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Politica

«Nessun contenimento della spesa pubblica e corruzione devastante»: lo dice la Corte dei Conti

Tanto per imparare a pesare promesse e effettivi risultati leggetevi cosa dice la Corte dei Conti:

Nessun rientro della spesa, corruzione “devastante” e riforme pasticciate. È il giudizio tutt’altro che lusinghiero formulato dalla Corte dei Conti nella relazione sul rendiconto generale dello Stato 2016. Sul fronte della lotta alla corruzione – sostiene il procuratore generale Claudio Galtieri – il sistema dei controlli “si struttura in una serie di ‘sottosistemi’ a connessione estremamente debole fra di loro, tanto da correre il rischio di essere un ‘non sistema‘ al cui costo complessivo, non indifferente, non corrisponde una proporzionale utilità”. Tale sistema, dice ancora Galtieri, “è scarsamente efficace per contrastare quei comportamenti illeciti i cui effetti negativi sulle risorse pubbliche sono spesso devastanti”. Secondo il magistrato serve quindi “un ripensamento globale e senza pregiudizi di tutti i meccanismi di controllo” per “semplificare il quadro normativo eliminando interferenze e parziali sovrapposizioni”. In questo modo, conclude, sarebbe più facile raggiungere un duplice obiettivo: “Dare una spinta all’efficienza della spesa con effetti positivi anche sul mercato e contribuire ad aumentare concretamente il livello del contrasto a fenomeni di illecito e di corruzione”.

“Spending review non ha prodotto risultati” – Se la lotta alla corruzione arranca, allo stesso modo le risorse pubbliche soffrono per la mancata attuazione della spending review, parola d’ordine di ogni esecutivo dell’ultima legislatura. O quantomeno per il suo uso disinvolto nel finanziare, di volta in volta, le priorità del momento. Per la magistratura contabile, “le misure messe in atto sembrano avere salvaguardato l’operare di interventi di sostegno dei comparti produttivi”, ma “non hanno prodotto risultati di contenimento del livello complessivo della spesa”. Per questo, dice presidente delle sezioni riunite Angelo Buscema: “Resta ancora attuale la necessità di una revisione attenta di quanto può, o non può, essere a carico del bilancio dello Stato”.

“Occorre percorso rientro rigoroso” – Tradotto, i 29,9 miliardi che il commissario alla spesa pubblica Yoram Gutgeld sostiene di avere risparmiato nella relazione presentata la scorsa settimana, sono già spesi o già impegnati per sostenere le attività del governo. E così la spesa corrente – come sottolineato da tutti gli operatori – invece di diminuire, ha superato per la prima volta quota 700 miliardi di euro. La Corte, a suo modo consiglia di stringere la cinghia della flessibilità: il debito pubblico italiano è talmente elevato che serve un percorso di rientro più rigoroso di quanto chiesto dalla Ue. “L’elemento di maggiore vulnerabilità dell’economia italiana – vale a dire l’elevato livello del debito – impone alla politica economica, ben di più di quanto non derivi dai vincoli fissati con le regole europee sui conti pubblici, di proseguire lungo un percorso di rientro molto rigoroso”. Questo obiettivo, aggiunge Buscema, deve essere perseguito “attraverso un’attenta gestione dei conti pubblici che garantisca il raggiungimento, in tempi certi, degli obiettivi programmati di saldo e di debito, scongiurando inversioni di segno negativo delle aspettative dei mercati”.

