Nella Serpa: la boss di Paola

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Per Nella Serpa, 59 anni, ritenuta a capo dell’omonima cosca di ‘ndrangheta operante a Paola è stato applicato il regime detentivo speciale del 41 bis. Il provvedimento rientra nell’ambito dell’attività di contrasto che la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro ed i carabinieri stanno conducendo per limitare l’autonomia decisionale e sottrarre alla criminalità i beni accumulati illecitamente attraverso l’applicazione di provvedimenti cautelari personali e patrimoniali più severi. Nella Serpa, già detenuta nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), è stata trasferita nella casa circondariale dell’Aquila.

‘Ndrangheta: la quinta azienda

Il preciso articolo di Claudio Forleo:

40 arresti tra Lombardia, Veneto e Sicilia, un filmato del ROS sulla cerimonia di affiliazione alla Santa, la zona d’elite dove la ‘ndrangheta incontra i poteri forti che l’hanno aiutata a diventare grande nell’ultimo mezzo secolo, abbandonando per sempre l’etichetta di ‘mafia stracciona’. L’interesse verso la criminalità organizzata, soprattutto calabrese, procede per ondate.

Per giro d’affari oggi la ‘ndrangheta sarebbe la quinta azienda italiana. La scorsa primavera l’istituto Demoskopika stimava un fatturato pari a 53 miliardi di euro (66 miliardi di dollari). Nel nostro paese ci sono solo quattro società che possono reggere il confronto: ENI, ENEL, Exor e Generali. La ‘Ndrangheta SPA non conosce crisi se è vero che nel 2007, prima dei subprime, del tracollo di Lehmann Brothers e di tutti gli effetti che si sono rovesciati sull’economia reale, il suo giro d’affari era stimato in 44 miliardi di euro. Le ‘ndrine durante la crisi hanno aumento il fatturato del 20%. Quale altra ‘società’ operante in Italia può lontanamente avvicinarsi a questi risultati?

Eppure, solo fino ad una manciata di anni fa, esistevano ministri e prefetti che negavano la penetrazione al Nord delle ‘ndrine. Ignoranza o malafede? Qualunque sia la risposta uno dei risultati è il gap di conoscenza dell’opinione pubblica su come è avvenuta questa scalata. Vent’anni fa il pericolo si chiamava Cosa nostra, dieci anni fa libri di successo hanno fatto riscoprire all’opinione pubblica la potenza e la ferocia della Camorra. La ‘ndrangheta invece non ha conosciuto la stessa pubblicità. Un silenzio che le ha permesso prima di prosperare con il traffico degli stupefacenti, poi di infiltrarsi nell’economia reale avvelenandone i pozzi.

La quinta azienda italiana conta almeno 60mila affiliati, ma sbaglieremmo se limitassimo il numero degli ‘iscritti’. Il bacino delle connivenze è molto più esteso, nel mondo della politica, dell’imprenditoria e della finanza. E travalica i confini nazionali ed europei. Quando nel 2007 la faida di San Luca produsse la strage di Duisburg, i tedeschi dovettero rendersi conto di essere stati colonizzati. La ‘ndrangheta aveva iniziato ad acquistare immobili e attività commerciali in Germania un minuto dopo la caduta del Muro di Berlino. L’intelligence tedesca sapeva che le ‘ndrine operavano alla Borsa di Francoforte ed erano entrate in possesso di azioni Gazprom, il colosso russo del gas che verrà poi presieduto dall’ex cancelliere Schroeder.

In Italia ancora si vedono volti smarriti nell’apprendere che non esiste regione dove la ‘ndrangheta non ha messo radici. Non oggi, non ieri, ma 30-40 anni fa. Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia, Toscana… i clan calabresi operano dappertutto, da decenni. 

