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Le certezze dei nostri piccoli e gretti cortili

Vi racconto una storia.

Lei è una ragazza, che se ne scappa dal suo Paese, convinta di meritarsi altro rispetto al quasi niente che le si offriva. Mi dice “partita senza sapere la lingua, sapevo dire solo sì e no, non spaevo cosa avrei trovato”. È rimasta otto giorni nella capitale, dormendo solo qualche ora: “ho dormito due ore a notte”, mi spiega. Ha conosciuto una donna, Paola, onesta e gentile. Buonista, direbbe qualcuno. Le ha dato consigli e l’ha aiutata. Poi la protagonista di questa storia è finita in periferia: stanza condivisa, otto persone dentro, di nazionalità diverse.

“Voglio descriverti le emozioni”, mi ha detto: pochi soldi in tasca, giornate passate a capire come muovermi e come imparare la lingua, giornate in cui usciva di casa solo per provare a superare la paura, la sensazione di non farcela. Trova un lavoro, umilissimo. Le serve comunque per pagarsi lo studio della lingua. Se lo fa bastare. Mi racconta del terrore di essere giudicata dai famigliari lontani, della sensazione di non poter risolvere gli accidenti che capitano alla sua famiglia e lei è così distante, la sensazione di vuoto in un Paese che non è il tuo e non sai dove appoggiarti.

La storia di questa donna finisce bene: trova un lavoro ma soprattutto incontra una persona con gli occhi puliti, senza il fumo e la rabbia, una di quelle che vede le persone per quello che potrebbero diventare piuttosto che per quello che sembrano, una di quelle che non giudica (o addirittura odia) la faccia impastricciata dai casi della vita. Ora lavora. È felice, anche se le manca il suo Paese.

Fermi tutti, però. Lei si chiama Annalisa. La capitale di cui mi parla è Londra. Ed era l’unica italiana in quella stanza di otto persone. La sua lettera è una spremuta di umanità: “Portare mamma in aeroporto, – mi scrive – una vecchietta di 70 anni, che ogni volta che prende l’aereo mi fa perdere anni di vita, tra preoccupazioni ed incazzature… ma viene qua per vedermi… non so se conosci quella sensazione quando va via, la guardi entrare nei tornelli e non sai se la rivedrai ancora, se l’hai abbracciata abbastanza, orgogliosa del suo coraggio, che è anche il tuo e triste per farle fare questo, farle subire la mia assenza… che un giorno sarà per me la sua… spiazza, fa pensare a tutto quello che perdi…”. Ha un cuore così Annalisa.

E stamattina mi viene da pensare a come l’avremmo accolta noi, se davvero abbiamo gli occhi puliti per vederle, le Annalisa che incontriamo. E mi assale pena e speranza. Pena per la fuliggine che ci ha fatto disimparare a scorgere quanto le storie e le persone siano universali ma anche speranza, sì speranza, perché ci salveranno i viaggiatori che squarciano la certezza dei nostri piccoli, gretti e falsamente benpensanti cortili.

Buon mercoledì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/09/05/le-certezze-dei-nostri-piccoli-e-gretti-cortili/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

‘A livella: indicare il fango degli altri per sembrare puliti

La nuova via di scampo, la più in voga al momento, per evitare di argomentare una difesa e non essere costretti a prendersi le proprie responsabilità è nel trovare qualcuno di peggio in giro e sperare che la feroce indignazione popolare trovi abbastanza soddisfazione per placarsi. Sta accadendo in queste ore con i cinquanta milioni di euro “spariti” dalla Lega di Salvini (“e allora il Pd?” ormai è diventata una frase buona per tutte le occasioni, come le profezie di Fassino quando c’è da risollevare una serata) ma accade anche ogni volta che qualche politico viene indagato o arrestato e accade ogni volta che si discute delle qualità di qualcuno.

La livella non è più la morte come nella celebre poesia di Totò: è lo schifo. Più schifo riescono a cogliere in giro e più si sentono in diritto di fare schifo, come se l’asticella della dignità e della potabilità delle proprie azioni si abbassasse ogni giorno di qualche centimetro: se c’è gente che chiede di affondare i barconi quelli che si limitano a non piangere i morti in mare si considerano quasi degli umanisti. Se c’è qualcuno che è stato arrestato per mafia quelli che semplicemente sono amici di mafiosi (o ne sono stati per anni alleati di governo) possono addirittura fingersi degli eroi contro la criminalità. Raccontano i grandi evasori fiscali e così le loro piccole corruzioni valgono come un paio di multe per divieto di sosta.