L’incompiuta Madia – E se Gutgeld lo scorso 20 giugno si augurava “di leggere un po’ meno sulla stampa che in Italia la spending o non si è fatta o si è fatta male”, tanto che proprio questa mattina difendeva l’Italia virtuosa dalle colonne del Corriere della Sera, questa volta a dirlo non sono i giornali, ma la magistratura contabile. Che critica non solo i conti dello Stato, ma anche le riforme ritenute cruciali come quella della pubblica amministrazione e la politica economicadel governo, insufficiente a colmare il gap con il resto dell’Unione. “Il bilanciamento della politica economica e della gestione della finanza pubblica appare particolarmente complesso per l’Italia, dove il recupero della crescita del prodotto interno lordo, dopo la lunga crisi, appare ancora troppo modesto e, soprattutto, in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali Paesi”, scrive ancora Buscema. Quanto all’opera del ministro Marianna Madia, più volte azzoppata dai rilievi della Consulta, “non si può fare a meno di notare” – aggiunge il procuratore Galtieri – che sembra “scontare una serie di incertezze di fondo su taluni temi cruciali e a valenza strategica quali quelli delle società partecipate e della dirigenza”. Una specie di incompiuta, a volte in contraddizione con se stessa, se è vero che le incertezze “hanno determinato un andamento non lineare non solo delle modalità e dei tempi del processo riformatore, ma anche, per taluni aspetti, della stessa filosofia innovativa su cui la riforma si deve fondare”.

“Consip centrale ma valutarne risultati” – Buscema dedica un passaggio della sua relazione anche alla Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione, che ha contenuto le spese ma i cui risultati devono passare da una verifica più approfondita. “Sul fronte degli acquisti – scrive il magistrato contabile-, si è confermata la centralità del programma di razionalizzazione delle procedure tramite Consip nelle politiche di contenimento della relativa spesa, anche se è emersa nel corso degli ultimi anni l’esigenza di una verifica dei risultati più rispondente a dati reali.  “Per lo Stato – continua poi Buscema – nonostante l’incremento della spesa mediata da Consip, l’acquisizione di beni e servizi risulta ancora in prevalenza effettuata con il ricorso alla procedure extra Consip”.

(fonte)

Si sono perse le carte di Ustica. Così la desecretazione è diventata una truffa.

(Alessandra Ziniti per la Repubblica)

Dagli archivi desecretati è venuta fuori solo carta straccia. Niente che non si conoscesse già e soprattutto nessun documento dei giorni e dei mesi immediatamente successivi a quel 27 giugno 1980 quando “in uno scenario di guerra sul mar Mediterraneo” – come hanno accertato diverse sentenze – un aereo militare di non si sa quale nazione sparò un missile che, sul cielo di Ustica, colpì in pieno il Dc 9 dell’Itavia in volo da Bologna a Palermo.

Domani saranno 37 anni dalla strage e Daria Bonfietti dà voce alla rabbia e alla delusione dei familiari delle 81 vittime. “Avevamo molto sperato che la direttiva Renzi potesse davvero portare alla desecretazione di documenti che avrebbero potuto dirci chi c’era quella notte in cielo e in mare, consentirci finalmente di ricostruire uno scenario reale ma posso solo esprimere tutto il nostro sconcerto per un Paese che non è in grado di custodire la documentazione prodotta.

“Basta dire che – tre anni dopo la direttiva Renzi che dispone la desecretazione degli atti sulle stragi degli anni ’60-’70-’80 – il ministero dei Trasporti non ha depositato nulla se non qualche atto già noto della commissione Luttazzi. Alle nostre pressanti richieste gli uffici hanno risposto che non c’è ombra di documentazione alcuna e che non hanno neanche idea di dove dovrebbero essere i loro archivi “.

È una vicenda paradossale quella per la quale ora l’associazione dei familiari delle vittime di Ustica chiede un intervento politico e della magistratura per individuare i responsabili della “sparizione” di tutti i documenti coevi alla strage, Denuncia ancora Daria Bonfietti: “Non c’è nulla dell’aviazione civile né del gabinetto del ministro dei Trasporti, lo Stato maggiore della Marina non porta nessun documento dal 1980 al 1986, in prefettura a Bologna non è stato depositato nulla. Per non parlare della beffa dei documenti dei Servizi segreti: solo un’enorme rassegna stampa e schede sui giornalisti che scrissero articoli sul caso. E con i nomi in chiaro. Invece di indagare su quel che accadde quella notte, i nostri Servizi indagarono sui giornalisti”.

