Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 79

Politica

«Un dibattito indegno»: Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio

“Esseri umani. Bisognerebbe parlare con altri toni del tema migranti, invece di utilizzare quelli della politica politichese, ma purtroppo non è così in nessun Paese europeo”. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, è stato ministro per la cooperazione e l’integrazione nel biennio del governo Monti, 2011-2013. “Da quel momento, almeno in termini di fondi a disposizione, la cooperazione ha avuto una svolta, non lo dico per vantarmi”.
“È un’invasione”, strepita una certa politica, e adesso addirittura “aiutiamoli a casa loro”, scrive l’ex premier Matteo Renzi…
Non è un’invasione. Per altro il nostro Paese ha un deficit demografico serio. Altri Stati, come l’Ungheria che alza i muri nel 2025 saranno abitati soltanto da vecchi. Anche se siamo di fronte a un’emergenza reale, quella degli sbarchi, non bisogna neppure dimenticare che il problema percepito è più grande di quello reale. Detto questo, non commento un libro che non ho letto.

Resta quella frase: aiutiamoli a casa loro, non evoca il peggiore leghismo?
Aiutarli a casa loro: è un grande tema, vede. L’illusione è quella che si possa fermare sul bordo del Mediterraneo lo spostamento delle popolazioni. I muri o i blocchi sono scelte semplicistiche. D’altra parte il dibattito che ho sentito l’altro giorno al Senato è stato indegno.

Un mese fa Sant’Egidio ha ospitato l’accordo per il cessate il fuoco in Centrafrica e il patto per una roadmap di pacificazione. Questo è aiutarli a casa loro?
Sant’Egidio fa vivere un’importante rete di cooperazione internazionale. La pacificazione è fondamentale. Gli Stati europei investono più su muri e blocchi.

Chiudere i porti sarebbe una fesseria?
Certo tutta l’Africa non può rifugiarsi in Europa. I giovani in Guinea e Costa d’Avorio non hanno più fiducia in un futuro nel loro Paese. Chiudere i porti non serve a niente, ma l’altro aspetto del problema è che non ho mai visto un presidente africano venire a Lampedusa ad inchinarsi di fronte alla sua gente che fugge o ai suoi cadaveri in mare. Servirebbe un piano Marshall per l’Africa.

Quindi non è soltanto colpa dell’Europa?
Premesso che sono orgoglioso dell’impegno italiano nelle operazioni di salvataggio in mare, ma è sbagliato il vittimismo che mostriamo nei confrontidel l’Europa. Anche perché il problema non è Bruxelles che fa quello che può. Ma i singoli governi dei nostri Staterelli alla deriva, incapaci di trovare un’intesa per una politica comune in tema di sicurezza, difesa e integrazione.

In particolare a chi si riferisce?
Quasi a tutti, la Francia non vuole responsabilità, il blocco dell’Est con l’intesa dei tre mari stravolge l’idea stessa di Europa. Poi ci sono degli errori che ancora ci portiamo dietro, devastanti.

Ad esempio?
La follia della guerra in Libia. Ha destabilizzato l’area. Oggi serve una visione Eurafricana, investire nei fragili Paesi del Sahel, il bordo del Sahara. Ma i governi degli Stati d’Europa non sembrano interessati davvero ad impegnarsi davvero, altro che aiutiamoli a casa loro. Eppure è indispensabile, dobbiamo prepararci all’integrazione, non alzare altri muri che prima o poi crolleranno comunque.
(il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2017)

Sinistra, ultima chiamata. Vediamoci al Camp, ché l’unità si pratica, non si dice.

Si sa, a me questa cosa dell’unità a sinistra mi sta a cuore. Ne ho scritto giusto qualche giorno fa per Linkiesta (qui) dopo la manifestazione di piazza di Santi Apostoli ed è l’augurio che mi sono portato in tasca dopo il Brancaccio. Sono convinto, davvero, che non ci sarebbe nulla di più stupido che rinunciare a un percorso senza nemmeno avere ascoltato, capito e discusso i valori che sono in campo. Perché (lo scrivo fuori dai denti) di quanto si siano simpatici o antipatici gli attori in campo al Paese interessa poco o niente e perché la sinistra si pratica, non si dice. E anche l’unità si pratica; piuttosto che invocarla, deriderla, augurarsela o intestarsela.

Significa che per forza sia necessario andare “tutti insieme”? Ma figuriamoci. Come se non bastassero tutte le ultime esperienze. Sarebbe il caso, piuttosto, di sapere esattamente di cosa stiamo parlando: è un ostacolo non superabile il fatto che alcuni siano arrivati “tardi” nell’avere coscienza della non potabilità di Renzi e la sua politica con la sinistra? Non è una domanda retorica, dico davvero. Che si dica, però: il “non mi fido” o peggio il “non mi ispira” è un ragionamento politico che non ha nessuna presa e nessuna connessione con il Paese reale. Se qualcuno non vuole allearsi per un diverso voto al referendum costituzionale può farlo, per carità. Ma lo dica. Niente gnegneismi. Se qualcuno dall’altra parte non vuole ritrovarsi tra i piedi alcuni vecchi compagni di partito perché non ha smaltito le scorie di un congresso qualsiasi lo dica, chiaramente. Responsabilità significa avere il coraggio (e sentire il dovere) di non camuffare con il senso generale le questioni personali.