Prendiamo come esempio la Liguria, oggi al centro di polemiche per il dissesto idrogeologico. “In Liguria la ‘ndrangheta è arrivata negli anni Sessanta. C’era tutto: il porto, utile accesso per le rotte della droga, il casinò, ma soprattutto la Francia, con le sue coste a due passi da Ventimiglia” scrivono Antonio Nicaso e Nicola Gratteri nel libro Fratelli di sangue. Ventimiglia, porta verso la Francia e la Costa Azzurra, dove vengono arrestati i boss Paolo De Stefano, Domenico Libri e Luigi Facchineri. E’ anche se non soprattutto in Liguria che la ‘ndrangheta ricicla i suoi introiti illegali, nella terra in cui (dati Istat) dal 1990 al 2005 il territorio non cementificato è passato da 249mila a 135.570 ettari. Ventimiglia e Bordighera sono due amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose nel 2012. Non le prime al Nord, precedute da Bardonecchia (1995) in Piemonte. Qui, a dominare la scena fin dagli anni Ottanta, fu Rocco Piscioneri, sostituito poi dai clan Ursino – Macrì – Belfiore, originari di Gioiosa Ionica. Nel 1993 Domenico Belfiore venne condannato con sentenza definitiva per l’assassinio del Procuratore di Torino Bruno Caccia, freddato il 26 giugno 1983. E potremmo andare avanti, regione per regione.

Come si diceva l’Italia si è presto trasfromata in un giardino troppo stretto per le ambizioni delle ‘ndrine. Sono diventati padroni del traffico di cocaina in Europa, grazie al rapporto privilegiato con i narcos colombiani (anche perché, a differenza di Cosa nostra, la ‘ndrangheta è stata solo sfiorata dal pentitismo). Secondo gli esperti la ‘ndrangheta è l’unica mafia davvero globalizzata, operante in tutti i Continenti, da decenni (leggi il nostro articolo dello scorso 12 febbraio). In Spagna, ventre molle dell’Europa per l’accesso degli stupefacenti provenienti dal Sudamerica, nell’Europa dell’Est, dove le ‘ndrine hanno investito una volta caduta la cortina di ferro, in Olanda, nel Regno Unito, in Svizzera e Austria.

In Libano le ‘ndrine di Siderno commerciavano eroina già negli anni Ottanta, per lo stesso motivo in Turchia le cosche di Platì si interfacciavano con i Lupi Grigi, dove militava Ali Agca, protagonista dell’attentato a Giovanni Paolo II. In Africa i regimi corrotti in Ghana, Liberia e Guinea-Bissau sono stati luogo di transito ideali per immense partite di cocaina. In Canada Rocco Perri fece affari d’oro negli anni del proibizionismo con Al Capone e Joseph Kennedy (sì, il padre di JFK), In Australia le ‘ndrine fanno sparire per sempre l’attivista Donald Mackay, che osò sfidare i capibastone della zona (Trimboli, Scarfò, Sergi).

Beni confiscati nel Lazio

“Confiscati Bene” è un progetto partecipativo per l’apertura dei dati sui beni confiscati, nato da un’idea della comunità Spaghetti Open Data e sviluppato da Dataninja.it, in collaborazione con Monithon.it e Twinbit.it.
Il gruppo di lavoro ha estratto, “ripulito” ed analizzato i dati ufficiali sparsi sul sito dell’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati (Anbsc) e in altri dataset istituzionali, raccogliendoli inunico catalogo dati raggiungibile dal portale www.confiscatibene.it liberamente scaricabile e riutilizzabile. Sul sito del progetto i dati sono navigabili su mappa open source. Lo scorso settembre i Dataninja, in collaborazione con le testate locali del gruppo Repubblica-l’Espresso, hanno coordinato un’inchiesta di datajournalism per presentare i dati sui beni confiscati in dieci Regioni italiane.

Con 645 beni confiscati censiti dall’Anbsc, il Lazio è la sesta Regione italiana per presenza di beni sottratti alla criminalità organizzata. Sale quinta nel ranking nazionale, superando Sicilia, Campania, Lombardia e Calabria, se si considera il numero di aziende confiscate, 140: oltre l’8% delle aziende italianesottratte ai boss è qui.