Per i familiari delle vittime di quel disastro aereo, la direttiva Renzi è un fallimento. Che si aggiunge alla delusione per le mancate risposte alle rogatorie internazionali chieste negli ultimi anni dai pm italiani ai colleghi di diversi paesi. “Oggi – osserva Bonfietti – diverse sentenze definitive sia penali che civili hanno messo nero su bianco che il Dc9 fu abbattuto da un missile in uno scenario di guerra e hanno condannato i ministeri italiani a risarcire i familiari delle vittime per non aver saputo garantire la loro sicurezza e aver nascosto la verità. Resta un grande vulnus nelle indagini, quello di riuscire a mettere una targa a quegli aerei”.

Dito puntato contro lo stato disastroso degli archivi italiani e contro la reale volontà della politica di mettere a disposizione i documenti secretati anche da parte di Ilaria Moroni, direttrice dell’archivio Flamigni e responsabile della rete degli archivi “Per non dimenticare”.

“A parte il fatto che non esiste alcuna digitalizzazione di questi documenti, noi non abbiamo gli strumenti per verificare se e che cosa ci sia. Certo, sembra incredibile che al ministero dei Trasporti nessuno sia in grado di dire dove  sia la documentazione della Marina e dell’Aviazione dal giugno 80 in poi. A cominciare dai registri amministrativi come quelli sulle presenze delle navi. Loro si appellano alla sciatteria della tenuta degli archivi, ma le carte non si muovono da sole. Se sono sparite qualcuno deve averlo fatto. E oggi deve essere chiamato a risponderne. Per questo oggi chiediamo che il governo faccia dei passi politici. Si ordini un’ispezione interna e si individuino le responsabilità “.

Tutte le bugie di Trump

Il New York Times mette in fila le bugie di Trump. Ecco l’articolo del Corriere:

«Molti americani si sono abituati alle bugie del presidente Trump. Ma per quanto regolari esse siano, il paese non dovrebbe consentirsi di diventare insensibile. Per questo abbiamo catalogato quasi tutte le bugie evidenti che ha detto pubblicamente da quando ha giurato per entrare in carica». Il New York Times spiega così la genesi dell’incredibile lavoro che presenta ai suoi lettori e al mondo: la documentazione dettagliata di tutte le false affermazioni del presidente degli Stati Uniti, dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca fino a mercoledì scorso, dal 21 gennaio al 21 giugno.

 

Cinque mesi

Cinque mesi scandagliati con meticolosità, che portano il giornale più avverso a questa presidenza ad affermare che Trump è riuscito a realizzare «qualcosa di notevole»: «Ha detto una cosa non vera, in pubblico, ogni giorno per i primi 40 giorni del mandato». Presosi una pausa il 1° marzo, The Donald ha poi riacquistato un ritmo notevole, «mentendo per almeno 74 giorni su 113». «Semplicemente — afferma il Nyt —, non ci sono precedenti di un presidente americano che passi tanto tempo a dire bugie. Ogni presidente ha offuscato la verità e detto balle occasionali. Nessun altro presidente — di nessun partito — si è mai comportato come Trump. Sta cercando di creare un’atmosfera in cui la realtà è irrilevante». Il giornale è però convinto che la mendacia sistematica del leader qualche traccia la stia lasciando: «Quasi il 60 per cento degli americani ritiene che il presidente non sia onesto, contro il 53 di quando entrò in carica». Passerà alla storia come la guerra delle fake news, e il vincitore non è scritto.

La lista

Dalla prima bugia, «Barack Obama non è nato in America», sulla quale Trump ha basato la sua campagna elettorale all’ultima, pochi giorni fa: su Twitter il presidente Usa ha paventato l’esistenza di registrazioni dei suoi colloqui con l’ex capo dell’Fbi James Comey salvo poi, a distanza di settimane, affermare che quelle registrazioni non sono in suo possesso.

