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Infrastrutture Lombarde: adesso ci dovremmo stupire?

Chissà perché ci si dovrebbe stupire dei recenti arresti dei quadri dirigenziali di Infrastrutture Lombarde quando è evidente, da anni, che le scatole cinesi della Lombardia formigoniana (per niente modificata da Maroni) fossero un semplice tentativo di “mettere le carte a posto” per provare a legittimare una visione privatistica del bene pubblico. E chissà perché noi, in fondo, non siamo mai riusciti a raccontarlo analiticamente trasformando l’anomalia in uno scandalo politico. Ma niente: ancora una volta abbiamo dovuto aspettare la Procura.

E’ bufera su Infrastrutture Lombarde, la controllata della Regione Lombardia voluta da Roberto Formigoni per la realizzazione di opere quali ospedali, scuole ma anche Palazzo Lombardia, la nuova sede della giunta regionale, e lavori legati a Expo. Il direttore generale Antonio Rognoni, dimissionario ma formalmente ancora in carica, è stato arrestato insieme con altre sette persone (sei sono ai domiciliari) per accuse su fatti avvenuti dal 2008 al 2012 e che vanno a vario titolo dalla truffa alla turbativa d’asta e al falso e, per tutti, l’associazione per delinquere. E uno degli appalti contestati riguarda proprio Expo: quello da 1,2 milioni di euro sugli incarichi di consulenza legali. Di un “clamoroso conflitto d’interessi” si parla invece per la realizzazione di Palazzo Lombardia.

Sessantotto capi d’accusa. Rognoni, secondo il gip Andrea Ghinetti, sarebbe stato il “capo, promotore e organizzatore del sodalizio” fra gli otto indagati: gli sono stati contestati 68 capi d’accusa. Il responsabile dell’ufficio gare e appalti della Infrastrutture Lombarde, Pier Paolo Perez, l’altro indagato finito in carcere, è indicato come “organizzatore del sodalizio”. E Maurizio Malandra, direttore amministrativo della società della Regione Lombardia, è definito dal gip “partecipante che assicurava l’emanazione degli atti amministrativi necessari per il raggiungimento degli scopi del sodalizio, garantendo altresì l’impunità agli altri associati”.

La gestione “domestica” degli appalti. Gli altri indagati, ai domiciliari come Malandra – si tratta di Carmen Leo, Fabrizio Magrì, Sergio De Sio, Giorgia Romitelli (tutti avvocati) e Salvatore Primerano (ingegnere) – “partecipavano intervenendo stabilmente nell’espletamento delle funzioni pubbliche e dei procedimenti di gara, redigendo e falsificando atti di delibera e contratti di assegnazione nonché beneficiando essi stessi, fra gli altri, di reiterati conferimenti di incarichi, con modalità collusive e fraudolente”. Sempre secondo gli inquirenti sarebbe stata una “amministrazione a sfondo domestico” degli appalti, quella effettuata da Rognoni. Lo ha affermato durante una conferenza stampa il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, che coordina l’inchiesta assieme ai pm Paola Pirotta e Antonio D’Alessio. Robledo ha spiegato che gli incarichi venivano assegnati ai professionisti “al di fuori di ogni regola, delle procedure” previste per gli enti pubblici, con gare “falsate e frazionate in maniera artificiosa” e con contratti “retrodatati”.

Le pressioni per Formigoni. Dopo che l’allora governatore Formigoni si era lamentato pubblicamente della gara per la “piastra” di Expo, vinta con un ribasso del 43 per cento dalla Mantovani, i vertici del Pirellone avevano invitato Rognoni a evitare allo stesso Formigoni una brutta figura che si sarebbe tradotta in una “sconfitta politica evidente”. L’ordinanza del gip riporta una intercettazione dalla quale sono emerse “alcune sollecitazioni ricevute dai vertici della Regione Lombardia, che in sostanza sembrano rimproverare di non fare abbastanza per fornire un segnale concreto all’esterno tale da venire incontro alle preoccupazioni” di Formigoni.