I dati delineano l’ampiezza del fenomeno criminale e danno un’idea, seppur lontana dalla consistenza effettiva, di quali siano gli investimenti mafiosi nella Regione, concentrati in diversi settori economici: edilizia, ciclo del cemento, appalti, ristorazione, turismo, commercio, distribuzione di prodotti ortofrutticoli, usura e compro oro.

Una presenza sistematica e capillare sul territorio: dal sud pontino nel basso Lazio, lungo il litorale tirrenico, fino all’area metropolitana della capitale e più a nord, nel Lazio settentrionale. In queste zone Cosa nostra, ‘ndrine calabresi, clan camorristici e gruppi “autoctoni” (tra cui le “rimanenze” della banda della Magliana), si spartiscono affari milionari in maniera più o meno cooperativa, a seconda della convenienza del momento. Penetrano nel tessuto economico della regione, grazie alla copertura della cosiddetta area grigia dei colletti bianchi, rimettendo in circuito nell’economia legale gli ingenti capitali accumulati dalle attività illecite, legate in primis al traffico di stupefacenti e all’usura.

I dati della Dia relativi al numero di procedimenti di confiscaconfermano la tendenza: sono 85 nel biennio 2012-2013, erano 32 nel biennio precedente (+53), un dato che fa del Lazio la quinta regione per procedimenti dopo le quattro regioni del sud, storicamente interessate dal fenomeno mafioso. A livello di distretti giudiziari, nel 2013 sono 69 i nuovi procedimenti a Roma, che sale in classifica seconda dopo Palermo (e il dato è parziale: aggiornato al 30 settembre 2013).

Il Lazio sotto assedio: i dati dell’Anbsc Provincia per Provincia

In ambito nazionale Roma è la settima provincia, con 479 beni confiscati, di cui 118 sono aziende: quasi l’85% delle imprese confiscate in Lazio è nella sola provincia capitolina. Simbolo di come la metropoli, cuore politico ed economico del Paese, sia da decenni crocevia di investimenti e interessi criminali. La maggior parte dei beni (335, il 52% del totale regionale) è concentrata a Roma, che nella classifica dei comuni italiani sale al terzo posto dopo Milano e Palermo, e nei comuni dell’hinterland, la zona dei Castelli Romani. Qui lo Stato ha sottratto immobili un tempo nella disponibilità di cosche calabresi, clan camorristici e boss della banda della Magliana.

Ad Ardea e ad Anzio sono state confiscate due lussuose ville ad Enrico Nicoletti, ex cassiere della banda della Magliana, mentre a Grottaferrata, il terzo comune dei Castelli più interessato dalle confische, dopo Monterotondo e Pomezia, i beni appartenevano per la maggior parte all’ex re delle bische clandestine, Aldo de Benedettis. Un solo bene risulta confiscato a Nettuno, il primo ed unico comune del Lazio sciolto per infiltrazioni da parte della ‘ndrangheta nel 2005. A Roma le confische più significative colpiscono ristoranti, alberghi e caffè dai nomi prestigiosi, “lavanderie” intestate a prestanome che le mafie utilizzano come copertura per ripulire ingenti capitali illeciti. È il caso del celebre Café de Paris, storico simbolo della dolce vita felliniana: il bar era controllato dalla famiglia calabrese degli Alvaro di Cosoleto. Così come il noto ristorante George’s, sempre nella disponibilità degli Alvaro, o l’antico Caffè Chigi, confiscato in via definitiva ad un’altra famiglia ‘ndranghetista. L’elenco purtroppo è sconfinato, destinato a crescere: recentissima è la confisca del Caffè Fiume, a due passi da via Vittorio Veneto, eseguita dalla Dia di Roma.