Le menzogne più eclatanti

Ma vediamo quali sono le menzogne più eclatanti. O le più stupide. «Sono stato sulla copertina di Time 14 o 15 volte. Credo sia un record storico», 21 gennaio (in realtà sono solo 11 contro le 55 di Nixon. «Ho già risparmiato più di 700 milioni di dollari da quando mi sono impegnato nei negoziati sui tagli all’aereo F-35», 6 febbraio (buona parte dei tagli al prezzo era avvenuto prima del suo avvento alla presidenza). «Il tasso di omicidi nel Paese è il più alto da 47 anni», 7 febbraio (era più alto negli anni 80 e 90). «Obamacare copre ben poche persone, e ricordate che bisogna dedurre dal numero tutti quelli che avevano un’ottima assistenza sanitaria che gli è stata tolta», 24 febbraio (l’Obamacare ha offerto copertura sanitaria a 20 milioni di americani). «E’ così patetico che i democratici non abbiano ancora approvato l’intero mio governo», 3 marzo (al Senato mancava la documentazione di due candidati). «Quanto è caduto il basso il presidente Obama a far registrare le mie telefonate durante il processo elettorale. Questo è il Nixon/Watergate», 4 marzo (nessuna prova di intercettazioni). «122 prigionieri, rilasciati dall’amministrazione Obama da Guantanamo, sono tornati a combattere», 7 marzo (ne sono stati liberati 113, ma dal presidente George Bush). «Ero totalmente contrario alla guerra in Medio Oriente», 2 aprile (era per l’invasione, poi cambiò idea). «Mi piace Steve ma ricordate che è stato coinvolto nella mia campagna solo all’ultimo. Non lo conoscevo», 11 aprile (Conosce Steve Bannon dal 2011). «Il deficit commerciale con il Messico è di quasi 70 miliardi di dollari, con il Canada 17», 28 aprile (Gli Usa hanno un surplus, non un deficit, con il Canada di 8,1 miliardi). «Siamo la nazione più tassata al mondo», 4 maggio (non è vero). «La storia della collusione fra russi e la campagna Trump è stata costruita dai democratici come scusa perché hanno perso le elezioni», 12 maggio (l’Fbi sta indagando da prima delle elezioni). «Il dipartimento di Giustizia avrebbe dovuto mantenere l’originale Travel Ban (il divieto di viaggio in Usa per i cittadini di sei Paesi), non doveva presentare questa versione annacquata e politically correct», 5 giugno (la versione è firmata da Trump non dal dipartimento alla Giustizia).

Stefano Rodotà. Noi traduciamo in solidarietà.

«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche.

Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità.»

(Dall’intervista di Simonetta Fiori, Stefano Rodotà: “Dignità, la parola chiave”, la Repubblica, 23 luglio 2013; riportata su MicroMega)

La ‘ndrangheta è “ovunque”: la DNA fotografa un Paese inghiottito dalle mafie


È stata presentata oggi la Relazione annuale 2016 della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo che racconta di come la ‘Ndrangheta sia ormai presente su tutto il territorio nazionale (oltre che nel mondo). Ma anche Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita sono in ottima salute. I loro alleati? Pezzi di politica, professionisti e massoneria. Come sempre.
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Di Battista e Di Maio intanto cominciano a mollare la Raggi

«Mi aspetto che dal secondo anno si mettano in atto quegli interventi che diano percezione del cambiamento», dice Di Maio su Virginia Raggi.

«L’errore più grave di Virginia sono state le nomine. Glielo abbiamo detto tutti, ma lei è andata avanti comunque», dice Di Battista sulla Raggi.

Tutte e due le dichiarazioni sono virgolettate mica per caso ma perché sono state dette esattamente così dai due “leader” del Movimento 5 Stelle. E, avviso per i tifosi sfegatati, non sono nemmeno frase decontestualizzate: sono due frasi dette esattamente per il senso che hanno. Compiuto.

Ma non è questo il punto. Virginia Raggi probabilmente verrà rinviata a giudizio per le spericolate nomine da sindaca di Roma; quando non si ha una classe dirigente purtroppo si deve pescare tra quello che c’è e “quello che c’è” a Roma era il percolato di Alemanno, evidentemente.

Virginia Raggi rinviata a giudizio (mica indagata per le calunnie di qualcuno, no, rinviata a giudizio) sarebbe una vicenda normale per chi non ha costruito su indagini e Procure lo spessore della propria vendetta ma risulta inesorabile per chi, come molti del M5S, sulle indagini ha piantato il timone della propria critica politica.

