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Politica

Gli amici dell’abusivismo? I Comuni. Collusi.

“Inefficienza”. “Collusioni”. “Inadeguatezza”. Qual è il vero ruolo della politica nel proliferare degli abusi edilizi e nell’incredibile lentezza che contraddistingue le demolizioni? FQ_L’inchiesta in questa quarta e ultima puntata sul fenomeno dell’abusivismo prova a guardare il fenomeno dalla prospettiva della magistratura. Qualche esempio. Se in Calabria, negli ultimi 25-30 anni, l’abusivismo è cresciuto in maniera così esponenziale è colpa dei Comuni. Sindaci, assessori e dirigenti degli uffici: sono loro i primi nemici della lotta all’abusivismo. A spiegarlo è il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gaetano Paci. Che non ha dubbi: “Questo fenomeno, in realtà, è legato all’inefficienza, alla collusione e all’inadeguatezza degli uffici pubblici che nel corso degli anni non sono stati in grado di imporre il rispetto delle regole”. Insomma, tutto ruota attorno alla relazione tra abusivi e amministratori comunali, ed è proprio nelle pieghe di questo rapporto che si trovano le ragioni di un fenomeno dinanzi al quale, troppo spesso, piuttosto che pretendere il rispetto della legge, la politica e alcune istituzioni fanno spallucce. Non vedo, non sento, non demolisco. Reggio Calabria, dal 2014 scoperte 700 sentenze mai eseguite Paci cerca di spiegarlo in maniera semplice: “Diciamo che i Comuni raramente subiscono l’abusivismo edilizio. Il più delle volte semplicemente lo tollerano, non esercitando i controlli che dovrebbero esercitare”. Non si tratta di affermazioni di carattere generale. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria va nel dettaglio: “Abbiamo verificato – spiega Paci – che immobili abusivi costruiti per fini industriali, a Bagnara Calabra come a Reggio, posti in una posizione visibile a tutti, sono stati utilizzati per anni, senza che nessuno mai svolgesse alcun controllo”. Non stiamo parlando della casetta per l’estate, ma di capannoni industriali, venuti su e utilizzati senza alcuna difficoltà. “È chiaro – continua Paci – che c’è una compiacenza, quantomeno degli uffici tecnici comunali e della polizia municipale, che sul territorio deve fare controlli, verificare e denunziare le situazioni di abuso”. È da oltre un anno ormai che il procuratore Federico Cafiero De Raho ha affidato all’aggiunto Paci il compito di occuparsi dell’abusivismo in provincia di Reggio Calabria, dove le demolizioni sono praticamente nulle se si escludono, appunto, quelle disposte, negli ultimi mesi, dalla Procura in seguito alle sentenze definitive. Sulla sua scrivania c’è un report dettagliato sulle sentenze del Tribunale che ha disposto l’abbattimento di immobili abusivi: “Abbiamo verificato che, a partire dal settembre 2014, oltre 700 sentenze di demolizione passate in giudicato non erano mai state eseguite”. Mai eseguite. “Eppure, da un punto di vista generale – sottolinea Paci – i comuni non dovrebbero incontrare difficoltà. È vero che questa attività comporta delle spese, ma vengono sostenute da una legge dello Stato, che ha stanziato un fondo di 50 milioni di euro gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti. All’amministrazione comunale non rimane altro che accedere a questo fondo, rivalendosi poi sul proprietario abusivo”. Questo però non avviene. E il motivo è semplice. La lotta all’abusivismo è impopolare. E non porta voti. Anzi, rischia di farteli perdere.

Con gli abbattimenti si perdono voti e consenso. E le imprese convocate dalle procure si rifiutano di demolire “Demolire l’immobile di una persona che ha commesso un abuso edilizio – aggiunge il magistrato reggino – significa comunque inimicarsi per chi la dispone (soprattutto se è legato al territorio da un mandato di tipo politico-elettorale) quel tipo di elettore o addirittura quel tipo di elettorato”. Ecco perché, per la Procura, piuttosto che con i sindaci, è più facile lavorare con i commissari dei Comuni sciolti per mafia: “Loro non sono legati al territorio da un mandato di tipo politico-elettorale. Devono svolgere un’attività per il ripristino della legalità”.

Ma non si tratta dell’unica difficoltà. Paci descrive un vero e proprio percorso a ostacoli. Il motivo? Non è facile trovare la ditta che dovrà demolire. Non tutte le imprese che si iscrivono nella white-list delle prefetture, infatti, sono poi disposte ad effettuare le demolizioni: “Manifestano delle indisponibilità, talvolta allegando preventivi di spesa particolarmente onerosi. Altre volte ci sono dei rifiuti veri e propri, perché non vogliono impegnarsi nella demolizione di immobili costruiti abusivamente. Ecco – è lo sfogo del procuratore aggiunto – il nostro lavoro, almeno in questo settore, avviene in perfetta solitudine. Ed è osteggiato, neppure tanto velatamente, proprio da parte di chi dovrebbe sostenerlo”. E non esistono soltanto i furbetti convinti di farla franca. A volte c’è anche la criminalità organizzata: “Dentro questo fenomeno, chiaramente anche la ’ndrangheta ha avuto i suoi interessi e il suo tornaconto. Diverse famiglie mafiose, anche di un certo spessore, hanno operato con la compiacenza delle amministrazioni che dovevano controllarne e inibirne le manifestazioni criminali. Hanno realizzato immobili abusivi che poi, comunque, sono stati confiscati e diventati patrimonio dello Stato”. Dalla Calabria spostiamoci in Campania.

L’analisi del procuratore di Napoli. “In Campania amministrazioni compromesse con gli abusi” Nella provincia di Napoli, dal 1991 al 2016, l’83 per cento dei comuni commissariati lo è anche per il diffuso abuso e la corruzione dell’edilizia: il 77 per cento a Caserta e l’81 per cento in tutta la Campania. Sempre a Napoli, negli ultimi 11 anni, su 16.837 ordinanze di demolizione ne sono state emesse solo il 4 per cento. E non soltanto perché possono compromettere il loro bacino elettorale.