È un’irrefrenabile corsa verso il peggio in cui il sapere o il senso di responsabilità sono diventati un’onta, dove la morale è essere più furbi degli altri riuscendo se possibile a essere peggiori, dove conta avere in tasca la storia di qualcuno meno preferibile di te per considerarsi assolti. E così, rotti gli argini, si sfaldano anche le parole: il ministro degli Interni dichiara di voler prendere a bastonate i mafiosi usando il loro stesso vocabolario, la calunnia è l’unico metodo di critica, l’insinuazione rivenduta come analisi, l’appartenenza è una qualità, la delazione un’arma politica sdoganata e la violenza un’accettabile e legittima difesa.

Una moltitudine di cercatori di fango che insozzano l’ambiente intorno sperando di ricavarne profumo personale. E mentre tutto deperisce l’unica speranza è trovare nuovi e più turpi disperati. Una decrescita infelice che ci rivendono come Rinascimento.

Buon giovedì.

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Hai mai bussato al tuo vicino?

«Hai mai bussato al tuo vicino?» è la domanda che mi ha cortesemente posto ieri un’antica signora, una di quelle che qui da noi incrociamo come fantasmi con borse della spesa troppo pesanti, portafogli tenuti stretti, scalini del bus troppo alti e semafori terribilmente veloci. Nonostante per mestiere mi capiti di leggere storie, talvolta scriverle, e auscultare i fatti del mondo ogni volta che parlo con un anziano mi cade addosso un mondo che mi pare di avere messo troppo presto nei cassetti delle notizie passate, come se quei modi che furono non contengano in fondo anche le chiavi di lettura per il presente.

Quando ho chiesto di rimando perché dovrei andare alla porta del mio vicino lei mi ha chiarito il concetto: «Per sapere come sta, se ha bisogno di qualcosa, se è infastidito da qualche nostra abitudine a cui magari non facciamo caso e non pensiamo che possa essere di disturbo», mi ha risposto lei.

E l’ho trovata una frase piena di luce nel buio dei porti chiusi, delle grette disperazioni che ci inducono a rimpicciolire gli spazi di cui avere cura e di questo livore che insozza i social, i discorsi nei bar (perché sì, ci sono le persone dietro ai social, anche se a qualcuno fa comodo dimenticarselo) e i dialoghi della politica.

E mi è venuto da pensare (è un pensiero mio, da appoggiare nel buongiorno di questa mattina) che oltre alla solidarietà è successo che sia andata completamente fuori moda la gentilezza. Essere gentili (nelle sue diverse declinazioni, compresa la buona educazione) è lentamente diventato un sinonimo di debolezza nella sua accezione peggiore: sono rampanti gli amministratori delegati, sono feroci gli avversari politici, sono vendicative le cosiddette grandi firme dei giornali, sono doverosamente incazzati i commentatori in internet, sono simpatici coloro che trovano le perifrasi più sconce per irridere gli altri, sono buoni padri di famiglia  quelli che eccedono nella difesa sparando nel mucchio.

Forse in fondo (è quasi una speranza) ci comprime così tanto essere diventati quotidiani coltivatori domestici di bile che un Salvini quasi ci consola, come succede ai servi quando si convincono di somigliare al proprio padrone: la scomparsa di gentilezza condona la nostra rabbia e siamo contenti così.