Dice la Raggi che Beppe Grillo “l’ha incitata a andare avanti” e, secondo lei, noi dovremmo essere a posto così. Ah beh, se lo dice Grilo,

E invece Grillo, anche sulla Raggi, sarà pronto a cambiare idea come successo sullo ius soli: Beppe ha già mostrato di avere imparato la resilienza politica. Si cambia idea quando serve. Si scrive qualcosa quando serve. Si scarica qualcuno se serve.

 

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Una piccola storia di ‘ndrangheta in Brianza

Ne scrive pagina99:

I giorni più importanti della nostra vita a volte si svolgono diversamente da come avevamo immaginato. Per Luca Talice, un ottico brianzolo, questo è particolarmente vero: l’undici gennaio del 2011 è il giorno in cui ha saputo che sarebbe diventato padre. Ma è anche il giorno in cui ha appreso dai giornali di essere indagato per stupro su denuncia di due compagni di partito della Lega Nord, consiglieri come lui al Comune di Seregno.

Un incubo da cui è uscito solo 24 mesi dopo con una sentenza di assoluzione che cita la sua opposizione al Piano di governo territoriale (Pgt) del Comune come possibile causa delle sue sfortune: «La maggioranza si era divisa in due fazioni, la prima schierata con Talice che si opponeva radicalmente alla trasformazione delle aree verdi in edificabili, la seconda facente capo al sindaco». E poi, più in là: «Non hanno bisogno di esser spiegati i forti ed elevatissimi interessi economici sottostanti alla prospettiva di lottizzazione».

Talice, insomma, secondo i giudici è stato vittima di un killeraggio morale, compiuto non si sa da chi, ma certamente in uno dei Comuni della Lombardia dove la ’ndrangheta è più forte, sede della locale di Seregno-Giussano, contesa tra le famiglie Cristello (il capostipite Rocco è stato ucciso a colpi di pistola nel 2008) e gli Stagno (Rocco, un membro della famiglia, fu ucciso nel 2009, in una porcilaia). Attualmente non fa più politica, nel suo negozio ha un armadio pieno di ritagli di giornale e documenti che raccontano la sua vicenda. In vetrina, un libro dedicato a Falcone e Borsellino. «Se avessi saputo contro chi mi mettevo, forse quella lotta non la facevo. Alla fine mia madre ci è morta, per il dispiacere» ci racconta.

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Ci vuole Fedez per dire quello che tutti sanno su Franceschini, SIAE e monopolio

E bravo Fedez, quindi. Ecco l’articolo dell’HP:

“Andate a vedere che lavoro fa la moglie di Franceschini”. Duro attacco di Fedez al ministro dei Beni Culturali e del Turismo Dario Franceschin i che, secondo il rapper e produttore discografico, “è palesemente colluso, colluso forse è troppo, è in conflitto d’interessi con i temi che deve affrontare tra Soundreef e Siae perché sua moglie gestisce gli immobili di Siae”. Durante la conferenza “Compose the future” alla Luiss Enlabs di Roma, il musicista non risparmia accuse nei confronti del ministro: “Non è che lo dico io – spiega al moderatore – è un fatto oggettivo, perché se tua moglie gestisce gli immobili e il patrimonio di Siae, è lecito parlare di conflitto di interesse e se l’Europa ti dà una direttiva e tu non la rispetti, ci sono delle domande da porsi ed è legittimo porsele”. Subito la replica dell’onorevole Francesco Boccia (Pd), presente alla conferenza: “Io l’ho visto all’opera su Secondary ticketing e penso che sia stato, in questo quadriennio, un eccellente ministro dei Beni Culturali”, dice a proposito dell’operato di Franceschini. “Voi avete aperto il dibattito sul diritto d’autore, – aggiunge – io vorrei aprirlo su tutta la catena del valore perché se lo apriamo su tutta la catena del valore, forse consentiamo al nostro Paese di fare un salto di qualità”. Ma il rapper, che a margine del convegno ha ironizzato sulle tracce della prima prova dell’esame di maturità, ricordando di non averla mai sostenuta (“Robot? Avrei scelto robot”, ha risposto ai giornalisti), insiste e ribadisce che “per quanto possa essere complesso il discorso e per quanto si possano fare tanti voli pindarici, parliamo di un monopolio che esiste dai tempi di Verdi, da 130 anni, e che ad oggi non cambia”. “Uno può discutere su tante cose – ha proseguito – ma quello che rimane è che l’Europa ha chiesto di togliere il monopolio e la politica non ha tolto il monopolio”.

