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Gli stregoni sul cadavere di Pamela

Avete letto dei terribili riti tribali che avrebbero straziato il corpo della giovane Pamela Mastropietro, uccisa a Macerata (sono tre le persone in carcere al momento)? Avete letto i “deliri” di Meluzzi e compagnia cantante (con il candidato di Fratelli d’Italia Guido Corsetto a dargli manforte) sul cuore asportato e il sangue bevuto perché “così fanno i nigeriani”? Vi siete gustati gli speciali di qualche giornalaccio sul “cannibalismo nigeriano”?

Bene. Tutto falso. Tutto. Come scrive l’Agi:

“Da giorni si rincorrono voci secondo cui alla ragazza sarebbe stato asportato il cuore o altro, e fatto sparire, come in un rito tribale o di affiliazione. Invece, a quanto pare, ciò non è avvenuto, come pure non è stato trovato nulla che rimandi a riti nella casa di cui è affittuario Innocent Oseghale in via Spalato, dove Pamela è morta e dove c’è stato il vilipendio del cadavere”.

Eppure per qualcuno è stato bellissimo calpestare il cadavere smembrato di Pamela (smembrandolo se possibile ancora un po’ di più) per aggiungere allo schifo anche un po’ di pittoresca paura per le fantasiose abitudini omicide di un’etnia. Descrivere i nigeriani come un’orda di stregoni è stato perfetto per alimentare ancora di più la xenofobia strisciante e rimpinzare i voti di qualche partituncolo impegnato a concimare il terrore con l’ignoranza.

E invece gli stregoni sono loro: gli italianissimi avvoltoi che hanno aggiunto orrore all’orrore.

Ah, tanto per chiarire: gli autori dell’omicidio (che saranno processati e giudicati) meritano tutta la giusta pena che gli verrà assegnata ma purtroppo non hanno inventato niente: ad agosto dell’anno scorso il sessantaduenne Maurizio Diotallevi a Roma ha strangolato la sorella prima di farla a pezzi e gettarla in diversi cassonetti. L’orrore omicida evidentemente ha tutti i colori e tutte le lingue del mondo.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/15/gli-stregoni-sul-cadavere-di-pamela/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

Quando l’italofobia era l’isteria collettiva

Fa bene ricordare, allenare la memoria. Per questo torna utile l’articolo di Giovanna Nuvoletti per La Rivista Intelligente:

Per decenni gli americani bianchi, i discendenti dei coloni, hanno odiato gli italiani in maniera feroce e sistematica. Dalla fine del XIX secolo agli anni ’30 del XX siamo stati probabilmente i più detestati e temuti.
Sbarcati a milioni, alla lettera, ci chiudevamo nelle nostre comunità, spesso ostaggi di connazionali che ci vendevano come schiavi di fatto. Non imparavamo la lingua, non mandavamo i bambini a scuola (ma a lavorare o a mendicare), rifiutavamo le nuove usanze e coltivavamo le nostre incomprensibili tradizioni.
Intorno al 1920 a New York arrivavano così tante navi da intasare il porto. Intercettate al largo, le imbarcazioni provenienti dall’Italia venivano dirottate verso Boston.
Eravamo classificati come “negroidi”: troppo vicini all’Africa, si diceva, per non avere “sangue negro” nelle vene. Prova ne fosse il colorito olivastro che TUTTI avremmo avuto.
Venivamo considerati un pericolo subdolo: a differenza di neri, asiatici e ispanici, gli italiani dalla carnagione più chiara potevano essere scambiati per bianchi, a un esame superficiale, quindi per noi era più facile “contaminare la razza bianca”.
Un italiano che intrattenesse una relazione con una donna bianca rischiava il linciaggio, come i neri.
Il Ku Klux Klan ci equiparava in tutto e per tutto ai neri: da impiccare al minimo pretesto, così prima o poi avremmo capito di restare a casa nostra.
Negli stati del sud ancora oggi perdura la convinzione che siamo non-bianchi, al pari degli ispanici.
[Nel 1973 Nixon, poco prima di essere spazzato via dallo scandalo Watergate, disse che eravamo diversi da loro, ci vestivamo in modo strano, puzzavamo di aglio ed era impossibile trovarne uno onesto.]