Per questo basta un’anziana sconosciuta fedele alla gentilezza per farci balbettare come se ci avessero rubato quel vocabolario che pure dovrebbe essere comune. In fondo è ciò di cui si occupa da tempo il Manifesto della comunicazione non ostile (lo trovate qui) e altri che resistono al cattivismo. Ma essere gentili, di questi tempi, è anche un atto politico: è gentile colui che ha ancora la lucidità di avere fiducia nei suoi simili e se ci pensate è già una rivoluzione. Piccola, certo, ma terribilmente concreta. Oggi ho deciso che busserò al mio vicino.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/06/28/hai-mai-bussato-al-tuo-vicino/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Inetti (ma “del cambiamento”) e pronti a sostenere una tesi e il suo contrario

Forte, il Di Battista: riuscirebbe a sostenere una tesi e il suo contrario nel giro di poche ore con la stessa identica foga e così basta guardarselo per qualche minuto durante un suo comizio (a proposito: qualcuno si ricorda un atto parlamentare degno di nota, una proposta di legge, un qualsiasi intervento non comiziante degno di nota?) per capire che l’uomo che si schiantava contro Salvini “cazzaro verde” oggi dice di essere d’accordo con Toninelli (che non esiste, quindi con Salvini). Tra i punti da sottolineare c’è l’umile affermazione di essere “l’unico che ha letto la sentenza Dell’Utri su Berlusconi” (e chissà cosa ne dicono i pm di quel processo e cosa ne dicono i poveri stronzi sotto programma di protezione da una vita, a saperlo che bastava Di Battista…) e la tiepida affermazione “io ho lavorato in Africa per una vita” (detto testualmente così). Eccolo qui:

Però vi diranno che Di Battista ormai non c’entra già nulla e allora forse vale la pena vedere i protagonisti del governo del cambiamento: all’Interno, ad esempio, come sottosegretario c’è Carlo Sibilia (ci sarà tempo per parlare degli altri). Carlo Sibilia è quello che il 20 luglio del 2014 twittò letteralmente:

“Oggi si festeggia anniversario sbarco sulla . Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa…”.

Carlo Sibilia è quello che il 26 novembre del 2011 sulla piattaforma del M5s propose una legge per legalizzare unioni “di gruppo”, e “tra specie diverse”.

C’è Maurizio Santangelo, neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria, che scrisse “Con un po (testuale, senza apostrofo) di impegno l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia”.

C’è l’onorevole Gianluca Vacca che de l’Unità scrisse “è tornata a infangare le edicole. Le discariche sono sature, non c’era bisogno di nuova spazzatura”.

C’è il nuovo sottosegretario Claudio Cominardi che alla Camera ci svelò che la strage di Piazza della Loggia fu “un complotto di Bilderberg”.

Non conta più nulla: quello che hai detto, quello che hai fatto, ciò su cui hai giurato, le cazzate che hai scritto scivolano in scioltezza in nome della speranza e del “lasciamoli lavorare”. Un Travaglio ci avrebbe costruito una letteratura sull’inettitudine e le contraddizioni di un governo del genere. Solo che si è già giocato il jolly.

Buon mercoledì.

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I ragazzi, le scuole e Santamamma

Quando si dice che sono loro la speranza, riferendosi ai ragazzi delle scuole, mi viene in mente la sensazione che mi coglie ogni volta che ho presentato Santamamma davanti a loro. Così curiosi, così brillanti, così affamati. E ogni volta me ne stupisco. Per questo non mi stupisce che poi, come i ragazzi del Liceo Poerio di Foggia, scrivano interviste e recensioni che profumano di buono in modo inarrivabile per tanti critici incensati. Grazie, ragazzi.

Ecco qui il numero del giornale della scuola dedicato a Santamamma, ecco come scrive questa generazione che qualcuno descrive come già fallita:

Il coraggio di Anna

Pentirsi dall’interno di un’organizzazione criminale è sempre un passo difficile. Pentirsi in ambienti ‘ndranghetistici è ancora più complicato per i rapporti di sangue che spesso intercorrono all’interno del clan e che “pesano” nel trasformare un pentimento in un tradimento, ed è comodissimo per i boss.

A Catanzaro c’è una donna che da qualche tempo sta raccontando tutto quello che sa sui rapporti criminali che stanno dietro alla maxi rapina al caveau della Sicurtransport (8,5 milioni di euro il bottino totale) che il 4 dicembre 2016 una banda foggiana ha messo a segno con la collaborazione delle ‘ndrine (attraverso un uomo della cosca degli Arena).

Una rapina da film: auto e furgoni incendiati per bloccare il passaggio e isolare la zona, quindici persone armate con strumenti ad alta tecnologia, una ruspa con martello pneumatico per sfondare il caveu, un dispositivo inibitore di frequenze per impedire qualsiasi possibilità di conversazioni telefoniche.