Per il procuratore generale del tribunale di Napoli, Nunzio Fragliasso, la motivazione è che “spesso le amministrazioni comunali sono compromesse con gli abusi e anche per questo le pratiche rimangono inevase”. Il problema, come abbiamo visto, è complesso e riguarda anche le procedure che coinvolgono comuni e procure. I primi sono gli unici interlocutori con la Cassa Depositi e Prestiti per accedere ai fondi necessari per le demolizioni delle strutture abusive, possibilità che non hanno le procure che, anzi, denunciano la mancata presentazione, da parte dei comuni, delle domande di accesso ai fondi. E se non bastasse, la classe politica al Governo, annunciando di volerci mettere una pezza, presenta un decreto legge – presentato dal senatore di Ala, Ciro Falanga – che secondo i Verdi e le associazioni ambientaliste rischia di trasformarsi in un codono permanente.

In attesa di approvazione definitiva alla Camera, la proposta di legge stabilisce per le procure dei criteri di priorità per la demolizione: in cima alla lista ci sono gli immobili costruiti in aree demaniali, o in zone soggette a vincolo ambientale, paesaggistico, idrologico, archeologico o storico artistico. Poi quelli che costituiscono un pericolo per l’incolumità. Infine quelli in uso ai mafiosi. Ma il nodo centrale della questione sono gli “abusi di necessità” e, in questo caso, la legge stabilisce che avranno la priorità gli immobili di titolari appartenenti a nuclei familiari che dispongono di altre abitazioni, escludendo quelli che ne hanno una. Se questo è l’apporto della politica, ecco cosa ne pensa la magistratura che, nel marzo 2016, viene chiamata dal Governo a dire la sua sulla legge.

Durante l’audizione in commissione Giustizia, il procuratore generale della corte di Appello di Napoli, Luigi Riello, spiega: “Passare per i comuni non è producente, perché sono loro i veri dominus e le demolizioni sono iniziate grazie all’autorità giudiziaria”. Per Riello, il ddl Falanga comporterebbe “la proliferazione degli incidenti di esecuzione, mentre un procedimento dovrebbe essere rapido”. E sulla rapidità, il nostro sistema non è di certo un modello, visto che, nella maggior parte dei casi per i reati di abusivismo, non si arriva nemmeno al primo grado di giudizio. Mentre l’abbattimento è previsto solo con la certezza della pena. Anche se si dovesse arrivare alla condanna, subentra il problema dei fondi necessari per la demolizione, quindi la palla ritorna ai comuni, che il ddl lascia come unici interlocutori con la Cassa Depositi e Prestiti. E i comuni, per usare le parole del procuratore Fragliasso, spesso “sono latitanti e di regola non eseguono le ordinanze di demolizione”.

Da Marsala a Terrasini. Quell’emendamento M5S che può invertire la rotta Leonardo Agate, scrivendo a red. inch. @ilfattoquotidiano.it, segnala il caso di Marsala: “Anche i sindaci siciliani avrebbero dovuto ingiungere la demolizione agli abusivi. A Marsala cominciarono nel 2012, e ne sono state abbattute, dagli stessi privati, o dal Comune per loro inerzia, poche decine su un totale di circa 400. Il ritmo delle demolizioni è di poche unità all’anno. La giustificazione accampata da sindaci e dirigenti comunali è che il bilancio non può sostenere la spesa delle demolizioni, che si aggira sui 10–20 mila euro per ciascuna, salvo abbattere il programma dei servizi essenziali. Giustificazione insostenibile: se il Comune demolisce, anticipa le spese della demolizione, che possono essere recuperate dall’abusivo con aggravio di spese, sanzioni e denuncia all’autorità penale. Se la procura della Repubblica iscrivesse i sindaci e i dirigenti comunali nel registro delle notizie di reato e proseguisse l’azione penale, si avvierebbero i processi nei riguardi degli inadempienti per le omissioni di atti di ufficio. Così si innesterebbe un processo virtuoso, perché gli abusivi demolirebbero dopo l’ingiunzione per non dovere pagare dopo un anno il doppio della spesa, e in ogni altro caso il Comune rientrerebbe in possesso delle spese fatte”. E in effetti, qualcosa si può fare, per obbligare i comuni ad eseguire le demolizioni. Per esempio, come accaduto a Terrasini, in provincia di Palermo, è possibile rimuovere i dirigenti che non adempiono ai loro doveri. E per farlo è sufficiente applicare una norma presentata dalla parlamentare del M5S Claudia Mannino.

Il punto di partenza è semplice: “I funzionari che non adempiono e rispettano i tempi previsti – spiega la deputata siciliana del M5S Claudia Mannino – sono suscettibili di causare un danno erariale”. Un anno dopo l’approvazione della sua norma Mannino è ritornata sul punto: “Ho presentato un esposto a tutte le procure siciliane, e a tutte le sedi regionali della Corte dei Conti, affinché si attivassero per far rispettare la norma e per evitare danni erariali agli enti locali”. E appena 5 giorni fa, nel comune di Terrasini, in provincia di Palermo, un dirigente comunale è stato temporaneamente rimosso dal suo incarico proprio perché – tra le altre contestazioni – ha tenuto “condotte omissive” che, oltre a determinare “un grave ritardo”, nei procedimenti che riguardano i “manufatti abusivi”, hanno provocato “un danno all’ente”. (da il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2017)

Le scuse per Genova e il sangue raffermo

Franco Gabrielli, a nome della Polizia di Stato, ha chiesto scusa. «Un’infinità di persone subirono violenze che hanno segnato le loro vite. In questi 16 anni non si è riflettuto a sufficienza. E chiedere scusa a posteriori non è bastato», ha dichiarato in un’intervista a Repubblica che, almeno, ristabilisce la verità sulla macelleria della Diaz, di Bolzaneto e su una parentesi della democrazia che ancora oggi in molti si ostinano a negare.

L’ha fatto, Gabrielli, mettendo le parole al posto giusto, chiamando le cose per nome: «tortura» per Bolzaneto, «catastrofe» la gestione dell’ordine pubblico, «infelice» la scelta di Genova come luogo per il G8, vista la sua conformazione urbanistica e «sciagurata» la scelta dell’irruzione come metodo operativo.