Immigrazione senza controllo
Immigrazione senza controllo

Anche gli altri immigrati ci odiavano. Accettavamo salari e condizioni di lavoro che ormai irlandesi, olandesi e francesi rifiutavano. Avevamo sostituito i neri nelle piantagioni, mandavamo all’aria le prime contrattazioni sindacali.
I meridionali soprattutto erano considerati “inadatti a imparare o mantenere qualsiasi lavoro, inclini per natura alla violenza”, incompatibili con lo stile di vita americano. Per un certo periodo siciliano o napoletano è stato sinonimo di “feroce bandito”.
Peccato che, per i loro esperti, il meridione cominciasse a Padova. Sotto Padova, tutti mafiosi; sopra Padova, invece, biologicamente stupidi, mentalmente inferiori al resto d’Europa.
Contro nessun altro si è scatenata una simile campagna di odio. Si arrivò a una vera e propria italofobia. Il principale veicolo di diffusione fu la stampa, sia quella ufficiale che quella clandestina, creata apposta per perseguitarci. Contro nessun altro è stata adoperata una tale mole di articoli denigratori, vignette insultanti, perfino canzoncine.
Ci rubano il lavoro, stuprano le nostre donne, non si vogliono integrare, corrompono il nostro spirito, si diceva. Chiudiamo le frontiere, bombardiamo le navi al largo, lasciamoli marcire nei porti, non facciamogli toccare terra, scrivevano i giornali.
Professano una strana religione, si insisteva, che niente ha a che fare con i nostri valori. Un misto di paganesimo e superstizione, impossibile da sradicare.
Eravamo raffigurati come orrendi sorci che nuotavano verso la riva con il coltello tra i denti. Venivano mostrati gli “argomenti” migliori per trattare con noi: gabbie, randelli, corda e sapone.
Giravano saporite barzellette: sapete quando un italiano vede il sapone per la prima volta? Quando lo impiccano

Tampa 1910 - Costanzo Ficarotta e Angelo Albano linciati
Tampa 1910 – Costanzo Ficarotta e Angelo Albano linciati

Ammazzare un italiano era di fatto tollerato. Bastava dire: “Mi ha aggredito lui” e la legittima difesa era scontata. Nemmeno si arrivava al processo. Caso chiuso.
Se vittima e assassino erano entrambi italiani, il disinteresse era quasi totale: finché ci ammazzavamo tra di noi andava bene.

(continua qui)

Sinistra, ultima chiamata. Vediamoci al Camp, ché l’unità si pratica, non si dice.

Si sa, a me questa cosa dell’unità a sinistra mi sta a cuore. Ne ho scritto giusto qualche giorno fa per Linkiesta (qui) dopo la manifestazione di piazza di Santi Apostoli ed è l’augurio che mi sono portato in tasca dopo il Brancaccio. Sono convinto, davvero, che non ci sarebbe nulla di più stupido che rinunciare a un percorso senza nemmeno avere ascoltato, capito e discusso i valori che sono in campo. Perché (lo scrivo fuori dai denti) di quanto si siano simpatici o antipatici gli attori in campo al Paese interessa poco o niente e perché la sinistra si pratica, non si dice. E anche l’unità si pratica; piuttosto che invocarla, deriderla, augurarsela o intestarsela.

Significa che per forza sia necessario andare “tutti insieme”? Ma figuriamoci. Come se non bastassero tutte le ultime esperienze. Sarebbe il caso, piuttosto, di sapere esattamente di cosa stiamo parlando: è un ostacolo non superabile il fatto che alcuni siano arrivati “tardi” nell’avere coscienza della non potabilità di Renzi e la sua politica con la sinistra? Non è una domanda retorica, dico davvero. Che si dica, però: il “non mi fido” o peggio il “non mi ispira” è un ragionamento politico che non ha nessuna presa e nessuna connessione con il Paese reale. Se qualcuno non vuole allearsi per un diverso voto al referendum costituzionale può farlo, per carità. Ma lo dica. Niente gnegneismi. Se qualcuno dall’altra parte non vuole ritrovarsi tra i piedi alcuni vecchi compagni di partito perché non ha smaltito le scorie di un congresso qualsiasi lo dica, chiaramente. Responsabilità significa avere il coraggio (e sentire il dovere) di non camuffare con il senso generale le questioni personali.