Credo che ascoltare da ognuno dei movimenti in campo cosa abbia intenzione di fare nel futuro sia il nodo centrale. Avrei il cuore in pace nel sapere che l’unità non s’ha da fare perché si hanno differenti posizioni sui diritti nel lavoro, sulla riconversione ecologica, nell’impostazione fiscale o per insormontabili differenza ma specificate nei specifici temi. Altrimenti facciamo le cose bene, sul serio. Ascoltandoci, parlandoci, confrontandoci.

Questo è il senso del nostro Politicamp di Reggio Emilia: collegarci (tra noi e con gli elettori) e riunirci. Che se ci pensate la parola riunire è una parola che ha già dentro tutto: dedicarsi del tempo, prendersi la responsabilità dell’ascolto, esercitare il diritto di esprimere le idee. E le riunioni, quelle che funzionano, poi prendono anche decisioni. Insieme. Per manifestarsi, innanzitutto, e arrivare finalmente a un manifesto condiviso.

Il processo “all’incosì” di Matilde C.

Matilde Casa è il sindaco di Lauriano, nella città metropolitana di Torino, e ha fatto l’esatto opposto di quello che avviene nella maggior parte dei nostri territori: ha trasformato un terreno edificabile in area agricola, attraverso una variante al Piano regolatore. La sua scelta politica non solo non ha ricevuto il plauso di politici e amministrazioni locali, ma l’ha costretta ad affrontare un processo penale. Si è trovata sul banco degli imputati con l’accusa di abuso d’ufficio per aver, come lei stessa dice, riportando le parole della pubblico ministero: “impedito la costruzione di quaranta belle villette”.

“Un mondo all’incosì” è la definizione che Matilde Casa dà di quello che le è successo e che ha raccontato recentemente nel libro Il suolo sopra tutto, scritto a quattro mani con l’urbanista e docente del Politecnico di Milano Paolo Pileri, edito da Altraeconomia. Il mondo al contrario è quello che ha vissuto il sindaco di Lauriano nei mesi successivi, quando si è trovata a dover difendere in tribunale una scelta contro corrente a tutela del suolo agricolo. “Un mondo in cui se fai la scelta giusta , non solo non sei premiato come dovresti ma sei punito per questo”: così descrive la situazione paradossale che ha vissuto per quasi un anno, prima dell’assoluzione.

La giunta di Matilde Casa, durante il suo primo mandato, ha approvato un piano regolatore, votato in consiglio comunale, che riduceva la superficie edificabile nel comune, non limitandosi a mantenerle stabili. “Abbiamo fatto un passo in più: abbiamo invertito la tendenza”, spiega Matilde Casa. “La mia formazione mi ha certamente aiutata in questa scelta a tutela del suolo”, spiega il sindaco laureata in agraria e che di agricoltura si occupa anche per lavoro. “C’è una cosa fondamentale che si impara attraverso la conoscenza del suolo: più cementifichiamo meno acqua sarà assorbita dal terreno. Meno terreno sarà coltivato, meno le acque saranno irreggimentate – e aggiunge- non stupiamoci poi quando arrivano le alluvioni”.

A denunciare il sindaco è stato un cittadino, che sosteneva di possedere un permesso di costruzione su una delle aree interessate dalla variante al piano regolatore e accusava il comune di averlo danneggiato. L’imprenditore che ha portato in aula il sindaco si è anche costituito parte civile. In caso di condanna Matilde Casa avrebbe dovuto scontare un anno e mezzo di carcere e pagare 120 mila euro di danni. “Quello che più mia colpito – spiega il sindaco – dopo il primo interrogatorio in cui avevo dettagliato tutto il programma e le mie scelte ambientali è stata la reazione della pm che mi disse: ‘Ma lei lo sa che in questo modo ha impedito a questo signore di costruire quaranta belle villette?’. Lì ho capito che stavamo parlando due lingue diverse”.

Rinviata a giudizio nel 2015 il processo si è concluso con sentenza di assoluzione in formula piena del Tribunale di Torino nel mese di giugno del 2016. Una soddisfazione per il suo ruolo di amministratrice e un sollievo per la sua vicenda privata. “ E’ stato un periodo molto difficile, molto pesante – racconta Matilde Casa – quello che accade normalmente in questi casi è un ricorso al TAR, io ho dovuto affrontare un processo penale che mi metteva in gioco in prima persona”.

