scorta

Vi serviva davvero la scorta a Liliana Segre, per capire che l’Italia è antisemita?


Tutti (giustamente) preoccupati per Liliana Segre finita sotto scorta. Ma davvero non vi bastava la bava che scorre nei discorsi, al bar o in rete, per rabbrividire di fronte a questa violenza spacciata per autorevolezza e questo odio che si finge protezione di non si sa bene cosa. Abbiamo bisogno di una scorta per accendere la luce rossa dell’emergenza e poi ce la dimentichiamo subito, quella luce lì, accesa in fondo al corridoio come se servisse solo per il tempo di un articolo.
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Ma davvero vi stupite che sia stata revocata la scorta a Sandro Ruotolo? Davvero?


Ma davvero credete che questa lunga, logorante, incessante campagna di delegittimazione contro i giornalisti e il giornalismo alla fine non avrebbe prodotto danni, credevate che passasse come un semplice pour parler senza invece esporre a ulteriori rischi un’intera categoria, completamente bistrattata, tutta in un unico calderone in cui stanno i servi di qualche potere e le schiene dritte (come Sandro, appunto) senza nessuna distinzione?
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Vivere sotto scorta non è affascinante, è solo una condanna che fa soffrire e ti rende solo


Vivere sotto scorta non significa farsi accompagnare e nemmeno saltare la coda: vivere sotto scorta significa comprimere i tuoi affetti in un angolo, come un bonsai, per non lasciarlo in pasto agli altri. Significa perdere il diritto di cittadinanza nel Paese della normalità. La scorta è un tarlo. Un tarlo col quale convivi per difenderti ma che intanto cresce mangiando la tua solitudine.
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