Credo che ascoltare da ognuno dei movimenti in campo cosa abbia intenzione di fare nel futuro sia il nodo centrale. Avrei il cuore in pace nel sapere che l’unità non s’ha da fare perché si hanno differenti posizioni sui diritti nel lavoro, sulla riconversione ecologica, nell’impostazione fiscale o per insormontabili differenza ma specificate nei specifici temi. Altrimenti facciamo le cose bene, sul serio. Ascoltandoci, parlandoci, confrontandoci.

Questo è il senso del nostro Politicamp di Reggio Emilia: collegarci (tra noi e con gli elettori) e riunirci. Che se ci pensate la parola riunire è una parola che ha già dentro tutto: dedicarsi del tempo, prendersi la responsabilità dell’ascolto, esercitare il diritto di esprimere le idee. E le riunioni, quelle che funzionano, poi prendono anche decisioni. Insieme. Per manifestarsi, innanzitutto, e arrivare finalmente a un manifesto condiviso.

Il caso Pell e la soluzione politica

Perché la politica è più semplice di quello che si crede. Cardinali inclusi. E il mio applauso del giorno va a Andrea Maestri e Pippo Civati. Fa bene avere amici (e compagni) così. Ecco l’agenzia di stampa:

“L’incriminazione del cardinale Pell, nominato da Bergoglio prefetto degli Affari economici del Vaticano e quindi figura di spicco della gerarchia ecclesiastica, per reati di pedofilia e per la copertura di altri prelati pedofili, riaccende i riflettori sulla tutela dei minori vittime di reati consumati da uomini appartenenti alla Chiesa. Anche in conferenza stampa il cardinale, nel rigettare le accuse, parla di ‘atti immorali’. Si continua a considerare questi come reati contro la morale e non contro la persona. Fatto grave da un punto di vista culturale, etico e giuridico“.

Lo affermano in una nota Pippo Civati e Andrea Maestri (entrambi deputati di Sinistra italiana-Possibile). “Pochi mesi fa – spiegano – abbiamo presentato una mozione che impegna il Governo a superare la norma concordataria, secondo la quale ‘gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero’. Questa esenzione dall’obbligo di denuncia costituisce un ostacolo oggettivo al perseguimento penale, in Italia, di queste condotte odiose“.

I due deputati chiedono dunque alla presidente della Camera Laura Boldrini “di farsi parte attiva per la tempestiva calendarizzazione di questa mozione, la cui approvazione porterebbe ad una più efficace tutela dei piccoli violati o abusati”.

E se il 18 giugno a sinistra nascesse un’alleanza non solo “di cartello”?

Ogni giorno un cambio di casacca, un mito utile, un nuovo leader straniero da qualche parte del mondo qualsiasi per provare a risvegliare una fascinazione nutrita solo dall’emotività del protagonista. Nel giro di qualche giorno sono stati prima tutti Macron, poi tutti Corbyn e poi di nuovo Macron così come la destra italiana si è appesa nei mesi scorsi a Trump (prima di pentirsene) o alla Le Pen (prima di prenderne le distanze per il pessimo risultato elettorale). Così anche le analisi e gli scenari sembrano più figli di un’emotività corta piuttosto che di ideali o progetti dallo sguardo lungo: siamo passati dal patto del Nazareno tra Pd e Berlusconi (che anche qualcuno dai democratici cominciava a dare per scontato e che ha scatenato le ire addirittura del garbato Romano Prodi) fino a una presunta alleanza (meglio: un tentativo di alleanza) tra il Pd e Giuliano Pisapia.
A sinistra, intanto, l’appuntamento per il 18 giugno (a Roma, teatro Brancaccio, dalle ore 9.30) che nasce dall’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari e sembra avere raccolto l’iniziale disponibilità di un ampio fronte che parte da Rifondazione comunista passando per Sinistra italiana, Possibile, Mdp e diversi comitati civici sparsi sul territorio suggerendo l’inizio di un percorso che, nel caso in cui si realizzasse, sarebbe una buona notizia per la sinistra italiana troppo spesso arroccata e divisa. Se davvero si riuscirà a creare una condivisione di idee e di programmi senza infangarsi su leadership e cattivi propositi di preservazione del ceto politico fallimentare, il 18 giugno potrebbe essere il primo passo di un’alleanza non solo di “cartello”. Del resto le ultime elezioni amministrative hanno dimostrato che quando la sinistra (a sinistra del Pd) riesce a raggiungere un’unità credibile può raggiungere risultati davvero importanti.