La presenza delle mafie, e della camorra in particolare, risulta più strutturata e consolidata nella zona del sud pontino: Latina, con 93 beni, è la seconda provincia laziale per beni confiscati. Gaeta e Fondi (il primo consiglio comunale “non sciolto” per mafia, nonostante il pesante condizionamento da parte della ‘ndrangheta sull’attività amministrativa fosse stato dimostrato dal processo “Damasco 2”) sono i comuni più interessati dalle confische: a Fondi c’è uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Europa, centro di grandi interessi commerciali e di lucrosi affari mafiosi. Gaeta detiene un piccolo record: qui, secondo l’Anbsc, il 100% dei beni risulta destinato e consegnato. Recentemente una confisca disposta dal Tribunale di Latina ha sottratto a clan camorristici operanti tra Napoli e Latina beni per un ammontare di quasi 50 milioni di euro.

Spostandoci nel Frusinate, terza provincia laziale per beni confiscati con 67 immobili e aziende, sono le note località di Anagni e Fiuggi (la città delle terme, eletta dal boss Cutolo a rifugio per la sua latitanza), ad essere più colpite dalle confische. La provincia è terra soprattutto di riciclaggio dei proventi illeciti in mano alla camorra, derivanti in gran parte dal traffico illegale dei rifiuti. Resta Viterbo, con soli 6 beni confiscati, la Provincia meno interessata dalle confische. Questo dato, purtroppo, non è garanzia di “immunità” dalle infiltrazioni mafiose: secondo le indagini il viterbese è infatti frontiera delle ecomafie.

 

Ancora poche le destinazioni

Nel Lazio sono 264 i beni destinati e consegnati agli enti, solo il 41% del totale, a fronte di una media nazionale del 54%. Beni, tuttavia, spesso lasciati all’incuria e all’abbandono, o gestiti con finalità che appaiono lontane dal riuso a fini sociali: la destinazione, infatti, non sempre è sinonimo di riutilizzo.Una problematica che la stessa Agenzia conosce direttamente: solo recentemente, dopo anni e molte fatiche, la sezione romana dell’Agenzia è stata trasferita nella sua attuale sede, in un grande appartamento confiscato in via definitiva. L’immobile era stato occupato abusivamente da un avvocato e da un centro benessere, costringendo l’Agenzia a versare per anni quasi 295.000 euro l’anno d’affitto per la vecchia sede, di proprietà della Provincia. Una beffa tutta italiana.

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L’Europa, le mafie e i reati ambientali

Eurojust, organismo Ue per la cooperazione giudiziaria, rivela che la mafia e i gruppi della criminalità organizzata sono responsabili della criminalità ambientale transfrontaliera. E paradossalmente, nonostante si stimino profitti illegali tra i 30 ed i 70 miliardi di euro l’anno (fonte Oecd), le statistiche mostrano che i crimini contro l’ambiente sono raramente perseguiti dalle autorità nazionali. Nonostante la necessità di un approccio transnazionale, il numero dei casi riferiti ad Eurojust è molto basso. Ma i delitti contro l’ambiente riguardano la società nel suo complesso: dalla salute dell’uomo e degli animali alla qualità dell’aria, del suolo e dell’acqua. La lunga lista dei reati ambientali comprende: rifiuti pericolosi esportati da Italia e Irlanda verso Stati terzi; l’inquinamento delle acque in Ungheria e Svezia; l’export illecito di lupi, scimmie e uova di uccelli.

Questo primo rapporto sui crimini contro l’ambiente si concentra su tre argomenti: traffico di specie in via d’estinzione; traffico illegale di rifiuti e acque inquinate. La relazione prende in esame le strutture nazionali di controllo, l’accesso alle competenze, così come le possibili soluzioni per affrontare queste sfide. Secondo quanto emerge a livello europeo: i proventi dei reati ambientali sono molto elevati, ma le sanzioni basse. Non si indaga abbastanza sul traffico illegale di rifiuti. Vi è un vuoto nel coordinamento delle autorità competenti sia a livello nazionale che internazionale. In larga misura, le autorità nazionali non riescono ad affrontare i casi in modo transnazionale. L’attuazione della normativa Ue a livello nazionale è diversa da uno Stato all’altro, fattore che ostacola un approccio transnazionale armonizzato. Alcuni Stati non hanno neppure strutture organizzative adeguate.

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Operazione “Caronte”: finalmente chiara la mafiosità di Vincenzo Ercolano?