Anna Cerminara era la compagna di Giovanni Passalacqua (una delle menti del colpo) e di fronte ai magistrati ha raccontato tutti i particolari dell’azione, della sua preparazione, tutti i nomi e i cognomi. Nonostante le pressioni del suo ex compagno dopo che lei ha deciso di entrare nel programma di protezione testimoni e nonostante le continue minacce rivolte anche al figlio Anna ha proseguito il suo percorso di collaborazione con i magistrati della DIA di Catanzaro. Era entrata nel programma di protezione ma poi la paura aveva preso il sopravvento: “O ci pensi tu, o ci pensiamo noi” dicevano a Passalacqua pretendendo che lei dicesse tutto quello che aveva raccontato alla Polizia. Poi Anna ha ritrovato le forze per chiedere aiuto e protezione allo Stato. E ha detto tutto.

E a me sembra una storia che infonde speranza, in questo lunedì.

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Bomba o non bomba

Nella giornata di ieri, mentre tutti discutevano delle baruffe tra Salvini e Di Maio e la stampa si riempiva di editoriali zeppi di consigli su cosa dovrebbe fare il Partito democratico una bomba dentro la sua auto ha maciullato Matteo Vinci, 42 anni, e gravemente ferito il suo settantacinquenne padre. Una bomba come quelle che da noi si osavano solo nei tempi peggiori quando vigeva prepotente il senso di impunità se non addirittura la convergenza di interessi con lo Stato. Matteo Vinci, secondo le prime ipotesi della Procura, avrebbe avuto un diverbio con un vicino parente di qualche cognome importante. Le parole degli inquirenti lasciano pochi dubbi: “le cosche stanno alzando il livello”, hanno dichiarato. Una bomba, di quelle vere, che esplodono davvero e che procura un dolore e un rumore che tutti dovrebbero girarsi a guardare, parlarne, cercare di capire.

Ieri in Calabria sono stati arrestati Carmelo Ficara, Francesco Andrea Giordano, Michele Surace e il figlio Giuseppe, tutti nomi che contano nel campo delle costruzioni a Reggio Calabria e in provincia. “Imprenditori”, come si fanno chiamare. Eppure sono accusati di essere i prestanome e i riciclatori della cosca dei Tegano, una famiglia mafiosa che nonostante passino le generazioni non sempre perde lo “smalto”.  Hanno cementificato la provincia reggina. Gli hanno sequestrato beni per un valore di cinquanta milioni di euro. Cinquanta milioni di euro.

Ieri a Palermo è stato arrestato Pietro Formoso, fratello dei due Formoso che furono condannati per la strage mafiosa a Milano nel 1993. Secondo le indagini Formoso deciderebbe (a nome di Cosa Nostra) quali filetti devono stare sulle nostre tavole. Dalle intercettazioni si capisce anche che il latitante Matteo Messina Denaro preferisce invece investire sull’olio extravergine. Quello che mangiamo, noi.

Aspettiamo con ansia e poca speranza l’indignazione e le soluzioni da parte di chi brama il governo per risolvere “le paure degli italiani”. Aspettiamo con ansia che di mafia, anche solo per sbaglio, se ne senta parlare anche da parte dei papabili leader. Aspettiamo con ansia che questo Paese non abbia bisogno delle carneficine per svegliarsi magari tenendo conto anche di tutte le carneficine che già sono state. Aspettiamo con ansia che qualcuno si occupi del tema delle mafie e magari che faccia in modo che le mafie smettano di occuparsi di noi.

Buon martedì.

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Il diritto di fallire

Sta spargendo tristezza la storia di Giada, la giovane che si è suicidata nel giorno della sua finta laurea sopraffatta dalla vergogna di avere mentito sul suo corso di studi. Ha aperto una riflessione anche il post di Guido Saraceni, docente di Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica presso l’Università di Teramo che sul suo profilo Facebook ha scritto:

«La giornata delle lauree celebra la maturazione, la fatica e l’impegno dei nostri studenti. Ha il sapore della speranza nel futuro.