In pratica, lo dice il capo della polizia, sono consapevolmente bugiardi tutti coloro che in questi 16 anni hanno voluto farci credere che davvero a Genova fosse tutto «normale». E non parlo solo dei condannati (condannati, si fa per dire, visto che alcuni del cordone di comando hanno addirittura ottenuto sonanti promozioni) ma anche e soprattutto di tutti coloro (politici compresi) che per salvare la polizia hanno dannatamente sfigurato la realtà dei fatti. Bugiardi, schifosi, per una carezza servile alle forze dell’ordine e oggi il capo della polizia gli risponde prendendoli a pesci in faccia. Pensa te.

Ma l’aspetto più interessante dell’intervista di Gabrielli è un altro, quando dice di immaginare «una polizia che non ha e non deve avere paura degli identificativi nei servizi di ordine pubblico, di una legge, buona o meno che sia, sulla tortura, dello scrutinio legittimo dell’opinione pubblica o di quello della magistratura».

Dall’esperienza, del resto, si dovrebbero trarre le conclusioni per scrivere le leggi e, ad oggi, ci ritroviamo tra le mani una pessima legge sulla tortura e un solido “partito della Polizia” che attraversa sia la destra che la sinistra. Se è vero che le scuse seppur tardive non possono che rinfrancare è pur vero che la politica, da tempo, considera Genova (ma anche Aldrovrandi, Cucchi e tutti gli altri) dei banali “incidenti di percorso”.

E vedrete che lo faranno anche con questa intervista di Gabrielli.

Fermi. Fermi loro. E il tanto il sangue che si fa raffermo.

Buon giovedì.

(continua su Left)

A proposito di Carminati e della sentenza

Ancora una volta sono d’accordo con Alessandro Gilioli:

1. Ha dell’incredibile, davvero incredibile, la torsione a cui in poche ore è stata sottoposta la sentenza di Roma. Ha dell’incredibile perché il fatto che la corte non abbia incluso nelle condanne l’aggravante mafiosa è stato subito trasformato nella pretesa che allora «era tutta una bufala, una fiction, una costruzione a scopi politici». Consiglierei a chi lo dice un po’ di calma e di accettazione dei dati di realtà contenuti nella stessa sentenza: «Il tribunale ha riconosciuto che nella vicenda ha operato sicuramente un’organizzazione criminale che si è attivata allo scopo di commettere una pluralità di delitti e li ha effettivamente commessi come dimostrano le contemporanee condanne per numerosi reati di scopo» (Carlo Federico Grosso, avvocato). Inoltre «la sentenza dimostra che Roma era in mano a due associazioni a delinquere che ne condizionavano la vita amministrativa» (Giovanni Fiandaca, giurista studioso di diritto penale e del fenomeno mafioso). Di questa organizzazione criminale che condizionava l’amministrazione della città facevano parte più di 40 persone tra cui manager, imprenditori, funzionari e importanti politici sia del centrodestra sia del centrosinistra romano.

2. Carminati non è un capo mafioso – lo dice la sentenza – ma adesso farlo passare da innocuo ladruncolo di polli vittima di una macchinazione (il Foglio di oggi) è agghiacciante. Stiamo parlando di un signore con le mani in tutte le vicende più oscure della Repubblica, dai depistaggi sulla strage di Bologna alla Banda della Magliana, dai servizi deviati al furto-ricatto di documenti nel caveau di Banca di Roma, rapinatore, trafficante d’armi, secondo un pentitodella Magliana esecutore materiale dell’omicidio Pecorelli, secondo altri duepentiti (dei Nar) coautore dell’omicidio di Fausto e Iaio. E molto altro.

3. La vulgata mainstream di oggi, su alcuni quotidiani, è che «senza l’aggravante mafiosa a Roma non avrebbe vinto la Raggi», insomma se si fosse saputo prima che non era “mafia” le cose nelle urne sarebbero andate diversamente. Beh, è una sciocchezza. Raggi ha vinto perché i romani avevano capito che in città sia il centrodestra sia il centrosinistra erano in buona parte complici con le associazioni a delinquere di cui sopra, cosa di cui la sentenza di ieri è solo una tra le molte conferme. Sicché per rabbia, disperazione o delusione – scegliete voi – due terzi degli elettori di questa città al secondo turno hanno votato chi complice non era, per il semplice fatto di essere politicamente nuovo e ignoto. Questo è quanto avvenuto poco più di un anno fa, se si hanno gli occhi per vedere, se si parla con le persone.

(continua qui)

Se aprissimo tutte le frontiere del mondo?

Un articolo che sembrerebbe una provocazione ma non lo è. Da The Economist.

 

Per terra c’è un biglietto da cento dollari. Un economista cammina e non se ne cura. Un amico gli chiede: “Non hai visto i soldi?”. L’economista risponde: “Mi è sembrato di aver visto qualcosa, ma ho pensato di averlo immaginato. Se ci fosse stato un biglietto da cento dollari per terra qualcuno lo avrebbe raccolto”.

Se una cosa sembra troppo bella per essere vera, probabilmente non è vera. A volte, però, lo è. Michael Clemens, economista del Centre for global development, un centro studi sulla povertà di Washington, è convinto che ci siano “banconote da mille miliardi di dollari per terra” e che una politica apparentemente molto semplice potrebbe raddoppiare la ricchezza del mondo: aprire i confini delle nazioni.

I lavoratori sono molto più produttivi quando si spostano da un paese povero a uno ricco. Improvvisamente possono entrare in un mercato del lavoro con un grande capitale, aziende efficienti e un sistema legale non arbitrario. Le persone abituate a guadagnarsi da vivere zappando la terra cominciano a guidare i trattori. Quelli che fabbricavano mattoni di fango a mano cominciano a lavorare con gru e scavatrici. Quelli che sanno tagliare i capelli trovano clienti più ricchi che pagano meglio.

Esaminare l’ipotesi dell’apertura
“La manodopera è la risorsa più preziosa del mondo, eppure a causa delle regole sull’immigrazione gran parte di questa risorsa viene sprecata”, spiegano Bryan Caplan e Vipul Naik in A radical case for open borders (Una tesi radicale in favore dei confini aperti). I lavoratori messicani che emigrano negli Stati Uniti guadagnano in media il 150 per cento in più. I nigeriani non qualificati guadagnano il 1.000 per cento in più. “Costringere i nigeriani a restare in Nigeria è una scelta economicamente insensata come lo sarebbe costringere gli agricoltori a coltivare l’Antartide”, scrivono Caplan e Naik. Anche i benefici non economici sono evidenti. Negli Stati Uniti un nigeriano non può essere schiavizzato dagli islamisti di Boko haram.