Ventitré arresti e cinquanta milioni di euro sequestrati sono le cifre dell’operazione “Caronte” condotta dai Ros di Catania sotto il coordinamento dei magistrati Agata Santonocito e Antonino Fanara sul connubio tra mafia, politica e imprenditoria nel settore dei trasporti in Sicilia. In manette è finito il noto imprenditore catanese Vincenzo Ercolano titolare della ‘Geotrans Srl’ ed ex presidente della Federazione Autotrasportatori Italiana nella provincia etnea, che solo alle pendici dell’Etna conta circa 1500 addetti. Ercolano fa parte di una famiglia legata al mondo dei trasporti e nello stesso tempo a Cosa Nostra, il padre Giuseppe, detto anche “Zu Pippu”, era considerato da molti ‘il re degli ortofrutticoli’ e più volte coinvolto in inchieste di mafia, mentre il fratello Aldo e lo zio Benedetto Santapaola sono ormai da anni al 41bis, condannati all’ergastolo come capi di Cosa Nostra etnea. Nell’ordinanza di custudia cautelare emessa dal Gip anche i fratelli Vincenzo Aiello, già detenuto e condannato in primo grado nel processo “Iblis” a 22 anni per mafia, e Alfio Aiello, condannato in appello per associazione mafiosa.

Secondo gli inquirenti, l’asse Ercolano-Aiello operava nel settore logistico avvalendosi degli “imprenditori-affiliati” Francesco Caruso e Giuseppe Scuto, titolari di alcune ditte di trasporti, fornendo loro il sostegno negli affari avendone un notevole tornaconto. Tra gli interessi finiti sotto la lente della Procura di Catania guidata da Giovanni Salvi, anche il contratto stipulato, tra il 2005 e il 2006, dalla ‘Servizi Autostrade del Mare’ di Caruso con la ‘Amadeus Spa’, società riconducibile ad Amadeo Matacena, parlamentare Pdl e imprenditore calabrese attualmente latitante a Dubai già condannato in via definitiva a cinque anni di reclusione, più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, per concorso esterno in associazione mafiosa, vicenda nella quale è stato coinvolto anche l’ex ministro Scajola, arrestato dalla Dia di Reggio Calabria, accusato di aver favorito la sua fuga all’estero. Matacena avrebbe fornito l’affitto di tre navi per permettere il transito dei tir e favorire il collegamento tra la Sicilia e la Calabria, per un costo complessivo stimato intorno a 120 mila euro al mese. Nonostante l’attività avesse ottenuto risultati notevoli, dopo circa 90 giorni il contratto venne interrotto e le parti si divisero.

Ercolano, qualche anno più tardi, proverà nuovamente ad usufruire degli ‘ecobonus’ europei per autotrasportatori che usano gli spostamenti marittmi, facendo il suo ingresso nel ‘Consorzio Ruote sul Mare’, senza però riuscirci in quando la società era già in fase di liquidazione. L’interesse verso gli ‘ecobonus’, aggiunge il Gip, aveva spinto la coppia Caruso-Scuto a prendere contatti anche con “esponenti politici di alto livello” che potessero in qualche modo aiutarli ad “accellerare le pratiche amministrative”. Nel 2008 fondano quindi il Partito Nazionale degli Autotrasportatori, con l’interesse di tutelare l’intera categoria della logistica e tramite l’ex deputato regionale Giovanni Cristaudo, condannato in appello a cinque anni per concorso esterno, sostengono alle elezioni europee del 2009 l’ex presidente della Regione Sicilia e leader del Movimento per le Autonomie Raffalele Lombardo, recentemente condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi per mafia nel processo Iblis. Durante la campagna elettorale vennero utilizzati i camion dell’PNA per pubblicizzare il logo del partito e l’immagine di Lombardo.

Nella lista degli affari della famiglia Santapaola-Ercolano c’era pure la fornitura della carne per la grande distribuzione. I tagli che finivano sui banconi degli hard discount Forté ed Eurospin Sicilia venivano controllati, secondo gli inquirenti, da Cosa nostra catanese tramite due imprenditori compiacenti.