La telefonata di Alli. In una telefonata del 23 luglio 2011 Alli dice: “Tutto il casino che abbiamo messo in piedi con le dichiarazioni di Formigoni… adesso noi abbiamo fatto esporre Formigoni molto pesantemente, è chiaro che se viene fuori ‘volemose bene, non c’è nessun problema’ è una sconfitta politica evidente”. E a Rognoni chiede di inventarsi “qualcosa, qualche protocollo in più” per far si che Formigoni “esca a testa alta dicendo: io ho segnalato un problema reale”. Dopo questa telefonata “Rognoni esigeva dai più fidati collaboratori iniziative tese a ottenere forzatamente dall’appaltatore (facendole invece figurare come iniziative assunte su base volontaria e responsabile) garanzie accessorie manifestamente non dovute – fa notare il gip – oltre alla rinuncia dello stesso a ricorrere a subappalti, contrariamente a quanto dichiarato in sede di gara”. Garanzie che alcuni degli avvocati indagati definiscono “illecite” e un vero e proprio “ricatto” nei confronti della Mantovani.

Il caso Robledo-Bruti Liberati. L’indagine – scaturita dalla denuncia di un imprenditore che si è ritenuto danneggiato dalle procedure di affidamento di un appalto – è una di quelle segnalate nell’esposto al Csm dello stesso Robledo. Quest’ultimo aveva segnalato “violazioni” nell’assegnazione e nella gestione dei fascicoli da parte del procuratore capo Edmondo Bruti Liberati. I due magistrati hanno tenuto assieme la conferenza stampa sugli otto arresti. Bruti e Robledo erano seduti uno accanto all’altro nell’anticamera del procuratore. Alla domanda se si trattasse di uno dei fascicoli oggetto dell’esposto, Robledo ha replicato: “Non voglio rispondere a questa domanda”. E a un cronista che ha provato a stemperare la tensione con una battuta (“in queste occasioni di solito ci si stringe la mano”), Robledo ha risposto: “Non siamo capi di Stato”.

Gli indagati a piede libero. I reati sono contestati in concorso con altri indagati a piede libero: Ernesto Stajano, Giovanni Caputi, Barbara Orlando, Manuela Bellasio, Cecilia Felicetti, Nico Moravia, Francesca Aliverti, Manuel Rubino, Giuseppe De Donno, Simona Trapletti, Bruno Trocca, Elena Volpi, Alberto Chiarvetto, Paola Panizza, Roberto Bonvicini, Celestina Naclerio, Erika e Monica Daccò, Marco Caregnato, Marcello Ciaccialupi, Vittorio Peruzzi, Alberto Porro, Gianvito Prontera, Alberto Trussardi, Maria Marta Zandonà, Stefano Alvarado, Massimo Viarenghi, Stefano Chiavalon e Maurizio Massaia.

L’ex colonnello e le sorelle Daccò. De Donno è l’ex colonnello del Ros al centro della cosiddetta ‘trattativa Stato-mafia’. Dopo aver lasciato l’Arma è entrato nel settore della sicurezza privata e ora, in qualità di amministratore delegato della G-Risk, è uno dei nove indagati raggiunti da misura interdittiva, il divieto di esercitare attività direttive, disposta dal gip. Per l’accusa De Donno e la G-Risk sarebbero stati favoriti tramite le gare d’appalto truccate, tra cui quella da 140mila euro per la “rilevazione e gestione del rischio ambientale” collegati ai lavori dell’autostrada Milano-Brescia. Come si legge nel provvedimento del giudice, l’ex ufficiale del Ros il 7 agosto del 2009 era stato nominato dall’ex governatore lombardo Formigoni “componente del Comitato per la legalità e trasparenza delle procedure regionali di Expo”. Le sorelle Daccò, invece, sono figlie di Pierangelo Daccò, già condannato per la vicenda del San Raffaele.