I potenziali vantaggi dei confini aperti fanno impallidire quelli di un mercato libero e naturalmente anche quelli degli aiuti internazionali. Eppure l’idea viene generalmente considerata irrealizzabile. Nella maggior parte dei paesi del mondo la percentuale delle persone favorevoli non supera il 10 per cento. Nell’epoca della Brexit e di Donald Trump, proporla sarebbe un suicidio politico. Ciononostante vale la pena chiedersi cosa potrebbe accadere se i confini venissero effettivamente aperti.

Per chiarire, “confini aperti” significa che le persone sarebbero libere di spostarsi per cercare lavoro. Non significa “abolire i confini” o “abolire lo stato-nazione”. Al contrario, il motivo per cui la migrazione è così allettante è proprio che alcuni paesi sono gestiti nettamente meglio di altri.

Per abbandonare il proprio paese servono coraggio e resistenza

I lavoratori dei paesi ricchi guadagnano più di quelli dei paesi poveri perché sono più istruiti, ma soprattutto perché vivono all’interno di società che nel corso degli anni hanno sviluppato istituzioni che favoriscono la prosperità e la pace. È difficile replicare le istituzioni canadesi in Cambogia, ma è molto facile per una famiglia cambogiana trasferirsi in Canada. Il modo più rapido per eliminare la povertà assoluta sarebbe permettere alle persone di lasciare i luoghi dove questa povertà sopravvive. La loro povertà diventerebbe più visibile per i cittadini del mondo ricco – che vedrebbero molti più liberiani o bengalesi servire ai tavoli delle loro città – ma anche molto meno grave.

Quante persone deciderebbero di partire se i confini fossero aperti? L’istituto di sondaggi Gallup ha rilevato che 700 milioni di persone – il 14 per cento della popolazione mondiale – sceglierebbero l’emigrazione permanente se potessero, e un numero ancora maggiore sceglierebbe l’emigrazione temporanea. Circa 147 milioni di persone sceglierebbero di trasferirsi negli Stati Uniti, 35 milioni nel Regno Unito e 25 milioni in Arabia Saudita.

In realtà i numeri di Gallup potrebbero essere sovrastimati. Non sempre le persone fanno quello che dicono di voler fare. Per abbandonare il proprio paese servono coraggio e resistenza. I migranti devono dire addio ad amici e parenti, alle tradizioni familiari e alla cucina della nonna. Molti preferirebbero non fare questo sacrificio, anche rinunciando a una grossa ricompensa materiale.

In Germania gli stipendi sono il doppio rispetto alla Grecia e in base alle regole dell’Unione europea i greci sono liberi di trasferirsi in Germania, ma solo in 150mila lo hanno fatto dall’inizio della crisi economica, su una popolazione di undici milioni di persone. A Francoforte il clima è orribile e nessuno parla greco. Disparità ancora maggiori, abbinate alla libertà di varcare i confini, non hanno portato ad alcun esodo. Dal 1986 i cittadini della Micronesia possono vivere e lavorare senza un visto negli Stati Uniti, dove il reddito pro capite è venti volte più alto rispetto al loro paese. Due terzi scelgono di restare in Micronesia.

Dipende dai percorsi
Nonostante queste precisazioni, però, è molto probabile che i confini aperti alimenterebbero un forte flusso di migranti. La differenza tra i paesi ricchi e quelli poveri al livello globale è molto più grande rispetto a quella tra i paesi ricchi e quelli poveri in Europa, e i paradisi nel Pacifico come la Micronesia non abbondano. Molti paesi poveri sono anche violenti o caratterizzati da governi oppressivi.

Inoltre la migrazione è, in linguaggio tecnico, “dipendente dai percorsi”. Comincia sempre al rallentatore: di solito la prima persona a spostarsi dal paese A al paese B arriva in un luogo dove nessuno parla la sua lingua o sa cucinare i noodles come si deve. Ma il secondo migrante – magari fratello o cugino del primo – avrà qualcuno che potrà fargli fare un giro e farlo ambientare un po’. Mentre si sparge la voce che il paese B è un bel posto in cui vivere, un numero sempre maggiore di persone parte dal paese A. Quando arriva, il millesimo migrante trova un intero quartiere di compatrioti.

In questo senso le cifre di Gallup potrebbero anche essere sottostimate. Oggi al mondo vivono 1,4 miliardi di persone nei paesi ricchi e sei miliardi nei paesi non ricchi. Non è difficile immaginare che nel giro di qualche decennio, un miliardo (almeno) di queste persone possa emigrare se non ci saranno ostacoli legali al movimento. Evidentemente una migrazione di questa portata trasformerebbe i paesi ricchi in un modo imprevedibile.

Una fiera del lavoro per rifugiati a Berlino, l’8 giugno 2017.  - Sean Gallup, Getty Images

Una fiera del lavoro per rifugiati a Berlino, l’8 giugno 2017. (Sean Gallup, Getty Images)

Di solito gli elettori dei paesi di destinazione non si preoccupano troppo per un po’ di immigrazione, ma temono che l’apertura dei confini porterebbe “un’invasione di stranieri” che peggiorerebbe la loro vita e magari minaccerebbe il sistema politico che ha reso appetibile il loro paese. Hanno paura che la migrazione di massa porti un aumento dei crimini e del terrorismo, stipendi più bassi per i locali, un peso insostenibile per lo stato sociale, uno sconvolgente sovraffollamento ed effetti culturali nefasti.