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Etica in polvere

Devo confessare di provare una grande soddisfazione nel leggere degli arresti per l’ultima inchiesta che riguarda pediatri e informatori impegnati a convincere le madri ad usare il latte in polvere in cambio di alcune regalìe. Da anni sappiamo che l’industria del latte in polvere stritola per interessi economici un mercato che non si accontenta di coloro che davvero ne hanno bisogno e ancora una volta la salute diventa il campo di un mercato con l’etica ridotta in polvere. Anche lei. Logica scientifica prostituita al commercio.

Inducevano le mamme a utilizzare latte artificiale al posto di quello materno mentre stavano allattando i propri bambini al seno. E questo non per motivi di salute, ma per favorire alcune aziende di note ditte produttrici. In cambio, ricevevano i più svariati “regali”, da smartphone a computer, ma anche condizionatori, televisori e viaggi all’estero. Per un giro di mazzette per centinaia di migliaia di euro. Agli arresti domiciliari sono finiti 18 persone: 12 pediatri (tra cui due primari), 5 informatori scientifici e un dirigente d’azienda di alimenti per l’infanzia. L’accusa, al momento, è quella di corruzione. Disposti anche 26 decreti di perquisizioni in Toscana, Lombardia, Marche e Liguria.

Tra i 18 arrestati, secondo Il Tirreno, ci sono otto medici di Pisa, uno del Livornese, uno di Piombino, uno di Lido di Camaiore, un primario di La Spezia (residente a Pisa) e uno di Empoli (residente a Pisa).  “Siamo completamente all’oscuro di quanto accaduto e ignoravamo il comportamento dei pediatri – fanno sapere dall’Ausl 5 di Pisa – Sono una decina quelli dell’azienda Usl 5 coinvolti, circa il 30% degli specialisti di libera scelta in forza nell’azienda sanitaria. Il direttore generale sta valutando la situazione”. L’azienda sanitaria sta provvedendo in queste ore a fare il quadro della situazione, per capire come evitare problemi nell’assistenza pediatrica alle famiglie che erano seguiti dai medici coinvolti.

Sempre per Il Tirreno tra coloro che sono stati arrestati perché accettavano viaggi e smartphone in cambio di convincere le madri ad usare latte artificiale ci sono Michele Masini, dirigente 50 anni residente a Limbiate (MB), Dario Boldrini, informatore, 33 anni, di Pisa, Valter Gandini, 70 anni, informatore, di Pisa. Vincenzo Ruotolo, 64 anni, informatore, di Grottammare (AP), Gianni Panessa, 59 anni, informatore di Livorno, Giuliano Biagi, 35 anni, informatore di Massa,Maurizio Petri, 64 anni, medico pediatra di Cascina, Fabio Moretti, 61 anni, di Chianni (ambulatorio a Pontedera), Marco Granchi, 61 anni, medico pediatra di Pontedera (ambulatorio a Ponsacco), Claudio Ghionzoli, 63 anni, residente a Pisa (ambulatorio a Cascina), Renato Domenico Cicchiello, 66 anni, di Livorno, medico pediatra, Stefano Parmigiani, 57 anni, residente a Parma, medico pediatra del presidio ospedaliero del Levante ligure (La Spezia), Roberto Bernardini, 57 anni, medico pediatra residente a Calcinaia, ufficio ospedale San Giuseppe, Asl 11, Empoli, Gian Piero Cassano, 65 anni, residente a Lido di Camaiore medico pediatra, ambulatorio a Viareggio, Marco Marsili, 59 anni, medico pediatra di Piombino, Roberto Rossi, 62 anni, residente a Palaia, medico pediatra con ambulatorio a Capannoli, Eros Panizzi, 61 anni, residente a Peccioli medico pediatra, Luca Burchi, 59 anni, medico pediatra residente a Volterra. Altri arresti sono stati eseguiti nelle Marche, in Lombardia e in Liguria.