“Crediamo che sia necessario e importantissimo creare un percorso codificato tra start-up e politica”, ha detto poi l’amministratore delegato di Soundreef Davide D’Atri a margine della conferenza, ideata proprio con l’intento di proporre la creazione di un organismo di tutela per le start-up presso il Mise, per consentire ai giovani imprenditori di interagire con lo Stato e le istituzioni in modo “trasparente e regolamentato”.

“Il monopolio esiste ancora ed è più aggressivo di prima”, afferma l’ad di Soundreef, che oggi conta 25.000 autori a livello mondiale, di cui 8.000 italiani, destinati ad aumentare: “Ci saranno autori americani molto importanti e almeno un altro paio di colpi italiani prima della fine dell’anno – ha annunciato D’Atri, senza lasciarsi scappare un nome ma ribadendo un chiaro interesse “per la fascia giovane”.

Dopo essere sbarcato in Italia nel 2015, l’intento del gestore indipendente di diritti d’autore è ora quello di tornare ad investire all’estero: “Alcuni Paesi ci hanno proposto addirittura di arrivare a sostituire la collecting nazionale”, ha detto Davide D’Atri. “Se in Italia ci rendono la vita difficile – ha proseguito – possiamo fare business fuori dall’Italia riportando i capitali qui”.

“Il mercato non si è ancora aperto, i concorrenti non possono arrivare, – ha concluso Fedez – tutti sappiamo che quando si apre il mercato alla concorrenza chi ne trae beneficio è il fruitore finale: in questo caso si sta cercando di agevolare un monopolio e non gli artisti”.

Alternanza scuola-lavoro: così no

Tanto per tornare  bomba sui contenuti vale la pena leggere i quaderni di Possibile:

Sono appena rientrata da scuola, dove ho trascorso una piacevole mattinata – non la prima, né l’ultima – a riordinare le scartoffie della classe in cui ricopro l’imprescindibile ruolo di tutor d’aula per l’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), l’”innovativo format didattico rispetto alle tradizionali attività scolastiche”[i] con cui ci troviamo a fare i conti fin dall’entrata in vigore della L. 107/2015 (cosiddetta “Buona scuola”). Tale legge, infatti,

“nei commi dal 33 al 43 dell’articolo 1, sistematizza l’alternanza scuola lavoro dall’a.s. 2015-2016 nel secondo ciclo di istruzione, attraverso:

  1. la previsione di percorsi obbligatori di alternanza nel secondo biennio e nell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado, con una differente durata complessiva rispetto agli ordinamenti: almeno 400 ore negli istituti tecnici e professionali e almeno 200 ore nei licei, da inserire nel Piano triennale dell’offerta formativa; […]”[ii]

Forme di ASL light erano già state introdotte in forma facoltativa da Letizia Moratti tra 2003 e 2005, nel contesto di quella che appariva una lotta alla dispersione scolastica secondo l’ottica della destra. Lungi dal raggiungere quello scopo, hanno finito invece per amplificare quella più generale tendenza che, da Moratti a Gelmini, fino agli attuali governi Renzi e Gentiloni, sembra aver di mira una sola cosa: ridurre l’orario scolastico e svuotare la scuola dei propri compiti istituzionali, che riguardano la formazione intellettuale, culturale e civile delle giovani generazioni. Un quindicennio di progressivo smantellamento della scuola pubblica e di svilimento del ruolo sociale dell’insegnante: da fannullone a grigio burocrate, sempre comunque connotato in senso negativo.