Se un numero enorme di persone migra dalla Siria sconvolta dalla guerra, dal Guatemala in mano ai criminali o dall’instabile Congo, porta il caos nei paesi di destinazione? È un timore comprensibile (e naturalmente sfruttato dai politici contrari all’immigrazione) ma a sostenerlo ci sono soltanto congetture e prove aneddotiche. Certo, alcuni immigrati commettono reati e sconvolgenti atti di terrorismo. Ma negli Stati Uniti i figli degli stranieri hanno un quinto delle possibilità di essere incarcerati rispetto agli altri. In alcuni paesi europei come la Svezia, i migranti hanno più probabilità dei locali di finire nei guai, ma solo perché è più probabile che siano giovani e maschi. Uno studio dei flussi migratori condotto tra il 1970 e il 2000 su 145 paesi dai ricercatori dell’università di Warwick ha stabilito che l’immigrazione tende più a ridurre il terrorismo che ad aumentarlo, soprattutto perché la migrazione incoraggia la crescita economica.

L’immigrazione su larga scala peggiorerebbe la situazione economica dei paesi di arrivo? Finora non è successo. Rispetto agli autoctoni, gli immigrati portano più spesso idee nuove e avviano un’attività commerciale, in molti casi assumendo anche personale del posto. In generale i migranti hanno meno possibilità di attingere alle finanze pubbliche, a meno che le leggi locali non gli impediscano di lavorare, come accade ai profughi che chiedono asilo nel Regno Unito. Un forte afflusso di lavoratori stranieri potrebbe ridurre leggermente gli stipendi locali con qualifiche simili, ma la maggior parte degli immigrati presenta capacità diverse. I medici e gli ingegneri stranieri risolvono il problema della carenza di alcune qualifiche. I migranti non qualificati si occupano dei bambini e degli anziani, permettendo agli abitanti del luogo di svolgere mansioni più redditizie.

L’apertura dei confini provocherebbe un sovraffollamento? In città come Londra, probabilmente sì. Ma la maggior parte delle città occidentali potrebbe costruire più in verticale di quanto faccia adesso, creando più spazio. Inoltre la migrazione di massa renderebbe il mondo meno affollato in generale, dato che il tasso di natalità dei migranti si riduce rapidamente avvicinandosi molto più alla media del paese ospite che a quella del paese di origine.

L’immigrazione di massa cambierebbe la cultura e la politica dei paesi ricchi? Senza dubbio. Pensate a come gli Stati Uniti sono cambiati (in meglio) passando dai cinque milioni di abitanti in prevalenza bianchi del 1800 ai 320 milioni di oggi, con etnie e culture diverse. Questo, però, non dimostra che le future ondate migratorie sarebbero sicuramente benigne. I nuovi arrivati provenienti da paesi illiberali potrebbero portare con sé tradizioni indesiderate, come la corruzione politica o l’intolleranza verso i gay. Se arrivassero in numero consistente, potrebbero votare un governo islamista o uno che aumenti le tasse per gli abitanti del posto favorendo i nuovi arrivati.

Un pensiero creativo
È innegabile che esistono rischi concreti se l’apertura dei confini fosse immediata e non accompagnata dalle politiche necessarie per assorbire il flusso. Ma un po’ di pensiero creativo potrebbe mitigare quasi tutti i rischi e superare le obiezioni più comuni.

Se la preoccupazione è che gli immigrati possano sfruttare la possibilità di votare per imporre un governo non gradito agli abitanti locali, si potrebbe impedire agli immigrati di votare per cinque anni (o dieci, o addirittura per sempre). Potrebbe sembrare una presa di posizione dura, ma è comunque meglio che non lasciarli entrare. Se la preoccupazione è che i migranti del futuro non possano contribuire economicamente, perché non aumentare il prezzo del visto, o far pagare una tassa extra, o limitarne l’accesso allo stato sociale? Questi strumenti potrebbero essere usati per regolare il flusso di migranti, evitando ondate improvvise e sproporzionate.

Sembrano concetti terribilmente discriminatori, e lo sono. Ma per i migranti uno scenario simile sarebbe comunque meglio dello status quo in cui sono esclusi dal mercato del lavoro dei paesi ricchi a meno di pagare decine di migliaia di dollari ai trafficanti, per poi lavorare in nero e rischiare la deportazione. Oggi milioni di migranti lavorano nei paesi del golfo Persico, dove non hanno alcun diritto politico. Ciononostante continuano ad arrivare, nessuno li costringe.

“I confini aperti renderebbero gli stranieri molto più ricchi, di miliardi di dollari”, scrive Caplan. Un elettore consapevole, anche se disinteressato al benessere degli stranieri, non dovrebbe dire “e allora?”, ma “sul tavolo ci sono miliardi di dollari, cerchiamo di fare in modo che i miei concittadini possano accaparrarsene una fetta. I governi usano continuamente tasse e trasferimenti per ridistribuire le risorse dai giovani agli anziani e dai ricchi ai poveri. Perché non usare gli stessi strumenti politici per ridistribuirle dagli stranieri ai locali?”. Se un mondo caratterizzato dal libero movimento sarebbe più ricco di miliardi di dollari, i liberali dovrebbero essere pronti ad accettare grandi compromessi politici pur di realizzarlo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

(fonte)

“Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni“: parla Tito Boeri

“Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni“. Tito Boeri torna ad avventurarsi in un terreno minato: per la terza volta in due mesi tenta di spiegare all’opinione pubblica l’importanza del ruolo che gli immigrati regolari rivestono nella tenuta complessiva del sistema pensionistico. Un tentativo in cui non viene minimamente sostenuto dal principale partito della sinistra, il Pd, e in cui si trova sotto il fuoco incrociato delle opposizioni guidate dalla Lega Nord. Per Salvini il presidente dell’Inps “vive su Marte”, mentre Deborah Bergamini (Forza Italia) usa l’ironia, sottolineando che “l’Inps non è l’Istituto nazionale previdenza stranieri”. Detto del silenzio del Partito Democratico (tranne il timido tentativo dei deputati Patriarca e Gelli e della senatrice Puglisi), l’unica a sostenere la posizione di Boeri è la presidente della Camera Laura Boldrini. Una coppia, quella formata da Boldrini e Boeri, a cui quel pezzo di sinistra che coincide con il Pd sembra aver demandato le questioni più spinose per il centrosinistra. In tal senso, val la pena sottolinearlo, quello dei migranti è un tema così scottante da consigliare il silenzio ai vertici dem, con Boeri usato come parafulmine per gli strali del centrodestra.