A queste cose ho pensato ieri, quando letto che una ragazza di Napoli, il giorno delle lauree, è salita sul tetto dell’Ateneo e si è lanciata nel vuoto: aveva detto a parenti ed amici che quel giorno si sarebbe laureata, ma non aveva completato il ciclo di studi.

L’Università non è una gara, non serve per dare soddisfazione alle persone che ci circondano, non è una affannosa corsa ad ostacoli verso il lavoro.

Studiare significa seguire la propria intima vocazione. Il percorso di studi pone lo studente davanti a se stesso.

Cerchiamo di spiegarlo bene ai nostri ragazzi. Liberiamoli una volta per tutte dall’ossessione della prestazione perfetta, della competizione infinita, della vittoria ad ogni costo.

Lasciamoli liberi di essere se stessi e di sbagliare. Questo è il più bel dono che possono ricevere. Il gesto d’amore che può letteralmente salvarne la vita».

E ha ragione Saraceni. Eppure il diritto di fallire non vale solo per l’università ma vale generalmente per la vita e forse sarebbe il caso di ribadirlo in questo tempo, questo tempo in cui le fragilità sono una colpa e in cui la vita degli altri vorrebbe essere pesata per le vittorie senza tenere conto di tutto il resto. Che è la vita, tutto il resto.

Bisognerebbe sancire il diritto di fallire, di provarci e non riuscire, di mettercela tutta e scoprirsi non all’altezza. E rispettarsi. E rispettare. Sarebbe una rivoluzione profumatissima.

Sarebbe una bella opposizione, quella agli indegni

Che poi se ci pensate è soprattutto una questione di dignità. Dignità nel senso di misura, forma, etica e potabilità di ciò che è universalmente riconosciuto come ingiusto, falso o disonesto. Se improvvisamente diventasse obbligatoria la dignità – obbligatorio averla, obbligatorio pretenderla – il fumus con cui si giustificano azioni indegne non verrebbe preso in considerazione, nemmeno se sparato di grancassa su tutti i media: una bugia sarebbe una contraddizione che una volta svelata pretenderebbe la dignità di farsene carico e di agire di conseguenza.

Se la dignità fosse obbligatoria il problema del giorno non sarebbe Bardonecchia, lo sconfinamento e i pruriti nazionalisti ma piuttosto sarebbe il succo dell’azione, quello che è veramente successo, il perseguitare un disperato come se fosse una priorità nazionale e, se la dignità fosse obbligatoria, il ministro Minniti non potrebbe ergersi a maestro di politica estera e sicurezza senza che goccioli dappertutto il sangue libico con etichetta italiana. Se la dignità fosse uguale per tutti non ci sarebbe una gara su chi è più xenofobo, disumano e respingente. Ci sarebbero i degni e gli indegni e Minniti e francesi sarebbero nella stessa squadra.

Se la dignità fosse uguale per tutti, le parole avrebbero un peso oltre che un senso. Salvini e Di Maio avrebbero addosso tutte le frasi che si sono detti, uno contro l’altro, e un abboccamento non potrebbe avvenire senza prima disfarsi di loro: non è un “avvicinamento” ma è un cambio di linea politica. Ed è così indegno cavalcare il cambiamento dopo essersi intascati i voti per farsi la guerra.

Se la dignità valesse per tutti ci sarebbero i “senza diritti”, i “senza casa”, “i senza lavoro”, i poveri, gli umiliati, i “senza speranza”, i periferici che sarebbero una violazione della dignità come diritto. Ci si concentrerebbe sui carnefici e non sui disperati.

Se la dignità fosse obbligatoria i servetti di Berlusconi non potrebbero discettare di diritti delle donne, Salvini sarebbe (nella migliore delle ipotesi) colui che ha ricandidato Umberto Bossi condannato in primo grado a 2 anni 3 mesi per appropriazione indebita, Casaleggio non potrebbe discettare di democrazia digitale avendo provato a registrarne il marchio, una certa parte del Pd dovrebbe raccontarti del proprio recente passato piuttosto che disquisire di futuro, un pezzo di sinistra dovrebbe placidamente farsi da parte e qualche ministro dovrebbe chiedere scusa.