Stili congressuali

Ognuno ha i congressi come se li merita. Il Celeste Formigoni è tutto teso ai progetti e ai valori, come sempre, eh:

 

 

 

Inchiesta Pdl. Lombardia, Formigoni il Celeste inossidabile

Le inchieste giudiziarie e l’arrivo di Maroni alla guida del Pirellone non hanno intaccato il potere di Formigoni in Lombardia. Tra ombre mafiose e lobby ciellina. E adesso il neosenatore Pdl si prepara a sostituire Berlusconi

Qualche giorno fa è stato l’illustre ospite di un curioso meeting tenutosi a Barletta dal titolo inquietante “I cercatori della verità”: Roberto Formigoni, meglio di un’araba fenice qualsiasi, sta rinascendo sotto traccia in tutta la sua formidabile potenza gelatinosa, ritessendo i fili che sembravano logori e invece oggi si rivelano ancora più saldi e ambiziosi. Qualcuno, sbagliando, l’aveva dato per politicamente finito subito dopo la caduta del quasi ventennio di governo in Lombardia travolto dall’ennesimo scandalo sulla sanità e soprattutto dai voti mafiosi acquistati dal membro della sua giunta Domenico Zambetti, assessore alla Casa. Eppure anche i più sprovveduti non possono notare quanto il “Celeste” abbia sempre resistito agli attacchi politici (pochi, sfilacciati e deboli) e giudiziari con una perseveranza ancora oggi sottovalutata: dallo scandalo dell’inchiesta “Oil for food” alla vergogna dell’emissione dei “Pirelloni Bond”, che nessuno ricorda e che hanno lasciato debiti fino al 2032 per Regione Lombardia, all’arresto per tangenti nel 2007 del suo assessore xenofobo Pier Gianni Prosperini soprannominato “il boss” nei corridoi della Regione, passando per le mazzette di Lady Abelli, moglie del fido onorevole pidiellino Giancarlo Abelli “faraone” della sanità lombarda, poi con l’arresto del ciellino re delle bonifiche Giuseppe Grossi fino agli scandali che hanno travolto prima la Fondazione Maugeri dell’ospedale pavese e poi il San Raffaele fiore all’occhiello della sanità lombarda. Un elenco strabordante e diversificato (tralasciando i suoi diversi uomini segnalati “vicino” alla ’ndrangheta lombarda) che avrebbe messo in ginocchio chiunque. Chiunque ma non Formigoni.

Il resto dell’articolo è disponibile su LEFT in edicola da sabato, con l’Unità, e tutta la settimana.

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Fondazione Maugeri: gli innocenti che patteggiano

Un milione di euro a titolo di sanzione pecuniaria e la confisca di immobili per un valore di 16 milioni di euro. È il patteggiamento della Fondazione Maugeri, ratificato oggi dal gip di Milano Andrea Ghinetti. La fondazione pavese era indagata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa nell’inchiesta milanese a carico, tra gli altri, dell’ex Governatore lombardo Roberto Formigoni, ora senatore del Pdl.

L’accordo di patteggiamento era stato raggiunto nei mesi scorsi tra i pm Laura Pedio, Antonio Pastore e Gaetano Ruta e la difesa e stamattina è stato ratificato dal giudice al termine dell’udienza. I 16 milioni di euro sono parte del profitto del reato, in relazione all’associazione per delinquere e alla corruzione di cui rispondono gli ex vertici e i consulenti del polo di riabilitazione con sede a Pavia, tra i quali l’ex direttore amministrativo Costantino Passerino e l’ex presidente Umberto Maugeri. Anche loro, così come altri indagati (cinque in tutto), hanno concordato patteggiamenti che dovranno essere ratificati nelle prossime settimane.

La notizia la riposta La Stampa e mi riporta alla Commissione Sanità della scorsa legislatura, quando abbiamo dovuto sopportare i pidiellini (e i leghisti al seguito) che ci accusavano di essere dei giustizialisti e di volere mettere in discussione l’etica del patron della Fondazione. Ancora una volta la giustizia arriva mentre la politica è secondaria (nel senso che arriva seconda) mentre passano le legislature e gli anni.

Ma il meglio deve arrivare: tra poco tocca l’udienza preliminare per Roberto Formigoni, che qualcuno in questa legislatura è riuscito a far diventare Presidente di Commissione, tra l’altro.