Matilde Casa durante il processo si è sentita abbandonata dalle istituzioni, trovandosi da sola a sostenere la scelta di riportare quei terreni alla loro vocazione originaria. “Quello che ho provato è stata solitudine, almeno inizialmente, per l’assenza delle istituzioni e del mondo del sapere, degli atenei, che avrebbero potuto aiutarmi”, spiega il sindaco. I terreni in questione erano originariamente terreni agricoli trasformati in terreni edificabili, senza che fossero già stati rilasciati permessi per costruire. La variante votata in consiglio comunale e proposta dalla giunta guidata da Matilde Casa si poneva anche un altro obiettivo: mettere in sicurezza un terreno collinare ad elevato rischio idrogeologico. “Non lo fa nessuno”, è la frase che più spesso si è sentita ripetere durante le sue battaglie politiche, quando da amministratrice voleva apportare cambiamenti.

Nello stesso anno della sua vittoria giudiziaria Legambiente l’ha premiata con il titolo di Ambientalista dell’Anno.“Non voglio essere un eroe, ma voglio semplicemente fare bene il mio lavoro di sindaco, preservando i nostri territori”. La sua vicenda è diventata mediatica e Matilde Casa ha ottenuto la solidarietà dei colleghi amministratori, dei cittadini e di tante altre persone che l’hanno portata ad esempio. “Quando il mio caso è diventato nazionale – conclude il sindaco – mi è arrivata la solidarietà anche da costruttori, architetti e consulenti”.

(fonte: Libertà e Giustizia)

Il caso Pell e la soluzione politica

Perché la politica è più semplice di quello che si crede. Cardinali inclusi. E il mio applauso del giorno va a Andrea Maestri e Pippo Civati. Fa bene avere amici (e compagni) così. Ecco l’agenzia di stampa:

“L’incriminazione del cardinale Pell, nominato da Bergoglio prefetto degli Affari economici del Vaticano e quindi figura di spicco della gerarchia ecclesiastica, per reati di pedofilia e per la copertura di altri prelati pedofili, riaccende i riflettori sulla tutela dei minori vittime di reati consumati da uomini appartenenti alla Chiesa. Anche in conferenza stampa il cardinale, nel rigettare le accuse, parla di ‘atti immorali’. Si continua a considerare questi come reati contro la morale e non contro la persona. Fatto grave da un punto di vista culturale, etico e giuridico“.

Lo affermano in una nota Pippo Civati e Andrea Maestri (entrambi deputati di Sinistra italiana-Possibile). “Pochi mesi fa – spiegano – abbiamo presentato una mozione che impegna il Governo a superare la norma concordataria, secondo la quale ‘gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero’. Questa esenzione dall’obbligo di denuncia costituisce un ostacolo oggettivo al perseguimento penale, in Italia, di queste condotte odiose“.

I due deputati chiedono dunque alla presidente della Camera Laura Boldrini “di farsi parte attiva per la tempestiva calendarizzazione di questa mozione, la cui approvazione porterebbe ad una più efficace tutela dei piccoli violati o abusati”.

Il PD lombardo che vota con Maroni “per non lasciargli tutti gli onori”. E farà rivincere Maroni.

Non lo so. A me questa cosa davvero manda fuori di testa. Ne ha scritto Luigi Franco per Il Fatto Quotidiano:

Nemmeno il tempo di mettere alle spalle la batosta alle amministrative, che per il Pd in Lombardia se ne preparava già un altra. Quella al referendum per l’autonomia della Regione lanciato dal governatore Roberto Maroni e fissato per il 22 ottobre, in contemporanea con il Veneto. Batosta quasi certa, se si fosse puntato sul no o si fosse chiesto di non andare a votare per boicottare la consultazione. E allora ai sindaci di centrosinistra dei capoluoghi lombardi – tutti meno Pavia – non resta che schierarsi apertamente per il sì. Anzi, fondare addirittura un comitato per il sì. Una linea capeggiata dal primo cittadino di Bergamo Giorgio Gori e da quello di Milano Giuseppe Sala. Non che loro si siano contraddetti più di tanto, visto che in passato avevano fatto intendere che erano contrari al referendum (“uno spreco di soldi”), ma che se proprio si fosse dovuti andare a votare, avrebbero votato per avere più autonomia da Roma. Solo che ora la mossa dei sindaci non può che sconfessare quella che fino a ieri è stata la linea del Pd, sia in consiglio regionale che a livello nazionale. Con il segretario e consigliere lombardo Alessandro Alfieri e il ministro Maurizio Martina che hanno sempre sostenuto una cosa: fare il referendum significa buttare via milioni di euro, visto che gli stessi risultati si possono ottenere negoziando maggiori autonomie con il governo.