Se la dignità fosse obbligatoria si scriverebbe che una porzione di questo Parlamento, anche se ha ancora addosso il profumo di nuovo, si porta dietro l’odore della fogna, intriso com’è di promessi dimissionari mai dimissionati, di volgari provocatori sempre sull’onda, di incapaci e di bolliti.

Sarebbe una bella opposizione, quella agli indegni.

Buon lunedì.

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L’Italia dei Zonin

Sequestrati 19 milioni di euro di beni nella villa dell’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza Gianni Zonin. Scrive il Corriere:

“A chiedere il sequestro conservativo, disposto dal gup Venditti, sono stati gli avvocati Renato Bertelle e Michele Vettore – presenti nella villa durante l’attività di inventario dei beni – rispettivamente per 15,5 milioni di euro in rappresentanza di 235 ex risparmiatori, e per 3,8 milioni a nome di altri 41 ex azionisti. «Il sequestro riguarda beni mobili – hanno spiegato i due legali – ovvero opere d’arte, preziosi e tutto ciò che si ritiene abbia un valore all’interno della casa. A breve entreremo a revisionare le due casseforti presenti. Al termine di questo inventario i beni resteranno qui perché spostarli sarebbe pericoloso e costoso, ma sarà nominato un custode, indicativamente il figlio Michele (che è il proprietario dell’immobile, ndr), e i beni resteranno sotto sequestro fino a quando non si procederà con il pignoramento o con la liberazione dal sequestro a fine processo». In caso di condanna serviranno a risarcire i risparmiatori che si sono costituiti parte civile o che faranno causa per danni. Nella villa è presente anche un antiquario esperto in opere d’arte che dovrà valutare gli oggetti di valore. Le operazioni sono solo all’inizio e proseguiranno anche domani. «La villa è molto grande – ha spiegato Bertelle – e gli oggetti che stiamo trovando sono sicuramente di grande pregio, direi importanti».”

Dell’Italia dei Zonin ne parliamo nello spettacolo “Sono tutti uguali” che con Giuseppe Civati abbiamo preparato qualche mese fa. E vale la pena rileggerlo:

Un privilegiato lo riconosci dalla postura che tiene nel tempo libero. L’oppressione non è qualcosa che ti compare sul petto come un ciondolo e nemmeno una favola da raccontare nelle interviste. Se ci pensate bene l’oppressione non sta nemmeno nell’estratto conto in banca, di ognuno di noi. L’oppressione è più la sensazione di avere una colpa e non riuscire a darle una forma e un nome, è il pensiero fisso di non avere diritto alla serenità, convinti di avere fallito da qualche parte e si passa tutto il tempo a ripercorrere il proprio tempo e le proprie azioni, frugandoci dentro, perché all’oppresso solleverebbe trovare l’incrocio, il bivio, dove ha sbagliato qualcosa. E invece niente. Gli oppressi, i diseguali che stanno in fondo, gli incapaci di avere speranza non li riconosci come scrive qualche giornale o come ci insegna qualche Briatore sul posto di lavoro: lì lavorano, aggrappati. Si lasciano andare nei tempi intermedi, nelle tratte pendolari, in coda alla cassa dei supermercati, nel fastidio con cui vorrebbero disinteressarsi delle notizie dei telegiornali, nella vergogna con cui confessano di non poter promettere un futuro più lungo del fine mese, nella rabbia con cui stringono le borse di plastica impigliate sul bus, per strozzarle. E ogni gesto, minimo, è una resistenza alla voglia feroce di lasciarsi andare. E invece resistono. Questi invece no.