LE PAROLE DEL PRESIDENTE DELL’INPS – “Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi in contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Inps”, ha spiegato il presidente dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, in un’audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti. “I lavoratori che sono stati regolarizzati con le sanatorie non hanno sottratto opportunità ai loro colleghi – ha proseguito Boeri – le analisi evidenziano che la probabilità di separarsi da un’impresa per i colleghi degli emersi è pari al 42%, e se il numero di emersi cresce tale probabilità aumenta solo del’1%. L’effetto di spiazzamento è dunque molto piccolo e riguarda unicamente i lavoratori con qualifiche basse. Non ci sono invece effetti per i lavoratori più qualificati, né in termini di opportunità di impiego né di salario”. “Mentre i migranti che entrano nel mercato del lavoro italiano sono per la maggior parte dei casi a bassa qualifica, la quota degli italiani non laureati che scelgono di emigrare per motivi economici è dimezzata tra il 2007 e il 2015. Sembra difficile perciò ipotizzare che la fuga dei giovani dal nostro Paese possa essere dovuta alla competizione sul mercato del lavoro con gli immigrati”, ha aggiunto il presidente dell’Inps.

Secondo quanto emerge dai dati delle ispezioni di vigilanza Inps nel periodo 2013-2015 nelle aziende, un lavoratore in nero su tre è clandestino. Boeri spiega che la regolarizzazione dei lavoratori immigrati porta a “un’emersione persistente nel tempo di lavoro altrimenti svolto in nero”: dopo le sanatoria del 2002 del 2012, l’80% degli immigrati risulta contribuente alle casse dell’Inps anche cinque anni dopo la regolarizzazione. “Il confronto pubblico – afferma Boeri – dovrebbe incentrarsi su come inserire gli immigrati stabilmente nel nostro mercato del lavoro regolare. L’integrazione nel mercato del lavoro contribuirebbe anche a migliorare la percezione che gli italiani hanno degli immigrati”.

“La forte crescita di rifugiati non compensa il mancato arrivo di immigrati regolari”, ha spiegato ancora Boeri denunciando “il sostanziale azzeramento delle quote del decreto flussi” per i lavoratori stranieri. Infatti “i centri di accoglienza dei rifugiati sono concentrati in aree rurali, dove ci sono meno opportunità di impiego”. Ad esempio, i Cas del Piemonte ospitano mediamente tre rifugiati per 1000 abitanti, ma questo rapporto è pari alla metà a Torino ed è quasi sempre inferiore nei comuni capoluogo che nelle relative province. Inoltre “gli incentivi al lavoro regolare da parte dei rifugiati – dice Boeri – sono limitati dal fatto che il permesso per attesa richiesta asilo politico non può comunque essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro”.

BOERI E IL RUOLO DEI MIGRANTI: I PRECEDENTI – Boeri aveva affrontato la questione già il 16 giugno: “Se oggi chiudessimo le frontiere agli immigrati non saremmo in grado di pagare le pensioni e i nostri sistemi di protezione sociale: versano 8 miliardi e ne prelevano 3, con un surplus di circa 5 miliardi”, aveva già spiegato il presidente dell’Inps partecipando alla Repubblica delle Idee. “Molti migranti tornano nei paesi di origine prima di arrivare all’età pensionistica e spesso, malgrado ci siano le leggi, non la richiedono. Usiamo moltissimo questi contributi che – conclude – finiscono per essere a fondo perduto“. Il 4 luglio l’economista ribadiva le proprie ragioni illustrando alla Camera la relazione annuale dell’Inps: “Non abbiamo bisogno di chiudere le frontiere. Al contrario, è proprio chiudendo le frontiere che rischiamo di distruggere il nostro sistema di protezione sociale”, spiegava commentando una simulazione che guarda all’ipotesi di azzeramento dei flussi guardando all’evoluzione da qui al 2040 “in entrata di contribuenti extracomunitari“. Questo, ha spiegato Boeri, porterebbe “73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi” per le casse dell’Istituto. Valori che comporterebbero“una manovrina in più da fare ogni anno per tenere i conti sotto controllo”.

LE REAZIONI: CENTRODESTRA ALL’ATTACCO, PD IN SILENZIO –Immediato è scattato il fuoco di fila di chi fa dei migranti il nemico da combattere. Durissima la critica del leader della Lega Nord Matteo Salvini: “‘Gli immigrati ci pagano le pensioni… Gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare… Servono più immigrati’. Tito Boeri, presidente dell’Inps, vive su Marte” ha scritto su Twitter il segretario del Carroccio, che sintetizza in 140 caratteri le posizioni già espresse dai suoi colleghi di partito. Tra questi, da segnalare Roberto Calderoli: “Sbaglia il presidente INPS, Tito Boeri, ad ostinarsi a ripetere che gli immigrati non hanno sottratto il lavoro agli italiani – ha detto Calderoli – Una bugia contraddetta dai numeri forniti dallo stesso Boeri incrociati con quelli forniti dall’Istat: se da una parte la percentuale di giovani immigrati che pagano regolari contributi previdenziali è salita al 35%, dall’altra la percentuale di nostri giovani che non hanno un lavoro è intorno al 40%, questo significa semplicemente che i giovani immigrati hanno tolto il lavoro ai giovani italiani che sono costretti ad andarsene all’estero in cerca di opportunità professionali”. Non meno tenere le parole utilizzate sempre su Twitter da Deborah Bergamini di Forza Italia: “Inps = Istituto nazionale di previdenza stranieri? No, perché a legger Boeri viene il dubbio…” ha scritto la responsabile comunicazione di Forza Italia. Già lo scorso 4 luglio, del resto, Bergamini aveva fatto notare al presidente Boeri che “i costi dell’immigrazione irregolare, di qui al 2040, andrebbero a creare un buco nei conti dello stato di 85,6 miliardi”.