E, in effetti, mi rendo conto tristemente – mentre controllo le carte, fotocopio moduli, verifico orari e presenze – che quest’ultima rischia di essere una profezia che si autoavvera. Nel frattempo, non posso però impedirmi di pensare e di giungere alla conclusione che l’universalizzazione della ASL voluta con la L. 107/2015 non è né utile né necessaria, anzi piuttosto dannosa, in quanto sottrae alla scuola tempo – tanto tempo! – ed energie preziose per svolgere i compiti che le sono – sarebbero – propri, in quanto interviene a spezzare il ritmo del lavoro scolastico di costruzione dei saperi disciplinari, che ha un ruolo fondamentale nella formazione delle persone e rappresenta un momento unico nelle loro vite e un ponte necessario per l’accesso al mondo degli studi universitari – in cui, giova ricordarlo, l’Italia è fanalino di coda in Europa e non per responsabilità esclusiva della scuola.

Scuola che è vista ormai non più come valore in sé, come veicolo di cittadinanza e di uguaglianza, ma come funzionale ad altro, piegata alle esigenze di un mondo esterno presentato senza alternative (“There Is No Alternative” è il mantra di questi anni). Fine del luogo in cui si apprende il pensiero critico, si riflette sul dover essere, ma totale appiattimento su un esistente rappresentato dalle “filosofie” aziendali di McDonald’s o di Zara (“I Campioni dell’alternanza” – sic!)[iii]. Riaffermazione dello stereotipo, dell’approssimazione, del linguaggio sciatto che i giovani e le giovani incontrano quotidianamente e da cui la scuola avrebbe il compito di emanciparli/e. Adattabilità è una delle parole chiave dei documenti ministeriali, insieme ad autoimprenditorialità: la scuola deve insegnare ad adattarsi a lavori scarsamente qualificati, precari, non a maturare la coscienza di essere titolari di diritti.

“La scuola deve, infatti, diventare la più efficace politica strutturale a favore della crescita e della formazione di nuove competenze, contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro”[iv].

Come reagire ad affermazioni di questo tenore, di cui non si capisce se siano dettate più da ingenuità o da malafede?

In tutto questo, la scuola – “Campioni” a parte – è stata lasciata sola, di fronte a bacini di assorbimento di manodopera (rigorosamente gratuita: una vera esperienza di lavoro estivo retribuito non fa monte ore) insufficienti, di fronte a enti pubblici in sofferenza di organico e ad aziende, a volte piccole o piccolissime, che non si possono certo permettere di destinare un’unità di personale alla cura di studenti e studentesse in alternanza, e che un domani non saranno mai in grado di assumere chicchessia. Lo stesso nel caso di associazioni di volontariato: chi ha tempo di seguire adeguatamente come tutor aziendale una/un giovane di passaggio? Di botto, migliaia di studenti si sono riversati/e sul territorio per poter maturare quell’esorbitante monte ore, indispensabile d’ora in poi per l’ammissione all’esame di Stato. Di quello Stato che ha stanziato per l’epocale iniziativa 100 milioni di euro all’anno, cioè poche decine di euro a studente, insufficienti a costruire qualsiasi serio progetto formativo. Fateci caso: ogni volta che andate a uno sportello pubblico, troverete una/un giovane dell’aria smarrita che, parcheggiata/o su uno sgabello osserva le operazioni del personale. Sappiate che è una vittima innocente della ASL, e neppure delle più sfortunate.