E invece ora il niet al referendum targato Lega è saltato. “L’autonomia e i beneficiper la crescita e il lavoro per tutti non possono essere strumentalizzati da una parte politica che ha isolato fino ad ora la Lombardia – hanno dichiarano in una nota congiunta i sindaci di Milano, Bergamo, Brescia, Varese, Lecco, Mantova, Cremona e Sondrio – Per questo diciamo un sì convinto e ci organizzeremo perché il referendum sia una vittoria di tutti i lombardi e non una bandierina di una parte”. E non è un caso che la nota sia arrivata dall’ufficio stampa di Gori. Perché il primo cittadino di Bergamo ha appena confermato la propria disponibilità a candidarsi per le prossime Regionali, in programma a primavera 2018 se non prima. E non ha proprio voglia di lasciare al possibile sfidante Maroni tutto il palcoscenico di una campagna referendaria, tanto più che la compagnia si avvia a probabile successo. E così, dopo i deludenti risultati dei ballottaggi, meglio lanciare subito agli elettori un messaggio chiaro sul referendum. Elettori, che tra l’altro, vanno informati bene, sostengono i sindaci di centrosinistra: “Sul tema del referendum – spiega Gori – i contenuti della propaganda leghista (volta a far credere che serva per trattenere qui decine di miliardi di euro) sono del tutto mistificatori e pertanto non condivisibili. Il Comitato per il sì, lanciato ieri dai sindaci lombardi, aperto alla partecipazione di tutti gli amministratori, è invece centrato sui ‘veri contenuti‘ del referendum (trasferimento di competenze dallo Stato alla Regione, per una maggiore autonomia della Lombardia)”.

Ed è proprio su questo aspetto che ha battuto il segretario regionale Alfieri, dopo che il comunicato stampa dei sindaci ha fatto in pochi istanti carta straccia di mesi di dichiarazioni impostate su un’altra posizione: “E’ un bene che i sindaci dei capoluoghi lombardi riportino il focus del referendum sulle competenze e sul regionalismo differenziato – dice Alfieri – I lombardi avranno a disposizione un’altra voce che non parlerà loro di fantomatici miliardi di euro ma di come rendere la Lombardia più forte e competitiva con maggiori poteri. Allo stesso tempo, rimaniamo convinti che sia un grave errore non aver trattato da subito con il governo e aver invece voluto indire un referendum che costerà ai cittadini lombardi 46 milioni di euro”. Pd regionale, dunque, che deve rifare la tara sul referendum. Così come, a sentire il sindaco di Milano Beppe Sala, deve ritararsi anche sulla presenza nei territori: “Non so quanto si sia dato il giusto peso alle amministrative, non so se i dirigenti del Pd siano andati in giro abbastanza a supportare i candidati – si è lamentato a ballottaggi da poco conclusi -. Salvini è stato più presente in campagna elettorale”.

Quanto al referendum, tra i sindaci dei capoluoghi lombardi del Pd, l’unico a distinguersi è quello di Pavia, Massimo Depaoli: “Ritengo che alcune materie non vadano trasferite alle regioni. Per esempio le diversificazioni regionali su ambiente e istruzione producono problemi”. Per il resto gli altri sindaci hanno portato il Pd ad allinearsi alle altre forze politiche: sì a maggiore autonomia. “Che confusione in casa dem”, è l’ironia di Maroni su Facebook. “Il Pd cambia rotta dopo la batosta elettorale – dice il capogruppo di Forza Italia al Pirellone Claudio Pedrazzini -. Hanno annusato l’odore della sconfitta e cercano di correre ai ripari”. Per chiudere con Andrea Fiasconaro del M5S: “In Regione non vogliono il referendum, ma i suoi sindaci voteranno sì. Il Pd regionale ha mentito spudoratamente sulle aperture del governo Renzi-Gentiloni per dare più autonomia e risorse alla Lombardia”.

Il discorso del leader. Battuto alle elezioni

Scusatemi. Mi sono sbagliato.

Ho creduto che il voto di qualche milione di persone di sette mesi fa fosse un fastidiosissimo intoppo nella mia perversione di intendere il potere come mio potere, la politica come la mia politica, il partito come mio partito, la sinistra come la mia sinistra e così anche il mio centrosinistra. Ho pensato, sbagliando ancora, che rendere digeribile alla gente di sinistra le politiche sfacciatamente di destra fosse un buon modo per votare a sinistra. Che sciocco: a forza di rendere potabile quegli altri non ho pensato a quanto fosse naturale votare loro, direttamente gli originali.

Scusatemi mi sono sbagliato.

Ho pensato che bastasse fomentare l’indignazione contro gli stipendi dei politici, iperbolare sulle loro pensioni e rimestare tra i loro arresti per credere che questo bastasse per essere la naturale alternativa. Ho finito per intendere la politica come un soffio continuo sul fuoco e alla fine mi sono bruciato anch’io. Che sciocco: ho creduto che amministrare, sapere amministrare, proporre oltre che demolire, sapere di politica, prendere decisioni e prendere posizioni fossero solo degli antipatici compiti a casa da poter copiare in classe. E mi sono sbagliato. Ora usciamo di qui, diciamo che abbiamo perso e che questo errore ci serve per essere migliori come succede alle persone normali.