LE REAZIONI: LAURA BOLDRINI STA CON BOERI – L’unico nome di peso della politica italiana a sostenere il presidente dell’Inps è stata Laura Boldrini. “Il 65% degli italiani (contro il 21% dei tedeschi) considera i rifugiati un peso perché godono di alcuni benefit, secondo loro, mentre si ignora il contributo positivo che invece danno in termini di saldi fiscali e contributivi, come ci ricorda sempre il Presidente dell’Inps Tito Boeri” ha detto la presidente della Camera, presentando i dati della relazione finale della Commissione Cox sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo. Per la Boldrini sui temi dell’immigrazione c’è una “clamorosa divaricazione tra i numeri e la realtà percepita. E sono soprattutto le persone che non conoscono, che non hanno accesso ai dati, le persone che probabilmente si limitano ad ascoltare certi esponenti politici o a leggere alcuni giornali, che sono più frequentemente portatrici di atteggiamenti di odio. Purtroppo chi non sa è portatore di odio“.

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«Stanno smantellando il pool antimafia»: cosa disse Borsellino al CSM

“Ho senza esitazione parlato di segnali di smobilitazione del pool antimafia, nè temo mi si possa rispondere che il pool è stato anzi arricchito di nuovi elementi, poichè non si arricchisce certo un pool, se la sua essenza rettamente si intende, aumentando il numero dei suoi magistrati senza gli opportuni criteri di scelta e contemporaneamente disattendendo le ragioni stesse della creazione di tale organismo”. Sono le parole, nette e pesanti, che Paolo Borsellino, il 31 luglio del 1988 pronunciò davanti al Comitato antimafia del Csm per spiegare alcune sue dichiarazioni, rilasciate nei giorni precedenti, in un evento pubblico e con due interviste. Il pool antimafia di Palermo, di cui Borsellino aveva fatto parte prima di essere nominato procuratore capo a Marsala, “allo stato rappresenta l’unico organismo di indagine ancora efficace in materia di criminalità mafiosa, stante la carenza indubitabile delle forze di Polizia”, sottolineò il giudice, come emerge dall’audizione disponibile integralmente per la prima volta, dopo la desecretazione degli atti disposta da Palazzo dei Marescialli in occasione del 25esimo anniversario della strage di via D’Amelio, in cui Borsellino e la sua scorta vennero uccisi dalla mafia.

L’audizione venne svolta qualche mese dopo la nomina di Antonino Meli (preferito dal Csm a Falcone) come consigliere istruttore a Palermo, prendendo così il posto che era stato di Antonino Caponnetto. “Non ho riferito le confidenze dei colleghi – spiegò Borsellino in merito alle preoccupazioni che aveva espresso sullo ‘smantellamento’ del pool – ma mi sono formato una convinzione sulla base di colloqui con persone con cui ho lavorato a lungo, con le quali ho un’intesa perfetta, su quella che era la situazione”. E ancora: “ho quindi riferito questa situazione che mi sembra fosse importantissimo riferire”, affermò il giudice nella sua audizione, perchè “o parliamo per enigmi o per allusioni e diciamo che c’è una caduta di tensione o che manca la volontà politica e la gente non capisce bene che cosa significa, oppure se questi problemi li dobbiamo affrontare concretamente dobbiamo citare fatti e mettere il coltello nella piaga e dire: ‘c’è un organismo centrale nelle indagini antimafia che in questo momento non funziona piu””.

Borsellino si disse “sicuramente allarmato” perchè “quando contemporaneamente si verificano una stanchezza sia dell’opinione pubblica sia degli esponenti culturali su questo problema”, una “poca attenzione dello Stato nel suo momento amministrativo, perchè si continua a tenere la Sicilia, con riferimento agli organi di Polizia, in una situazione di assoluta marginalizzazione” e “quando insieme a ciò, il pool che è l’unico organo investigativo che, parliamoci chiaro, è quello che ha riaperto la questione, per iniziativa prima di Rocco Chinnici e poi di coloro che l’hanno seguito, quando tutto questo va male è certo che sono estremamente allarmato”.

In particolare, Borsellino mise in luce il fatto che “quando un pool sostanzialmente non è messo in condizione di rispondere alla sua attività, a quelle che sono le ragioni fondamentali della sua esistenza, difficili da cogliere se maturate in lunghi anni di funzionamento, e sostanzialmente è ridotto soltanto a un numero di tre, quattro, cinque magistrati che lavorano assieme, non è più un pool”. All’interno dell’Ufficio Istruzione, disse al termine dell’audizione durata 4 ore, “c’è una persona che di entusiasmo ne sa vendere a tutti e in tutti i modi e, pertanto, io sono rimasto sinceramente preoccupato nel momento in cui l’entusiasmo gliel’ho visto perdere. Mi riferisco a Giovanni Falcone”.

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Il piccolo libro di un piccolo leader inadeguato

Leggetevi cosa scrive Francesco Luna sul libro di Matteo Renzi:

Mente ai lettori Renzi? In realtà, Renzi sembra mentire soprattutto a se stesso. La sua infinita autostima, evidentemente, non gli consente di riconoscere i tanti, tantissimi errori che ha compiuto e che hanno gettato l’Italia, per tre anni, in una campagna elettorale continua, distrutto il Partito Democratico e innescato una conflittualità nel Paese che impiegheremo decenni a far rientrare. La sua versione dei fatti è una goffa celebrazione di un ego ipertrofico alle prese con una maldestra operazione di attribuzione ad altri di responsabilità che un uomo di Stato adulto non potrebbe che riconoscere. Uno scaricabarile a 360 gradi, che alla fine dovrebbe consegnarci un leader mondato da tutti i peccati, e quindi in grado di ritrovare lo slancio perduto, e che invece ci consegna un politico svuotato dalle sconfitte, privo di idee, terrorizzato dai propri fallimenti, incapace di indicare il futuro e prigioniero di un passato che preferisce cambiare con lo storytelling, se non proprio negare.

I migranti? Colpa dei governi Berlusconi e Letta che sottoscrissero i patti di Dublino. E invece no, come ha ricordato Emma Bonino, la colpa fu del governo Renzi, che sottoscrisse Triton e ci costringe oggi ad accoglierli tutti nei nostri porti. La caduta di Letta? Colpa della minoranza Pd che gli chiese di sostituirlo. Come se non ricordassimo il logoramento al quale Renzi sottopose Letta sin dal giorno della sua elezione a segretario, con il chiaro obiettivo di indebolirlo per poterlo far fuori. Le banche? Tutta colpa di Bankitalia, di cui Renzi, ingenuo, si era fidato. La promessa mancata di lasciare la politica? Colpa dei suoi sostenitori, che lo hanno supplicato di restare.