Impilo carte su carte e la mia mente corre a quell’opuscolo multicolore – chissà perché per parlare di scuola si è pensato di dover regredire a uno stadio infantile? – che ci era stato presentato al grido di “burocrazia zero!”. Mentre io stamattina mi sono trovata a preparare dei fascicoli cartacei che, per ogni studente e per ogni attività, prevedono: Modulo di assunzione di responsabilità da parte delle famiglie, Patto formativo dello/a studente con l’ente ospitante, Calendario delle presenze con orari e firme, Diario di bordo, Scheda di valutazione dello studente da parte dell’ente, Scheda di valutazione dell’attività da parte dello/a studente. In media, una quindicina di fogli A4 per attività per studente. Forse la mia scuola non è abbastanza smart, ma la mia classe, di 21 studenti, quest’anno ha fatto mediamente tre attività, due lo scorso anno e almeno altre due dovrà farne l’anno prossimo, a cui si aggiungono altre due o tre attività scelte solo da alcuni/e: all’esame di Stato, avanzerà verso la Commissione preceduta da circa 2500 fogli A4 di sola ASL! Stamattina, mentre controllavo e assemblavo carte su carte, ho avuto una leggera vertigine al pensiero di quanti fascicoli analoghi si stanno preparando in tutte le scuole d’Italia e mi sono chiesta quanti alberi dovremmo piantare per azzerare l’impatto ambientale della “Buona scuola”.

Dunque, prendiamo atto che la “Buona scuola” non prevede la millantata “burocrazia zero”, ma una “burocrazia mille” (o forse azzera soltanto quella burocrazia che costituisce una garanzia dei diritti delle persone). Innumerevoli sono le operazioni burocratiche che quest’anno si sono sovrapposte anche ad attività che da anni svolgevamo in maniera semplice e diretta, con reciproca soddisfazione nostra, dei/delle nostri/e studenti e degli enti del territorio con cui lavoravamo, già in buona sintonia col mondo “esterno”, senza però rinunciare alle esigenze di quello “interno”.

(continua qui)

Quando non è “né destra né sinistra” è quasi sempre destra

In fondo rimane la consolazione che forse un po’ se ne vergognano anche loro di lucrare sul terrorismo xenofobo che inietta paure senza nemmeno bisogno di bombe. Mi illudo di credere che Grillo, quello che girava i teatri per aprirci gli occhi sul mondo, sappia in cuor suo di avere deciso di cavalcare una “cagata pazzesca” solo per uno’ di autopreservazione, buttandosi mani e piedi tra le braccia di un salvinismo che per sua natura ora gli chiederà ogni giorno di essere un po’ peggio, di urlare un po’ più forte, di sputare un po’ di bava.

E mi piacerebbe vedere l’orda di analisti politici della domenica pomeriggio che insistevano nel dirci che lì, dentro il M5S, ci sarebbero i voti della “sinistra delusa” oppure chi metteva il broncio ogni volta che si faceva notare come il Movimento 5 Stelle (com’è nella natura delle cose in politica) nonostante si sforzi di apparire al di sopra delle parti ogni volta che deve ritornare con i piedi per terra si sieda a destra.

Mi viene da pensare che questi, almeno, non sono fieramente razzisti come quelle quattro teste rasate che rimestano nei conati della nostalgia o come quei leghisti lepenisti da discount che strisciano da leoni da tastiera. Ma mi sbaglio, temo: essendo all’inizio del disvelamento i toni bassi potrebbero essere semplicemente l’inizio di un crescendo che non tarderà di passare dall’osceno al pubblicamente rivendicato.

Beppe Grillo dopo le elezioni amministrative (che dice di avere vinto, come tutti, ogni volta, così allineato anche in questo) ha sparato in sequenza strali contro i migranti, i rom, il Regolamento di Dublino e le solite multinazionali cattive. Il francescano che con l’acqua alla gola non trova di meglio che scalciare contro i deboli è la fotografia perfetta di una fede che più attenta al valore elettorale che ai valori. Quelli che volevano liberare i deboli dalle prepotenze dei potenti ora hanno deciso di dedicarsi alla liberazione degli sfoghi dei prepotenti deboli con i forti che fanno i forti con i deboli. Dentro, tanto per non farsi mancare nulla, ci hanno buttato anche una legge (quella sullo ius soli) che non ha nulla a che vedere con l’immigrazione ma torna utile per un po’ di propaganda sulla razza.

Chissà che ne direbbe, san Francesco. E chissà cosa direbbe, se potesse, Di Battista a guardarsi a braccetto con i beceri che ci aveva promesso di stanare.

Bene. Avanti così.

Buon giovedì.

(continua su Left)