Fred Goodwin, nonostante il cognome, affondò la Royal Bank in Scozia (perdite per decine di miliardi di sterline) speculando sui mutui e trascinandola in un’assurda politica di acquisizioni. Oggi ha una pensione da 350 mila sterline e si dedica al restauro di auto d’epoca. James di cognome fa Cayne e guidava la Bear Stearns. Una banca d’investimenti internazionale con una sfavillante sede a New York. Una di quelle che è diventata cenere dopo la bolla del mercato immobiliare americano. «Colpa della mancanza di fiducia», dicevano i guru della finanza, quelli che sanno sempre chi sono i responsabili, quelli che hanno sempre la diagnosi ma chissà perché non indovinano mai una cura. Il giorno che la banca è saltata in aria James Cayne, azionista di maggioranza, non si trovava: stava giocando a golf. Veniamo a noi. Giuseppe è Mussari. Giuseppe Mussari. L’uomo che si mise in testa con MPS di acquistare Antonveneta per l’astronomica cifra di 9 miliardi di euro. La fame dei banchieri, del resto, deve essere un vizio atavico, solo che il boccone questa volta è troppo grosso e rimane incastrato in gola: MPS salta. Salta anche un dirigente MPS dalla finestra, in uno dei nostri suicidi suicidati tutti italiani. Era David Rossi e aveva deciso di dire tutto quello che sapeva. Ma è morto prima. Suicidio, ovviamente. La caduta. Del sistema bancario. Delle azioni. E delle persone. Un’immagine violenta, dolorosa, nel centro del sistema, dal palazzo del potere. Defenestrazione. Mussari e altri manager del gruppo sono accusati di ostacolo alle funzioni di vigilanza (condanna in primo grado a tre anni e sei mesi a Siena), falso in bilancio e aggiotaggio. Ma lui, Giuseppe, è tranquillo. La catena di hotel è intestata alla moglie che per uno scherzo del destino continua a pagare le rate dei prestiti ottenuti da MPS. ,

L’uomo simbolo delle cadute fragorose e degli quali però è sempre lui: Gianpiero Fiorani ex numero uno della Banca Popolare di Lodi diventata, sotto la sua guida, la banca più impopolare d’Italia. Un passato fatto di scivolose scalate (come quella all’Antonveneta), soldi in nero a Singapore e baci in fronte all’ex Governatore della Banca d’Italia Fazio. Uno che passava in scioltezza dagli austeri uffici della finanza alle allegre scampagnate in barca con Lele Mora, ha truffato la sua banca e i suoi clienti, ha confessato molto, ha restituito 34 milioni di euro, e s’è fatto anche il carcere. Oggi è al fianco del padrone dello Spezia Calcio Gabriele Volpi che possiede anche la Pro Recco di pallanuoto per organizzare un’attività di logistica nel settore petrolifero in Nigeria. La sua famiglia ha investito in energie rinnovabili, negozi, un lussuoso ristorante in via D’Azeglio a Bologna e un negozio di specialità alimentari di lusso. Perché se ce l’hai dentro il lusso, quello vero, non lo perdi mai. “I soldi sono come le unghie, prima o poi ricrescono” diceva Fiorani.

Poi c’è “il Gianni”. Gianni Zonin. L’uomo che oltre alla passione per le vigne, il vino e le vendemmie si è dedicato “con cura” (come dice lui) alla Banca Popolare di Vicenza che si è sbriciolata prima di essere salvata dall’ennesimo decreto salvabanche. «Zonin oggi è nullatenente» ripetono preoccupati i soci che hanno perso tutto.

Poi ci sono quelli che i cognomi non se li ricorda nessuno. Mario è un pensionato che abita a Empoli e, andato in pensione, aveva da parte cinquantamila euro. In Banca Etruria. Ne ha persi 40 mila. “Mi hanno dato in mano solo un foglio”, dice. Roberta Gianni invece ha 50 anni e non riesce più a dormire. Non bastano le gocce, le tisane, i farmaci. Niente. Lei ha perso 62 mila euro, 20 mila sua madre e 10 mila sua sorella. Maria racconta: «Io e mia sorella down ci sedemmo davanti a quell’impiegata di banca. Aveva il pancione. “Nessuno meglio di te che aspetti un bambino può capirmi”, le dissi. “Questa sorella disabile è come mia figlia, l’ho cresciuta io, e i soldi che hai davanti sono gli unici che possiede. Serviranno per assicurarle un aiuto, una badante. Vuole investirli in modo sicuro, senza rischio di perderli». L’impiegata di banca rassicurò. E la ragazza down, sì, proprio lei, firmò il contratto. Che riporta una data, 3 giugno 2013, e una sigla maledetta I0004931405, una di quelle che contrassegnano le obbligazioni subordinate emesse da Banca Etruria. Ora quel contratto è carta straccia. E la ragazza down ha perso i 30.000 euro che sarebbero dovuti servire a darle un’assistenza. Il fatto è che, davvero, la disuguaglianza alla fine sta anche negli occhi, dico, ti fa vedere al rovescio il mondo. Così ci sono quelli per cui le banche sono l’unico sportello in paese, l’impiegata che è la figlia dell’amica, che conoscono da quando era alta così. “Mettili in banca”, dicevano i nonni ai nipoti, che “poi altrimenti li spendi, che almeno sono al sicuro”. Il dottore, il parroco, il salumiere e la banca sono i punti cardinali di quelli che non si sentono mica traditi da Gianni, Gianpiero e quegli altri lassù, no: traditi dall’ingiustizia. Se li ascoltate dicono così. Ingiustizia. Gli altri, invece, i rapaci, vedono le gambe come pioli di una scala per arrampicarsi al cielo. E mentre salgono cagano di sotto.

