Crediamo che:

  1. i) Accostare una valutazione di agenzie esterne a quella del corpo docente nel “curriculum dello studente”, mini la relazione di fiducia scuola-famiglia, spostando l’attenzione sull’esito, più che sul processo e sul percorso, togliendo ogni significato agli obiettivi di personalizzazione ed inclusione che la Scuola afferma di perseguire;
  2. ii)Un’agenzia “terza” (INVALSI) non possa svolgere compiti di valutazione e di ricerca pedagogico-didattica orientanti programmi e curricola: la terzietà non è, inoltre, comparabile con gli incarichi affidati dal MIUR per la valutazione (diretta e indiretta) di docenti e dirigenti attraverso meccanismi di premialità.

iii) La presenza di agenzie esterne nella valutazione del singolo rappresenti un’espropriazione di quella responsabilità complessa, raffinata negli anni con l’esperienza e la condivisione collegiale, della professionalità di ogni insegnante: la valutazione dei propri studenti;

 

  1. Inclusione e dispersione

La dispersione scolastica, l’inclusione autentica e la riduzione delle disuguaglianze necessitano di interventi politici sistematici, di fondi strutturali, impegni comunitari, di monitoraggio costante, conoscenza e capitalizzazione delle pratiche esistenti. A partire da investimenti e piani territoriali: infrastrutture, associazioni, biblioteche; fino ad arrivare a Scuola, con risorse costanti per costruire una fitta ed efficiente rete di recupero dei disagi, delle solitudini e delle difficoltà degli allievi più fragili. Se è vero che la Scuola e i buoni insegnanti fanno la differenza, è ancor più vero che la dispersione ha una sua mappa che si sovrappone a quella geografica ed economica dei tessuti degradati e delle periferie impoverite, di situazioni e storie difficili da ribaltare e su cui incidere. Dare alle Scuole risorse e spazi adeguati alla costruzione di didattiche di recupero e opportunità di accoglienza non è sperpero di denaro pubblico, ma progettazione politica di inclusione autentica, unica vera prospettiva di crescita e ricchezza del paese.

Crediamo che:

  1. i) I temi in gioco siano cruciali e non ci si possa limitare a chiedere alla Scuola di fare meglio solo con ciò che ha. Semplificare compiti e programmi, organizzare corsi di recupero pomeridiani che ricalchino quelli antimeridiani, medicalizzare le diversità, sono scorciatoie che restano agli atti come prove burocratiche di adempimenti amministrativi;
  2. ii) La Scuola abbia un valore politico. Dunque ha il diritto di chiedere di indirizzare risorse pubbliche su questioni di importanza sociale e morale che ritiene prioritarie. Dispersione scolastica e abbandoni precoci non sono solo capi d’imputazione su cui è chiamata a rispondere, ma problematiche che nelle attuali condizioni assorbe e subisce.

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In virtù di queste considerazioni:

1)      Chiediamo un’azione di moratoria su:

Ø  obbligo dei percorsi di alternanza-scuola lavoro e del requisito di effettuazione per l’accesso all’esame di Stato conclusivo del II ciclo

Ø  obbligo di impiego metodologia CLIL (Content and Language Integrated Learning, apprendimento integrato di contenuti disciplinari in lingua straniera)

Ø  uso dei dispositivi INVALSI a test censuario per la valutazione degli esiti scolastici, obbligatorietà della somministrazione funzionale all’ammissione agli esami di licenza del primo e secondo ciclo

Ø  modifiche relative all’esame di Stato, che renderebbero di fatto sempre più marginale la didattica disciplinare.

2) Chiediamo l’apertura di un ampio dibattito governo-Scuola di base-organizzazioni sindacali-cittadinanza sulle questioni di cui al punto precedente e su tutto l’impianto della Legge 107/2015.

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 Per aderire: compila il modulo google cliccando il link seguente.                                                                   contatti: appelloscuolapubblica@gmail.com                

                                                                Firma anche tu: Appello per la Scuola Pubblica

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Mica l’antagonista ma l’erede di Maroni

Se avete cinque minuti leggetevi Silvia Bianchi su Gli Stati Generali:

Ad ogni angolo della mia città, il volto di Giorgio Gori mi fissa da una miriade di manifesti che pubblicizzano la sua candidatura alla presidenza della Regione Lombardia con lo slogan “fare, meglio – libera la forza della Lombardia“.