Il resto sono piccole scorrettezze e insolenze, come quelle davvero spregevoli a Enrico Letta, accusato addirittura di aver costruito la propria carriera politica sul vittimismo. Lui, che una volta lasciato palazzo Chigi si dimise da parlamentare e si trasferì a Parigi, lasciando davvero, non per finta come Renzi, la politica. E che dire del graffio velenoso a Giuliano Pisapia, accusato di essere stato fra coloro che votarono contro Prodi nel 1998, mentre si sa che Pisapia abbandonò Bertinotti e votò per la fiducia? Una bugia plateale, smascherata dalla Stampa, della quale Renzi non si è ovviamente neppure scusato.

Insomma, un condensato di fiele, che non aiuta nessuno. Un testo costellato di piccole provocazioni, che si chiama “Avanti”, ma che è rivolto all’indietro. Una continua ricerca di rissa, anche con chi da tempo si è stancato di seguirlo in questo modo puerile di fare politica. Nessuna assunzione di responsabilità, nessuna ammissione di un qualsivoglia errore, solo una colossale arrampicata sugli specchi per evitare di rispondere a viso aperto delle proprie azioni. Un’ennesima prova di immaturità, che alimenta i dubbi crescenti in settori sempre più ampi del Paese e delle cancellerie internazionali sulla sua adeguatezza.

(la recensione completa è qui)

Nuove professioni (mafiose): il “facilitatore”

Si tratta di un soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici. Anche in questo caso sono venuti in rilievo professionisti qualificati che avevano un passato nel settore pubblico. In particolare, vengono in considerazione, spesso, ex politici o para-politici, ex funzionari pubblici, che, con la pregressa pratica, hanno imparato a conoscere la macchina degli apparati pubblici, i suoi tempi, i suoi meandri, i suoi passaggi. Ed hanno, quindi, amicizie nel descritto contesto, come nelle organizzazioni che a loro si rivolgono per ottenere le loro prestazioni».

Sono le parole, precise e taglienti, della Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e terrorismo (Dna), presentata il 12 aprile del 2017 e presentata alla stampa (con tanta retorica e sempre troppa poca analisi) qualche settimana fa a Roma. Un quadro impietoso sullo stato di salute delle organizzazioni criminali nel nostro Paese (Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra corona unita e le mafie straniere) sulle risultanze investigative nel periodo che va da luglio 2015 fino a giugno 2016. Una relazione che, in una democrazia matura, avrebbe acceso i riflettori sull’incapacità politica e sociale di contrastare un fenomeno criminale che sembra essere l’unico vero filo rosso che lega l’Italia da nord a sud: le mafie stanno benissimo, sono in ottima salute e continuano imperterrite a fare affari, a stringere relazioni, a prendersi cura dei propri affiliati e a garantirsi un roseo futuro.

Ma torniamo al «soggetto intermedio ed autonomo, a suo modo un professionista nel mondo delle opere e dei servizi pubblici» che, si badi bene, non è un mafioso tout court ma compare per la prima volta nelle parole del procuratore nazionale antimafia: il «facilitatore», com’è chiamato nelle 965 pagine del documento, è l’ultima evoluzione delle mafie che hanno compreso come le relazioni e la conoscenza delle leggi (e dei regolamenti) siano molto più fruttuose delle armi e delle minacce…..

(prosegue sul numero di Left in edicola, oppure lo potete comprare online qui)

Sono tutti uguali

Ci siamo messi in testa una cosa che non si era mai vista. Ma, si sa, a me piace così. Quando mi viene. E poiché da tempo mi dicono che il mio teatro è troppo “politico” (me lo dicono di solito i detrattori avviliti, quelli che hanno bisogno che non ci siano in giro tipi diversi dai falsi cortesi che sono) allora mi sono detto che è vero: che sono terribilmente politico in quelli che scrivo e che recito. Per scelta.

E allora ci siamo detti che in fondo sarebbe proprio una cosa mai vista che la politica entri in teatro. Senza infingimenti. E alla fine lo facciamo davvero: lo spettacolo si intitolerà “Sono tutti uguali” e in scena ci sarà anche un politico, davvero. Che tra l’altro è un amico. E una gran bella penna. Pippo Civati.

E ieri ci siamo permessi di parlarne e mostrare un’anteprima piccola piccola. Ecco: se avete voglia è tutto qui.

Sipario. Poi ne parleremo.

Ecco come Renzi li ha “aiutati a casa loro”: sestuplicando l’export degli armamenti

Per fortuna c’è Giorgio Beretta a rimettere in ordine le date e i numeri. Ecco qui:

Lo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare né sul suo sito personale, né sul portale “Passo dopo passo” e nemmeno tra “I risultati che contano” messi in bella mostra con tanto di infografiche da “Italia in cammino”. Eppure è stata la miglior performance del suo governo. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l’esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l’incremento è del 581% che significa, in parole semplici, che l’ammontare è appunto più che sestuplicato. Una vera manna per l’industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. E’ tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del 1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.

Renzi e il motto di Baden Powell

Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull’Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell: “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. L’imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’UE e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9%), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. E’ in questa zona – che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma – che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Anche questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

Il basso profilo della sottosegretaria Boschi

Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviata alle Camere lo scorso 18 aprile. L’ha trasmessa l’ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza l’ex catechista e Papa girlsi è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”.  Al resto – cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente – la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”. La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

I meriti della ministra Pinotti

Non c’è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. E’ alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il riconoscimento di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo. Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante i slittamenti della data dovuti – secondo fonti ben informate – alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.

Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati” tra Italia e Kuwait: rapporti – spiegava il comunicato della Difesa – “che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell’impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell’area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all’export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l’accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali”: ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli.

Le dichiarazioni dell’ex ministro Gentiloni

Una menzione particolare spetta all’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. E’ lui, ex catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in riposta a due “Question Time”. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta ad un’interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un’industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l’Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d’arma vietati”. Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.

Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un’interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all’Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Ventimila bombe da sganciare in Yemen

Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un’assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non solo ha dimostrato l’utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).

Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l’azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l’anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).

La legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”, ma – su questo punto – nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l’attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell’esportare sistemi militari?

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