Scusatemi mi sono sbagliato.

É che la gente là fuori sta male. Male davvero: più poveri, con meno speranza, spaventati, incazzati, oppressi ogni volta che pensano a un futuro più lungo dei dieci minuti di un caffè, sbeffeggiati dai potenti e per niente informati sulle dinamiche dei poteri. Che sciocco: ho pensato che la gente potesse avere ancora voglia di occuparsi di politica mentre la politica ha smesso di occuparsi della gente. Ora usciamo da qui e lo diciamo chiaro e tondo che governare con solo l’appoggio di una minoranza oscena e silenziosa è un esercizio logorante che vogliamo dismettere subito.

Scusatemi. Mi sono sbagliato.

Buon martedì.

(continua su Left)

Ma dove sono finiti i banchieri del crac? Vanno a cavallo e giocano a golf (e in pochi sono sotto processo)

(di Mario Gerevini, qui)

Oggi James passa il tempo giocando a bridge. Richard si è rimesso in affari nel mercato immobiliare e nel frattempo ha fatto causa al genero. Stanley passa il suo tempo tra la casa in Park Avenue a New York e la villa a Martha’s Vineyard. Giuseppe cavalca per le campagne toscane e da buon avvocato studia le carte dei suoi processi. Gianpiero fa il consulente, mentre la famiglia investe in ristoranti. Giovanni non molla la sua Genova dove una volta era uno dei potenti più riveriti, prima che lo pescassero a truffare la «sua» banca. Fred si è dato all’architettura. Gianni ha lasciato le vigne ai figli, giusto in tempo per affrontare (da quasi nullatenente) le richieste di risarcimento.

Fermiamoci qui. E diamo il cognome a ognuno di questi sciagurati rappresentanti della categoria dei banchieri. Ex banchieri, eternamente ex. Americani, inglesi e italiani. Che cosa fanno oggi dopo aver distrutto o contribuito a bruciare centinaia di miliardi? Nessuno è in galera. Alcuni di loro sono stati solo pessimi manager e non hanno commesso reati. Altri hanno fatto en plein.

James Cayne guidava Bear Stearns e Richard Fuld era il numero uno di Lehman Brothers, Stanley O’ Neal era al timone di Merrill Lynch, Giuseppe Mussari del Monte dei Paschi, Gianpiero Fiorani della Popolare Lodi, Giovanni Berneschi alla Carige,Fred Goodwinera il capo di Royal Bank of Scotland e Gianni Zonin il re della Popolare Vicenza.

La tempesta

Rimarranno nella storia la faccia da mastino del capo di Lehman Brothers e le immagini dei dipendenti che lasciano gli uffici con gli scatoloni di cartone. RichardFuld, detto «Il Gorilla» per il carattere scontroso, oggi 71 anni, è il simbolo perenne di quel fatidico 15 settembre 2008 che con il fallimento di Lehman, sepolta da 600 miliardi di debiti, scatenò l’inferno della crisi mondiale, già latente. In quei giorni e quei mesi di grandissima tensione, trattative febbrili, riunioni segrete e filo diretto con la Fed e il governo Usa, emersero due tipi di banchiere. Fuld, appunto, con i denti sulla scrivania fino all’ultimo e poi a ripetere: «Non è colpa mia, Lehman è stata lasciata fallire».

E James Cayne, il ceo nonché grande azionista di Bear Stearns che nei giorni cruciali del crac non si trovava: stava giocando a golf. La quinta banca d’investimento Usa è collassata per l’effetto subprime e quel che restava è stato poi acquisito da Jp Morgan. Oggi Cayne si dedica al bridge, da giocatore professionista, anche perché non si ha notizia di procedimenti giudiziari a suo carico. Il flemmatico ex banchiere avrebbe portato a casa da Bear Stearns 370 milioni di dollari. Forse gran parte li ha persi con il crollo del titolo ma non se la passa male: villa a Boca Raton in Florida, case nel New Jersey e in Park Avenue a New York e residenza, pare, al Plaza Hotel di New York.

Fuld invece non ha mollato la finanza. E dopo 14 anni in Lehman, 457 milioni tra bonus e stipendi dal 2000 (ma lui dice: in maggioranza azioni Lehman, diventate carta straccia) ora gestisce una società di consulenza finanziaria e immobiliare, Matrix Advisors, da lui fondata nel 2009. Disastro reputazionale, ma nessuna seria conseguenza giudiziaria. Due anni fa ha venduto per almeno 20 milioni di dollari la sua splendida residenza vacanziera nelle montagne di Sun Valley (Idaho). E ha confermato anche in famiglia la sua fama da «duro», facendo causa al marito della figlia: non gli avrebbe restituito i soldi del prestito per acquistare un appartamento da 10 milioni a Manhattan. Il quadro d’insieme rende più plausibile la mai confermata storia del dipendente Lehman che, abbandonando gli uffici, avrebbe sferrato un pugno a Fuld.