Ma come sarà il futuro? Difficile dirlo. Certo Giuliano Pisapia e il suo Campo progressista (che dicono di voler presentare addirittura un simbolo e un programma per la loro convention del primo luglio) dovrà decidere se insistere nel tentare di modificare la natura renziana del Pd (perdendo così contatto con chi, a sinistra, ritiene il Partito democratico non più potabile) oppure se dedicarsi al progetto che vuole essere alternativo al renzismo e alle politiche di questi ultimi anni.

L’articolo di Giulio Cavalli prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

(continua su Left)

«Vado a fare il terrorista»

Il 15 marzo dell’anno scorso all’aeroporto di Bologna alcuni poliziotti notano un giovanotto agitato in coda al check-in del volo per la Turchia. Un biglietto di sola andata e uno zainetto erano  un’accoppiata piuttosto insolita per passare inosservata e così, quando gli uomini delle forze dell’ordine, gli hanno chiesto il motivo del suo viaggio quel passeggero rispose candidamente “vado a fare il terrorista”.

La madre, convocata in Questura, raccontò di essere molto preoccupata per quel figlio che “non sembrava più lui”: “non lo riconosco più – disse -, mi spaventa. Traffica tutto il giorno davanti al computer, vede cose stranissime”. Aggiunse che il ragazzo ormai viveva stabilmente a Londra dopo avere trovato lavoro in un ristorante pachistano e che da quando aveva cominciato a frequentare quell’ambiente i suoi atteggiamenti erano diventati molto preoccupanti.

Da un primo sommario esame del suo telefonino gli investigatori scoprirono video che inneggiavano l’Isis e la sua propaganda. Non fu possibile eseguire una ricerca più approfondita sui suoi dispositivi elettronici poiché il Tribunale del Riesame ordinò la restituzione del materiale informatico al sospettato accogliendo un suo ricorso.

Quel giovane era Yousef Zaghba, il terzo attentatore del London Bridge. Questa storiella, che oggi conosciamo e di cui possiamo scrivere, era stata inviata a suo tempo alla polizia inglese. Com’è andata a finire è cronaca di queste ore.

Buon mercoledì.

 

(continua su Left)

Un 2×1000 Possibile

Si scrive S36 e non è la sigla di una strada e nemmeno una casella da battaglia navale: è il codice per sostenere Possibile nella vostra dichiarazione dei redditi. Sono, per essere chiari, le risorse con cui abbiamo messo in campo il Tour RiCostituente che ci ha portato a infilarci in ogni angolo d’Italia per spiegare i motivi del nostro No alla pessima riforma costituzionale, sono le energie con cui parliamo di Carbon Tax (e vedrete quando fra qualche mese diventerà di moda e fingeranno tutti di averne sempre parlato) oppure con cui raccogliamo le proposte dei talenti migliori che malsopportano la politica tutta tweet e dicerie.

È il codice, S36, con cui stiamo preparando le nostre tappe per riportare la questione mafiosa lì in alto nell’agenda politica, dove dovrebbe stare, nonostante sia d’intralcio a più di qualcuno; è il codice con cui pubblicheremo prossimamente un libro per smascherare tutti i rivoli di razzismo che qui dalle nostre parti è comodo chiamare “populismo” per sorriderci sopra. E poi molto altro. Tantissimo altro.