La disfatta del Nord

disfattaHo appena finito di leggere l’importante libro di Filippo Astone “La disfatta del Nord” e credo sia un fondamentale manuale politico per la classe dirigente padana. Dentro c’è il manuale delle cattive pratiche del nord e dei suoi amministratori in questi ultimi anni, con tutte le dannazioni delle esasperazioni leghiste e formigoniane. Leggendolo mi viene da pensare a quanto poco siamo riusciti a comprendere con ampiezza un fallimento culturale oltre che amministrativo.

Nel 1994 la nuova classe dirigente leghista e berlusconiana calava su «Roma Ladrona» con il preciso intento di risolvere la questione settentrionale e con essa tutti i mali del Paese. Celebrando le virtù del libero mercato, del lavoro e dell’imprenditoria, il nuovo potere nordista proclamava di voler cancellare decenni di centralismo, inefficienza e corruzione partitocratica.
A vent’anni di distanza non solo i leader del Nord non hanno imposto i loro presunti valori al resto d’Italia ma paiono averli dimenticati. Alla meritocrazia si è sostituito il nepotismo, alla concorrenza i favori personali, al libero mercato i sistemi di potere foraggiati con i soldi pubblici, all’austera operosità borghese una sfacciata rincorsa alle ricchezze, all’onestà i legami più o meno consapevoli con la criminalità organizzata.
Passando da Maroni a Formigoni, da Monti a Tosi e Ponzellini, dalla Lega a Comunione e Liberazione; tra banche che finanziano gli amici anziché le piccole imprese, grandi aziende pronte a fuggire all’estero, ricchezze accumulate a scapito della salute dei cittadini e amministratori che antepongono gli interessi privati al bene collettivo, Filippo Astone sfata definitivamente il mito dell’efficienza settentrionale.
La disfatta del Nord ripercorre passo dopo passo l’inesorabile corsa verso il declino economico, politico e morale delle regioni che pretendevano di guidare il riscatto del Paese ma hanno finito per scoprire che Meridione e Settentrione non sono poi così diversi e che esiste solo un’eterna, irrisolta questione italiana.

In Lombardia si insultano tra di loro.

Grande spettacolo in Regione Lombardia, eh:

Volano gli stracci tra Roberto Formigoni e Bobo Maroni. Al Celeste non è andata giù la decisione di Regione Lombardia di costituirsi parte civile nel processo per lo scandalo Maugeri, per il quale è imputato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Ancor meno gradita la nomina di un legale esterno all’amministrazione regionale per depositare in cancelleria la costituzione di “parte lesa” nel procedimento in cui l’attuale presidente della Commissione Senato dell’Agricoltura.

L’avvocato in questione è Domenico Aiello, già legale della Lega Nord e sodale di Roberto Maroni. La cronaca giudiziaria è questa. Secondo l’accusa la Fondazione Maugeri avrebbe ottenuto da Regione Lombardia presunti rimborsi indebiti per prestazioni sanitarie, per circa 200 milioni di euro, attraverso una quindicina di delibere della giunta regionale. Parte di quei soldi, 61 milioni di euro secondo l’accusa, sarebbero stati distratti dalle casse della Maugeri, tramite il faccendiere Daccò e l’ex assessore regionale Antonio Simone. In cambio delle delibere, sempre secondo l’accusa, Formigoni sarebbe stato ripagato, attraverso i soldi distratti, con benefit di lusso per un valore di oltre 8 milioni di euro: viaggi, vacanze ai caraibi, la messa a disposizione di tre yacht, un maxi-sconto sull’acquisto di una villa in Sardegna, ma anche finanziamenti per cene e soggiorni al meeting di Comunione e Liberazione e 270 mila euro in contanti.

Se il riconoscimento dello stato di “parte lesa” da parte di Regione Lombardia non garantisce automaticamente la richiesta di danni ma solo l’eventuale partecipazione al processo, è abbastanza evidente che con l’udienza preliminare alle porte nessuno fino a ieri si era deciso a compiere il fatidico passo.