Bolle

Uno dei grandi «cavalieri» della bolla immobiliare, Stanley O’ Neal, 65 anni, banchiere afroamericano, ex amministratore delegato di Merrill Lynch, oggi siede nel consiglio di Alcoa, colosso dell’alluminio. Era stato accompagnato all’uscita della banca d’affari nel 2007, un anno prima di Fuld, quando s’accorsero che in pancia c’erano 41 miliardi di sofferenze, causa derivati. Merrill crollava e intanto lui, ormai isolato, faceva delle gran partite a golf. Come Cayne di Bear Stearns. E come Cayne anche O’Neal ha casa in Park Avenue a New York ma sverna a Martha’s Vineyard nel Massachusets, la Capri dell’Atlantico, paradiso delle aragoste. Lì è sepolto l’attore comico John Belushi e lì è stato girato il film «Lo Squalo». L’impressione è che di entrambi, Belushi e lo squalo, si ritrovino alcune caratteristiche nei banchieri di questa piccola rassegna.

Caliamoci in Italia. L’avvocato Giuseppe Mussari, 54 anni, ha una passione per i cavalli cui dedica parecchio tempo da quando nel 2012 ha lasciato Mps, tra l’approvazione generale. Più pascoli (e meno Paschi) per Mussari, verrebbe da dire. Ma qualcuno doveva pensarci una decina di anni fa, quando pilotò l’acquisto di Antonveneta per l’astronomica cifra di 9 miliardi che era come dar da mangiare un cinghiale a un bambino. E poi pretendere che lo digerisse a forza di Alka Seltzer. Infatti il bambino senese dopo anni di ricovero e aumenti di capitale ha alzato bandiera bianca ed è stato salvato dallo Stato. Mussari e altri manager del gruppo sono accusati di ostacolo alle funzioni di vigilanza (condanna in primo grado a tre anni e sei mesi a Siena), falso in bilancio e aggiotaggio. Male che vada (dal punto di vista economico) l’avvocato ha una moglie che sa gestire molto bene, e far guadagnare, i suoi hotel senesi. E paga puntualmente le rate dei prestiti erogati da Mps.

Su al Nord

La batosta giudiziaria più pesante ha colpito il self made banker Giovanni Berneschi (79), l’impiegato della Carige diventato amministratore delegato e poi presidente. L’hanno beccato con le mani nel sacco, cioè a truffare la sua banca e ha conosciuto anche il carcere. Da anni si sapeva delle manovre spericolate e illecite sulle compagnie di assicurazioni che hanno zavorrato il gruppo. MaBerneschi ha tenuto sotto controllo interi consigli di amministrazione, salendo al vertice dell’Abi, come vicepresidente. E adesso? L’assemblea di Banca Carige ha appena approvato l’azione di responsabilità anche contro di lui. E lo scorso 22 febbraio Berneschi è stato condannato a 8 anni di reclusione con la confisca di beni per 26 milioni. Ha una ricca pensione (200 mila euro solo di Inps, più il fondo integrativo della banca) e conta sull’appello, anche perché non è tipo da golf o bridge.

Chi ormai sembra essersi smarcato da un passato (2005) fatto di spericolate scalate (Antonveneta), soldi in nero a Singapore e baci in fronte al governatore della Banca d’Italia, è Gianpiero Fiorani (57) ex numero uno della Popolare Lodi. Un eclettico. Passato dagli austeri uffici di Antonio Fazio alle goderecce ville sarde di Lele Mora. Da banchiere si è arricchito illecitamente ai danni della banca, ha commesso reati, ha confessato molto, ha fatto mesi di carcere e di servizi sociali, ha patteggiato, risarcito la banca con 34 milioni. E oggi affianca l’imprenditore ligure Gabriele Volpi, padrone dello Spezia Calcio e della Pro Recco di pallanuoto, nella riorganizzazione delle attività di logistica petrolifera in Nigeria. La sua famiglia ha investito in immobili, nelle energie rinnovabili (con alterne fortune) in un ristorante a Bologna in via D’Azeglio e in un grande negozio a Lodi di specialità alimentari di lusso («E.Vent, la vida y el gusto»).

Siamo in tema, parliamo di vino: Zonin Gianni (79). Se si fosse occupato per 35 anni esclusivamente delle sue vigne, di vendemmie e barrique, invece che dedicarsi a fare anche il banchiere, avrebbe fatto un favore ai 120 mila soci «azzerati» della Banca Popolare di Vicenza. L’inchiesta della procura di Vicenza per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza avanza alla velocità di un bradipo zoppo, ma ciononostante ha procurato a Zonin la seccatura di un interrogatorio di 5 ore in due anni. La banca intanto ha chiesto 2 miliardi di risarcimento all’ex presidente e agli ex consiglieri. Ma molti di loro, compreso Zonin, hanno già svuotato il portafoglio delle proprietà. Se mai un giorno l’ufficiale giudiziario gli presenterà il conto, qualche euro di moneta forse lo troverà.