Se volete tutte le istruzioni le trovate qui. È facile.

E se volete attivarvi ancora di più, beh, allora venite in piazza con noi. Le nostre leggi di iniziativa popolare sono qui.

Tornerà di moda essere seri, prima o poi.

Due anni dopo. Quando Pippo mi disse che sarebbe uscito dal PD.

(scritto per i quaderni di Possibile qui)

Io me lo ricordo bene, il 6 maggio del 2015, quando Pippo (Civati) di mattina presto è arrivato in redazione per dirmi che sarebbe uscito dal PD. E per me non è un ricordo solo politico ma, in fondo, era anche il cerchio che si chiudeva dopo tutti quegli anni che avevamo passato insieme sfregando la nostra idea (che la politica sia terribilmente importante e bella) contro le croste di un Partito Democratico usurante per chi cercava un’architettura di uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale. Mi ricordo bene anche la matematica certezza di scontare quella scelta con la chirurgica indifferenza di chi sminuisce tutto ciò che non è vincente e vittorioso. Eravamo già un Paese ammaestrato a spargere la bava del padrone e anche oggi, due anni dopo, il servilismo è tremendamente “pop”.

Uscire dal PD allora significava prendersi la responsabilità di sapere che ciò che serve per racimolare un po’ di consenso immediato difficilmente è ciò che serve al Paese e significava prendersi la responsabilità di coltivare uno sguardo lungo anche se tutto intorno gli altri stavano piegati sul consenso fast food e sui pruriti più pelosi. Due anni fa si intravedeva già che sarebbe finita così: la riforma Boschi, il Jobs Act, le larghe intese e lasvolta a destra sui temi di immigrazione e sicurezza non sono le improvvise svolte di un momento ma l’approdo naturale dell’involuzione di un centrosinistra che ha deciso di cambiare riferimenti sperando di simulare sempre gli stessi connotati.

Abbiamo passato anni al limite della potabilità provando a cambiare un processo irredimibile, ci hanno apostrofato come “troppo curiosi”, “guastafeste”, “rompipalle” e “signor no” per arrivare ad oggi. Ora si accorgono di avere perso voti, elettori e fiducia. Eppure questi due anni non sono solo i tentativi di erosione e esclusione subiti e non sono nemmeno la sterile soddisfazione di averci visto giusto. Non lo sono per niente. Sono due anni di elaborazione politica sui diversi temi in cui si è provato a costruire un pensiero senza inseguire le urgenze (spesso solo percepite o costruite ad arte) e ostinatamente non occuparsi dello storytelling ma dedicandosi ai contenuti.

Come scrive Pippo “bisogna essere liberi per diventarlo” e ci vuole coraggio e costanza. Perché non si realizzano solo gli sfaceli. Poi viene il tempo delle proposte che si scoprono al passo del futuro.

Dove sono a fare cosa

Oggi, se volete, ci si vede a Roma per parlare dell’unica scissione che ci preoccupa davvero: quella del lavoro dalla dignità. Nella locandina tutte le info:

Domenica invece sarò a Cavriago (Reggio Emilia) con l’amico Gian Carlo Caselli, Elia Minari di Cortocircuito e il bravo Pierluigi Senatore. Ecco qui:

 

Per fare chiarezza su cosa succede a sinistra.

Una delle fortune del mio lavoro (anzi, di uno dei miei lavori) è di sciogliere i dubbi direttamente. Negli ultimi giorni per Fanpage ho intervistato le due anime di Sinistra Italiana (Nicola Fratoianni e Arturo Scotto) e Pippo Civati e ne è uscito un quadro generale che, condivisibile o meno, può risultare utile per orientarsi su ciò che accade anche alla luce della “discesa in campo” di Giuliano Pisapia.

In ordine cronologico:

l’intervista a Scotto è qui

l’intervista a Fratoianni è qui

l’intervista a Civati è qui

L’intervista a Pisapia arriva nei prossimi giorni.