Formigoni, raccontano i suoi fedelissimi, era arciconvinto che Regione Lombardia sarebbe rimasta fuori dal procedimento. E allora scatta immediata la reazione. «Si tratta di un fatto mai visto prima e configura una scorrettezza istituzionale»,spiega in una nota l’ex presidente del Pirellone. «La vera notizia è che il Presidente Maroni ha dato l’incarico non all’Avvocatura regionale che è un organo istituzionale assolutamente qualificato e di grande efficacia, ma al suo avvocato personale al quale verrà evidentemente corrisposta congrua parcella a spese della Regione Lombardia».

Dall’entourage di Maroni si sussurra che la scelta si è resa necessaria per evitare che dipendenti scelti da Formigoni non risultassero sufficientemente “neutrali”. La replica è stizzita: «Sono professionisti che c’erano prima del mio arrivo, che hanno superato concorsi nazionali e che rispondono in prima persona delle loro azioni. E’ un insulto non attingere a tali risorse».

L’articolo di Marzio Brusini è qui. L’opposizione è lì.

Macchiavellismo Cattolico

In scena anche quest’anno (come tutti gli anni) a Rimini con il grande meeting di Comunione e Liberazione: uno dei totem del consociativismo che sembra intoccabile per non turbare le acque della politica, dell’economia, di Regione Lombardia, della sanità privata e naturalmente del signore (quello minuscolo venerato solo in preziosissimi crocifissi affissi). I professori della società orizzontale che poi non sa resistere al fascino verticale del potere politico (lo scrive oggi Di Vico sul Corriere) mentre coopta adepti e affari come una holding qualsiasi ma questa sì unta dal Signore.

Io non so fino a quando perderemo abbindolati contro questo cristo elettorale che viene crocifisso da una solidarietà solo tra sodali come nei clan meno etici e soprattutto non so fino a quando non avremo il coraggio di dirci laici almeno per il rispetto degli insegnamenti cristiani esposti come gadget dai mercanti del tempio. CL è, in Lombardia, la crosta che ha narcotizzato il merito e la trasparenza immolando Formigoni come presunto traditore dopo diciotto anni (18) di servilismo al guinzaglio. E poco conta che oggi il Celeste sia il pupazzetto lamentoso dell’anno; Letta e Lupi firmano le larghe intese come vangelo e ci condannano tutti ad essere streghe per il nostro voler essere di parte.

Siamo strani noi, ostinatamente non devoti al macchiavellismo cattolico scambiato per politica e fede. Sempre così laici da irretirsi per qualche condannato prescritto da Dio e noi che non ne eravamo computamente informati.

‘Ndrangheta in Lombardia: cosa (non) hanno detto i politici Abelli e Giammario

«Il contesto processuale nel quale questi personaggi politici e le persone del loro entourage sono stati chiamati a testimoniare era fra i più delicati ed imbarazzanti che si possano immaginare, visto che qui si discute di ’ndrangheta e di patto di scambio politico-mafioso: si possono perciò ben spiegare le prese di distanza, il riferimento al gran numero di persone che si finisce con l’incontrare nel corso di una campagna elettorale». Per questo «i contributi dichiarativi» sono risultati «estremamente prudenti, assai generici, a tratti sfuggenti e in più di un passaggio inconciliabili con altre emergenze processuali: insomma, poco utili per l’accertamento della verità».

(Motivazioni della sentenza con cui i pm di Milano hanno inflitto le 41 condanne nel processo Infinito, tra cui quelle all’ex manager Asl Carlo Chiriaco e all’avvocato Giuseppe Neri)

Penati Democratici

Filippo Penati, l”hanno fatto innervosire e lui (finalmente) risponde al PD:

Gli stessi che anticipano le sentenze della giustizia con mille pretesti sono quelli che poi non dicono nulla rispetto al fatto che anche il Pd ha votato Formigoni presidente della commissione Agricoltura al Senato.

E non riesco su questo a dargli torto. Mi costa ammettere di essere d’accordo con Filippo Penati, ma evidentemente anche un orologio rotto segna l’ora esatta due volte al giorno. Tranne il PD.