Mutui tossici

Alla fine resta il vecchio Fred. Il Goodwin che nonostante il promettente cognome tra il 2001 e il 2009 affossò la Royal Bank of Scotland (perdite per decine di miliardi di sterline) speculando sui mutui e trascinandola in un’assurda politica di acquisizioni. Il simpatico «Fred the Shred», tagliatore di posti di lavoro altrui. Finché non gli hanno tagliato il titolo di Sir e dimezzato la pensione annua di 703 mila sterline. Resta sempre un bel vivere per coltivare il suo costoso hobby: restaurare auto d’epoca. Dopo il licenziamento ha lavorato in un grande studio di architettura di Edimburgo. Per dire come gira la ruota: ieri (2002) Forbes lo indicava come «Businessman of the year» e un anno dopo si fregiò del titolo di «European banker of the year». Oggi molti lo ritengono il peggior banchiere della storia. Domani chissà, tutto è in mano agli architetti di Edimburgo.

Incroci

Divagazione finale. Chi c’era a fianco di Gnutti e Colaninno nella scalata ostile a Telecom del 1999? Lehman Brothers. E chi entrò nelle holding della cordata? Mps e Popolare Lodi oltre a Stefano Ricucci. Fu Fiorani con gli amici bresciani, carichi di soldi per la vendita di Telecom a Pirelli, a tentare la scalata di Banca Antonveneta. Con l’appoggio ufficiale della Carige di Berneschi che finanziava Ricucci. Intervenne la Procura di Milano e la scalata fallì. Ma chi conquistò alla fine la banca padovana? Gli olandesi di Abn Amro. E chi poi comprò Abn Amro? Una grossa fetta finì alla Royal Bank of Scotland di Fred Goodwin mentre Antonveneta passava al Santander. Finché un giorno Emilio Botin non trovò i polli di Siena guidati da Mussari cui rivenderla per 9 miliardi. Non ci sarà una logica, ma una scia di jella forse sì.

Nel fine settimana abbiamo salvato una banca

Cos’è la politica? La messa in pratica della custodia delle nostre priorità. In generale, voto un partito politico perché credo che si occuperà dei temi che mi sono cari: se sono oppresso voterò il partito che mi promette di occuparsi di diritti, se sono mafioso voto il partito che si batte per salvare mafiosi e corrotti, se sono ricco sfondato e con poco talento voto il partito cha mi garantisce il rafforzamento dello status quo, e così via.

È semplice, la politica. Banale, talvolta: il partito degli oppressi sarebbe di gran lunga il partito di governo se non fosse che si fatichi così tanto nel trovare un oppresso in giro.

La politica, appunto. In questo fine settimana ha rinunciato al sole, il mojito e l’ombrellone ha deciso di salvare le banche. Ancora, sì, lo so.

“È stata decisione importante, urgente e anche necessaria – ha detto il premier Paolo Gentiloni – confido ora in un sostegno ampio da parte del parlamento”. Il decreto entra subito in vigore per garantire la normale operatività bancaria e la regolare apertura degli sportelli domani mattina. A stretto giro arriveranno, poi, il decreto del ministero dell’Economia per la liquidazione e la nomina dei commissari da parte della Banca d’Italia. “Le risorse mobilizzate dallo Stato a favore dell’operazione di salvataggio delle banche venete hanno un valore fino a un massimo di 17 miliardi”, ha spiegato Padoan annunciando per Intesa”risorse per 4,785 milioni” che serviranno a coprire “le operazioni necessarie a mantenete la capitalizzazione e il rafforzamento patrimoniale di Banca Intesa a fronte dell’acquisizione delle due banche”. Altri 400 milioni, devieranno per le “garanzie attivate per fronteggiare i rischi legati al completamento della due diligence nei confronti dello stock delle sofferenze”.

A proposito di priorità. Appunto. Avete salvato una banca.

Buon lunedì.

(continua su Left)

Per l’avvocato di Carminati Mafia Capitale è “un processetto”

Sono due, al momento, le date della possibile sentenza del processo Mafia Capitale. La sentenza potrebbe infatti arrivare il prossimo 18 luglio o il 10 settembre. La riserva verrà sciolta nel corso dell’udienza del prossimo 13 luglio, dopo che saranno ascoltate le dichiarazioni spontanee di Salvatore Buzzi. Inoltre il rinvio è stato disposto per ragioni tecniche legate alle intercettazioni.
 