MUSICA

Tu da che parte stai? Stai dalla parte degli amici banchieri, molto munifici e generosi quando si tratta di accendere un mutuo e di concedere un fido oppure dalla parte delle persone comuni, alle prese con le loro imprese? Mutuo e fido, due parole, anche queste cariche di significato. Il mutuo soccorso di chi si mette dalla parte di chi rischia e di chi investe oppure fedeltà al potere del politico fido, che sa come comportarsi e che cosa fare, perché ha le spalle coperte? Ci vuole cuore e cervello per difendere i fragili. E provare a guardare a fondo nelle storie. Ce n’è una, nascosta tra le pieghe dell’ultimo crac, quello della Banca Popolare di Vicenza guidata da Gianni Zonin che meriterebbe una risposta. La protagonista è Cecilia Carreri, ex giudice vicentino che ha una domanda che le martella la testa: come sarebbe andata se nel 2002 Zonin fosse uscito di scena? Cecilia Carreri ha indagato sulla Banca Popolare di Vicenza e su Zonin agli inizi degli anni 2000. La Carreri accusava Zonin (e non solo lei, c’era anche un’appuntita relazione di Bankitalia dopo un’ispezione) di “usare la Banca come cassaforte personale. Balzava evidente l’assoluta mancanza di controlli istituzionali su quella gestione”. Il suo procuratore capo, lo racconta lei in un suo libro, la fermò per strada per chiederle di archiviare. Si rifiutò. L’indagine venne affidata a un altro gip e venne archiviata. Lei venne cacciata dalla magistratura con la colpa di “aver messo sotto sforzo la schiena”. Il procuratore che le consigliò di lasciar perdere quell’indagine, invece, finì a lavorare per Zonin, “come molti miei colleghi”, dice Cecilia. Oppure sulla Banca di Lodi, quella di Gianpiero Fiorani, e la storia sempre troppo poco raccontata di una stagista della banca che il 22 gennaio del 2003 prende carta e penna e scrive al Corriere della Sera: «Oggi – scrive la stagista – mi sono convinta dell’opportunità che io faccia conoscere anche ad altri le cose di cui sono venuta a conoscenza.» Basta, insomma, con «il far finta di nulla, questa deleteria e oramai radicata abitudine del popolo italiano […]. Vorrei dire che quanto accaduto a Bipop, fra poco si presenterà con maggiore virulenza anche per la Popolare di Lodi». E poi: «La cosa che più mi ha sconcertata è l’utilizzo scellerato che la banca fa dei nuovi strumenti finanziari […].». Era in vigore «un simpatico meccanismo: se la transazione va bene, cioè vi è un guadagno, tutti gli utili rimangono sul conto» della controparte complice, che «procede poi a effettuare i trasferimenti al buon Boni; se va male, le perdite vengono addossate alla banca. Semplice ed efficace». «Alla fine gli unici che ci rimetteranno saranno i piccoli risparmiatori [… ] . Quanto detto è solo il coperchio di un intreccio intricato […]. Ci sono persone che sanno ma fanno finta di nulla […].» La lettera non è mai stata pubblicata. Nessuno se n’e accorto. Niente di niente. Fino al dicembre del 2015, quando Fiorani viene arrestato e succede quello che è successo. Il diavolo sta nei dettagli ma anche le brave persone ogni tanto rimangono incastrate nelle pieghe. Cassandre. Gufe. Disturbavano le aquile, nessuno le ha ascoltate. Fino alla caduta.