A me, elettrice di sinistra che vorrebbe finalmente voltare pagina dopo decenni di governo della destra, cadono le braccia. Come è possibile che il “mio” candidato riproponga la retorica berlusconian-formigonianapiù stantìa, il solito elogio della proverbiale operosità lombarda e la consueta promessa di affrancarla dai “lacci e lacciuoli” che la ostacolano? E perché quel maglioncino blu, che evoca una deprimente sensazione di dejà vu?

La risposta è nella strategia politica che caratterizza il Partito Democratico dall’avvento dell’era renziana: il mimetismo, cioè il tentativo di vincere sottraendo consensi all’avversario che parte da una posizione di vantaggio. La sua realizzazione richiede un percorso piuttosto impegnativo e una buona dose di “pelo sullo stomaco”.

Il primo passo da compiere è conquistarsi la fiducia degli elettori dell’area politica del rivale, evitando di attaccarla e, anzi, riconoscendo in qualche misura i meriti dei suoi esponenti. Ecco come Gori racconta oggi la sua candidatura a sindaco di Bergamo, nel non lontano 2014: “era una città discretamente amministrata dal centrodestra, dove si viveva abbastanza bene. Ma era come seduta in quell’ “abbastanza” che a noi invece non basta“.  Ed ecco come si è recentemente espresso riguardo a Formigoni: “mi sento di riconoscere alla sua gestione una visione. Era portatore di un pensiero forte e di una visione chiara di marcia”; e ancora: “nei 18 anni in cui ha governato la Lombardia, Formigoni ha espresso un’idea forte della politica: lo Stato non deve soffocare la società ma deve favorire il suo fiorire”.

Lo step successivo è lasciar intendere che si condividono gli aspetti fondamentali del pensiero politico dell’avversario, ma sottolineare la sua incapacità di metterlo in pratica. Ad esempio, per Gori la riforma del sistema sanitario voluta da Maroni è apprezzabile nelle sue linee generali (del resto ha appena reclutatonella sua squadra quell’Angelo Capelli che a suo tempo ne fu relatore); è la realizzazione ad essere insufficiente e  l’impegno è di migliorarla: “manterremo noi le promesse di Maroni”, ha annunciato il candidato del Pd nel discorso di lancio della sua candidatura.

La tattica camaleontica si perfeziona poi accantonando con prudente disinvoltura le proprie posizioni politiche divergenti, per avvicinarsi a quelle del competitore. Per noi che apprezzavamo il Gori campione dell’accoglienza, che ben gestiva i richiedenti asilo in collaborazione con l’influente mondo cattolico della nostra città (e veniva per questo quotidianamente attaccato dalla Lega), è un’amara sorpresa vedergli liquidare il tema in un capitoletto del suo programma elettorale intitolato “Immigrazione, legalità, sicurezza” (una triade dall’inconfondibile sapore leghista) e sentirgli usare toni vagamente salviniani (“sperimentiamo percorsi di integrazione per chi rispetta le regole e ha voglia di lavorare, e per tutti gli altri esigiamo che si facciano i rimpatri assistiti“; “qualche cosa non funziona se importiamo braccia ed esportiamo cervelli“). I tempi della marcia “senza muri” di Milano sembrano ormai acqua passata.

Ma è quando l’avversario sta per segnare un punto importante a proprio favore che la “strategia mimetica” diventa sorprendente. Lo abbiamo visto quest’estate, quando Gori – già lanciato nella corsa alla Presidenza della Lombardia – ha annunciato il suo convinto sostegno al costosissimo referendum consultivo sull’autonomia voluto da Maroni: una mossa che ha contraddetto il suo precedente appoggio alla riforma costituzionale (di impianto decisamente centralista) e che ha stupito per la sua solerzia, ineguagliata persino dagli alleati del governatore leghista. Portare acqua al mulino della principale iniziativa politica del proprio rivale è una scelta inspiegabile se non, appunto, nella logica di provare ad appropriarsene.

E’ quindi chiaro che Giorgio Gori sta puntando a rappresentare sé stesso più come l’erede che come l’antagonista di Maroni. Agli elettori lombardi, che sembrano propensi a confermare l’amministrazione uscente, Gori promette di proseguirne l’opera con l’efficienza dell’imprenditore e il pragmatismo del sindaco: un pragmatismo che, purtroppo, noi bergamaschi conosciamo bene e che ci ha causato più di una delusione.

(continua qui)