Il difensore del ‘cecato’: “Gli hanno sparato in faccia perché, da morto, doveva diventare l’autore della strage di Bologna”
 
Poi l’affondo della difesa di Carminati, con l’arringa del suo legale Giosuè Naso: “Sfido tutti e cinque i procuratori della repubblica che si sono applicati in questo procedimento a indicarmi qual è il processo nel quale Massimo Carminati viene definito il ‘pirata’ o il ‘cecato’”. “Questo -ha aggiunto il penalista- dimostra che i processi si fanno con quello che scrivono i giornalisti. E poi è un problema di dignità, non porta una benda per apparire affascinante, porta una benda perché gli hanno sparato in faccia a bruciapelo. Non è vero che gli si sparò in macchina, scese con le braccia alzate e gli si sparò in faccia”. Lo stesso avvocato Naso, riguardo al ferimento di Carminati ha poi detto: “Gli agenti della digos gli hanno sparato perché Carminati doveva diventare da morto l’autore della strage di Bologna. Questa è la verità. Se volete cercare rapporti equivoci con le istituzioni cercate in quella direzione. Dopo 240 udienze, questo resta un processetto”.
 
“Nel caveau di Piazzale Clodio cercavano gioielli”. Poi le divagazioni sul ruolo dei militari dei Carabinieri
 
Ed ancora sul celebre furto al caveau di Piazzale Clodio: “Quale lista? Nel caveau cercavano gioielli”. Il penalista ha poi aggiunto che “ammesso che i magistrati che avevano cassette lì ci tenessero dei documenti riservati”, data la caratura istituzionale non si sarebbe certo trattato di carte compromettenti. “Questa -ha aggiunto il difensore- è una ipotesi offensiva nei confronti di persone che stavano ricoprendo cariche istituzionali”. “Sapete perché si è fatto il furto al caveau di piazzale Clodio? – ha spiegato Naso – Perché i carabinieri del nucleo traduzioni avevano provato a fare il furto all’agenzia della Cassazione e siccome erano carabinieri non ci sono riusciti e quindi si sono rivolti a un cassettaro, che gli ha detto facciamola a una agenzia più grande, a Clodio. I carabinieri gli dissero che avevano due giorni di tempo, a partire da venerdì notte, perché il cambio della guardia si faceva il lunedì. Poi il capitano decide di cambiare turno, e il cambio si fece di domenica mattina. La fretta ha fatto si che non si aprissero le cassette che resistevano al primo impatto”.
 
“Dopo  aver messo insieme 10 milioni di carte e la trascrizione di 80mila intercettazioni, questo resta un processetto”
 
“Nei miei confronti vengono utilizzati spesso dei pregiudizi, perché mi sono fatto la fama di provocatore – ha detto ancora l’avvocato Naso – Nel corso della prima udienza mi permisi di qualificare questo processo come un processetto. Dopo 240 udienze, avendo messe insieme 10milioni di carte, censurato 4 milioni di pagine di brogliacci, avendo trascritto 80mila intercettazioni, non ho cambiato il mio giudizio. Questo è un processetto dal punto di vista tecnico-giuridico. Non c’è alcun aspetto che merita un motivo di studio da parte di nessuno di noi difensori. Non c’è un argomento che mi abbia costretto a fare una ricerca giurisprudenziale. Non c’è niente in questo processo”.
 
“Si tratta di un processo farsesco”: poi il confronto con quello Pecorelli: “Sia lì che qui non si è processato un fatto di reato ma si sono investigati degli imputati per quello che erano…”
 
Rivolgendosi al tribunale, lo stesso penalista ha poi aggiunto: “Resta un processetto che però può essere definito con una grande sentenza. Adesso sta a voi. Perché se all’esito di questo mastodontico processetto emetterete una grande sentenza, non solo ristabilirete la legalità ma compierete un’opera di ristabilimento di garanzia dei diritti individuali e della libertà che in questo processo sono stati lesi, financo il diritto di difesa”.  “Un processo farsesco”, ha detto ancora Giosuè Naso. Lo stesso penalista, proseguendo nel suo intervento ha poi fatto un confronto con il processo Pecorelli. “Sia lì che qui non si è processato un fatto di reato ma si sono investigati degli imputati per quello che erano o per quello che qualcuno credeva che fossero -ha spiegato Naso- Ma se quello è stato un processo drammatico, questo è un procedimento farsesco”.
 
“Dal Tribunale mi aspetto una sentenza politicamente scorretta che non tenga conto di niente che possa intaccare il vostro libero convincimento…”
 
Poi la speranza: “Io mi aspetto dal tribunale una sentenza politicamente scorretta che non tenga conto di niente che possa in qualche misura intaccare il vostro libero convincimento e che sia resa in ossequio esclusivamente alle emergenze del processo. Ho questa aspettativa, questa speranza, ma resto con i piedi per terra perché conosco le cose del mondo – aggiunge – Mi auguro che voi emettiate una sentenza che certifichi l’insussistenza di questa presunta associazione mafiosa, e che mandi assolti tutti gli imputati per inconsistenza del fatto”.